Francia e foulard
il diktat della laicità

L’11 ottobre 2010 il Parlamento francese – primo tra tutti i legislatori europei – emana una legge sulla “dissimulazione” del volto nello spazio pubblico. La formulazione, senza esplicito riferimento al velo integrale, è frutto di una laboriosa gestazione durata più di due anni. In origine c’è il cosiddetto caso di Madame M., una donna marocchina sposata a un francese, cui il giudice amministrativo ha negato la cittadinanza francese; e il 27 giugno 2008 il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza, perché, indossando il burqa, esperiva una pratica religiosa radicale in contrasto con i “valori” della comunità politica francese, in specie l’uguaglianza tra i sessi. Comincia così il “caso burqa”.

A settembre 2008 viene depositata una prima proposta di legge, in Parlamento, contro gli “attentati alla dignità femminile”. A gennaio 2009 si insedia una commissione parlamentare che, un anno dopo, concluderà i lavori  con un nulla di fatto, però avendo evidenziato due problemi inerenti il dibattito. Primo, la sproporzione tra il problema reale (cioè quanti veli integrali davvero si aggirano in Francia) e l’ampiezza e il clamore della discussione; secondo, l’impossibilità di menzionare esplicitamente il burqa nel quadro normativo vigente. Mentre in Parlamento cresce il numero dei progetti di legge depositati in materia, a gennaio 2010 il governo chiede un altro parere al Consiglio di Stato. Ma, se l’indirizzo dato da quest’ultimo, stavolta, invita a mantenersi entro i limiti dell’ordine pubblico e a non addentrarsi in questioni religiose o di libero arbitrio, il testo di legge governativo non ha seguito tale raccomandazione  e l’articolato normativo è tale che, benché il riferimento al velo integrale non sia esplicito,  è impossibile non capire che l’obiettivo della proibizione è il solo burqa.

Resta il fatto che la discussione ha fatto affiorare temi di grande interesse: dalla nuova declinazione del concetto (basilare in Francia) di “laicità” alla ridefinizione del rapporto fra “spazio pubblico” e religione.

 

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