L’accoglienza (socialista)
per l’esule indigesto

Da mondoperaio (Gennaio 2015).

Il libro di Francesco Anghelone e Luigi Scoppola Iacopini costituisce un lavoro egregio, al quale c’è poco da aggiungere sul piano della ricostruzione storica, della documentazione e delle conclusioni politiche. A proposito di queste ultime, rimuove un equivoco e una semplificazione che i cancellatori della storia (o i riscrittori ad uso dei vincitori) erano riusciti a far quasi comunemente accettare. Si dà infatti normalmente per acquisito che il partito comunista italiano abbia compiuto nel 1956 il clamoroso errore di appoggiare i carri armati sovietici a Budapest, ma lo abbia poi corretto nel 1968 capovolgendo le proprie posizioni sulla Cecoslovacchia e finalmente sostenendo non gli oppressori, bensì Dubcek e la Primavera di Praga.

Non è esattamente così. O almeno non è tutto e non è l’aspetto decisivo. Io stesso, allora troppo naiv (credo alla fine degli anni ’70), sono inizialmente caduto nell’equivoco. In un dibattito con Pajetta a un festival dell’Unità osservai (pensando di trovare il consenso del leader comunista) che il Pci aveva finalmente cambiato la sua linea riconoscendo implicitamente, con il suo appoggio alla Primavera di Praga, di aver sbagliato nel 1956 su Budapest. “Niente affatto”, mi gelò Pajetta con la sua rude franchezza: “Nel 1956 abbiamo fatto benissimo ad appoggiare l’intervento sovietico e lo rifarei. Perché a Budapest si voleva uscire dal comunismo. A Praga invece Dubcek era ed è un comunista il quale voleva semplicemente, all’interno del sistema e dell’alleanza con Mosca, un comunismo nazionale diverso”. In sostanza, per il Pci il comunismo era una conquista irreversibile. Si poteva essere liberi di interpretarlo e applicarlo in modi differenti, secondo le esigenze nazionali, ma non di fuoriuscirne (tanto meno di fuoriuscire dall’alleanza con Mosca).

Il libro di Anghelone e Scoppola Iacopini chiarisce molto bene tutto questo. Il partito comunista italiano fu il più avanzato del mondo e fu sempre coerente. Subito sostenne la Primavera di Praga e la svolta politica di Dubcek. Criticò pertanto aspramente l’intervento sovietico che la bloccò sul nascere. E non cambiò affatto posizione negli anni successivi (anche se accettò sostanzialmente la “normalizzazione”). Ma mai ruppe con Mosca e mai mise in discussione la sua permanenza all’interno della comunità comunista internazionale. Il segretario Longo e il suo delfino Berlinguer portarono avanti questa linea con continuità. Anzi: videro proprio nella libera e autonoma manifestazione delle proprie idee all’interno della comunità internazionale (pur guidata da Mosca) la funzione del più grande e autorevole partito comunista dell’Occidente. Restare leali membri dell’Internazionale comunista e alleati del Cremlino non era una contraddizione con il dissenso su Praga e su altro. Questa lealtà, al contrario, era proprio la condizione che consentiva al Pci di esprimere liberamente le sue critiche con credibilità, senza prestarsi all’accusa di tradimento o intelligenza con il nemico “imperialista occidentale”.

Longo e Berlinguer non erano in contraddizione persino con la politica di Togliatti. Infatti, come si ricorda nel libro, citavano spesso, a copertura della loro posizione, proprio il leader scomparso nel 1964: il quale, con il memoriale di Yalta scritto poco prima della morte, aveva esattamente teorizzato per i partiti comunisti la “unità nella diversità” delle vie nazionali. Si trattava (anche in questo Longo e Berlinguer non vedevano contraddizione) dello stesso Togliatti che nel 1956 aveva addirittura sollecitato l’intervento sovietico a Budapest, e che aveva approvato preventivamente la condanna a morte del capo del governo ungherese deposto dai carri armati, il comunista Imre Nagy, redigendo persino – sull’Unità – una sorta di atto di accusa nel quale (particolare a quei tempi sinistro) lo si definiva non più “compagno”, ma “signore”. E dopo la condanna Togliatti chiese soltanto una cortesia (subito accordata): spiegò con una lettera riservata che sarebbe stato bene rinviare l’esecuzione a dopo il 25 maggio, perché in quella data si tenevano le elezioni politiche italiane e la “stampa borghese” avrebbe potuto perfidamente usare la morte dell’ex primo ministro ungherese per orchestrare una speculazione propagandistica contro il Pci. In effetti, il povero Nagy fu impiccato il 16 giugno 1958 ed ebbe pertanto, grazie a Togliatti, due o tre mesi di vita in più.

Il leader comunista italiano […] non era d’altronde nuovo nell’aggiungere argomenti contro le vittime del regime sovietico. Non a Mosca durante i processi staliniani, bensì ormai al sicuro in Italia, a molti anni di distanza, così scriveva del presidente dell’Internazionale comunista Bucharin (del quale fu amico e stretto collaboratore) processato e ucciso da Stalin nel 1938, riabilitato da Gorbaciov nel 1988: “Bucharin aveva i caratteri del professorino presuntuoso, vanitoso e intrigante. Era in lui la stoffa del doppiogiochista e del traditore”. E tutti i segretari del Pci dopo di lui (Longo, Berlinguer, Natta e Occhetto) mai vollero porre in discussione il mito di Togliatti (che dura tuttora persino con le tante vie e piazze a lui dedicate), e mai superarono, nel pur continuo rinnovamento e ammodernamento del partito, le “colonne d’Ercole” dell’appartenenza alla comunità comunista internazionale guidata da Mosca. Questa appartenenza alla comunità (insieme al nome stesso del partito) finì per evidente forza maggiore soltanto nel 1989 quando, con il crollo del muro di Berlino, finì la comunità stessa.

Qualcosa si può aggiungere, al libro di Anghelone e Scoppola Iacopini, allargando l’esame alle reazioni della sinistra non italiana ma europea. Oltre che introducendo qualche testimonianza e riflessione esplicativa su alcuni dei fatti così ben documentati dagli autori. Jirí Pelikán è diventato il simbolo dell’opposizione al regime imposto a Praga dai russi dopo la Primavera. I comunisti italiani non hanno mai voluto sostenerlo perché ciò era vietato da Mosca e avrebbe comportato il superamento delle “colonne d’Ercole” prima ricordate. Furono dunque i socialisti italiani ad accoglierlo come un compagno e addirittura a farlo eleggere al Parlamento europeo. Ma Pelikán era quasi bilingue con il tedesco e come rifugio naturale avrebbe dovuto individuare la Germania. Non lo fece perché i socialdemocratici tedeschi non lo appoggiarono affatto, esattamente come i comunisti italiani. Willy Brandt è ancora oggi per i socialisti italiani della mia generazione un mito. Lo era anche per Craxi. Eppure, a distanza di tanti anni, bisogna dire la verità. Brandt gli rimproverava l’aperta solidarietà a Pelikán: “Tu sbagli. Noi non dobbiamo sostenere gli oppositori ai Partiti comunisti dell’Est. Non dobbiamo puntare su chi si contrappone frontalmente al comunismo. Al contrario, dobbiamo favorire una evoluzione positiva dei partiti comunisti, dialogando con loro e sostenendo al loro interno le correnti più moderate”.

Questa, all’inizio degli anni ’70, era la linea della Spd, e in definitiva dell’Internazionale socialista, presieduta proprio da Brandt: dove i francesi contavano ancora poco e mancavano quelli che sarebbero diventati gli alleati (e seguaci) degli italiani, gli spagnoli di Gonzales e i portoghesi di Soares. Craxi veniva chiamato (spesso sprezzantemente) dalla stampa italiana “il tedesco” per le sue scelte socialdemocratiche, ma la Spd non ci aiutò mai concretamente. Certo, Brandt era guidato dalla realpolitik e dall’interesse nazionale: aveva il comprensibile obiettivo di conservare con i comunisti i rapporti necessari a favorire in un futuro più o meno lontano la riunificazione della Germania. Ma questa è la realtà.

Si tratta di una realtà che aiuta anche a spiegare le scelte del Pci, niente affatto irrazionali o scomode. A ben vedere, i comunisti italiani contavano, avevano autorevolezza e interlocutori (a cominciare dai socialdemocratici tedeschi) proprio perché restavano all’interno dell’Internazionale comunista e potevano in quella sede, sfruttando il rispetto dovuto al più importante partito comunista dell’Occidente, rappresentare efficacemente le ragioni di chi puntava a una evoluzione morbida dei regimi dell’Est. Anche una gran parte del capitalismo italiano aveva interesse all’apparente ambiguità del Pci. Ad esempio, per conquistare il mercato dell’automobile a Est, la Fiat era in concorrenza con la Renault. Sponsorizzata dai comunisti italiani, che contavano ben più dei francesi, vinse la partita e si assicurò la costruzione dello stabilimento nella città sul Volga che fu addirittura ribattezzata Togliattigrad.

Che il Pci avesse relazioni speciali con Mosca serviva d’altronde a tutta la grande industria italiana (che ricambiava con una percentuale per le casse comuniste su ciascun affare realizzato). Si potrebbe aggiungere che il mancato sorpasso delle “colonne d’Ercole” rendeva impossibile la presenza dei comunisti – e quindi dell’intera sinistra in alternativa alla destra – nel governo nazionale. E che ciò costituiva per l’establishment italiano un vantaggio politico da affiancare a quelli economici.

Anche Mosca si giovava (e più di tutti) dello status quo. Infatti la puntuale e coerente critica del Pci la irritava, ma sulle scelte veramente decisive i comunisti italiani fornivano un aiuto assolutamente prezioso. La prova del nove fu la grande battaglia politica sull’installazione dei missili Pershing e Cruise. Lì si giocò, nel 1979-’80, la partita decisiva della terza guerra mondiale (fredda) tra Est e Ovest. I russi installarono gli SS-20 minacciando l’Europa occidentale. Se la Nato non avesse risposto ripareggiando il bilancio missilistico e contrapponendo le proprie testate, l’Europa sarebbe stata intimidita e potenzialmente separata dagli Stati Uniti attraverso una sorta di silenziosa “finlandizzazione”. Se l’Italia fosse venuta meno, anche gli altri paesi europei (come preannunciato dal cancelliere tedesco Schmidt) si sarebbero tirati indietro. Grazie alla mobilitazione propagandistica innanzitutto dei comunisti italiani (schierati in questo caso al cento per cento con Mosca), che portarono nelle piazze milioni di dimostranti contro i missili occidentali, l’Italia fu a un passo dal rinunciare e fu salvata soltanto dalla fermezza dei socialisti.

Se il Pci non spinse mai la sua critica verso l’Urss sino al punto di superare le “colonne d’Ercole” dell’appartenenza alla comunità internazionale comunista, ciò non fu soltanto per la volontà del suo gruppo dirigente. Il libro di Anghelone e Scoppola Iacopini documenta che la maggioranza della base operaia già faticava ad accettare il dissenso dei vertici di Botteghe Oscure dall’Urss su Praga. Ma ancor di più si deve ricordare il peso degli intellettuali: quegli stessi che costruirono negli anni ’70 l’egemonia culturale comunista, vitale per le sorti del partito.

Leggiamo le parole di quello forse più celebrato, opinionista fisso non dell‘Unità, ma del Corriere della Sera, dove aveva per primo diffuso lo slogan della necessaria lotta della gente comune contro il “Palazzo”. Pier Paolo Pasolini, descrivendo la costa croata della Jugoslavia, scriveva. “Anche i gruppi di operai che passano per strada hanno visi pieni di certezze e di forza: sembrano sentirsi, sia pure umilmente, protagonisti di questa vita, anche se si presenta così marginale e povera. Il comunismo ha messo dunque direttamente radici su una vecchia cultura contadina”. Mentre descrivendo l’Italia scriveva: “Sono almeno tre anni che faccio in modo di non essere in Italia per Natale. Lo faccio di proposito, con accanimento, disperato all’idea di non riuscirci. Per il nuovo capitalismo, che si creda in Dio, nella Patria o nella famiglia, è indifferente. Esso ha infatti creato il suo mito autonomo: il benessere”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si trovava Natalia Ginzburg, che ancora nel 1981 scriveva sull’Unità: “Mi ricordo un viaggio in Unione Sovietica. Avvertivo indistintamente un’atmosfera straordinaria e non riuscivo a capire da cosa fosse prodotta. Alla fine, me ne sono accorta: lì non c’era la pubblicità”. In questo “pauperismo” anti moderno e anti capitalista sta la base psicologica e quasi antropologica della “diversità” comunista (e ancor più cattocomunista), dell‘anticonsumismo, della “austerità” e in definitiva della questione “morale” cara a Berlinguer. Una “questione morale” che non riguardava banalmente il “non rubare”. Ma delineava le basi di una “moralità nuova” (come Berlinguer stesso la chiamava), contrapposta alla decadente e edonista società capitalista. Le “colonne d’Ercole” non potevano essere superate dal Pci per una ragione culturale ancor prima che politica.

Si deve anche osservare che la Primavera di Praga si collocò nel momento della rivoluzione “sessantottina” e della mobilitazione per il Vietnam. E che non necessariamente il superamento delle “colonne d’Ercole” sarebbe stato destinato ad aprire per il Pci una via socialdemocratica e riformista. Al contrario, poteva aprire la via dell’avventurismo rivoluzionario. Leggiamo a tale proposito cosa scriveva nel 1968, in un fondo sull’Unità dal titolo Autonomia e internazionalismo, il futuro segretario del partito Achille Occhetto: “La critica del Pci non ha radici in motivazioni di destra, ma è una critica da comunisti a comunisti. Stiano quindi attenti i capitalisti: ogni sforzo compiuto dal movimento comunista sulla via della democrazia socialista deve farli tremare perché, in questo modo, si rafforza l’alternativa di una società socialista, perché la democrazia non è per noi un cedimento alla democrazia borghese, ma lo strumento per la realizzazione di una nuova libertà”.

Bisogna aggiungere, a proposito degli intellettuali e della egemonia culturale comunista, un particolare significativo. Craxi decise di aiutare Pelikán a riprendere la pubblicazione – in italiano, in ceco e in altre lingue europee – del prestigioso mensile Listy, “organo” della Primavera di Praga, sostenuto dai nomi più eccellenti della “intellighenzia” cecoslovacca. Ci voleva (per legge, come si sa) un direttore responsabile iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Craxi cercò un professionista di fama: ma con suo grande stupore non lo trovò. Accadde così, per caso e per necessità, che il direttore responsabile lo feci io, allora giovane e sconosciuto. I giornalisti importanti (comunisti, filo comunisti e niente affatto comunisti) preferirono non inimicarsi frontalmente un potere che ormai aveva esteso la sua influenza (occupato “tutte le casematte della società civile”, avrebbe detto Gramsci) sulla Rai, sul cinema, sulle università e su quasi tutti i giornali.

L’appoggio entusiasta e incondizionato a Pelikán (ma anche al russo Sacharov e a tutti gli oppositori del comunismo) quasi isolò i socialisti nella sinistra non solo italiana, ma spesso anche europea. E tuttavia li collocò su una posizione di quasi incredibile lungimiranza. Certo, Filippo Turati, quasi fosse un profeta o un veggente, nel 1921, rivolgendosi a Gramsci e Togliatti che se ne andavano dalla casa socialista per fondare il partito comunista, già accusava i bolscevichi (letteralmente) di “imperialismo”. E già descriveva con precisione come sarebbe finita settant’anni dopo, l’Unione Sovietica. Forse nel Dna socialista è rimasto per generazioni l’imprint dei padri fondatori. Ma la lungimiranza dimostrata dal Psi ha origine probabilmente più nel cuore che nella testa. Scriveva Craxi nel 1975 sull’Avanti!: “La nostra risposta è quella della solidarietà attiva con Dubcek e con i suoi compagni. Anche le lotte più disperate, se sono giuste, seminano in attesa della stagione propizia”.

Craxi non faceva una previsione ragionata. Esprimeva una fede e parlava con il cuore. Dalla nascita in poi, i socialisti si sono sempre schierati seguendo soltanto i loro ideali di giustizia e di libertà. Senza calcoli. Che la battaglia si potesse vincere o no. Questa è la loro natura. Siamo anche qui nel campo della antropologia più che della politologia. Più di Machiavelli (fatto proprio e rielaborato da Gramsci e Togliatti), essi hanno caro De Amicis. Ciò comporta anche una scarsa attenzione all’ideologia, trattata soltanto il minimo indispensabile per giustificare le scelte politiche concrete (le uniche importanti, dettate non dalla ideologia stessa, ma da principi morali). Hanno ragione gli Autori: ancora sino alla metà degli anni ’70, il marxismo ha avuto anche nel Psi un certo peso. Ma soltanto come un lip service che evitasse le reprimende di qualche professore bacchettone.

Io stesso, quando nel 1979 ho propagandato, insieme a Bettiza, il socialismo liberale, ho chiarito prudentemente (proprio in questa logica) che anche il marxismo poteva avere cittadinanza nel partito, perché ne esisteva una versione democratica e compatibile con il libero mercato. D’altronde Giuseppe Saragat (non certo un estremista di sinistra) si è sempre dichiarato marxista. Ma a quel tempo per dichiararsi non marxisti a sinistra ci voleva un certo coraggio, perché l’egemonia culturale comunista produceva i suoi effetti. Proprio nel 1977, in piena “egemonia” (quella che portò Montanelli e Bettiza ad abbandonare il Corriere per fondare il Giornale), sulla prima pagina del quotidiano di via Solferino Umberto Eco spiegava che “la visione marxista della società si sta imponendo come un valore acquisito”, e si preoccupava del pericolo derivante dal fatto che si potesse dichiarare a parole di aderire al marxismo (ormai “accettato come valore diffuso e indiscutibile”) non per convinzione ma per conformismo.

Se nei salotti, per spiegare il comportamento degli uomini, si dice, seguendo Alexandre Dumas, cherchez la femme, non si capisce perché gli storici, per spiegare le scelte politiche, non si impegnino a chercher l’argen”, documentando il peso del denaro. Gli Autori ci ricordano che il Psiup è stato sugli avvenimenti di Praga più filosovietico del Pci. E correttamente ricordano i finanziamenti ricevuti da Mosca. Si tratta di un argomento assolutamente centrale. Alla fine degli anni ’50, l’allora vice segretario del Pci Luigi Longo andò personalmente all’ambasciata sovietica a chiedere finanziamenti russi per la corrente di sinistra del Psi guidata da Vecchietti e Valori. Pietro Nenni faticò a trasformare in una solida maggioranza la vittoria politica ottenuta dopo la svolta di Budapest al congresso di Venezia del 1957 per la resistenza dell’apparato del partito, costituito da centinaia di funzionari i quali ben sapevano di prendere lo stipendio ogni fine mese grazie ai soldi di Mosca. La scissione socialista del 1964, che portò alla nascita del Psiup, fu finanziata dai russi (e forse anche dalla Confindustria, che aveva l’obiettivo tattico di indebolire, con il Psi di Nenni, la spinta riformatrice nel primo governo di centrosinistra).

Il partito di Vecchietti e Valori dunque, sin dall’inizio fu caratterizzato dalla totale dipendenza economica da Mosca, senza peraltro avere, come il Pci, un prestigio internazionale nello stesso mondo comunista. Così si spiega il suo essere sulla Cecoslovacchia “più a sinistra”, come scrive Scoppola Iacopini, dei comunisti. L’enorme macchina organizzativa e burocratica del Pci fu sempre alimentata da Mosca (e i partiti democratici faticosamente furono costretti ad imitarla per non soccombere elettoralmente). I vecchi compagni mi hanno raccontato la disperazione di Nenni, che alla fine degli anni ’50 temeva di essere costretto a chiudere l’Avanti! dopo la fine dei finanziamenti sovietici che rendevano invece prospera l’Unità. Alle elargizioni dirette e in contanti si sostituirono con il tempo forme più sofisticate, con il pagamento di intermediazioni (oggi si chiamerebbero tangenti) per tutte le operazioni commerciali, turistiche e imprenditoriali italiane non soltanto con l’Urss, ma anche con tutti gli altri paesi dell’Est. Sino alla caduta del regime, le spese dei corrispondenti dell’Unità a Mosca venivano pagate dai sovietici. Era consuetudine che i dirigenti del Pci passassero le vacanze nelle località balneari russe: non per caso Togliatti morì in vacanza sul Mar Nero. E Longo apprese nell’agosto 1968 dell’invasione della Cecoslovacchia mentre era al mare con la famiglia nell’Unione Sovietica (non a spese sue, naturalmente).

Ci si può domandare come questi dirigenti potessero conciliare tutto ciò con la pretesa di autonomia politica e soprattutto con la loro pur elevata moralità personale. Giancarlo Pajetta era amico del papà di Craxi, suo compagno nella Resistenza a Milano. Mantenne sempre un rapporto anche con il figlio, che un giorno mi rimproverò perché, come direttore dell’Avanti!, in un corsivo mi ero permesso di attaccare il vecchio leader comunista troppo ruvidamente. Lo ascoltavo con rispetto e ogni tanto lasciava trasparire i suoi sentimenti. Una volta mi disse: “Tu non puoi capire il nostro rapporto con l’Urss. Durante il fascismo, quando tutto sembrava perso, andavamo davanti all’ambasciata sovietica per vedere sventolare la bandiera rossa con la falce e martello. E riprendevamo la speranza”.

Infine, un’ultima osservazione, forse l’unica concretamente utile. Nelle righe precedenti ho parlato spesso di “cancellazione della storia”, e in effetti la mia insistenza nel ricordare particolari e nel fornire testimonianze non è casuale. So che quanti hanno meno di quarant’anni (se non hanno fatto studi specifici) non conoscono quasi nulla della storia socialista; e so che le fonti scritte sono state prodotte per lo più da case editrici e autori cresciuti nella egemonia comunista o in quella della retorica “antipartitocratica” e giustizialista successiva. Questo libro contiene una constatazione di fatto e una riflessione che richiedono di essere valutate congiuntamente e che ci indicano un obiettivo preciso. La constatazione di fatto è che mancano o sono difficilmente reperibili le fonti di archivio sulla storia socialista.

La riflessione è quella contenuta nella prefazione di Antonio Iodice: “Si pone a questo punto una questione ineludibile, sulla quale gli storici si sono a lungo arrovellati. Chi scrive la storia? ‘I vincitori’, secondo una fin troppo scontata risposta. Sarebbero i vincitori a narrare le vicende che li hanno coinvolti e dalle quali sono usciti più o meno a testa alta, condizionando inevitabilmente il giudizio dei posteri e il commento degli storiografi. Forse sarebbe più corretto affermare che, al fine di narrare la storia, oltre a ‘vincere’ bisogna anche ‘sopravvivere’. La storia è scritta da chi sopravvive, da chi rimane in piedi alla fine della contesa. Un eroe morto in battaglia sarà pure un eroe, ma avrà comunque bisogno di un narratore, cioè di qualcuno che gli sopravviva e ne decanti le lodi. Per questo motivo, la scelta dei due Autori di utilizzare i quotidiani e le riviste di area socialista e comunista per raccontare le vicende della Primavera di Praga nello specifico della loro incidenza sulla sinistra italiana appare particolarmente felice: la stampa permette di aprire una breccia tanto nella macro-storia degli Stati e dei blocchi politici, quanto nella micro-storia dei singoli cittadini e delle loro vicende quotidiane. Permette, insomma, di congiungere la History e la Story, riprendendo la nota distinzione inglese. Sarà poi compito dello storico aggiungere l’approccio scientifico, senza nulla togliere alla leggibilità del suo lavoro”.

Giusto. La storia è scritta da chi “sopravvive” e i socialisti non sono sopravvissuti. La stampa però permette di “aprire una breccia”. Permette di evitare quella “cancellazione della storia” sulla quale insisto. La stampa dei socialisti poi costituisce forse più di ogni altra una fonte importante, quasi esaustiva, per la conoscenza della loro storia (e della storia nazionale, perché l’Avanti! è stato il crocevia dell’intera vicenda politica e culturale del secolo scorso, non solo socialista). Eppure, dell’Avanti! e di Mondo Operaio non esiste un archivio elettronico che consenta, attraverso date e parole chiave, di individuare e consultare gli articoli necessari agli studiosi. Esiste ormai per quasi tutti i quotidiani nazionali. Non per l’Avanti!, che è senza dubbio il più carico di storia. Dalla constatazione di fatto degli autori e dalla riflessione di Antonio Iodice nascono una proposta e un obiettivo quasi obbligati, di importanza decisiva: bisogna finalmente creare un archivio elettronico dell’Avanti! e di Mondo Operaio. Soltanto così si possono fornire gli strumenti indispensabili a chi vuole evitare la cancellazione e riscrittura della storia.

  1. A proposito del crollo dell’ Urss, voglio riportare quanto dice oggi Rodkin, menbro del club Zinoviev (dissidente sovietico pentito):

    La tecnologia di infiltrazione di identità negative nella coscienza collettiva venne utilizzata contro l’URSS, divenendo uno degli strumenti più efficaci di distruzione di un avversario dall’interno. La società sovietica e poi quella russa non sono riuscite a capire ciò che stava accadendo, così potente e “invisibile” era la manipolazione del corpo sociale. In realtà solamente oggi questi processi si scoprono e vengono dimostrati in maniera evidente, e come uno specchio gli eventi in Ucraina producono sulla società russa e su parte della sua élite un effetto chiarificatore.

    La sostanza del fenomeno dell’identità negativa consiste nell’accettazione da parte della società (a livello personale e di massa) di una propria cultura, storia, sistema sociale e statale legati esternamente a un’avversione critica. L’identità negativa forma un’immagine specifica e di contro acritica del mondo e delle forze esterne positive, producendo l’illusione di appartenere ad esse.

    L’opposizione al proprio gruppo si realizza tramite le contraddizioni sociali (di classe), culturali, religiose, nazionali ed etniche presenti nel corpo sociale, che si acuiscono e talvolta si costituiscono in modo artificioso attraverso l’identificazione negativa: e la vittima finisce per essere proprio l’aiutante volontario e devoto del proprio carneficie.

    L’identità negativa è una tecnologia virale di autodistruzione dall’interno della società e di conseguenza dello Stato, che si svolge nell’ambito della “mentalità”, come stabilito da Aleksandr Zinoviev. Fondamentalmente, la sfera della mentalità si può dividere in sviluppo, accumulo e immissione di un certo sistema di valori nella coscienza delle persone e nel coinvolgimento di esse in determinate azioni connesse con le loro idee.

    L’ambito della mentalità forma il rapporto delle persone verso i processi politici e sociali, che determina le loro azioni o la loro inazione nei momenti cruciali. L’aumento di complessità della società e poi il brusco salto in avanti nello sviluppo delle tecnologie di rete hanno portato alla perdita della tenuta ermetica dello Stato sulla sfera della mentalità e alla fine del monopolio su di essa.

    Negli ultimi anni di esistenza dell’URSS l’identità negativa si esprimeva come rifiuto, sbeffeggiamento e sfiducia verso l’ideologia, i valori e i simboli del Paese. Da quel momento la vittoria del mondo antisovietico era ormai prestabilita. Ma quel mondo antisovietico che avrebbe poi vinto si trasformò subito in mondo antirusso: mirarono al comunismo, ma centrarono la Russia, secondo le parole di Zinoviev.

  2. La storia la scrivono i vincitori ma gli storici seri sanno capire la verità.
    Dopo la guerra del Peloponneso la democrazia ateniese venne vista come un sistema tirannico che era stato giustamente condannato dalla storia, mentre l’ oligarchia spartana fu esaltata come il sistema migliore. Oggi, a 2500 anni di distanza, l’ opinione generale è che invece sarebbe stato meglio che la guerra del Peloponneso l’ avesse vinta Atene.
    Oggi, parallelamente, dopo il crollo dell’ Urss si dice che il comunismo era il sistema peggiore. Si continuano a elencare i crimini del comunismo e si occultano quelli del capitalismo. Il capitalismo è il sistema migliore perchè ha vinto. La logica vorrebbe invece che, vista la situazione del mondo di oggi, con miseria, razzismo, massacri, guerre, devastazione sociale e ambientale, ci si rendesse conto che la vittoria del capitalismo è stata la vittoria del sistema peggiore.

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