Siria: via Assad, ma per ora no

Il Corriere della sera: “Agguato al cooperante italiano. L’Isis: abbiamo ucciso un crociato”. “Veterinario, 51 anni, lavorava per una Ong cristiana”.
Il titolo più grande: “Obama-Putin, dialogo dopo il gelo. Dalle accuse del pomeriggio al brindisi e alla trattativa nella notte. Kerry: incontro costruttivo”. “Il leader russo: missioni militari comuni contro l’Isis. Ma restano le distanze su Assad”.
“Il tocco magico che l’Onu non può avere” è il titolo dell’editoriale di Angelo Panebianco.
A fondo pagina si parla di economia: “Tassa sulla casa, scontro con la Ue. La protesta di Renzi”.

La Repubblica: “Obama-Putin, si tratta sulla Siria. Cooperante italiano ucciso dall’Is”, “All’Onu summit tra i leader. Barack: non aiuteremo Assad. La Russia: pronti a missioni comuni”.
“Tre colpi di pistola a Dacca, la nuova frontiera del Jihad” è il titolo che il quotidiano dedica proprio all’uccisione di Cesare Tavella, di cui pubblica in prima la foto.
A centro pagina: “Il Papa gela il sindaco di Roma: ‘Mai invitato Marino negli Usa’”. (“Uno stalker a Filadelfia” è il titolo di un commento di Francesco Merlo).
E, rimandando alle pagine dell’Economia: “Stop di Bruxelles al taglio dell’Imu, Renzi: sul fisco decidiamo noi”.

La Stampa: “Faccia a faccia Obama-Putin. Intesa sui negoziati di pace”, “Il leader russo: ‘Potremmo partecipare ai raid contro l’Isis’”, “Da ottobre colloqui con Iran, Arabia saudita, Egitto e Turchia. Nessun accordo sul ruolo di Assad”.
E poi il titolo su quanto accaduto in Bangladesh: “Cooperante italiano ucciso. L’Isis rivendica: siamo stati noi”, “Agguato a Dacca: il project manager colpito da una raffica di spari mentre faceva jogging”.
A centro pagina: “Su Marte scorrono fiumi d’acqua”, “La Nasa: abbiamo trovato le prove. Gli scienziati: ‘Possibile che ci sia anche vita’”.

Il Manifesto: “Sulla via di Damasco”, “Svolta siriana al Palazzo di vetro e nel vertice Obama-Putin: dopo quattro anni di guerra civile alla quale, per procura, ha partecipato l’Occidente, ora contro l’Isis il presidente Usa ‘vuole lavorare’ con Mosca. Che già avvia la coalizione con Iran e Iraq. Francia isolata e criticata per i raid”.
Più in basso: “Renzi e la Ue litigano sui tagli alla casa”.
A centro pagina, foto di Pietro Ingrao: “Ingrao addio, una sfida coraggiosa lunga cento anni”.
Con un intervento di Luciana Castellina: “La nostra tribù, mai una corrente”.

Il Fatto: “Tritolo a Palermo, Di Matteo: ‘Ho una brutta sensazione’”, “Lo sfogo del magistrato, mentre gli investigatori danno la caccia a un ordigno di 200 chili e attorno a lui il silenzio si fa sempre più allarmante. Intanto comincia a collaborare con la giustizia il pescatore che procurò il materiale per far saltare in aria Falcone, la moglie e la scorta a Capaci”.
Più in basso: “Mattarella tiene lontano De Luca. La Rai vuol portarlo in tribunale”, “’Tv camorrista’. Il Presidente evita il governatore che minaccia i giornalisti”, “Dopo gli attacchi a Gabanelli e Iacona dell’ex sindaco di Salerno, a Napoli il capo dello Stato lo ignora. Viale Mazzini: ‘Offese inaccettabili, pronti ad azioni legali’. In serata si svegli anche il vertice Pd. Guerini: ‘Parole sbagliate’”.
Poi, sul caso del sindaco di Roma a Filadelfia: “Francesco scarica Marino: ‘In Usa non l’ho invitato io’”.

Il Giornale: “Il Papa licenzia Marino. Figuraccia planetaria”. “Francesco sbugiarda il sindaco: ‘Lui in America? Nessuno l’ha invitato!’. Teme il disastro Giubileo”. E poi: “Rivolta Pd contro Verdini: via dal nostro giardino”.
A centro pagina: “L’Isis ammazza il primo italiano. Un cooperante giustiziato per strada in Bangladesh. I jihadisti: ucciso un crociato”. “E all’Onu sulla Siria Putin batte Obama”.
A fondo pagina: “La vendetta degli africani ‘razzisti’: Salvini non entra. Negato il visto d’ingresso in Nigeria”.

Il Sole 24 ore: “Volkswagen, indagato l’ex Ceo. Il titolo rolla ancora in Borsa”. “Le azioni perdono un altro 7,5 per cento, coinvolta anche l’Audi”. “Winterkorn accusato di frode. Delrio: possibile class action, presto controlli a campione”.
Di spalla: “Obama: Assad un tiranno, in Siria serve un nuovo leader. Putin: sbagli, va aiutato”.
A centro pagina: “Tasse, scontro Bruxelles-Renzi”. “La Ue: spostare il prelievo dal lavoro alla casa. La replica del premier: decidiamo noi”. “Squinzi: sui contratti con i sindacati non riusciamo assolutamente a capirci”.

Putin-Obama

La Stampa, pagina 2: “Siria, faccia a faccia Obama-Putin. C’è l’intesa sui negoziati di pace”, “Primo vertice dopo due anni. L’annuncio del Presidente russo: parteciperemo ai raid anti Isis. A ottobre i colloqui con Iran, Turchia, Egitto e sauditi. Nessun accordo sul ruolo di Assad”. Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari spiegano che l’incontro tra Obama e Putin è durato un’ora e mezzo e in mattinata il Cremlino aveva svelato la creazione di un Gruppo di Contatto con la partecipazione delle maggiori potenze del Medio oriente. Ne aveva dato notizia il viceministro degli Esteri russo Bogdanov: “Si prevede che Russia e Stati Uniti – ha detto – prenderanno parte in ottobre a negoziati di pace sulla Siria assieme a Iran, Arabia saudita, Turchia ed Egitto”. L’intervento di Putin ha poi illustrato l’approccio strategico della Russia, che propone “un’ampia coalizione contro lo Stato islamico”, paragonando i jihadisti del Califfo al Baghdadi ai nazisti e invocando il precedente del Patto di Yalta come “esempio di garanzia di stabilità”. Resta il disaccordo su Assad con la Casa Bianca: per Putin bisogna “sostenere Assad per combattere il terrorismo di Isis”. Mentre Obama rigetta la logica di “aiutare i tiranni come Assad che massacrano civili innocenti perché l’alternativa sarebbe peggiore”. E tuttavia, ha spiegato Obama, “siamo pronti a lavorare con la Russia e l’Iran sulla Siria”.
Al “duello all’Onu” sono dedicate poi altre due analisi, di Paolo Mastrolilli e Anna Zafesova. Mastrolilli per cogliere il punto di vista degli Usa: “Non possiamo più appoggiare i tiranni”. E Zafesova sulla Russia: “’Un’alleanza contro l’Isis come per battere Hitler’”, “Putin: Bashar è l’unico a combattere i terroristi”. “Cravatta a pallini sobria – scrive Zafesova – voce fredda, nessun gesto alla platea: Vladimir Putin sale sulla tribuna del Palazzo di Vetro e riparte da Yalta”, “Obama parla di come cambiare il mondo, Putin di come dividerlo in sfere di influenza”. Il presidente russo snocciola senza mai nominarli direttamente, tutti i capi di imputazione agli Usa, diventati “unico centro di potere”: arroganza, “esportazione di rivoluzioni cosiddette democratiche”. E anche l’Isis viene indirettamente attribuita a chi “ha tentato di manipolare i gruppi terroristici”.

“La rinascita dello zar” è il titolo del commento di Paolo Garimberti sulla prima de La Repubblica: “Fino all’altro ieri era lui il problema. Sanzionato economicamente per la guerra in Ucraina, espulso dal G8, rinominato G7 come ai tempi della guerra fredda, marginalizzato al vertice G20 in Australia al punto da tornarsene a casa in anticipo, Vladimir Putin era il reietto dell’Occidente, quasi una reincarnazione dell’Impero del Male, che Obama a stento salutava ai summit internazionali. Da ieri sembra diventato di colpo la soluzione, soprattutto del problema dei problemi. Che in questo momento è la guerra civile in Siria e la lotta contro il nuovo diavolo, il cosiddetto Stato islamico”. Più avanti Garimebrti scrive: “come ha fatto Putin a trasformarsi da problema in soluzione? La risposta è relativamente semplice. Si è infilato nel vuoto strategico dell’America e nella totale mancanza di coesione dell’Occidente (ultimo, abbagliante esempio è la Francia che bombarda in solitario, con Hollande che rischia di ripetere in Siria gli errori di Sarkozy in Libia, in nome di una ‘grandeur’ muscolare goffamente giustificata)”.
A pagina 2 de La Repubblica: “Summit Obama-Putin, dialogo sulla Siria. ‘Pronti a dialogare’”, “’Con l’Onu per una forza comune’. Ma restano le divergenze su Assad”. Putin – scrive Alberto Flores D’Arcais – ha detto che è pronto a migliorare le relazioni con gli Usa e che non esclude di operazioni militari aeree contro l’Is sotto mandato Onu con l’Occidente. Sulla stessa pagina, “lo scenario”, firmato da Federico Rampini: “Stati Uniti-Russia, prova generale di compromesso”, “Il Cremlino si è candidato a tornare in Medio oriente come un attore che conta”.
Il quotidiano offre poi ai lettori due analisi sul tema: Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Xarter (“Cina e Russia possono essere nostri alleati nei conflitti”) e Marek Haler, scrittore francese di origine polacca sopravvissuto del Ghetto di Varsavia (“Per fermare il jihadismo bisogna trattare con Assad”).
E in un’intervista, Gary Sick, professore alla Columbia University e autore di tre libri sull’Iran, dice che Washington è “pronta a essere realista per risolvere la crisi”.

Il Manifesto: “La mossa di Putin oscura Obama”, “Il presidente russo ribatte alle critiche sulla Crimea, attacca l’interventismo unilaterale dell’occidente e lancia la sua ricetta per battere l’Isis in Medio Oriente”. Ne scrive Luca Celada. E un’analisi di Chiara Cruciati sottolinea come la Russia non vesta più i panni del mediatore, ma dell’attore mediatore”, “Compromesso sarà, ma con Mosca a dettare le condizioni su Assad”.

Sul Sole Mario Platero (“Putin e Obama divisi su Assad”) scrive che i due si sono “finalmente incontrati”, un incontro “difficile, teso” avvenuto “dopo che entrambi avevano espresso letture diametralmente opposte delle origini e delle possibili soluzioni della drammatica crisi siriana nei loro discorsi alla Assemblea generale delle Nazioni Unite”, visto che l’uno ha chiesto “l’immediata destituzione” del leader siriano, perché responsabile di aver colpito la sua stessa popolazione e di aver fomentato la guerra civile, mentre l’altro ha definito Assad come “l’unica speranza per contenere l’Isis”, l’unico schierato sulla linea del fuoco nella lotta al terrorismo che “sta colpendo tutti i Paesi occidentali”

Nella cronaca del Corriere si legge del confronto “durato più del previsto”, “nessun accordo ma qualche spiraglio inatteso”, dissenso sul futuro di Assad ma “verranno avviati colloqui Usa-Russia sul piano militare e per esplorare una possibile soluzione politica della crisi”. Scrive il quotidiano che “alcuni, alla Casa Bianca, avevano consigliato al presidente di non incontrare il leader del Cremlino: un vertice destinato a rafforzarlo, spezzando l’isolamento decretato dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Obama ha deciso diversamente, convinto che, anche senza un accordo, il dialogo è comunque utile”. Il confronto invece c’è stato, con Putin ad invocare “un’alleanza internazionale contro il terrorismo in nome di quella stessa legalità internazionale che Mosca ha violato in Ucraina”.
Paolo Valentino, che firma un commento sullo stesso quotidiano, segnala un altro passaggio del discorso di Putin, quando ha “perfino suggerito, con una sorta di maliziosa autocritica, che Washington stia ripetendo gli stessi errori commessi dall’Unione Sovietica, cercando di imporre il proprio modello di sviluppo ad altri Paesi, senza tener conto delle loro specificità e tradizioni”. Ma aggiunge che il discorso del leader russo, rispetto agli standard cui ci aveva abituato, “è stato un intervento moderato”. E quello di Obama, quando ha fatto riferimento ad una “transizione gestita” che può darsi solo con l’uscita di scena di Assad, è secondo Valentino forse “l’ultimo segnale che, ferma restando l’ostilità di fondo verso Assad, Washington potrebbe essere disposta ad accettare che rimanga al suo posto ancora per qualche tempo”.
“Il trionfo dello zar divide l’Occidente e fa dimenticare la crisi ucraina” è il titolo di una intervista sul Corriere a Ian Bremmer. Dice che “l’America che subisce una sconfitta bruciante, ma le conseguenze più pesanti le pagherà l’Europa perché in questa situazione il flusso dei rifugiati in fuga dal Medio Oriente in fiamme non potrà che aumentare. Oggi vince Putin, un vero trionfo geopolitico il suo. Ma alla lunga anche lui pagherà un prezzo molto alto”. In ogni caso, dice Bremmer, “non vedo come, in queste condizioni, si possa definire una vera strategia comune. Si andrà avanti in ordine sparso con intese legate soprattutto alla necessità di evitare incidenti. D’altra parte gli americani hanno lasciato un vuoto in Medio Oriente, e ora Putin lo occupa spiegando che, se non lo fa lui, in quel buco si infilerà l’Isis”. Quanto alla Siria, “la controffensiva di Assad, che sicuramente ci sarà e sarà sanguinosa, agevolerà ancora di più il reclutamento di volontari da tutto il mondo, pronti a combattere per lo Stato islamico: guai per l’Occidente, ma soprattutto per la Russia, vulnerabile nelle sue regioni a maggioranza musulmana. Per adesso però, Putin si gode il suo trionfo”.

Isis

Su La Stampa: “Cooperante italiano ucciso in Bangladesh. L’Isis: siamo stati noi”, “Cesare Tavella colpito da una raffica di spari mentre faceva jogging. Poi spunta la rivendicazione islamista”. E Maurizio Molinari scrive, a proposito degli islamisti a Decca, che si tratta dell’”ultima frontiera fra Al Qaeda e il Califfato”.

Su La Repubblica: “Bangladesh, ucciso un italiano. Lo Stato islamico rivendica sul web”, “il cooperante Cesare Tavella, 51 anni, freddato a colpi di pistola. Un testimone: ‘Erano in tre, lo seguivano in moto’. Lavorava per una ong olandese’”. E “lo scenario” firmato da Renzo Guolo: “La jihad allarga i confini, blogger e stranieri nel mirino, ‘No al contagio occidentale’”, “Il governo ora teme la fuga degli investitori linfa vitale per l’economia in ripresa”.

Fiorenza Sarzanini sul Corriere (“Colpito perché cristiano”) scrive dei timori in Italia spiegano che a spaventare è la rivendicazione, “perché mai fino ad ora un italiano era diventato obiettivo dei terroristi dell’Isis” e dunque “l’uccisione di Cesare Tavella, il cooperante cinquantenne di Ravenna freddato a Dacca, in Bangladesh, con alcuni colpi di pistola da tre persone che lo hanno seguito e poi preso alle spalle, fa temere il salto di qualità”. Per ora l’analisi è “improntata alla cautela” anche se “la scelta dei terroristi di attribuirsi l’assassinio rappresenti comunque un segnale inquietante”. Si dice che nei giorni scorsi sia le autorità locali che i servizi segreti inglesi e spagnoli “avevano diramato un’allerta destinata agli europei residenti a Dacca chiedendo di essere ‘prudenti soprattutto nella frequentazione di luoghi pubblici'”. Le autorità locali ieri hanno subito parlato di una rapina e solo dopo la notizia della rivendicazione hanno corretto il tiro.

Catalogna

Due pagine de La Stampa sono dedicate agli sviluppi della situazione in Catalogna dopo la vittoria degli indipendentisti: “Rajoy, mano tesa ai separatisti:’Ma la Spagna resta una’”, “Dopo il successo di Artur Mas in Catalogna, ora il premier apre al dialogo: ‘Rispettare la legge’. Strada in salita per la formazione del governo regionale”.
Anche su La Repubblica: “Il fronte anti-Madrid perde già pezzi”, “Il partito della sinistra radicale di oppone alla conferma di Mas”. E il quotidiano riproduce un commento di Juan Luis Cebriàn, fondatore del quotidiano El Paìs, che scrive: “È entrato in crisi il sistema politico, ora Rajoy cerchi un compromesso”, “Si è rotto il patto democratico per lo scontro tra i nazionalisti”.

La Stampa intervista lo storico Alfonso Botti, che dice: “La secessione è un sogno da sempre. Gli errori politici l’hanno fomentata”, “Alle politiche i popolari possono fare leva sul nazionalismo spagnolo”, “Artur Mas vuole avviare il processo di indipendenza senza la maggioranza dei due terzi, in democrazia è abbastanza bizzarro”, “Alle elezioni politiche di fine anno Rajoy potrebbe far leva sul nazionalismo spagnolo, governare contro i catalani paga”.

Il Manifesto: “Indipendenza senza quorum”, “Il risultato delle elezioni ricalca l’esito del referendum annullato da Madrid: gli indipendentisti in Catalogna sono due milioni ma restano al di sotto del 50 per cento dell’elettorato”, “Il presidente Mas non ha l’appoggio della Cup, estrema sinistra indipendentista, che raddoppia. Primi all’opposizione i Ciutadans”.
E sul premier spagnolo: “’Dialogo, ma nella legalità’”, “Rajoy: ‘Non permetteremo che venga messa in discussione l’unità del paese’”, “Dura reazione del premier conservatore spagnolo al nascituro governo catalano. Ora regna l’impasse”.

Sul Corriere a proposito della Cup si ricorda che “Mas ha bisogno dei dieci deputati Cup — i suoi 62 seggi non bastano per la maggioranza al Parlament regionale — ma loro pongono una condizione: che proprio Mas, presidente uscente della Generalitat, rinunci a rientrarvi. ‘Il processo d’indipendenza non è costituito da una sola persona e nessuno è imprescindibile’, dice Anna Gabriel, che non dimentica i tagli al welfare e gli scandali del governatore: ‘Non sosterremo i corrotti’, il nostro candidato è Raul Junqueras. Le divisioni sono nette, la sinistra è a un bivio: baciare il rospo Mas, rinnegando anni d’attacchi alle sue politiche d’austerity in Catalogna, o bocciarlo e fallire l’obbiettivo possibile della separazione dalla Spagna? C’è un mese di tempo, per scegliere”. Intanto Rajoy, che ha “sottovalutato la sfida”, ora tenta “l’offerta di sgravi fiscali, infrastrutture, federalismo. Per scongiurare l’indipendenza, il negoziato con Barcellona passerà per queste concessioni”.

Marino e il Papa

Il Fatto, pagina 2: “Il Papa scarica Marino: ‘Non l’ho mica invitato io’”, “La trasferta. Il sindaco negli Usa in concomitanza con la visita papale. Bergoglio lo gela. Le unioni gay, il Giubileo e troppi selfie: così è naufragata l’intesa tra i due”, “la replica: ‘Me l’hanno chiesto il primo cittadino Nutter e il vescovo di Filadelfia”.

La Repubblica dedica due pagine alla vicenda (12 e 13): “Marino, scoppia un nuovo caso. Il Papa: ‘Non l’ho invitato io in Usa’”, “’Ho chiesto agli organizzatori e non lo hanno fatto neanche loro’, aggiunge Bergoglio. La replica del sindaco: mai detto questo. Le opposizioni: si dimetta”. E un “retroscena” di Giovanna Vitale: “I dubbi sulle spese del viaggio pagate dal Campidoglio e dalla Temple University”.

Il Giornale: “Il Papa sconfessa l’imbucato Marino. Sul volo di ritorno dagli usa il Pontefice ridicolizza il sindaco: ‘Non l’ho invitato io e nemmeno gli organizzatori'”.
Sul Corriere si elencano i “misteri” e le leggende sul viaggio di Marino, che “parte, prima dice di andare per il Papa, poi si scopre che ha una lectio alla Temple University di Filadelfia (che ha pagato le spese del viaggio) poi ancora che ha in programma una serie di appuntamenti con potenziali mecenati nei consolati italiani a New York e in Pennsylvania, ‘retti’ dai diplomatici Natalia Quintavalle e Andrea Canepari. Nomi? Si sa solo che ci sarebbe un fantomatico ‘mister X’, un miliardario americano senza eredi che, prima di morire, vorrebbe fare degli atti di liberalità. Chi è? ‘Non possiamo dire niente. L’ultima volta che è uscito un nome abbiamo perso il finanziamento’, ripetono da giorni in Comune. Il riferimento è ai fratelli Charles e David Koch, ultraconservatori, ma anche amanti della Roma antica, che Marino vide in una precedente visita a Manhattan.” Marino ha rivendicato di aver creato una apposita fondazione, “Rome Heritage, in collaborazione con la King Baudouin Foundation United States, organizzazione non profit specializzata in fund raising — per le donazioni dei mecenati americani” ma l’elenco dei finanziatori – 13 milioni raccolti finora – comprensa quasi solo aziende italiane, come Telecom, Enel, Bulgari, Fendi, oltre che “un contributo dall’Azerbaigian e uno dall’uzbeko Usmanov”.

Su La Stampa il colloquio sul volo da Filadelfia a Roma del Papa, firmato da Andrea Tornielli: “Il Papa: ‘I muri anti-migranti prima o poi cadranno tutti’”, “Voglio andare in Cina”. E sulle vittime di abusi sessuali: “Capisco chi non può perdonare”. Alle pagine seguenti: “Cosa resta del viaggio in America”. Ne scrivono Andrea Tornielli e Gianni Riotta. Tornielli pone l’accento sulle dichiarazioni del Papa contro chi riduce la fede ad ideologia e scrive della “polarizzazione che rende difficile l’evangelizzazione”; Riotta evidenzia nel suo commento “quel ruolo da pontiere alla ricerca del dialogo tra destra e sinistra”.

Dal colloquio con il Papa pubblicato dal Corriere due passaggio: sul “divorzio cattolico” dice che “nella riforma ho chiuso la porta alla via amministrativa per la quale poteva entrare il divorzio. La risposta è no: non esiste un divorzio cattolico, chi lo pensa sbaglia. Sulle seconde nozze, i divorziati con nuova unione, mi sembra un po’ semplicistico dire che la soluzione è che possano fare la comunione. Non è l’unica soluzione. E non è l’unico problema”. Domanda: Sosterrebbe i funzionari governativi che, per motivi di coscienza, non dessero la licenza a matrimoni gay? “Io non posso avere in mente tutti i casi. Ma posso dire che l’obiezione di coscienza è un diritto. In ogni struttura giudiziaria deve entrare perché è un diritto umano”.

Ue, Imu

Sul Sole si legge del documento pubblicato ieri dalla Commissione europea: una analisi dei sistemi fiscali dei vari Paesi in cui ancora una volta l’Ue mette l’accento sulla eccessiva tassazione del lavoro in Italia: occorre con urgenza, dice l’Europa, spostare il carico fiscale dal lavoro alle proprietà immobiliari. Una presa di posizione che giunge mentre l’Italia scrive una “controversa legge di Stabilità”, scrive il quotidiano di Confindustria, che prevede l’abolizione della tassazione sulla casa.

Sul Corriere si legge che l’Ue raccomanda all’Italia e ad altre nazioni con una alta tassazione del lavoro di aumentare “quelle tasse che sono meno dannose per la crescita”, come quelle sui consumi, quelle sulla proprietà immobiliare e quelle sull’ambiente. “Matteo Renzi, però, respinge al mittente le proposte: ‘Il compito dell’Ue non è mettere bocca su quali scelte fiscali adottare nei singoli Paesi – spiega. Spero che l’Unione Europea abbia la forza di farsi sentire sui temi su cui dovrebbe realmente farsi sentire, come la crisi dei migranti’. Poi l’inquilino di Palazzo Chigi ribadisce: ‘Nella legge di Stabilità ci sarà l’eliminazione della tassa sulla prima casa, da ora e per sempre. Ciascuno faccia il suo mestiere: noi facciamo il nostro'”. Ancora sul Corriere: “Padoan a Bruxelles: la spinta alla ripresa? Tagliando la Tasi. Così il negoziato sulla legge di stabilità”.

La Stampa, alle pagine dell’Economia: “’Sulle tasse decidiamo noi’. Scontro tra Renzi e l’Europa”, “L’Ue: spostate le imposte dal lavoro alla casa. Ma il premier insiste: via la Tasi”, “Un rapporto della Commissione ammonisce l’Italia sulle misure fiscali previste nella legge di stabilità”.

La Repubblica, alle pagine Economia: “Ue all’Italia: detassate il lavoro e non la casa. Renzi: decidiamo noi”, “Scontro con la Commissione. I tecnici del Senato: manca la copertura. Dubbi della Corte dei Conti”.

Su Il Fatto: “Def, stroncature a raffica: ‘La Tasi non va abolita’”, “La Ue: ‘Togliere le tasse non fa crescere l’economia’. Corte dei Conti e tecnici delle Camere: i numeri di Padoan non tornano”.

Il Manifesto: “Renzi e la Ue litigano sulla casa”, “Bruxelles: ‘L’Italia tagli piuttosto le tasse sul lavoro’. Il premier: ‘Non mettete bocca’”, “I dubbi dei tecnici delle Camere e della Corte dei Conti sul Def: ‘Coperture confuse e incerte’”.

Partito della Nazione, politica

Sul Giornale si parla di Bersani e della minoranza Pd che – dopo aver “dovuto firmare la resa a Matteo Renzi” sulle riforme costituzionali, “cerca di aprire nuovi fronti polemici”. Il tema è “‘l’uomo nero: Denis Verdini'”. Ieri, durante una intervista a Radio 24, Bersani ha detto: “‘Vedo il senatore Verdini e compagnia, con gli amici di Cosentino e compagnia, che stanno cercando di entrare nel giardino di casa nostra’. ‘Mi aspetterei che dal Nazareno (la sede nazionale del Pd, ndr ) venisse una parola chiara su questo delirio trasformista, perché non vorrei si sottovalutasse l’effetto che queste cose hanno sui nostri militanti'”. Il timore di Bersani è che i verdiniani aiutino il premier a costruire il “Partito della nazione”.

Sul Corriere una intervista a Nunzia de Girolamo, appena rientrata in Forza Italia. Dice che dopo che “Silvio Berlusconi ha annunciato il suo nuovo ritorno in campo”, “per quel progetto di Partito della Nazione che sta a cuore a tanti, non c’è più nessuna speranza”. “Berlusconi è alla testa dei moderati e nessuno gli toglierà quello spazio. Mi creda, con Berlusconi in campo lo spazio per quell’idea di Renzi e Verdini andrà sempre più restringendosi”.

Sul Sole si parla dei rapporti tra Lega e Forza Italia, a partire da Milano. Salvini ha visto saltare il suo viaggio per la Nigeria, annuncia che andrà in Catalogna a festeggiare con i separatisti ma il vero test per la Lega è quello di Milano. I sondaggi nazionali “ora raccontano che quel 15-16% è il massimo del suo potenziale, che oltre non va”. Su Milano il quotidiano di Confindustria parla di “due linee” nella Lega: quella di Salvini, “al quale, per il momento, starebbe bene la candidatura di Del Debbio” ma che ha anche diversi consiglieri che gli dicono di candidarsi lui stesso; e quella di Roberto Maroni, più governativo e istituzionale e soprattutto più dentro l’alleanza che ha in Lombardia con Forza Italia e il mondo di Cl”, che penserebbe ad una candidatura di Paolo Romani o di Mariastella Gelmini.

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