IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il tempo della mediocrità

Viviamo una stagione di oscurantismo che ci vede non sulle spalle ma ai piedi dei giganti del passato. Non c’è un ambito in tutto il mondo occidentale che non esprima oggi mediocrità. L’assenza di eccellenze ha permesso a personaggi di bassa levatura di primeggiare e assurgere a posizioni di rilievo e molte volte di comando. Nella politica, nella cultura, nella ricerca scientifica, nello sport, nelle arti, persino nella criminalità, a tenere la scena sono nomi che in un altro tempo non avrebbero trovato alcuno spazio. Assistiamo a una congiuntura mondiale che trascina l’umanità verso il basso, se è vero che i grandi eventi si hanno in presenza di grandi uomini. E l’Italia sembra la cartina di tornasole, un campione dimostrativo di una condizione mondiale.
Al potere, dopo il 1994, con l’avvento della Seconda repubblica, sono arrivati e si sono succeduti uomini anche di dubbia moralità, certamente di bassa estrazione culturale: commenda brianzoli, comici stanchi, giovani spiantati, donne di salotto, avvocati e docenti di provincia, politicanti di mestiere. La differenza con la classe politica del passato è siderale. In recenti trasmissioni televisive sono stati invitati esponenti della Prima repubblica, da Martelli a Pomicino a Occhetto, e si è avuta la sensazione di entrare in una bellissima chiesa dove raccogliersi in silenzio dopo essere stati abituati all’oscurità delle catacombe. I temi trattati, la conoscenza della materia politica, della storia, degli scenari mondiali, la proprietà di espressione hanno rivelato un mondo che abbiamo fatto di tutto per distruggere non sapendo cosa ci aspettava. A sentirli ci siamo sentiti come assassini inorriditi davanti a quanto hanno fatto appena presa coscienza. Hanno letteralmente fatto rimpiangere un’epoca che la foga del momento spazzò in un baleno senza preparare un ricambio avveduto. Da decenni in Italia è scomparsa dal linguaggio politico la parola “statista”. Nessuno ha osato definire tale i Berlusconi, i Bossi, i Grillo, i Salvini, i Renzi, gli Zingaretti e i Di Maio: salutati come salvatori della patria, “il nuovo che avanza”, si sono rivelati i cerimonieri funebri del Paese. Loro la colpa di avere incenerito le ideologie e quindi soppresso le idee per una logica pragmatista che riconosce come principale criterio l’opportunismo. Senza idee – quelle che agli inizi degli anni Settanta cambiarono l’Italia a opera di una gioventù ribelle ma motivata e sicura di sé – il Paese si è consegnato alla contingenza e alla circostanza dando ascolto a profeti di sventura e mercenari di ventura che perlopiù hanno agito nel loro personale interesse o per interessi oligarchici. Senza idee la politica, anche la coscienza sociale affidata all’opinione pubblica e dunque alla stampa si è ridotta nelle stesse condizioni del Paese reale: i talk show hanno consolidato il loro carattere di spettacolo a sfavore del dibattito, per modo che chi sa gridare di più ed è pronto a litigare in diretta ha la preferenza su chi si offre a riflessioni e approfondimenti evitando scontri e duelli, battute da libro delle citazioni, motti che dovrebbero essere arguzie e che finiscono a campeggiare nei titoli dei giornali come frasi celebri.
Epocale il confronto televisivo tra Renzi e Zagrebelsky: il vivace e loquace parolaio toscano senza arte né parte contro il pacato e noioso ma dottissimo intellettuale, che per tutto merita il rispetto dovuto ai vegliardi sotto forma di commiserazione non meno dello sberleffo destinato alle vecchie cariatidi da spezzare. Questo l’atteggiamento tenuto da Renzi nei suoi confronti, addotto a rivolgersi con condiscendenza al “professore che non capisce niente”. Vinse lui, a parere di tutti, segnando la fine della mediazione culturale e incoraggiando una cultura de’ noantri che ha reso tutti non solo mediocri ma pure coatti, formando una classe di giornalisti e intrattenitori lesti a proporsi come conduttori di dibattiti visti non più come tavole rotonde ma come arene e ribalte. Presentatori privi di ogni proprietà di linguaggio, incapaci di parlare per un minuto di seguito dicendo cose sensate e coerenti si sono presi le tribune e pontificano come opinion maker insieme con i soliti noti che passano le serate dandosi il turno da un talk a un altro e che ormai conosciamo come fossero attori, da preferire e da seguire. Il totem del personaggio a tutti i costi ha soppiantato l’altare dei pensatori. Presentatori e ospiti sono obbligati esclusivamente a fare audience, saper parlare significa saper dare sulla voce, strappare l’applauso, bucare il video: per cui uno Sgarbi o una Santanché sono meglio di  Sallusti o un Dipietro  e cento volte preferibili a un  Cerasa o un Senaldi perché non solo sanno insultare e gridare ma fanno pure scena, cioè scenate. I social anche dei grandi giornali rilanciano le spintonate a sedie alzate di Sgarbi e Mughini, mai l’intervento a un convegno di un critico letterario non celebre ma forbitissimo. Va bene in televisione Cacciari, ma solo se sgrida qualcuno e alza la voce, perché se si mette a citare Heidegger va lasciato a casa.
Non può essere diversamente: le figure che si danno il cambio in televisione, perlopiù politici, non possono essere diversi da quelle che danno la parola come conduttori e fanno domande che nella gran parte dei casi sono imbonimenti o suggerimenti, nella certezza che una domanda cattiva può precludere il ritorno del “gradito ospite”. Giorgia Meloni, che viene dalle borgate ed è un tipo suscettibile, meglio non provocarla, perché altrimenti non solo non torna più ma aizza la sua piazza. Domanda stupide e di comodo, risposte preconfezionate ed elusive: ascolti che premiano lo show. Cosicché si arriva al culine. Quando in una delle sue trasmissioni squisitamente culturali e di gran seguito Alberto Angela ha detto “riappacificare” s’è capito che il male è assoluto e che i Berlusca che raccontano alle signore barzellette sulle pudenda degli asini, i Grillo che sproloquiano in trivialità per fare ridere, i Di Maio che trattano come nemici i congiuntivi e le capitali, i Renzi che provano la conquista del mondo sciorinando linguacce e parlantine e i Salvini che non si fanno velo di impugnare crocifissi pur di passare come redentori non sono che i figli di un tempo che noi stessi abbiamo voluto esercitando il consenso. C’è stata una stagione in cui bastavano uno sciopero per fare cadere un governo e un corteo di studenti per mandare a casa un ministro, quando un solo editoriale di Pasolini o di Sciascia sul “Corriere della sera” riusciva ad aprire dibattiti a fondo e fine politici, quando un elzeviro poteva segnare l’avvio di una nuova corrente letteraria o di un nuovo gusto artistico. Oggi in Italia non c’è un solo intellettuale noto che possa dire di essere ascoltato dal palazzo o dalla piazza. Ce ne sono di valenti e preparati, che però non vanno in televisione. Un giovane pensatore come Diego Fusaro si è proposto ma è stato trattato da tutti come un baloccone senza che però nessuno capisse cosa dicesse con le sue filosofie e perciò da tenere lontano..
Ma non è solo nella politica e nella televisione che la mediocrità si è attestata sovrana. Anche nello spettacolo e nella stessa cultura opera gente di pochissimi libri (e quei pochi da sfoderare come trofei da citare in diretta) che oggi conduce dibattiti televisivi e domani  può sostituire Barbara D’Urso mentre passa in altre trasmissioni in “ospitate” che possono essere utili a vagheggiare progetti di investiture politiche e intanto scrive libri, anche romanzi, che godono di un nuovo talento: non il loro valore ma la notorietà dei loro autori. Piacciono i Massini che nei talk paupulano sul filo del sapido e del lepido, propongono non argomenti ma trovate,anche giocando con gli anagrammi, che i giornali trovano prova di intelligenza e originalità ospitandone le pensate con gli stessi onori tributati a un Saviano, il quale di per sé deve ancora decidere cosa fare da grande, ma intanto posa a grandissimo maître à penser.
Nemmeno nello sport ci sono da anni autentici campioni, né nel calcio né in altre discipline. L’omologazione voluta dalla tecnica ma anche dalla tattica ha livellato gli atleti nel tentativo non riuscito di renderli tutti campioni senza crearne uno solo. Non ci sono neppure attori cinematografici e registi degni di essere accostati a quelli del passato, cosicché i divi continuano ad essere gli ultraottuagenari e i novantenni di Hollywood. In Italia un interprete mediocre come Toni Servillo è diventato un gigante del cinema e un regista come Paolo Sorrentino un guru, non però risparmiato dalla satira di Maurizio Crozza. Il quale, con Maurizio Battista, detiene il podio della comicità, a suon di volgarità e battute da avanspettacolo. Non si vedono nemmeno cantautori paragonabili a quelli solo di ieri l’altro e continuano perciò a primeggiare proprio i Venditti e i De Gregori non perché insostituibili ma perché senza successori. Non è diverso nella letteratura se un Andrea Camilleri finisce per essere chiamato “grande scrittore” e le classifiche sono occupate da autori principianti, i Volo e gli influencer.
La mediocrità è ovunque ed è totale. Il processo di uniformizzazione che è proprio della civiltà moderna si è presentato come un grado avanzato di quello di globalizzazione che riguarda i beni di consumo e i servizi. La cultura ne è preda e questo significa che non è c’è possibilità di salvezza per gli altri settori della società, dipendendo tutti dai modelli culturali invalenti. Se tutto il mondo soprattutto giovane utilizza gli stessi mezzi tecnologici, ne condivide la conoscenza e l’impiego, usa lo stesso linguaggio tecnico è inevitabile che si uniformino anche i modelli culturali, ancor più se mancano le ideologie, cioè i valori etici fondativi, morali e politici che inducono le divisioni e le contrapposizioni. Il fatto nuovo dovrebbe venire.dalla politica e prima ancora dalla cultura perché siano ripristinati schemi identitari di distinzione di massa, ma è proprio la politica, ancella dell’economia, a mettersi di traverso ben servendo alla globalizzazione l’unicità dei desideri e degli interessi dei consumatori che comportano la riduzione a uno dei mercati. La cultura allora dovrebbe trovare la forza intanto di cambiare la politica prima ancora di cambiare la società, ma quel che vediamo è una cultura al servizio della politica, popolata di pifferai e chierici che tendono essi stessi a fare politica. La speranza è riposta nei giovani, nelle Grete di qualche angolo dell’Occidente che si occupiinodi guardare non alla tutela ecologica e alla salvezza del pianeta ma alla salute dell’umanità. Uomini trasformati in automi ed essi stessi diventati merce non saprebbero che farsene di un pianeta reso verde e sano. Ma i giovani sono proprio quelli che le risorse tecnologiche e informatiche non solo conoscono alla perfezione ma ne promuovono e sostengono lo sviluppo. Non sono gli adulti a preparare loro un mondo invivibile. Se lo stanno costruendo da soli.

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