IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

I neri, i negri, gli Usa e le due Italie

Ubbidendo all’imperativo del politicamente corretto, gli immigrati africani vanno chiamati in Italia – se non “persone di colore”, mutuando l’americano coloured people – “neri” e non “negri”, espressione questa censurabile perché avrebbe un’accezione dispregiativa e razzista. In verità la differenza anche semantica è minima, dal momento che etimologicamente entrambe le espressioni derivano dal latino “niger”, aggettivo che indica il colore nero e che nella sua declinazione conta il femminile “nigra” e il neutro “nigrum”. Allora perché dare del negro a un nero equivale ad offenderlo ed essere accusati di discriminazione razziale quando dire “negro” suona piuttosto in maniera attenuativa, nei modi di una litote, rispetto a “nero”, termine che ha invero un significato esplicito per nulla politically correct?
La risposta è nell’influenza sempre più dominante che sta avendo anche in Italia la cultura statunitense, influenza che stabilisce una sostanziale differenza anche lessicale tra nero, black, e negro, nigger. Come notava Enriico Beltramini nel suo libro L’America post-razziale, il termine black è inteso – diversamente da nigger che connota una razza data dal colore della pelle e dalla conformazione fisica – in senso culturale, indicando un carattere nazionale, l’appartenenza a un’origine e a una storia distinta. A proporlo furono gli stessi discendenti degli schiavi africani che poi pensarono di sostiturlo con quello di “afroamericani”, parola che ha avuto più fortuna dopo l’elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Ma già Martin Luther King chiamava negroes i neri, accogliendo la terminologia dei bianchi, e dopo coloured, come usano gli americani per mitigare gli effetti del termine nigger che è però quello invalente e discriminatorio.
Ancora oggi gli Stati Uniti sono alla ricerca di una definizione non offensiva degli afroamericani che comprenda anche i cittadini di origini non africane e continuano a passare da termini come brown a dark e molti altri (dagoes erano detti gli immigrati messicani, portoricani e anche siciliani), perlopiù gravidi di sfumature razziste. La definizione più odiosa resta quella di nigger, letteralmente “negro”, che come tale è stata esportata in Europa ed è arrivata anche in Italia nel suo significato peggiore: stabilendo una forte contraddizione, perché un conto è dire “negro” nel senso di nigger e ben altro conto è dire “negro” nel significato linguistico svuotato delle sue implicazioni storiche e culturali americane. Implicazioni che chiamano però in causa anche le dinamiche culturali italiane.
Per cogliere la diversità tra black e nigger, “nero” e “negro”, vale la distinzione  tra “terroni” e “meridionali” secondo la percezione degli italiani del Sud: benché la prima espressione, nata e coniata al Nord, voglia essere maggiormente dispregiativa, per la diffusione che ha avuto la seconda in un ambito linguistico inteso a detrimento delle regioni sul Sud, essere chiamati “meridionali” assume oggi il senso di una condizione di inferiorità sociale e culturale: e questo perché la parola “terroni” non è interpretata dai meridionali nel significato dei settentrionali, termine che invece assurge, anche nella coscienza sudista, a livelli di superiorità. Indicare un gruppo di calabresi o siciliani dicendo “sono meridionali” non ha infatti la stessa portata che dire di una comitiva di lombardi “sono settentrionali”. La prima espressione comprende uno sfondo dettrattivo, la seconda estimatorio.
Questi sottili fili spiegano anche perché chiamare “negro” un uomo di colore a Torino non ha lo stesso effetto che a Palermo, dove il sentimento della “negritudine“ è molto più sentito essendo della stessa natura di quello della “sicilitudine” quale stato di diversità o complesso di inferiorità sul quale esercitare una volontà di riscatto, quella che in Sicilia porta al “sicilianismo” che integra una ipertrofia dell’io collettivo, la supposizione di essere perseguitati e nello stesso tempo superiori. Un “ismo” che non è concepibile invece nelle regioni del Nord Italia le quali semmai soffrono di una sindrome di superiorità che le porta a prendere le distanze dal diverso, che sia il meridionale, l’ebreo o il negro. La cronaca ha dimostrato questa teoria documentando che gli insulti a Liliana Segre non sono partiti dal Meridione né ha rivelato casi di discriminazione razziale nei confronti dei neri, come neppure di apologia del fascismo o esaltazione del nazismo. I contrasti ideologici, razziali, religiosi, sociali hanno per solo teatro le regioni del Nord; del resto non certo per un accidente della storia la Lega Nord è nata come forma di discriminazione antimeridionale e mezzo di tutela dei privilegi particolarmente veneti e lombardi.
Se le cose stanno così, se insomma il tema della tolleranza è vissuto da una regione settentrionale in maniera difforme rispetto a una meridionale, ne consegue quanto ai modi di nominazione delle persone di colore che chiamarle “negri” non comporta da parte di un pugliese o un campano alcun intento ed effetto di tipo denigratorio, giusto il fatto che la coscienza storica meridionale non ha maturato alcun elemento discriminante. La memoria storica sudista conserva piuttosto ben altri elementi, in parte cespiti borbonici e in parte punti di condivisione di un destino comune con i negri: fino a metà del secolo scorso e in molte zone anche oggi, i meridionali italiani non sono negli Stati Uniti considerati dei veri “bianchi”, perché tali sono visti i settentrionali e i cittadini dei Paesi del Nord Europa. Ma per l’indiscussa forza di condizionamento come anche di attrazione che il Nord Italia esercita sul Meridione, anche le forme linguistiche in uso si conformano al modello dominante, per cui un meridionale deve oggi chiamare “nero” un africano e non “negro”, anche se in realtà non capisce perché. Ciò è dovuto a un fenomeno di contaminazione di prossimità in base al quale l’influenza culturale che l’America esercita sull’Italia non riguarda, né può riguardare, l’intero Paese, ma solo il Settentrione che a sua volta ne riverbera a ricasco gli effetti sul Meridione perché ne influenza la vita allo stesso modo di come gli Usa guidano la sua.

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