IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

I Cavalieri di Atene che a volte ritornano

I Cavalieri di Aristofane (in calendario a Siracusa per le Rappresentazioni classiche dal 29 giugno all’8 luglio) è una commedia che difficilmente può lasciare il suo tempo e che è altrettanto difficile trasporre in un’altra lingua. Guido Paduano, uno dei più noti grecisti italiani, è arrivato addirittura a volgere un passo in inglese moderno per l’impossibilità di renderlo in italiano. In realtà, a compararle, non c’è una traduzione uguale a un’altra per via del vertiginoso gioco di parole nel quale Aristofane si compiace e per una lingua sperimentale e inventata che si vale di contaminazioni lessicali, motteggi gergali, spiritosaggini popolaresche. Ma un’altra difficoltà altrettanto irta rimanda alla contingenza di numerosi riferimenti a fatti noti solo agli antichi ateniesi e che riescono incomprensibili al pubblico di oggi senza che i tanti rimandi siano spiegati. Per queste ragioni la prima commedia di un giovane ed esordiente Aristofane, già tranchant e cochon, rappresentata nel 424 a. C., non ha avuto che pochissimi adattamenti moderni, tanto che agli Spettacoli classici siracusani non è stata mai allestita.
La scelta di portarla al teatro greco appare certamente coraggiosa, benché l’esito non possa che essere prevedibile: non tanto per una coreografia che muta i Cavalieri in pupi siciliani (idea a dir poco sconsiderata e propugnata per ammiccare capziosamente al pubblico locale), quanto perché il testo è pressoché privo di azione ed esorbitante piuttosto di facezie, scurrilità, doppi sensi e banalità che ad una platea poco più che popolana non può che addurre sonnolenza. La commedia gira in pratica attorno allo stucchevole battibecco e scambio di accuse elementari tra i due rivali per la conquista del potere in un diverbio molte volte insulso e altre da cortile. Poteva piacere agli ateniesi – e anche molto, tant’è che vinse il primo premio – per il fatto che le numerose pagine di storia richiamate erano recentissime, mentre la guerra contro Sparta si sarebbe conclusa vent’anni dopo e tiranno della polis era un demagogo ormai inviso al popolo: quel Cleone del quale sulla scena Aristofane si augurava la morte e che il commediografo interpretò personalmente per la paura di tutti gli attori di indossarne la maschera. Questo solo atto di coraggio non poteva non conquistare il pubblico, apertamente schierato contro il successore di Pericle e decisamente maldisposto verso organi statali pressoché totalitari quali l’Assemblea e il pritaneo, allo stesso modo derisi dall’autore, avversario com’era del potere politico quanto di quello religioso.
Può suscitare solo ammirazione tanta vis polemica in un’epoca in cui i detrattori dello Stato venivano sbrigativamente puniti con la pena capitale, segno dunque di quanto potente e intoccabile fosse ad Atene il teatro, esso stesso costituito come terzo potere.
Nel 424 i fatti di Pilo e Sfacteria erano ancora vivissimi e oggetto di discussioni ad Atene. Cleone aveva conquistato il favore dell’Assemblea facendosi eleggere stratego promettendo che in venti giorni avrebbe superato l’impasse di Pilo, dove una guarnigione di Spartani si era asserragliata e Demostene indugiava a muovere all’attacco creando così le condizioni perché un esercito assediante fosse a sua volta assediato. Cleone fece prigionieri tutti gli Spartani e li tradusse ad Atene rigettando le richieste di Sparta di avere indietro i propri soldati in forza della tregua concordata. La promessa mantenuta da parte del demagogo votato al potere non può non ricordare oggi la politica xenofoba intentata dal ministro Salvini che ha ottenuto il consenso elettorale nelle vesti di populista-demagogo mantenendo fede proprio alle promesse fatte e agli impegni presi. E come Salvini ha finito per dividere il Paese, allo stesso modo l’interventismo guerrafondaio di Cleone accrebbe la tensione con Sparta creando forte e comprensibile malcontento nella popolazione ateniese.
Un anno dopo Aristofane si rese interprete del diffuso stato di insoddisfazione concependo una commedia satirica e derisoria nella quale immaginò che un pretendente al potere ancora più corrotto e malvagio di Cleone, un umile salsicciaio, subentrasse alla guida della città sulla base di promesse ancora più populiste e corrive nei confronti della cittadinanza blandendola e lusingandola falsamente: a dimostrare che la demagogia può essere scalzata solo con un regime ancora più populista e che il popolo altro non è che uno strumento in mano ad avventurieri capaci di trascinarlo e ingannarlo, lasciando credere di rappresentarlo, ma in realtà sviandolo.
Aristofane crea due personaggi, due servi di Demo, il signore della casa, che sulla base di un oracolo credono di individuare in un venditore ambulante di salsicce l’uomo che scaccerà Paflagone, il primo servo che manovra Demo e lo deruba.
L’allegoria di fondo non regge però né a lungo né bene, perché il Salsicciaio, che in un primo momento si dichiara del tutto inadatto al governo mostra poi qualità anche retoriche e persino politiche lodate persino dal Coro, costituito dai Cavalieri che rappresentano una delle quattro classi sociali di Atene, quella più antidemocratica e favorevole all’oligarchia contro la tirannide. Aristofane non riesce a tenere il piano della metafora, cosicché il Salsicciaio si rivela un abile inquirente bene informato dei fatti politici della città e della sua storia, dotato anche di capacità persuasive che contraddicono la sua reale dottrina. Nel due servi Aristofane adombra i generali Nicia e Demostene, che pochi anni dopo si troveranno coinvolti nella tragica spedizione ateniese contro Siracusa dove entrambi troveranno la morte. Ora ci tornano en travesti, personaggi di una commedia che può essere letta sì con gusto ma che è molto difficile inscenare e rendere piacevole senza snaturarla.

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