IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

Il ticket in libreria come in farmacia

Sembra che gli articoli 9 e 32 della nostra Costituzione siano ispirati agli stessi scopi. Il primo stabilisce che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, mentre il secondo (peraltro successivo) statuisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Cultura e salute sarebbero quindi beni primari cui verrebbe annessa un’importanza in qualche modo egualitaria. Anche la cultura appare nel testo come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, forse ancora di più perché fa crescere moralmente ed eticamente una società quando la salute la conserva solo nel suio benessere fisico. Ma nei fatti non è stato così, perché la salute gode di un’attenzione ben maggiore dal momento che farmaci ed accertamenti clinici sono, nella stragrande maggioranza, a carico dei pazienti soltanto per la parte relativa al ticket, mentre i libri pesano interamente a carico dei lettori e costano molte volte ben di più. Se lo Stato davvero volesse promuovere lo sviluppo della cultura dovrebbe consentire alle librerie di operare come le farmacie che dal cliente si fanno pagare il ticket e dallo Stato si fanno rimborsare per il resto.
Non solo lo Stato, come pure le Regioni demandate al sostegno della cultura com’è per la Sanità, ma anche le persone considerano la salute prioritaria rispetto al bisogno non tanto di istruirsi ma di coltivare interessi culturali. Ed è normale che per ogni persona sia così. Non è normale che sia lo Stato a porre questa diseguaglianza, se si pensa che nell’antica Grecia il governo della polis elargiva due oboli a ogni cittadino per assistere alle rappresentazioni teatrali, considerate un momento essenziale di benessere della collettività. A rigor di logica lo Stato dovrebbe privilegiare il bene comune, ancor più spirituale, che non quello individuale: magari non arrivando all’eccezione Usa dove è il privato a dover sostenere i costi necessari alla propria salute. E’ certamente però vero che una società che legge, costituita da lettori forti, avvertiti, si rende per ciò stesso più consapevole e responsabile, evitando di conseguenza comportamenti che sono nocivi alla salute personale e a quella collettiva. Basti l’esempio, sperimentato in questi mesi di pandemia, di quanti hanno sentito il bisogno di rivolgersi alla cultura per conoscere gli effetti del coronavirus sulla salute, cosicché romanzi come I promessi sposi e La peste di Camus hanno conosciuto una rifioritura er insegnato ad affrontare psicologicamente l’emergenza. Se solo questi due libri fossero stati accessibili a una massa ben maggiore di persone, si può ragionevolmente supporre che le misure di contenimento post-lockdown sarebbero state ben più osservate.
Si dirà: chi voglia leggere libri gratuitamente può farlo chiedendoli in prestito alle biblioteche. Certo, ma è come pensare di possedere una macchina prendendola ogni tanto a nolo. I libri presi in prestito (un ostacolo al processo di formazione in ogni casa di una propria libreria, che dovrebbe essere presente come lo è immancabilmente il salotto con la televisione) vanno restituiti e non restano nel proprio patrimonio per poter essere sempre attingibili ed ereditabili, ma soprattutto non determinano un rapporto diretto con il possessore che sia di proprietà e titolarità, il solo che faccia sentire proprio non solo il libro ma anche e soprattutto il suo contenuto.
Nei fatti lo Stato considera la cultura un vantaggio perseguibile a iniziativa privata ma nello stesso tempo si impegna a promuoverla non indicando tuttavia i mezzi. Efficace sarebbe proprio di considerare le librerie al pari delle farmacie: un modo per salvare non i librai ma gli italiani.

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