Hijab, il burqa e l’Islam

Il significato del termine burqa è in Europa inequivoco: è il velo con cui alcune donne musulmane si coprono il viso. Come sinonimo di burqa si usa il termine niqāb. Burqa  niqāb sono percepiti come opposti al hiğāb, il foulard islamico che copre la testa, ma non il volto della donna. Nonostante l’iniziale riluttanza, il hiğāb è ormai accettato in Europa, dove è ora il burqa a essere preso di mira.

In arabo non esiste una netta opposizione tra burqa e niqāb, da un lato, e hiğāb, dall’altro.  Burqa e niqāb rappresentano piuttosto tipi o gradi di hiğāb: il hiğāb integrale, distinto dal hiğāb parziale. Inoltre, il termine hiğāb non indica un capo di abbigliamento preciso. Piuttosto sta a significare, da un lato, qualunque tipo di tenda o membrana che nasconde una persona o una cosa, dall’altro l’azione di velare, proteggere, o la condizione di essere velato o protetto. Sia l’azione, sia la condizione si riferiscono alle donne.

Il hiğāb nella letteratura islamica classica

Il hiğāb è l’obbligo fatto alle donne di coprire il corpo. L’intera teoria del hiğāb è fondata su cinque versetti coranici piuttosto vaghi e ambigui (XXIV, 30; XXIV, 31; XXXIII, 59; XXXIII, 53; XXXIII, 33). I giuristi ne danno interpretazioni divergenti.

Il discorso sul hiğāb è legato all’idea di cawra,  la “nudità” che non deve essere mostrata. La cawra femminile varia a seconda delle circostanze e del rapporto esistente tra la donna e la persona che potrebbe guardarla. Quanto più stretto è il rapporto, tanto più ridotte sono le parti del corpo da coprire. Soltanto in presenza di un estraneo, sorge la questione se il viso e le mani della donna siano da considerarsi cawra, e vadano quindi coperti.

I giuristi unanimi riconoscono che, durante la preghiera e nello stato di sacralizzazione per il pellegrinaggio, il viso e le mani  non costituiscono cawra ed è proibito coprirli. Fuori da questi due casi, soltanto gli hanbaliti ritengono che sia obbligatorio velarli. La maggioranza dei giuristi insegnano che coprirli non è obbligatorio, ma neppure proibito. In altri termini, il velo integrale è permesso.

Accanto alla cawra , esiste un’altra possibile ragione per obbligare la donna a coprirsi il viso: il timore della fitna. La fitna è la tentazione del fedele, che genera scandalo, disordine e divisione all’interno della comunità. Guardare il viso della donna può condurre alla fornicazione. Per evitare il disordine che ne deriverebbe, alcuni ritengono che sia obbligo dell’uomo abbassare lo sguardo, per non guardare il viso scoperto della donna, altri sostengono che sia obbligo della donna coprirsi il viso. 

Le regole dello Stato sul hiğāb in alcuni paesi non occidentali

Gli Stati hanno sempre dettato regole sull’abbigliamento, come dimostrano le leggi dell’Impero ottomano. Solo durante il XX secolo però le leggi si concentrano progressivamente sulla regolamentazione dell’abbigliamento femminile: la questione della donna, riassunta dal velo, diventa centrale nel discorso politico. Regolando il velo, lo Stato prende posizione su questioni estremamente diverse: la modernità, il colonialismo, l’imperialismo, l’occidentalizzazione, la tradizione e la religione e, più di recente, la globalizzazione e il terrorismo.

Si distinguono due fasi successive di regolamentazione statale del velo. La prima comprende le leggi della prima parte del XX secolo che introducono chiari divieti di indossare abiti a connotazione religiosa, e, tra gli altri, il velo.

La seconda fase è quella degli ultimi tre decenni. Le leggi riguardano esclusivamente il velo delle donne, di regola per bandirlo, con lo scopo di difendere le donne da “interpretazioni radicali devianti” dei precetti islamici, o per ragioni sanitarie o di sicurezza. In un numero limitato di casi il velo è invece reso obbligatorio dallo Stato, che così consacra il proprio ruolo di principale agente della re-islamizzazione.

Il hiğāb come atto relazionale

Il discorso religioso sul hiğāb è piuttosto chiaro nei suoi contenuti e principi, mentre le disposizioni adottate dagli Stati in materia di hiğāb riflettono opposte politiche in materia di genere, religione, sicurezza. Ancora più complesse sono le implicazioni del hiğāb, se si assume il punto di vista della donna e si considera l’esperienza che ogni singola donna fa velandosi, svelandosi o velandosi in modi meno coprenti e più alla moda.

Velarsi e svelarsi sono azioni eminentemente relazionali: le loro ragioni e i loro significati vanno cercati nel rapporto della donna con gli altri. La donna sola in una stanza non si vela; il pezzo di tessuto in sé è senza significato. Sono la presenza o l’assenza del velo sul viso della donna, insieme alla sua foggia, a parlare di genere, religione, politica, classe, etnicità, professione e moda alle persone che sono ricettive al discorso e che se ne sentono toccate.

L’atto di svelarsi compiuto dalla poetessa Qurrat al-cAyni nel 1848 segna l’uscita del babismo dall’islam. Ma togliersi il velo di solito non significa abbandono dell’islam: nessuno lo pensò quando Huda Sharawi, nel 1923 al Cairo si svelò il viso. Nei quarant’anni seguenti il velo progressivamente sparì quasi completamente dalle strade del Cairo, per poi tornare come atto di protesta politico e trasformarsi infine nell’attuale abito “normale”, che si indossa se non si decide consapevolmente di non farlo o se non si è una donna copta. Il velo è così oggi un segno di appartenenza religiosa, cosa che non era nel passato, quando le donne copte coprivano il volto esattamente come le donne musulmane.

Il hiğāb integrale cancella efficacemente la presenza femminile dagli spazi pubblici quando la maggioranza delle donne lo porta. Quando invece è raro, attira in modo drammatico l’attenzione visiva.

Negli anni ’80, prima della guerra, in Kuwayt, l’uso del hiğāb sotto forma di abaya conobbe un aumento, non come simbolo di fervore religioso, ma come segno di identità etnica, usata dai cittadini per segnare la propria distanza dagli stranieri immigrati.

In Iran, dove la copertura del capo è obbligatoria, il hiğāb integrale è portato principalmente dalle donne della minoranza araba perseguitata Ahwazi: esso parla non tanto di religione, quanto di un tipo di resistenza nazionale, linguistica e culturale all’oppressione intra-islamica.

Una preoccupazione, più o meno condivisa attraverso le diverse culture, è che il velo integrale possa facilitare reati o, più in generale, comportamenti illeciti. Ma mentre in Europa normalmente il niqāb crea allarme tra le persone, che tendono a considerare chi lo porta ostile e inaffidabile,  nelle società islamiche accade che le vittime di reati si rimproverino di aver abbassato la guardia di fronte alla persona con il niqāb, avendola considerata moralmente ineccepibile.

Nei paesi islamici c’è inoltre la preoccupazione che il velo integrale possa essere utilizzato dal maschio per aggirare il sistema di segregazione di genere di cui è esso stesso simbolo.  Più in generale, in quei paesi, il velo portato dall’uomo è considerato non soltanto un inganno e un sacrilegio, ma anche una vergogna e, attribuito a un nemico politico o imposto a un prigioniero, può trasformarsi in una efficace arma di propaganda o in un trattamento degradante.

Il hiğāb non ha un solo significato, ma  significati molteplici, mutevoli in relazione alle diverse culture. Esso po’ considerarsi una forma di comunicazione non verbale. Lo stesso può dirsi per l’assenza di velo, per l’indossare un velo meno rigoroso o per la decisione di toglierselo. Il significato del hiğāb, così come avviene nella maggior parte dei casi di comunicazione non verbale, è ambiguo, e in buona parte dipendente dal contesto e dal rapporto tra chi emette il messaggio e chi lo riceve. In ogni caso, il suo significato non è necessariamente o esclusivamente riferito alla religione. Si può dunque sostenere che l’atto di velarsi può essere di regola adeguatamente protetto a titolo di libertà di espressione. La stessa protezione si estenderebbe ovviamente al non essere velata, o alla decisione di togliersi il velo o di adottare una forma meno severa di velo.

Un simile approccio può aiutare a raffreddare la battaglia simbolica sui corpi delle donne, e a ridurre l’uso di violenza reale nei loro confronti. In quanto forma di espressione, qualsiasi scelta relativa al hiğāb merita uguale tutela, senza distinguere tra scelte più o meno “rispettabili”.

Infine il burqa, in quanto atto di comunicazione non verbale, può interferire o rendere difficoltosi altri tipi di comunicazioni verbali o non verbali. Ciò ha conseguenze particolarmente negative nello spazio pubblico, dove vengono assunte decisioni politiche e sono forniti i servizi pubblici. Al fine di permettere alle persone di partecipare in modo pieno a tale spazio, e in considerazione di pratiche generali ben stabilite, si possono ragionevolmente imporre limitazioni all’uso del burqa.

  1. bell’ articolo, molto chiaro ma ogni volta che leggo articoli sulle religioni e sulle loro maniacali ( ai miei occhi) prescrizioni rimpiango Voltaire:

    “se crediamo a delle assurdità, commetteremo delle atrocità”

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