IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Se la televisione fomenta il negazionismo

I talk show sono programmi televisivi che, dal nome stesso, puntano a fare spettacolo spacciandolo per informazione. A condurli sono giornalisti promossi showmen il cui principale obiettivo è di fare audience e sono perciò indotti a ricercare sempre e comunque il sensazionale. Molte volte a scapito del buon senso e a danno dell’opinione comune.
Maestro in questa arte è Massimo Giletti, che non ha mai condotto una trasmissione se non per parlare di sé, magnificarsi e proporsi come il migliore e più rigoroso giornalista italiano. Bravissimo nel riuscire a non fare parlare oltre venti secondi qualsiasi ospite (celebre l’episodio in cui Berlusconi, continuamente interrotto, si alzò e lo piantò in asso), a meno che qualcuno non lo lodi, circostanza nella quale si guarda bene dal dare sulla voce, epperò non altrettanto bravo nel parlare con scioltezza e proprietà di linguaggio, si picca di condurre battaglie sociali e civili di alto profilo quando in realtà non lavora che a innalzare sempre più il proprio monumento.
In quest’opera senza fine non mostra alcuno scrupolo, come ha dimostrato ieri sera ospitando uno sconosciuto medico romano, uno che parla con la mano a taglio sulla guancia come un carrettiere al mercato e che come un imbonitore di piazza va istigando la gente a diffidare del vaccino anti-Covid e ad accrescere lo sconsiderato esercito dei negazionisti. Questo medico, che sta alla scienza come un sagrestano al latino, ha pure ringraziato candidamente Giletti (dopo essere stato da Formigli, altro gran cacciatore di trofei: come Lilli Gruber del resto, tutti chissà perché predicatori de La 7) per avergli dato l’opportunità di rivolgersi a un pubblico ben più ampio che quello di una piazza di borgata, ma alla fine ha dovuto zittirsi perché il conduttore, colto improvvisamente da un rinsavimento, ha dichiarato chiuso l’incontro. Incontro che mai avrebbe dovuto aversi, perché in un momento in cui ogni persona responsabile deve sentirsi in dovere di scoraggiare al massimo l’insorgenza di forme di opposizione al vaccino e di negazione del virus non può essere dato un megafono in mano a chi, solo perché sta facendo parlare di sé per sue intemerate estemporanee, appare come un personaggio e risulta quindi ghiotto e congeniale a un talk show.
Intervistare un medico del genere, che cerca clienti, popolarità e spicciola considerazione di ducetto dei Noantri, non è come portare in televisione capimafia in vena di rivelazioni, come fu per Buscetta o il figlio di Riina, oppure negazionisti dell’Olocausto, presenze che possono turbare le coscienze ma non la salute e l’ordine pubblico, perché assume una gravità ben maggiore, responsabile della quale non è tanto un Giletti in seriosa grinza e in un primo piano aperto a ogni adulazione, quanto la televisione in cui lui e come quelli come lui paupulano e concionano, pontificano e mistificano.
Si ha ben voglia di accusare le Mara Vernier e le Barbara D’Urso, i Bruno Vespa e i Nicola Porro di sciorinare le une idiozie e gli altri corbellerie, tutti autoreferenziali, presi di se stessi, ierofantici e tribunizi, demagoghi e mistagoghi, se la colpa di tanto ciarpame e del carico di scorie tossiche e nocive messe in circolo è di quanti finanziano le loro trasmissioni e di altri, registri, capostruttura e autori, che dispongono anche cosa devono dire e cosa fare in onda.
Ma se si può lasciar correre su trasmissioni e talk show alla Maurizio Costanzo il cui solo danno è quello fatto all’intelligenza e che fungono da salotti poveri dove mancano libri e si fa intrattenimento da cortile, altra cosa in una stagione di pandemia è minare la labile e fragile tenuta psicologica dei telespettatori, facendo loro sentire sediziose e farneticanti tesi che per essere propalate da medici e divulgate dalla televisione minacciano di fare breccia in spiriti deboli, gente della strada, uomini e donne già confusi per la congerie di informazioni che ricevono dalla vera scienza e in precario equilibrio tra versioni propinate come verità e certezze circonfuse nel dubbio. Gli effetti sul pubblico meno avvertito sono tanto più devastanti quanto maggiore è il credito riposto sul conduttore televisivo del tipo di Giletti, visto come garante, se non del fondamento di ogni nuova trovata che venga detta, certamente della legittimità e del diritto a propinarla di ogni ciarlatano che egli accolga nel suo barnum delle meraviglie.
Non è forse giunto allora il momento che le autorità preposte alla tutela della privacy e della comunicazione intervengano a controllare i talk show così come fanno in capo a gestori telefonici, holding del web e compagnie di telemarketing per frenarne gli eccessi? Il danno sociale di questi non è lo stesso causato da quelli in termini di condizionamento psicologico, turbamento della libera scelta e della qualità della vita?

 

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