La sconfitta di Bersani sottoposta al test di Machiavelli

L’articolo qui riprodotto esce anche su Polis, nel numero intitolato “Ripensare Il Principe di Machiavelli nell’età della globalizzazione” (sezione monotematica a cura di Severino Saccardi e Valdo Spini). Ringraziamo la direzione della rivista per aver concesso l’anticipazione.

Un esperimento azzardato

Per celebrare il cinquecentesimo anniversario del Principe di Machiavelli ho deciso di avventurarmi in un esperimento azzardato. Prenderò in prestito alcune parole chiave di Machiavelli per raccontare la battaglia fratricida per la conquista del Quirinale. La domanda a cui intendo rispondere con l’aiuto – «si far per dire» – di Machiavelli – è: perché il PD si è «schiantato» sul Colle e Pierluigi Bersani ha perso la leadership del partito? Sono consapevole dei pericoli a cui vado incontro: estrapolare alcune proposizioni machiavelliane fuori dal contesto in cui sono state formulate supera la soglia di arbitrarietà che i filologi e gli storici sono disposti a tollerare [1]. Eppure pochi mesi fa un grande studioso della vita e delle opere di Machiavelli, Maurizio Viroli, non ha esitato a pubblicare un piccolo volume divulgativo dedicato alle più attuali vicissitudini della politica italiana. Il titolo del libro è tutto un programma: Scegliere il Principe. I Consigli di Machiavelli al cittadino elettore [2]. «Rispetto ai tempi di Machiavelli – scrive Viroli nella sua introduzione – nella sostanza la politica non è cambiata di molto» [3]. Non mi sento di condividere un’affermazione così perentoria ed impegnativa. Tuttavia, celebrare Machiavelli senza qualche fantasioso riferimento all’attualità politica sarebbe far torto alla sua raffinata ironia: il fondatore della scienza politica moderna è anche l’inventore della Mandragola, artista e commediografo di straordinaria creatività.
Un’ultima avvertenza di carattere metodologico. Le pagine che seguono sono il frutto di libere associazioni di idee; le molteplici citazioni di brani di Machiavelli dovrebbero essere intese come spunti e suggestioni per gettare luce sul presente, insomma un esercizio di riflessione teorica per i lettori e niente di più.

Con il favore del «populo» o con quello «de’ grandi»?

Nel IX capitolo del Principe Machiavelli scrive: «(…) dico che si ascende a questo principato o con il favore del populo o con quello de grandi (…), colui che viene al principato con lo aiuto de’ grandi si mantiene con più difficoltà con quello che diventa con lo aiuto del popolo, da’ grandi inimici non solo debba temere di essere abbandonato, ma etiam temere che loro gli venghino contro» [4]. In questo passaggio Machiavelli indica i due fondamenti su cui si regge la leadership politica: o il consenso popolare o l’alleanza con i potenti di turno [5]. Machiavelli osserva che conservare il potere è più difficile per chi diventa leader con il sostegno de «grandi». Il popolo può solo abbandonare il leader, i potenti hanno i mezzi per combatterlo.
Proverò ad applicare questi elementi di teoria politica alla caduta di Pierluigi Bersani in seguito alla «disfatta» del Quirinale.
Seguendo lo schema interpretativo indicato da Machiavelli (la dicotomia del corpo politico tra popolo e grandi) procederò ad una sintetica cronistoria della legittimazione politica della leadership di Bersani come segretario del PD. In una prima fase, dal giorno della sua elezione il 7 novembre 2009 (per una curiosa ironia della sorte la data coincide con il 92° anniversario della rivoluzione d’ottobre) sino alla primavera del 2012, Bersani può contare su un largo sostegno tra i «grandi» del partito: i suoi sostenitori al congresso (Enrico Letta, Rosy Bindi e la maggioranza degli ex DS, Massimo D’Alema in primis), ma non solo questi. Egli intreccia, infatti, un solido patto di alleanza anche con la maggioranza dei suoi ex sfidanti (Dario Franceschini, Piero Fassino e gli altri dirigenti della corrente «Areadem»). Anche gli aderenti alla mozione di Ignazio Marino si disgregano e con il passare del tempo gli oppositori di Bersani (l’ex braccio destro di Veltroni Giorgio Tonini, lo sparuto gruppo liberal di Morando, gli amici di Fioroni, e pochi altri) si indeboliscono e si frammentano. Nella primavera del 2012, si apre, invece, una seconda fase, profondamente diversa. Lo scenario cambia per l’irruzione di un outsider fiorentino: Matteo Renzi. La sua strategia di combattimento si fonda su un incessante susseguirsi di assalti all’arma bianca contro i «grandi del partito». Il suo obiettivo dichiarato è mandare a casa i notabili del PD; non a caso egli coltiva l’immagine pubblica del «rottamatore» di vecchi leader. Renzi si muove con talento nell’universo mediatico-politico proponendosi come un ambizioso free rider che ama la competizione e le sfide. Alla sua personalità di giovane e temerario condottiero ben si attaglia un celebre passo di Machiavelli: «(…) qualunque volta è tolto agli uomini il combattere per necessità, combattono per ambizione; la quale è tanto potente ne’ petti umani, che mai, a qualunque grado si salgano, gli abbandona» [6].
Per Bersani la repentina popolarità di Renzi si presenta come un brusco cambiamento di scenario, uno di quegli eventi che Machiavelli è solito attribuire alla forza impetuosa della Fortuna con cui i leader prima o poi devono fare i conti. Per Bersani la sfida di Renzi rappresenta una minaccia «inedita», ma allo stesso tempo stesso una finestra di opportunità. Egli si trova di fronte al dilemma machiavelliano cui ho accennato all’inizio: rafforzare il legame con i «grandi» (rischiando, però di restarne prigioniero) oppure appellarsi al «populo» del PD, cercare l’investitura popolare e sfidare Renzi sul terreno delle primarie. In questo secondo caso Bersani deve mettere in conto la profonda irritazione «de’ grandi» del partito, sia perché vedono il sindaco di Firenze come il fumo negli occhi, sia perché il legame diretto di Bersani (e di Renzi) con il popolo del PD può minacciare il consenso degli ottimati nella base del partito ed incrinare le loro diramazioni di potere sul territorio.
I passaggi successivi sono noti. Il 14 luglio 2012, durante i lavori dell’assemblea nazionale del PD (altra curiosa coincidenza: è l’anniversario della presa della Bastiglia), Bersani annuncia la sua decisione di tenere le primarie entro la fine dell’anno. La sua è una decisione non facile, assunta – stando alle cronache giornalistiche – dopo giorni di solitaria meditazione. Da quel giorno tra Bersani e i «grandi» del partito scenderà il gelo; Rosy Bindi e Massimo D’Alema saranno gli alfieri di questa «freddezza».

Bersani, Renzi e la forza impetuosa della Fortuna

Come ho accennato nel paragrafo precedente, per Bersani l’assalto di Renzi al quartier generale del PD rappresenta il genere di accadimenti che Machiavelli attribuisce alla forza impetuosa della Fortuna. Ad essa è dedicato il XXV capitolo del Principe, che ha come sottotitolo «Quanto possa la Fortuna nelle cose umane, et in che modo se li abbia a resistere». Nella concezione di Machiavelli la Fortuna – per quanto dotata di una forza straordinaria – non è la dea onnipotente di Lucrezio né la Ministra divina di Dante – creatura beata e provvidenziale [7]. Per Machiavelli di fronte alla sorte avversa il principe non deve necessariamente arrendersi al destino. Egli scrive «E’ non mi è incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; non di manco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi» [8].
Per Niccolò Machiavelli l’azione politica conserva margini di manovra rispetto alla Fortuna, ma a due condizioni: a) che il leader sia «adatto» alle circostanze; b) che egli sappia cogliere il mutamento e l’occasione (oggi forse diremmo la finestra di opportunità). Egli scrive: «Credo, ancora, che sia felice (il principe, ndr) quello che riscontra el modo del procedere suo con la qualità de’ tempi; e similmente sia infelice quello che con il procedere suosi discordano e’ tempi».
Con la sua decisione di scegliere il campo aperto delle primarie, Pierluigi Bersani dimostra di avere intuito che i tempi stanno cambiando e che una nuova stagione politica si sta aprendo all’interno e soprattutto all’esterno dei perimetri del suo partito. D’altronde, aggrappandosi alle regole vigenti dello statuto ed opponendosi alle primarie (come gli suggerivano i «grandi») egli si sarebbe probabilmente esposto a rischi maggiori. La scelta di Bersani è comunque premiata dal popolo del PD. Il 2 dicembre 2012 egli si aggiudica le primarie con il 60 % dei consensi, mentre il suo combattivo contendente, Matteo Renzi raggiunge la soglia del 39, 3%, risultato ragguardevole per chi corre come free rider. Sulle complesse implicazioni di questi dati tornerò nei prossimi paragrafi.

Non fare conto, nella bonaccia, della tempesta

La decisione pro primarie compiuta da Bersani il 14 luglio 2012 parrebbe dimostrare che egli, privilegiando il suo «populo», ha scelto la via difficile e virtuosa. Scrive Machiavelli nel VI capitolo del Principe: «Quelli e quali per vie virtuose, simili a costoro, diventono principi, acquistono el principato con difficultà, ma con facilità lo tengono» e subito dopo aggiunge «E debbasi considerare come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. (…) Donde nasce che qualunque volta quelli che sono nimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente; in modo che insieme con loro si periclita».
Il riferimento all’introduzione di «nuovi ordini» è pertinente quanto meno per quanto riguarda il PD. Il duello Renzi/Bersani è senza precedenti. Le primarie di Prodi e di Veltroni rappresentarono una legittimazione popolare di una leadership non contendibile, o meglio predeterminata (i grandi del partito si erano già messi d’accordo). E nel 2009 – per quanto più competitive delle precedenti – le primarie tra Bersani e Franceschini non sono paragonabili a quelle di Bersani con Renzi. L’offensiva lanciata dal sindaco di Firenze è una sfida a 360 gradi: alla premiership di Bersani, all’intero vertice del PD, allo stesso modo di essere del partito.
La vittoria alle primarie, per quanto conditio sine qua non, rappresenta tuttavia soltanto la prima battaglia nella lunga marcia di Bersani verso Palazzo Chigi. Egli ha vinto le primarie del «popolo del PD», nel cerchio relativamente ristretto dei sui elettori più affezionati. Ma il segretario deve ancora vincere la battaglia finale: le elezioni politiche del popolo italiano.
Dopo le primarie la vittoria del centro sinistra pare a portata di mano: i sondaggi danno il PD in costante crescita, gli editorialisti elogiano il pragmatismo di Bersani, i militanti ed i simpatizzanti sono fieri delle primarie (saranno estese anche alla scelta dei parlamentari) perché rappresentano un modo di ridare la parola ai cittadini. Nell’universo del centro sinistra le aspettative di conquistare Palazzo Chigi sono altissime e nessuno si aspetta l’arrivo della tempesta. Per Machiavelli non c’è niente di cui sorprendersi. Nel XXIV capitolo del Principe egli scrive: «E’ comune defetto degli uomini, non fare conto, nella bonaccia, della tempesta». Questa frase esprime con magistrale efficacia l’aria che si respira nel centrosinistra alla vigilia delle elezioni politiche.
Non c’è qui lo spazio per scavare nelle mille ragioni che hanno prodotto una percezione che dopo poche settimane si rileverà clamorosamente errata, ma un indizio premonitore di «tempesta» era già presente nel risultato delle primarie. Come ho già ricordato, Matteo Renzi – nella sua corsa solitaria – ottiene il 35,5 al primo turno ed il 39, 3 % al ballottaggio. Raggiunge, inoltre, performance eccellenti nelle regioni rosse ed in alcune aree del Nord. Chi si poteva aspettare che il capo di Palazzo Vecchio risultasse vincitore in Toscana, regione solidamente ancorata a sinistra e per giunta da sempre avversaria di Firenze? Se si considera che egli ha avuto contro il 98% dei segretari regionali e provinciali del PD si può concludere: a) quella di Renzi non è una sconfitta, ma un brillante successo; b) qualcosa di profondo non funziona nel partito. I dirigenti territoriali del PD sono ben sintonizzati – per citare ancora Machiavelli – su «gli umori de’grandi», ma non su «gli umori del populo».
Ma al di là dei dati quantitativi è l’impatto esterno al PD che viene trascurato. L’opinione pubblica ha vissuto le primarie come un dato di forte polarizzazione, quasi come se si combattessero due partiti diversi: il PD di Bersani ed il PD di Renzi. I piani alti del PD hanno trascurato la carica innovativa che Renzi aveva trasmesso girando l’Italia (non interessa qui discutere se e quanto genuina). Viene in mente un’altra celeberrima frase di Machiavelli (XV capitolo del Principe) – evidentemente ignota al gruppo dirigente del PD: «Egli è tanto discosto da come si vive a come si doverebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverebbe fare impara piuttosto la ruina che la preservazione sua». La realtà – compresa la realtà delle percezioni collettive – è quella che è. Conta ciò che la gente sente non quello che «dovrebbe sentire». La verità è che, per la grande maggioranza degli italiani, Bersani rappresenta la «vecchia» politica, Renzi la politica «nuova».
Mentre l’entourage di Bersani ed i maggiorenti del partito discutono (e litigano), su come maneggiare il fenomeno Renzi, un’altra e ben più pericolosa minaccia è sul punto di insidiare i confini dello spazio politico-elettorale del PD. Il «nemico interno» Renzi è una «pagliuzza» rispetto alla «trave» dal «nemico esterno» Beppe Grillo. Ma i conflitti intestini oscurano la vista ed impediscono di difendersi dalla minaccia esterna. In un passo de Gli Spiriti Beati Machiavelli scrive: «Tant’è grande la sete di guastar quel paese ch’a tutto il mondo diè le leggi in pria che voi non v’accorgete che le vostre contese a li nimici vostri aprin la via. Il signor di Turchia aguzza l’armi, e tutto par ch’avvampi per inundar i vostri dolci campi» [9].
Se nel PD – all’inizio della campagna elettorale – qualcuno avesse compreso quanto «le contese (interne ndr) a li nimici aprin la via» si sarebbero potute almeno tentare urgenti contromisure. Ho già accennato al fatto che per Machiavelli l’azione politica non deve necessariamente arrendersi alla Fortuna. Nel XXV capitolo del Principe egli paragona la Fortuna «(…) a uno di questi fiumi rovinosi che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano gli alberi e gli edifizii, lievano da questa parte terreno, pongono da quell’altra». Ma subito si preoccupa di precisare: «Similmente interviene della fortuna: la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta e sua impeti dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla. Non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti e con ripari e argini, in modo che crescendo poi, o egli andrebbano per uno canale, o l’impeto loro non sarebbe né sí licenzioso né sí dannoso».
E’ troppo tardi per costruire «argini» solidi, ma forse una «diarchia di emergenza» del PD (una co-gestione del partito a mezzadria tra Renzi e Bersani) avrebbe potuto almeno costituire un «riparo» di emergenza per contenere l’imminente tempesta. La campagna elettorale, invece, si trascina stanca come se si vivesse in «tempi quieti» ed il PD navigasse in acque tranquille. Il sindaco di Firenze partecipa ad alcune iniziative elettorali del partito, ma con l’aria del «separato in casa», continua peraltro a snobbare la direzione nazionale. Bersani dal canto suo non fa grandi concessioni al rivale, controlla in prima persona tutta la macchina organizzativa del partito e guida la comunicazione politica. Bersani conosce i propri limiti in materia di comunicazione, limiti sui quali, per inciso, Crozza ha costruito gran parte delle sue prime fortune televisive. È inoltre consapevole che in una società dominata dal potere mediatico, un efficace strategia di comunicazione pubblica è condizione imprescindibile per vincere le elezioni. La domanda (cattiva) è: perché in vista di una campagna elettorale così importante Bersani e i suoi collaboratori non si preoccupano di attrezzare il partito in modo adeguato?

Il principe e la «elezione de’ ministri»

Per spiegare perché Bersani sottovaluta l’importanza cruciale della comunicazione politica azzardo una ipotesi. Il leader del PD – che pure ha dimestichezza con la filosofia politica – deve essersi scordato quanto scrive Machiavelli nel XXII capitolo de Il Principe: «Non è di poca importanzia a uno principe la elezione de’ ministri: li quali sono buoni o no, secondo la prudenzia del principe. E la prima coniettura che si fa del cervello d’uno signore, è vedere li uomini che lui ha d’intorno; e quando sono sufficienti e fedeli, sempre si può reputarlo savio, perché ha saputo conoscerli sufficienti e mantenerli fideli. Ma, quando sieno altrimenti, sempre si può fare non buono iudizio di lui; perché el primo errore che fa, lo fa in questa elezione».
Non ci sono motivi per dubitare della fedeltà dei collaboratori di Bersani; ma è più che lecito dubitare della loro «sufficienza». Non dimostrano, infatti, le competenze adeguate per gestire una campagna elettorale decente e neppure le capacità che necessitano al principe per relazionarsi con la Fortuna (e combatterla quando gli accadimenti lo richiedano).

L’ estrema malignità di fortuna

All’indomani del voto – senza neppure avere il tempo di riflettere sugli errori commessi – Bersani si trova a fronteggiare una situazione incredibilmente complicata e sfavorevole, come raramente accade nelle vicende politiche. È una condizione che Machiavelli, nel VII capitolo del Principe, riassume nella formula «straordinaria e estrema malignità di fortuna». Il segretario fiorentino conia questa espressione per indicare le avversità che colpiscono il Valentino in una fase decisiva per il suo futuro politico (la morte del padre, il papa Alessandro VI ed una grave malattia che colpisce il Valentino). Della malattia Machiavelli parla in prima persona come testimone diretto: «E lui mi disse (…) che aveva pensato a ciò che potessi nascere, morendo el padre, et a tutto aveva trovato remedio, eccetto che non pensò mai, in su la sua morte, di stare ancora lui per morire».
Bersani si trova ad affrontare una situazione politica post elettorale straordinaria, caratterizzata da uno stallo totale, come mai era accaduto dal dopoguerra. Il popolo del PD è incredulo, con il morale sottoterra. L’esito del voto assume anche i contorni di una paradossale beffa della Fortuna. Di solito, di fronte ad un insuccesso elettorale, un partito va all’opposizione ed il suo leader si dimette, ma in questo caso non è possibile. Bersani non ha raggiunto la maggioranza per governare, ma il PD ha eletto un gran numero di parlamentari e, anche se lo volesse, non può andare all’opposizione. Come se tutto ciò non bastasse il Presidente della Repubblica è al termine del suo mandato e non ha il potere di sciogliere le camere.
Bersani appare accerchiato da tutti i lati: ha la spina nel fianco di Grillo, il dovere di governare pesa come un macigno, Berlusconi è rientrato da protagonista nel gioco politico. I commentatori stranieri definiscono il risultato delle elezioni italiane una «tempesta perfetta». Inoltre siamo alla vigilia dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica – che da sempre in Italia è fonte di gravi perturbazioni tra i partiti e nei partiti. Tutto questo nel bel mezzo della più grave depressione economica dal dopoguerra ad oggi. L’Italia del dopo voto è in balia delle onde e alto è il rischio di deriva. Per descrivere la gravità dei pericoli a cui va incontro il paese possiamo – ancora una volta – far ricorso ad una fulminante metafora coniata da Niccolò Machiavelli nel XXV capitolo del Principe: «E se voi considerrete l’Italia (…) vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo».

Benefizii nuovi e iniurie vecchie

E’ a Bersani che tocca sbrogliare una matassa così ingarbugliata. Il primo compito che si assegna è cercare una soluzione di governo con il movimento di Grillo; lo adempie con ostinazione prolungata (e qualche danno collaterale per la sua immagine pubblica in streaming). È difficile dar torto alla sua ostinazione, come dimostra il cedimento di Grillo alle successive elezioni amministrative di maggio. A tutti gli italiani deve risultare chiaro che se il tentativo di Bersani fallisce è perché i seguaci di Grillo in parlamento non intendono assicurare la governabilità del paese, sono loro che «uccidono» l’unica speranza a cui si aggrappa il popolo del PD. Parallelamente Bersani si muove alla ricerca di una soluzione «condivisa» per la Presidenza della Repubblica. È nell’impostare questa partita che il leader PD compie l’errore fatale che gli costerà la segreteria del partito.
Per inquadrare meglio l’errore fatale del segretario del PD ci viene ancora una volta in soccorso Machiavelli. Nel VII capitolo del Principe egli attribuisce la caduta del Valentino alla combinazione di due fattori. Il primo è l’«estrema malignità di fortuna», la condizione oggettiva che ho illustrato nel paragrafo precedente. Il secondo, di carattere soggettivo, è un errore politico compiuto dal Duca stesso. Di che errore si tratta? L’aver favorito l’elezione al soglio pontificio di Giulio II Della Rovere, avversario storico di suo padre, Alessandro VI. Scrive Machiavelli (Il Principe Cap. VII): «Solamente si può accusarlo (il Duca, ndr) nella creazione di Iulio II, nella quale egli ebbe mala elezione; perchè, come è detto, non potendo fare un Papa a suo modo, poteva tenere, che uno non fusse Papa; e non dovea acconsentire mai al Papato di quelli Cardinali, che lui avesse offesi, o che diventati Pontefici avessino ad avere paura di lui. Perché gli uomini offendono o per paura, o per odio (…) E chi crede che ne’ personaggi grandi e’ benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s’inganna. Errò, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione dell’ultima ruina sua».
Da queste vicende Machiavelli trae due conseguenze: a) sbaglia chi pensa che i grandi si dimentichino le offese ricevute in passato anche quando sono promossi ai più alti incarichi; b) il Duca Valentino non doveva in alcun modo consentire l’elezione a Papa di qualunque cardinale a lui potenzialmente ostile, a prescindere dal fatto che l’ostilità derivi da motivi di paura o da ragione di odio. I conflitti che esplodono all’interno delle élites appaiono spesso sottili, talora persino impalpabili, ma possono risultare feroci e pieni di rancore. Il tono assertivo di Machiavelli (forse indispettito dall’ingenuità commessa dal suo leader preferito) non deve trarre in inganno. Egli non intende descrivere la politica come una guerra permanente di tutti contro tutti, ma semplicemente affermare che tra i «grandi» possono esplodere conflitti di asprezza inusitata e che il principe (o l’aspirante principe) deve essere preparato ad affrontare simili eventualità.
Questo rischio è totalmente ignorato da Bersani quando è chiamato a indicare il candidato per il Quirinale. Dalle segrete stanze del PD e dalle prime indiscrezioni giornalistiche circolano, infatti, tre nomi a cui Bersani – per dirla con Machiavelli «non dovea acconsentire mai». Mi riferisco a Sergio Marini, ad Anna Finocchiaro e a Massimo D’Alema. Perché sarebbe stato più saggio escluderli sin dall’inizio? A tutti e tre non mancano certo competenza, saggezza e grande esperienza per ricoprire la massima carica dello Stato; sui loro nomi si può anche realizzare un’ampia condivisione parlamentare. Il problema di cui Bersani sembra non rendersi conto è che tutti e tre hanno lo stesso punto debole: sono tre «grandi» del partito. Il popolo del PD li percepisce su un piano di sostanziale parità in termini di valore. In altre parole si equivalgono e si assomigliano troppo. Perché Marini e non la Finocchiaro? Perché la Finocchiaro e non D’Alema? Perché D’Alema e non Marini? Chi frequenta i circoli del PD e i bar delle case del popolo si ricorderà che già nel Marzo 2013 i militanti si ponevano queste domande leggendo i loro nomi sui giornali. C’era chi tesseva le lodi di Franco Marini come l’espressione migliore del sindacalismo cattolico, altri erano attratti dall’idea della Finocchiaro come la prima donna al Quirinale, altri ancora tifavano D’Alema ricordando il suo ruolo nell’Internazionale socialista e la sua esperienza alla Farnesina.
A loro modo tutti avevano ragione, ma nella difficilissima situazione in cui si trova il PD dopo i risultati elettorali scegliere un «grande» rispetto ad un altro era mossa quantomeno imprudente. C’era il rischio di innescare involontariamente un conflitto intestino dagli esiti imprevedibili, cosa che si è puntualmente verificata. A Bersani è mancata la «prudentia» di Machiavelli [10] (intesa come capacità di adattamento alle situazioni) o forse – come a tutti può capitare – egli non ha seguito alla lettera le istruzioni di Francesco Guicciardini «(…) è grandissima prudenza avvertire e pesare bene ogni cosa benché minima» [11].

Il centrosinistra non studia Gramsci e Machiavelli

Tuttavia la disfatta del PD nella battaglia del Quirinale non è solo il risultato di una cattiva gestione, come molti hanno sostenuto [12]. Errori tattici ci sono stati, ma ciò che è accaduto dimostra qualcosa di più profondo: un grave deficit di cultura strategica non solo da parte di Pierluigi Bersani, ma dell’intero gruppo dirigente del PD. Aveva visto giusto chi aveva proposto una strategia più realistica per il Quirinale: cercare una personalità meno legata alla vita di partito e ai suoi complessi equilibri interni. Ma si sa, il realismo politico non è di moda nel centro sinistra, che non studia più né Gramsci né Machiavelli.
Il modo migliore per concludere questo articolo è citare le celebri parole con cui Machiavelli inaugura una nuova etica della conoscenza, contrapponendosi alla retorica del «dover essere» che per secoli aveva dominato la scena: «Sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla imaginazione di essa» [13]. A cinquecento anni di distanza, pochi si interessano alla ricerca della verità effettuale. Il «dover essere» con tutte le sue doppiezze domina ancora la scena, specie a sinistra; ma non si esprime più nei dogmi e nelle credenze di un tempo, si nasconde nelle forme più subdole e sofisticate del linguaggio «politicamente corretto» [14]. Questo è il messaggio di fondo che voglio trasmettere: i numerosi riferimenti a Bersani, al PD, al Quirinale sono essenzialmente pretesti per spiegare perché di Machiavelli abbiamo ancora bisogno.

Marco Mayer insegna geografia politica e politica internazionale all’Università di Firenze. E’ inoltre docente al Master Europeo in Human Rights and Genocide Studies promosso congiuntamente dall’ Università di Siena,  dal Kingston College di Londra,  dal Collegium Civitas di Varsavia e da Universität Viadrina di Francoforte.

 

 

Note

[1] Sull’uso strumentale di Machiavelli rispetto all’attualità politica rinvio alla bella intervista di Gennaro Sasso a cura della redazione «Micro Mega», Politica e conflitto in Machiavelli:

[2] M. Viroli, Scegliere il principe. I consigli di Machiavelli al cittadino elettore, Laterza, Roma-Bari 2013.

[3] Ibidem, p. 5

[4] In questo articolo tutte le citazioni da Il Principe di Niccolò Machiavelli sono tratte dall’edizione (a cura di Gennaro Sasso), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1963.

[5] Nella presentazione delle numerose trasmissioni radiofoniche dedicate da RAI3 alle celebrazioni del cinque centenario della redazione de Il Principe si legge: «I primi mesi della nuova legislatura non potranno eludere una questione che animò Il Principe di Niccolò Machiavelli; per “ascendere al principato” e prendere le redini del governo è necessario “il favore del popolo o quello dei grandi”?

[6] Questo brano è tratto da N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro I, Cap. XXXVII, BUR RCS, 2010, p.139.

[7] Vedasi in proposito, nel Vocabolario online della Treccani.it: «1. Propriam., nome di un’antica divinità romana, personificazione della forza che guida e avvicenda i destini degli uomini, ai quali distribuisce ciecamente felicità, benessere, ricchezza, oppure infelicità e sventura: la dea Fortuna; il tempio della Fortuna. Concepita e rappresentata variamente nella letteratura e nell’arte (Dante, per es., nel c. VII dell’Inf., l’immaginò come un’intelligenza celeste ordinata da Dio quale «general ministra e duce» dei beni mondani, beata nel cielo dove «con l’altre prime creature lieta Volve sua spera»; il Machiavelli invece la riportò sulla Terra, sottomettendola, ma come potenza astratta, alla volontà dell’uomo: «la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla», cap. XXV del Principe), è rimasta anche nella fantasia popolare come un essere soprannaturale a cui si attribuisce il merito o la colpa di avvenimenti inaspettati e di improvvisi mutamenti di stato, raffigurata come una giovane donna bendata, con un piede su una ruota, simbolo della sua instabilità; e di questa personificazione rimane traccia in molte locuzioni del linguaggio comune: la f. è cieca; la ruota della f.; prendersela con la f.; essere perseguitato dalla f.; la f. gli ha arriso; la f. volle che …; la f. t’aiuti; la f. ci assista; affidarsi alla f., ecc. E così nell’immaginazione poetica: Voi cui f. ha posto in mano il freno de le belle contrade (Petrarca); a noi Morte apparecchi riposato albergo, ove una volta la f. cessi Dalle vendette (Foscolo)».

[8] Come ha sottolineato Luciano Canfora, non solo è colui che si affida totalmente alla fortuna che rischia di «ruinare», ma per Machiavelli il libero arbitrio è l’antidoto all’immobilismo di chi rinvia alla sovrannaturale incontrollabile forza della fortuna ogni spiegazione e dinamica degli eventi umani. Vedasi anche L. Canfora, Noi e gli antichi: Perché lo studio dei Greci e dei Romani giova all’intelligenza dei moderni, BUR, RCS, 2012.

[9] N. Machiavelli, per un approfondimento critico si rimanda a N. Machiavelli, Tutte le opere (a cura di M. Martelli), Sansoni Editore, Firenze 1971.

[10] «Machiavelli – scrive Giulio Ferrosi – non può prescindere dal rinvio a una soggettività ordinante, all’individuo “prudente”, che deve mettere in campo la sua “saviezza” per contrastare gli inconvenienti continui che si pongono nel rapporto con la realtà esterna, con le mutazioni della fortuna e dei tempi, con l’ostilità di chi si muove su fronti opposti, con quanto di “altro”, di non immediatamente controllabile si dà sulla scena del mondo».

[11] F. Guicciardini, Ricordi (82), Einaudi.

[12] Lo scontro intestino al Partito Democratico sul Quirinale ripropone, tra l’altro, l’endemico conflitto tra fazioni di parte guelfa. Mi riferisco all’area dei cosiddetti cattolici “adulti” (i sostenitori di Romano Prodi e quelli di Franco Marini). Non a caso sulla sponda opposta dello schieramento cattolico il 19 aprile 2013 Riccardo Cascioli su “La nuova Bussola quotidiana” commenta a caldo: “Quelli che ancora in questi giorni vengono presentati come cattolici – vedi Marini e Prodi – non sono altro che residuati di un’altra epoca, peraltro appartenenti alla schiera degli “adulti”, ovvero di quelli che la fede è una cosa privata, in politica pensiamo come gli altri”.

[13] “Tra gli studiosi nessuno nega la portata della rivoluzione metodologica innescata da Machiavelli, al di là delle sue intenzioni. Quando scrive “mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla imaginazione di essa”egli rompe il monopolio plurisecolare del “dover essere” e vi contrappone la cultura dell’esperienza, il ragionamento analitico, il metodo comparativo. Il paradosso è che rispetto alla vulgata della sua presunta amoralità Machiavelli getta i semi di una nuova etica della conoscenza” M. Mayer, “Da piazza Signoria a piazza Macchiavelli?” e anche Dedichiamo a Machiavelli piazza della Signoria.

[14] Non c’ è dubbio che l’esperienza ed il pensiero di Machiavelli è estranea (e come potrebbe essere diversamente? ) al tema dei diritti individuali che caratterizza la società contemporanea (L’età dei diritti per dirla con Bobbio). Ma la sofisticata architettura dello Stato di diritto non si appoggia sulla sabbia, essa si regge sulle solide fondamenta dello Stato moderno (monopolio della forza e del prelievo fiscale, gerarchie istituzionali, mediazione dei conflitti tra gruppi sociali, gestione delle dinamiche di potere). Questi aspetti restano elementi fondanti della politica contemporanea che il linguaggio politicamente corretto sistematicamente ed ipocritamente ignora. Per quanto riguarda il rapporto libertà, sicurezza e poteri sovrani nell’era della globalizzazione rinvio a “Globalizzazione immaginaria, le sirene del pensiero analogico”, pag.13-15.

  1. Credo, gentile professore, che sia “grandissima prudenza avvertire e pesare bene ogni cosa benché minima” anche quando si esprime un giudizio, specie quando lo si fa in modo sprezzante come ha fatto lei con il suo articolo. Infatti, tentare di discernere quanto accaduto alla luce delle categorie machiavelliane di ‘grandi’ e ‘popolo’, sebbene sia un esercizio intellettuale allettante, non mi sembra abbia portato, sotto il profilo analitico, ad alcuna interpretazione credibile della recente vicenda politica. Prima questione: le primarie. Bersani è stato costretto a confrontarsi con Renzi, perché, ‘scappando’, avrebbe rimediato una figuraccia in termini politici. Sarebbe stata una dimostrazione di debolezza. L’affrancamento dai ‘grandi’ era una delle opportunità che avrebbe colto, ma non il motivo della decisione. Seconda questione: In cosa consiste la popolarità di Rodotà? Rodotà non è un ‘grande’? Non lo è solo perché è uscito (sdegnosamente) dal giro (esattamente nel momento in cui, credo nel ’91, il PDS preferì candidare Napolitano e non lui alla presidenza della Camera)? Rodotà (grande intellettuale, forse, ma politico rancoroso, senza dubbio) si è fatto usare come grimaldello contro il PD. La sua elezione alla presidenza della repubblica non avrebbe favorito in nessun modo la formazione del governo del PD con i cinque stelle. Questo è chiaro, non solo perché Grillo lo ha dichiarato espressamente, ma anche perché l’identità di questo movimento è costruita come antitesi del sistema politico-partitico. Le parole ‘alleanza’, ‘convergenza’, ‘intesa’ non sono nel suo vocabolario. Anche Bersani ne era consapevole. Il tentativo che fece era rivolto a sollecitare l’uscita di qualche senatore dal gruppo M5S e nello stesso tempo mostrare (forse maldestramente, lo riconosco) alla parte di sinistra dell’elettorato del movimento grillino che tutti i tentativi di evitare il governo con Berlusconi erano stati compiuti. Non c’è virtù che tenga. A volte le cose si mettono in modo tale che è difficile piegarle al nostro volere. Non è un problema di tattica o strategia. Il problema è il declino inevitabile della nostra repubblica. È il “corso” delle cose. Questa, secondo me, è la lente machiavelliana attraverso cui leggere gli eventi delle repubbliche, compresa evidentemente la nostra.

  2. Devo fare un’aggiunta che chiarisca ulteriormente il mio pensiero:
    scegliere una figura come Marini (o come Napolitano), avrebbe significato ipso-facto scegliere un’alleanza con Berlusconi per il governo, cosa assolutamente invisa al popolo del PD. Questo perché la condizione di Grillo era chiara. Dire di no a quella condizione, peraltro accettabilissima, dal momento che il suo candidato era addirittura un ex-presidente del PDS (e che Prodi era nella lista dei candidati grillini), era già di per sé una decisione per il governo, decisione che poi ha reso sempre più forte la candidatura di Renzi alla potrona di segretario. Se Bersani non l’ha capito, non posso che condividere la tesi dell’articolo sull’impreparazione tattica dell’allora dirigenza PD.

  3. I presupposti dell’articolo sono ottimi, ma a mio avviso la conclusione ha un punto debole: l’errore politico di Bersani non è stato scegliere 3 candidati simili, ma 3 candidati altamente impopolari. Davanti alla scelta tra Rodotà (el polulo) e i 3 impresentabili, ha scelto “i potenti”. La scelta di Rodotà o l’insistenza su Prodi avrebbero probabilmente spaccato il parlamento piddino (si vedano i famosi 101), ma compattato il popolo del centro-sinistra dietro alla figura di Bersani, proprio mentre Renzi professava che si sarebbe dovuto fare un accordo con Berlusconi. Insomma l’idea del doppio binario era una follia perché non teneva presente che il M5S non avrebbe mai potuto accettarla e che era molto più compatto del PD. Era un’idea che andava più “drieto alla imaginazione della cosa, che alla della verità effettuale di essa”.

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