IL SOTTOSCRITTO

Gianni Bonina

Giornalista e scrittore. Vive a Catania. Ha pubblicato saggi di critica letteraria, romanzi, inchieste giornalistiche e reportage. È anche autore teatrale. Scrive su la Repubblica-Palermo.

C’era una volta il calcio

Il calcio si è fatto amare in tutto il mondo per la stretta osservanza a due princìpi: l’intangibilità delle regole e la loro uniformità in tutti i Paesi dove esso è praticato. Il rigore era tale che veniva visto come una dissonanza il fatto stesso che i giocatori non fossero legati a un vincolo di maglietta per cui potessero cambiare squadra a piacimento. Fu considerata come una audace innovazione anche la libertà di ingaggiare più di due stranieri e qualcuno storse il naso quando poi nella Nazionale vennero ammessi gli oriundi. Ogni modifica dei principi fondativi del calcio è stata sempre ritenuta pari a una trasgressione equivalente a un tradimento. Giocatori come Rivera, Mazzola, Totti, Del Piero sono tutt’oggi celebrati oltre che per il talento dimostrato in campo anche e soprattutto per l’attaccamento ai colori sociali e la fedeltà mostrata ai tifosi. Fino agli inizi del secolo era opinione comune che fosse più facile vedere un tifoso cambiare squadra alla quale tenere piuttosto che una regola del gioco modificata: e ciò era detto non per indicare una proporzione di probabilità ma per segnare un paradosso basato sul dato assiomatico che un tifoso è tale perché non cambia squadra. Negli anni sono via via cambiati molti aspetti, ma solo in senso formale e dunque non tali da minare il gioco e le sue fondamenta: i pantaloncini dei giocatori si sono allargati e allungati quasi fino al ginocchio come gonne degli anni Cinquanta; sulle maglie – non più portate sotto i calzoni a mezza gamba ma fuori per rendere visibili più diciture sovrimpresse – sono comparsi oltre al numero identificativo anche i nomi dei calciatori e i marchi degli sponsor; i giocatori sono stati poi resi liberi di calzare scarpette del colore preferito, anche il più sgargiante, mentre a quella che era la maglia di trasferta se ne sono aggiunte altre: innovazione questa forse la più dolorosa per gli effetti determinati sulla coscienza del tifoso. Il quale costituisce il fulcro che regge il calcio.
A differenza di altri sport, il calcio integra infatti valori molto più sentiti che esulano dallo stesso calcio e si rivestono di un carattere di sacralità e ritualità che evoca lo spirito di appartenenza proprio delle Olimpiadi greche, ai primordi del tifo (che in greco antico significa “fumo”, a indicare i falò accesi dalle tifoserie vincitrici), quando a gareggiare erano le polis prima ancora dei loro atleti. L’appassionato di calcio è innanzitutto un tifoso e segue qualunque partita, anche la più indifferente a lui, non potendo non parteggiare per una delle due squadre, mosso da motivazioni le più estranee alla partita stessa: per ricordi personali legati a una delle due compagini, per la simpatia verso giocatori militanti anche in passato con la stessa maglia, per campanilismo e anche per la preferenza dei colori della casacca. L’appassionato di calcio, come anche l’intenditore, si comporta come chi ascolti una canzone, attratto non dalla musica o dalle parole ma dalle emozioni che quella canzone ha esercitato o determina nella sua vita. E così come non si ama più una canzone a noi carissima che venga nuovamente arrangiata o interpretata in maniera non conforme all’originale che abbiamo acquisito nella nostra memoria, allo stesso modo non si ama un mondo anch’esso ideale, quello del calcio, che appare soggetto a cambiamenti.
Essendo il calcio lo sport che si è amato sin da bambini e molte volte praticato, non vogliamo che cambi perché non vogliamo che la nostra memoria infantile sia suscettibile di mutamenti. L’effetto è quello che si ha tornando da adulti nel luogo dove si è vissuti da bambini che abbiamo sempre ricordato in ogni dettaglio così com’era, ma che rivedendo muta anche nella nostra memoria con la cancellazione dell’immagine conservata e linvalenza dell’ultima che ne abbiamo. Parole come Juventus, Milan, Atalanta, Sampdoria non sono nomi propri di cose, ma startgate che ci fanno tornare a un tempo lontano dove rivivere momenti richiamati proprio da ricordi legati a quelle squadre, momenti che si materializzano in nomi di calciatori ma anche e innanzitutto in colori. Anche di figurine Panini.
Il calcio che non cambia, attraverso i colori della maglia del cuore come anche del solo nome della squadra, ha lo stesso potere della madeleine di Proust, il biscotto che  risveglia vividamente nello scrittore l’intera sua vita di adolescente. Moltissimi tornano bambini solo a sentire “Juventus” o “Spal”, parole che associano innanzitutto a strisce bianconere e biancoazzurre. In una recente trasmissione televisiva un ospite bresciano si è rammaricato di un solo aspetto del suo Brescia, sceso in campo con le maglie prive della storica “V”. Una profanazione.
Vedere oggi la Juventus indossare una maglia che più che altro ricorda il calcio fiorentino rinascimentale o l’Inter con maglie che solo uno stereotipo mentale può indurre a definire nerazzurre significa azzerare la nostra memoria e sterilizzare la passione per il calcio, svestendoci del nostro usbergo di tifosi. Sicché avere per ultimo visto la nazionale azzurra giocare con una casacca verde bottiglia determina come un senso di vertigine e di spaesamento, al pari di chi si trovi in un posto che crede di conoscere ma dove invece si sente del tutto smarrito perché gli sembra di essere altrove.
Il calcio è un sortilegio che non si può rompere senza conseguenze, perché ne va della sua essenza. Non essendo un gioco che possa dirsi sempre avvincente ed entusiasmante, anzi è oggi reso piuttosto monotono e noioso dai tatticismi che ne fanno una partita a scacchi tra le panchine, diventa insuperabile per la passione che mettono i tifosi anche nella partita più sonnolenta, della quale interessa loro non lo svolgimento ma il risultato. Nessuno chiede “Come ha giocato il Milan?” o “Com’è stata la partita?” ma esclusivamente “Cosa ha fatto il Milan?”. In sostanza bisognerebbe introdurre una specie di piattaforma Rousseau riservata ai tifosi da consultare prima di introdurre qualsiasi modifica nell’apparato formale della squadra.
Senonché negli ultimi anni le trasformazioni sono anche sostanziali. Ad essere oggetto di aggiornamenti, adeguamenti, correzioni è proprio il gioco del calcio. Che non è più il monolite inossidabile e inscalfibile che nessuno può cambiare quasi fosse la legge di Mosé, ma è diventato una disciplina le cui regole cambiano non solo da una nazione all’altra ma anche da una competizione all’altra e persino nella stessa, una cosa essendo giocare nelle eliminatorie del campionato europeo dove non c’è il Var e un’altra nelle partite a eliminazione diretta dove c’è invece l’arbitro occulto. In certi campionati sono state modificate rispetto ad altri le regole sul calcio di rigore, sulle azioni del portiere in area, sulle modalità del fuorigioco. L’intento nobile e nefasto è di rendere il calcio più agonistico e meno esposto ad errori arbitrali, nel segno degli enormi interessi anche economici legati all’esito di una partita, per soddisfare i quali – si pensi ai diritti televisivi – si è preferito calendarizzare le partite in orari e giorni diversi sacrificando così al dio denaro il principio di eguaglianza delle squadre perché nessuna si avvantaggiasse conoscendo i risultati delle altre partite. La corsa alla certezza dell’arbitraggio ha portato alla soppressione di un fondamento del calcio: l’errore dell’arbitro. Non vale più la sacrosanta regola secondo cui “è gol quello che fischia l’arbitro” né il tifoso può più gridare cornuto all’arbitro perché dovrebbe farlo al Var che però non può sbagliare. Così, il tifoso che è l’anima del calcio viene sempre più estromesso dall’animazione del gioco e allontanato dal campo. Il calcio finisce di essere partecipazione, in forza della quale una tifoseria può determinare con l’incitazione o il dileggio il risultato di una gara, per essere una sorta di wrestiling, talché se tutto non è finto è però controllato: come mantenere in vita le corride schierando nell’arena non toreri veri ma robot.

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