Il welfare fai da te

Ripartire dal mutualismo. Sembra una ricetta d’antan, eppure, come mostrano i materiali raccolti in questo dossier, uno dei sentieri che la sinistra riformista può scegliere (e dovrebbe percorrere) coincide proprio con questa parola apparentemente antica.

Mutualità, come terza via rinnovata e plurima, tra lo Stato e il mercato, tra il socialismo e il liberalcapitalismo (e le forme, postmodernissime, in cui si sono reincarnate, e vengono variamente declinate, quelle categorie politiche ed economiche che ci accompagnano ormai da qualche secolo). Mutualità come spazio di azione riformista diretta per le espressioni organizzate della società civile, termine un po’ abusato, come noto, ma non ce ne viene uno migliore al riguardo, se non quello di “società incivilita”, per parafrasare il politico socialista Andrea Costa quando parlava dei compiti e della missione del movimento cooperativo.

Mutualità, dunque, come reciprocità e scambio di servizi, all’insegna di una filosofia di mutuo soccorso le cui radici stanno nella storia del movimento operaio e dei lavoratori del XIX secolo, capace di interessare, non a caso, e di intrigare il pensiero liberale di impianto progressista. In particolare, in quella Gran Bretagna ove il socialismo massimalista non ha mai davvero attecchito, e che continua a offrire spunti e indicazioni alla teoria politica del centrosinistra, e in questa nostra Italia, dove, per le alquanto peculiari modalità di Nation building e la presenza di uno Stato debole, l’auto-organizzazione sociale ha visto il coronamento di traguardi importanti di miglioramento delle condizioni di vita generale (e, specialmente, per l’elevazione del benessere di quelle che un tempo avremmo chiamato “classi subordinate”).

Michael Stephenson (segretario generale del Co-operative Party) ci racconta che il mutualismo ha ancora parecchio da dire alla sinistra, e ce lo dice anche, in un’intervista, uno che del tema se ne intende (visto che lo pratica quotidianamente), ovvero il presidente di Legacoop Emilia-Romagna (regione storicamente e idealtipicamente mutualistica). Così come fa Adam Lent (direttore di programma alla Rsa, la Royal Society for the encouragement of Arts, Manufactures and Commerce), che invita a intraprendere con decisione la via del mutualismo quale paradigma forte per servizi pubblici e imprese private; in buona sostanza, un modello per rifondare l’economia iniettandovi dosi significative di socialità (e, per così dire, di un “socialismo” che si tinge di sussidiarietà).

La spinta propulsiva della Big Society di David Cameron pare essersi esaurita, sotto il fardello delle promesse mancate e delle disillusioni in crescita esponenziale – a testimonianza di quanto di propagandistico, evidentemente, ci fosse nella teoria sociale dei New Tories e del cosiddetto Red Toryism. Ma se la “grande società” in salsa neoconservatrice è alle corde, e manifesta la sua dimensione primaria di formidabile trovata di comunicazione politica (e di “spin doctoring dottrinario”), comunque la si pensi, la sussidiarietà, nell’epoca della crisi fiscale dello Stato, rappresenta certamente un contributo importante al problem solving della ridefinizione di chi fa che cosa in campo sociale. Esistono delle resistenze in una parte della sinistra europea, principalmente francofona, come evidenzia l’intervista a Michel Wievorka – e pare di sentire l’eco di orientamenti e di una cultura, quella transalpina, nella quale la centralità, indiscutibile anche in età liquida e postmoderna, deve spettare all’État. Ma il mutualismo rimane un modo concretissimo, giustappunto, per sottrarre lo scettro della sussidiarietà alla Big Society cameroniana, idea che, al momento del suo lancio, va ricordato, aveva riscosso un notevole successo (confermando il perdurare del soft power di Londra, da un governo all’altro, sotto il profilo dell’elaborazione delle dottrine politiche). E ci offre un importante “compagno di strada” per fiancheggiare la costruzione di quel “capitalismo buono” (di cui abbiamo ancora più urgentemente bisogno dopo i guasti provocati della finanza neoliberista), sul quale ragiona uno studioso, ancora una volta britannico, che questi temi li maneggia magistralmente, Will Hutton.

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