IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

“Squid Game”, radiografia dell’uomo solo

Il modello sociale sudcoreano, molto più occidentale che asiatico perché fondato sul valsente del consumismo, ha proposto al mondo come affrontare il problema diventato numero uno per l’uomo contemporaneo, vale a dire l’indebitamento personale, che è il risultato di un quindicennio nel quale la crisi economica ha mantenuto carattere intercontinentale. E lo ha fatto attraverso la finzione cinematografica, dove ritroviamo due soluzioni, però del tutto opposte: la scomparsa volontaria che abbiamo visto nel 2019 in Parasite, film da Oscar dove un debitore iperesposto si rintana nel sottosuolo di una casa e sfugge ai creditori come anche alla sua vita; e la scommessa altrettanto volontaria della serie Tv Squid Game che raduna individui perseguitati da banche e tribunali offrendo loro l’ultima possibilità per tornare alla loro vita rigenerati e da protagonisti.
Da un lato l’estrema difesa equivalente alla rinuncia a mettersi in gioco contro le avversità della vita e da un altro l’estremo attacco che contempla la rinuncia alla vita come posta da mettere in gioco. Difesa e attacco sono non a caso le posizioni che due giocatori o due squadre assumono in un particolare “game” molto diffuso in Corea ispirato alla figura del calamaro, “squid” in inglese. Vince chi con la forza e l’astuzia prevale sull’avversario, esattamente com’è del resto in ogni gioco,  essendo sempre necessari un vincitore e un vinto. Che sia un gioco o una vera sfida, non c’è nella vicenda umana scontro, gara, competizione, incontro, regolamento di conti, duello, confronto, partita, concorso, dibattito o battibecco nel quale il risultato non sortisca un successo e una sconfitta. Squid Game non è allora che una rappresentazione della realtà resa nei modi più icastici e iperbolici.
Dal sumero Gilgamesh ai greci Eracle e Teseo, poi da Orlando a Chisciotte fino ad arrivare ai nostri videogiochi, il superamento di più successivi gradi crescenti di difficoltà è il percorso obbligato verso la vittoria, per modo che gioco diventa corrispettivo di vita anche nella quale è sottesa infatti una serie di prove da affrontare in gara contro tutti gli altri “concorrenti” tesi allo stesso traguardo, già a cominciare dall’età adolescenziale. Uscire da casa ed entrare a scuola è infatti per ogni bambino il momento in cui affronta il suo primo “squid game”, il primo gioco, la prima lotta contro compagni, insegnanti, saperi, logiche imperanti. La serie televisiva sudcoreana questo indica: come un bambino deve accettare la sfida della scuola se non vuole soccombere e non superando il primo livello diventare un hikikomori, anche un adulto che voglia tenersi a galla nel mare sociale della sfortuna deve gettarsi sul piatto delle scommesse. Ma con una differenza che comporta un rovesciamento di intenti, nel senso che non sono i suoi soldi che l’uomo deve puntare per avere una vita migliore, come fa in una sala better, bensì è la propria vita che deve giocare per avere soldi in uno speciale centro scommesse concepito alla maniera di un’arena dell’antica Roma o di uno streaming in diretta sul Dark Web per assistere ad atti truci e cruenti di violenza culminanti nella morte. In tale contesto il valore della vita e il rischio di perderla sono stabiliti dall’ammontare della somma in palio, la quale a sua volta è subordinata alla qualità dello show offerto a una platea di voyeur e scommettitori Vip e tycoon la cui partecipazione è proporzionale all’aspettativa di emozioni promesse. In sostanza dai gladiatori del Circo Massimo ai giocatori di Squid Game nulla è cambiato neppure nelle perversioni e nella spregiudicatezza dei maggiori frequentatori, tantomeno nella permissività, se i combattimenti nelle arene erano autorizzati e sostenuti dallo Stato e quelli nella sala giochi di Squid Game dallo Stato sono ignorati e perciò tollerati.
La serie k-drama divenuta regina non inventa alcun mondo distopico ma mutua quello reale per dilatarne le forme e immaginarne gli ultimi effetti quanto allo sviluppo tralignato dell’attuale società occidentale e ne studia le prospettive future allo stesso modo di come la scienza elabora proiezioni sulle ricadute dei mutamenti climatici della Terra. Anziché soggetti malati o mentalmente disturbati, aspiranti suicidi, sansoni distruttivi, la serie Tv assume un campione di figure sociali nuove, eppure emergenti e diffusissime: gli indebitati. La loro crescita esponenziale, legata all’aggravarsi della congiuntura economica mondiale, può portare a forme di ribellione sociale che non guardano più al progetto rivoluzionario di massa ma ad atti di autolesionismo che trovano la loro ragione nella progressiva natura individualista dell’uomo di oggi. L’uomo è sempre più solo e tanto più si fa lupo contro l’altro uomo da dover trovare da sé e in se stesso la via d’uscita dal buio e dalla rovina. Le chances non sono più riposte nella forza dell’alleanza e nella fiducia nei compagni quanto affidate alla propria coscienza e al proprio spirito di rivalsa dopo i rovesci personali costati l’esclusione sociale.
Questo tipo di uomo nuovo Squid Game designa a rappresentare la condizione attuale, capace di una solidarietà che è solo ricerca di copertura, pronta a mutarsi piuttosto in aperta ostilità quando si tratti di decidere tra la propria vita e quella del simile più vicino. Uno dei sei giochi ai quali i concorrenti al miliardario premio finale vengono sottoposti, sicuramente il più drammatico, è quello delle biglie che mette uno contro l’altro i compagni che si sono scelti proprio per sostenersi e fare squadra, arrivando addirittura a fare scontrare due coniugi in una sfida mortale.
Alla fine nel gioco del calamaro si affrontano due amici d’infanzia che rinnegano la loro vita per 45 miliardi di Won, 33 milioni di dollari circa, salvo poi in limine capire chi viene sconfitto che i soldi valgono la propria vita se vanno all’altro che possa rifarsela e chi vince che la vita vale molto più dei soldi, che infatti non spenderà per tornare invece a fare il mendicante. La serie vuole sfatare il mito secondo cui la vita non ha valore, giacché ce l’ha ed è pari a 84 mila dollari, l’equivalente della cifra che va ad aggiungersi al montepremi ad ogni concorrente che venga eliminato (fisicamente), ma alla fine consacra il suo contrario in un classico epilogo all’americana dove i buoni diventano a sorpresa cattivi, come il vecchio concorrente che risulta addirittura l’ideatore del game, e i cattivi come il finanziere fallito si rivelano buoni.
La serie Tv Netflix, non del genere survival come Hunger Games per esempio, tende a colpire l’immaginario emotivo pur esaltando quello sensazionale, ma non è l’orrore di certi giochi che rimane, sapendo un po’ di dejà vu, quanto il gioco delle parti, il confronto di gomiti in un interno claustrale, la spinta che induce i concorrenti a tornare a giocare non solo per vincere il montepremi ma anche per rimettersi davanti allo specchio e riconoscersi graditi, quello specchio che nella società esterna ha invece restituito loro l’immagine peggiore. L’ultima scena è del protagonista che sta per imbarcarsi per gli Stati Uniti ma che poi ci ripensa e torna indietro nel probabile proposito di partecipare alla nuova edizione dello Squid Game, il posto dove è stato e soprattutto si è sentito qualcuno.
Questo fondo gravido di una sensiblerie apparentemente estranea a una serie Tv concepita per suscitare le impressioni peggiori si coglie, nell’arco di nove puntate, in due brevi frames, quelli nei quali appaiono due lacrime nel viso gelido e pietrificato della cupa ragazza nordcoreana che piange grata il sacrificio che la compagna compie facendola vincere e lasciandosi uccidere. A ben vedere, il tessuto narrativo che predomina non è quello che corre tra lo “staff” delle guardie e i concorrenti, entro uno schema che facilmente ricorda La casa di carta e le dinamiche carcerarie, bensì quello che intreccia i rapporti tra gli stessi giocatori, rapporti che tendono a determinare intese e costruire squadre ma che si risolvono in un progressivo consolidamento di posizioni sempre più isolate, suggerendo l’idea che intesse la serie volta a indicare una condizione umana votata a uno sgomento solipsismo. Che è il dato colto dall’enorme platea mondiale alla quale la serie è riuscita piacevolissima, segno che l’umanità riconosce nella coscienza solitaria la chiave di interpretazione della vita.
La serie Tv sudcoreana non ha nascosto le sue mire: realizzata in Asia, pensata con le sue colonne sonore di spirito europeo e destinata al grande mercato statunitense, ha puntato a poter parlare al mondo intero, ma non le sarebbe stato possibile se la sua voce non fosse stata ascoltata e percepita come vera e ritenuta fondata. La pandemia ha certamente accentuato questo atteggiamento globale che vede nell’uomo solo la cifra dell’umanità. La serie piace addirittura anche agli adolescenti per il capzioso escamotage della regia di scegliere i giochi più diffusi propri delle generazioni della prima fanciullezza, così che il messaggio risulta subdolo perché contamina il senso di spensieratezza e innocenza proprio dei giochi infantili dell’idea della morte, rendendola naturale, come consequenziale, pulendola della sua taccia di violenza e di terribilità. Se i genitori insegnano ai bambini che chi sbaglia paga, i bambini non possono che considerare giusto che venga ucciso chi si muova alla canzoncina “uno, due, tre, stella” o perda al tiro alla fune. E non possono altresì che convincersi che fare squadra, unire le forze, crearsi amicizie, socializzare sia il peggiore modo per vivere.
Squid Game è certamente una serie pensata per un pubblico adulto, da fare tornare però all’infanzia, la quale sia a sua volta indotta a diventare presto adulta, come per farsi trovare preparata in vista di un futuro prossimo sempre meno sostenibile. Non è dunque affatto una buona notizia che la serie asiatica stia avendo tanto successo. E’ piuttosto il sintomo di un male forse figlio del Covid, certamente frutto del nostro tempo.

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