IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Negazionisti, la prova che il Covid c’è

I negazionisti del Covid sono nati nella seconda ondata come figli illegittimi dei sacrifici fatti nella prima. L’acquiescenza in primavera al lockdown, vissuto nei modi di un’ammissione del virus, si è mutata in autunno nel suo contrario: una ribellione all’idea ricevuta della pandemia portata non contro la scienza ma al cuore della politica, ovvero l’ordine costituito. Non sono gli scienziati che sono messi in discussione dai negazionisti, ma gli effetti che vengono fatti discendere dalle loro teorie sul piano dei provvedimenti governativi nella vita comune di relazione. La presenza dei negazionisti è allora la prova se non dell’esistenza del coronavirus, certamente della gigantesca e drammatica misura del fenomeno.
La loro apparizione dimostra che il Covid sottende un mutamento epocale capace di incidere nel modo stesso in cui concepiamo il mondo e la vita in esso. Riempiono le piazze di ogni Paese, soprattutto dell’Occidente (e non a caso l’Occidente, perché è più sviluppato e avanzato), giacché vedono nella pandemia non un pericolo alla loro sopravvivenza quanto un nuovo strumento politico in possesso delle classi dominanti decise a stabilire modelli di controllo maggiormente plutocratici.
Non è un fatto nuovo. Se guardiamo alla storia troviamo infatti casi di negazionismo tanto più marcato quanto manifesto sia stato il preludio di fondamentali rivolgimenti di civiltà e culture consolidate. Il cristianesimo fu violentemente avversato e combattuto per la sua forza di abbattere gli dei pagani dell’impero romano. L’eresia fu perseguitata dai negazionisti congiunti di Stati cattolici e Chiesa perché ne minava gli assetti politici. I copernicani furono banditi dai tolemaici perché negare che il sole girava attorno alla Terra significava sconfessare le sacre scritture. L’olocausto è stato negato da quanti nei regimi totalitari hanno visto il migliore sistema statale.
I negazionisti del Covid temono non la pandemia ma la panarchia, l’onnipotenza che comporti il dominio assoluto da parte di pochi. Per il solo fatto che ci sono, che sono spuntati dalle ceneri soffocate di un lockdown più subìto che condiviso, è motivo di paura e indice di certezza: rappresentano storicamente il segno di un imminente mutamento di proporzioni palingenetiche, l’annuncio che nulla sarà come prima. E’ dopotutto insita nella natura umana la negazione dello straordinario, dell’incredibile, dell’indicibile. L’uomo si educa a conformarsi a leggi e princìpi che anche se infondati vengono difesi perché accettati e consolidati. Altrettanto naturale è quindi che variazioni dell’ordine cosmico siano accompagnate da reazioni anche violente intese al mantenimento dello stato delle cose, al “non varietur”. I negazionisti non sono diversi dagli sciacalli che colpiscono dopo un terremoto e che spariscono al momento della ricostruzione, quando cioè sia stato avviato il nuovo assetto morfologico.
In ognuno di essi c’è anche un pezzo di tutti noi, in cuor nostro custodi della piccola speranza che “tutto andrà bene”, che tutto questo passerà, contrari a prendere invece coscienza che quantomeno i comportamenti comuni subiranno profonde e radicali modificazioni quanto anche all’uso di certe espressioni verbali come “mantenere le distanze”, prima un atto di superbia e oggi un obbligo di rispetto e di difesa, o “cercare di essere positivi”, non più un augurio soterico e irenico ma una condizione da scongiurare a tutti i costi, o ancora “è richiesta la presenza”, invito divenuto improponibile.
Ancorché non accettiamo l’idea di non essere più come prima e perciò reiteriamo condotte a rischio, anche solo per credere di non essere cambiati, siamo costretti a constatare come termini quali “folla”, “isolamento”, “contatti”, “coda”, “mascherina”, “igienizzare”, abbiano assunto significati nuovi e ci procurino sensazioni diverse inducendoci ad osservare atteggiamenti controllati. Per la violenza con cui è arrivato ed è poi tornato, il Covid ha determinato che siano le parole a generare fatti conformi ad esse. Alcune vanno prendendo accezioni in via di scadenza come “normalità”, “gente”, “abbraccio”, “festa”, “gita”, “processione”; altre hanno adottato sensi antifrastici, come i modi di dire “porgere la mano”, “stare gomito a gomito” o di fare del tipo “coabitare”, “assembrarsi”, mentre sono nate parole nuove, da “asintomatico” a “sanificare” a “in presenza” a “coprifuoco”.
Ci spaventa il plurale e ciò che è pubblico, cosicché viviamo un nuovo riflusso, tornando dentro una dimensione del privato che nega la partecipazione personale e incrementa la condivisione virtuale mercé i social. Giorno dopo giorno adattiamo il nostro linguaggio alla realtà, ribaltando un processo semantico che ha sempre visto il linguaggio definire i fatti: nell’amarezza di un rimpianto per un passato prossimo che ci sembra d’oro, per modo che rivediamo dolenti le immagini così familiari degli stadi stracolmi, dei concerti traboccanti, delle “sardine” costipate. Pronti a rischiare di morire, pur di salvare il Natale, come abbiamo salvato l’estate: atteggiamenti destinati ad avere termine in presenza di una pandemia di lunga durata. Epperò è proprio questa la condotta inalberata dai negazionisti, mossi sì dall’urgenza di tutelare i soggetti Iva ma spinti anche a tenere viva un’epoca che per ultimi sono disposti a considerare tramontata. In fondo, negazionisti vorremmo esserlo tutti se non fossimo costretti a essere anzichenò amaramente realisti.

 

 

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