IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il simbolismo è oggi solo religioso

Tramontata l’ideologia che aveva fatto della politica la grande casa dei valori simbolici eretti a veri totem (basterà pensare alle minigonne e agli eskimo), identificativi di una condizione sottesa ad una precisa sfida generazionale, è la fede religiosa a perpetuare riti, liturgie e cerimonie rimasti pressoché inalterati nel tempo. Un altro campo gravido di simboli, quello del tifo calcistico, si è svuotato dei suoi contenuti più ideologici e metaforici diventando esercizio di violenza esperita attraverso riti estemporanei e d’occasione. Vive invece con immutata tensione il canone simbolico legato alla musica rock e ai grandi concerti che però si è sempre più ridotto alla sfera giovanile cristallizzandosi in fenomeno generazionale. Ma anche nella vita militare ritroviamo protocolli, funzioni e condotte che mantengono un carico significativo di simbolismo, pur trattandosi anche qui di un campionario soggetto a frequenti variazioni e adeguamenti su nuove osservanze che ne snaturano l’autenticità.

Il simbolismo si serve di immagini, slogan, scene che valgono solo se ripetuti in maniera percussiva, sempre allo stesso modo. Lo erano – e giovavano a mantenere una simbologia senza concessioni – i testi e i ritmi delle canzoni rock, gli urli dei cortei inneggianti a valori generali sostenuti da espressioni cadenzate e vibranti come bandiere, i cori campanilistici negli stadi e gli inni marziali nei raduni politici. Se ci si presta attenzione, si scopre che tutti questi fenomeni sociali riconducono ad un’unica stagione, nella teorizzazione che occorra un’epoca uniforme perché si creino movimenti, culti, miti e riti diversi ma analoghi nelle forme di espressione come anche nei tempi di durata.

Morta un’epoca, muoiono anche i suoi epifenomeni, i suoi credi e i suoi apparati. Oggi che siamo ben dentro un’età in cui le bandiere non garriscono al vento ma semplicemente sventolano e i giovani si ritrovano nei concerti per celebrare un divo anziché se stessi mentre nei cortei si aggregano manifestanti che protestano per reali rivendicazioni e non più per ideali da condividere, nello stesso tempo in cui le persone non si distinguono più secondo le loro ideologie ma in base alle idee da tradurre in progetti remunerativi, la chiesa si erge come eccezione che supera le epoche e i gusti, le mode e le temperie. Nelle sue liturgie antiche e ridondanti si coglie un retaggio che sembrava destinato a cadere per primo di fronte all’insorgenza materialistica e alle chimere del relativismo mentre lo vediamo rinnovarsi e tenere testa alle nuove lusinghe.

Entrare oggi in una chiesa procura una sensazione ben diversa di un tempo quando nella sede di un partito, in una caserma, in un bar-ritrovo o in uno stadio si determinava in ognuno lo stesso brivido di partecipazione, presenza e attivismo nel nome di un simbolo appena, un elmetto di guerra o un gagliardetto che fosse. Ascoltare una funzione religiosa integra un evento diventato unico mentre un tempo, in un’altra epoca, anche partecipare al comizio di un leader in piazza stimolava un senso di febbricitante vitalità carica di un simbolismo che riempiendo più luoghi e momenti suscitava un’emozione che non è quella di oggi offerta unicamente dal prete quando pronuncia parole nelle quali riscontriamo una magia sconosciuta, ancestrale e spirituale, magia che ha una definizione mai stata così pregnante: preghiera. Ascoltare una preghiera corale o recitarla è come rompere la cortina che separa l’Aldiqua dall’Aldilà, sensazione che solo pochi anni fa poteva essere suscitata da un canto mistico particolarmente suggestivo. Oggi poche parole di vago significato, molte antiletterarie e puerili, bastano a evocare mondi interiori e infinite dimensioni.

Se c’è stato un periodo nel quale anche la politica – ricordiamoci di Sciascia – era una chiesa che richiedeva i suoi suffragi, non molto diversi tra loro nelle forme esteriori, per modo che il simbolismo albergava in più manifestazioni e accezioni, oggi non se ne ritrovano i segni che in una Messa, in una processione, in una festa patronale o semplicemente in una chiesa vuota: con le sue statue, le sue epigrafi, le sue tele e i suoi altari tutti da interpretare alla luce di un atteggiamento che si rivela sempre più difficile assumere, diseducati come siamo diventati a cogliere i sensi metaforici, i piani traslati, i significati allegorici. Il rischio è di perdere la fede per l’incapacità maturata a leggere i simboli a cui proprio la fede – ed essa sola – non può rinunciare. E’ un problema che non investe la sola nostra sfera interiore nel rapporto con l’Aldilà, ma riguarda l’abilità della nostra coscienza postmoderna di superare la barriera del visibile e penetrare l’ambito del non pronunciato, dell’evanescente, del letterario, del simbolico appunto.

E’ l’immaginazione a soffrire e lo vediamo nei nostri nuovi gusti: i film lasciano il fantastico per aderire al fantascientifico, i romanzi presidiano la contemporaneità, l’arte figurativa preferisce il concreto all’astratto, i giochi virtuali sono sempre più di ruolo, la scienza sottrae terreno alla fede, le fiabe e le favole lasciano il campo ai videogiochi al capezzale dei bambini a letto. Un’ondata di materialità e concretezza, ingigantita dall’uso generalizzato e planetario dei nuovi mezzi tecnologici di comunicazione, tutti funzionanti allo stesso modo, sta ricoprendo l’umanità sotto una guazza non solo di conformismo ma anche di ebefrenia, che è l’incapacità di dare alle cose un significato metaforico e l’impulso a interpretare tutto in senso strettamente letterale e analogico.

La fede religiosa si trova di fronte a questa nuova minaccia e rischia di soccombere come le altre forme di credo. Ma stranamente la vediamo emergere dall’appiattimento generale. Superare la soglia di una chiesa è come attraversare lo specchio di Alice per ritrovarsi in un mondo che sembra altro, così diverso e meraviglioso. Sensazioni nuove colgono anche gli atei. Significativo per esempio quanto sta avvenendo a Eugenio Scalfari che continua a professarsi incredulo e miscredente ma non fa che divulgare la parola di Papa Francesco facendosene nei fatti suo apostolo. Chi crede può pensare a uno dei tanti miracoli che avvengono ogni giorno e di cui è testimonianza la stessa presenza della chiesa. Chi non crede può vederci, come Baudelaire nella natura, forse intesa come Creato, “una foresta di simboli che l’uomo attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *