Fare il giornalista è un mestiere pericoloso
Turchia, incontro con Can Dündar

Turkey protest Cumhuryet

Da Arab Media Report

Can Dündar è da poco tornato da una breve vacanza. Il redattore capo del quotidiano turco Cumhuriyet ha deciso di prendersi qualche giorno libero dopo avere passato 92 giorni in carcere in regime di confino solitario. Il reporter è stato rilasciato a fine febbraio in seguito a una sentenza della Corte Costituzionale secondo cui l’arresto violava i principi di libertà di espressione. Can Dündar e il suo collega Erdem Gül hanno passato più di tre mesi in detenzione preventiva a causa di alcuni articoli che hanno scritto. Il processo contro di loro è appena iniziato. Rischiano l’ergastolo con l’accusa di rivelazione di segreto di stato e tentativo di rovesciare il governo a causa di un’inchiesta che racconta di come a dicembre 2014, durante l’assedio di Kobane, camion dei servizi segreti turchi furono fermati dall’esercito di Ankara perché si stavano dirigendo verso la Siria con un carico di armi probabilmente destinato ai ribelli siriani.

Dündar ha scritto 52 articoli che documentano l’evento, Gül ha pubblicato i rapporti della gendarmeria turca che rivelano dettagli sulle armi trasportate dai camion. Prima della pubblicazione degli articoli, il fatto era già oggetto di dibattito parlamentare ma la vicenda ha cominciato a dividere l’opinione pubblica, e a creare forti reazioni politiche, da quando i due giornalisti hanno cominciato a scrivere e soprattutto dopo che il sito del quotidiano Cumhuriyet ha diffuso un video in cui si possono vedere i soldati che fermano i camion per ispezionarli. Il presidente Erdoĝan ha sempre espresso un’opinione fortemente negativa sull’inchiesta di Cumhuriyet arrivando a dire pubblicamente che Can Dündar avrebbe pagato un caro prezzo per i suoi articoli.

Dündar è stato rilasciato dal carcere il giorno del compleanno di Erdoĝan: il giornalista turco ha dichiarato che la scarcerazione era il suo personale omaggio al presidente. “Non credo abbia gradito il regalo – afferma Dündar con un sorriso amaro sulle labbra –, ha già chiesto e fatto pressione per un nuovo arresto nei nostri confronti”.

“I nostri avvocati – spiega il redattore capo di Cumhuriyet – ci avevano messi in guardia dicendo che il governo avrebbe reagito in maniera intransigente e avrebbero cercato di arrestarci. Abbiamo deciso comunque di andare avanti”. Consapevole che raccontare il presunto coinvolgimento dei servizi segreti turchi in un traffico di armi con la Siria avrebbe potuto avere conseguenze negative sulla sua carriera, Can Dündar non è oggi pentito di avere scritto quell’inchiesta.

Nonostante l’esperienza in carcere e il processo in corso, Dündar appare rilassato nel suo studio a Istanbul. Il suo volto è disteso, sorride continuamente durante l’intervista ma mentre racconta dei mesi passati in prigione lo sguardo corre altrove e i suoi occhi si tingono di tristezza. “Eravamo in regime di confino solitario. Ero in una cella completamente da solo. Provano a schiacciarti lasciandoti in quelle condizioni. Questa è una cosa davvero molto pericolosa, una moderna tecnica di tortura. Grazie a dio c’erano molti avvocati, membri del parlamento e familiari che mi venivano a trovare. Ma in generale il confino solitario è una grande tortura”. In prigione Can Dündar ha trovato la forza di scrivere un libro sul caso per cui è a processo e sulla sua esperienza in carcere. Durante la prima udienza del processo si è presentato con il volume sotto braccio.

Dündar e Gül non erano soli quando si sono recati al palazzo di giustizia di Istanbul venerdì 25 marzo per la loro prima udienza. Circondati dalla stampa turca e internazionale giunta sul posto in massa per coprire un processo diventato ben presto un evento mediatico, i due giornalisti erano accompagnati da alcuni deputati dei principali partiti di opposizione in Turchia, il socialdemocratico CHP e il filo-curdo HDP, presenti per sostenere la libertà di espressione. Ma quello che ha mandato il presidente Erdoĝan su tutte le furie è stata la partecipazione al processo di diplomatici di otto paesi, tra cui il Console italiano a Istanbul, che si sono recati al processo per osservare gli sviluppi del caso. “Chi siete? Cosa ci fate qui?”, in questi termini il capo di stato turco si è rivolto verso i diplomatici presenti al processo aggiungendo: “Questo non è il vostro paese, questa è la Turchia!”. Nei giorni seguenti una nota dal ministero degli esteri turco è stata mandata agli uffici dei diplomatici presenti. La Farnesina ha per prima reagito alle dichiarazioni di Erdoĝan con un comunicato. “Il Console Generale ad Istanbul Federica Ferrari Bravo si è comportato in piena osservanza della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e consolari – informa la nota – la libertà di espressione è di fondamentale importanza per il dibattito politico nel Paese, verso il quale l’interesse dei diplomatici europei è pienamente giustificato alla luce della posizione di Ankara quale Paese candidato all’Unione Europea”.

Già prima che iniziasse il processo, il caso di Erdem Gül e Can Dündar aveva sollevato questioni a livello internazionale ed europeo sullo stato della libertà di espressione in Turchia. Durante i primi giorni in carcere, Dündar aveva chiesto solidarietà all’Europa: in una lettera indirizzata ai leader dei 28 paesi dell’Unione, il giornalista turco chiedeva a Bruxelles di considerare lo stato della libertà di stampa in Turchia mentre erano in corso i negoziati del primo accordo tra UE e Ankara sulla questione rifugiati. “Tutti i leader europei ricevettero questa lettera – racconta Dündar – ma solo Matteo Renzi, poco prima del vertice, decise di dire alle telecamere che aveva ricevuto questa lettera da dei giornalisti turchi in prigione e che durante il summit col primo ministro turco Davutoĝlu ne avrebbe parlato direttamente con lui. In questo modo ho capito che aveva ricevuto la mia lettera, sono abbastanza sicuro che anche altri leader europei abbiano letto la lettera e sono sicuro che i loro avvertimenti siano stati d’aiuto per la nostra scarcerazione”.

Qualche giorno fa Turchia e UE hanno siglato un nuovo accordo secondo cui Bruxelles darà 6 miliardi di euro ad Ankara in cambio di un serio impegno da parte turca per fermare i migranti. Il giudizio del giornalista su questo patto è estremamente negativo: “Noi democratici turchi ci sentiamo abbandonati dall’Europa, l’accordo è per me una grande delusione”, dice il giornalista senza giri di parole. “Fin dall’inizio abbiamo appoggiato l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea – spiega – siamo noi quelli che abbiamo appoggiato i valori europei qui in Turchia riguardo a democrazia, diritti umani, libertà di stampa e secolarismo. Erdoĝan è quello che si oppone di più a questi principi, pensiamo alla libertà di stampa. Sotto le pressioni della questione rifugiati l’Europa ha scelto di stare dalla parte di Erdoĝan invece che dalla nostra. È come se l’Europa dicesse alla Turchia: fa quello che vuoi con il tuo popolo ma non mandare più rifugiati in Europa. È davvero un accordo molto sporco”.

Il giornalista è sicuro che non sarà possibile avere, entro giugno, visti liberalizzati per i cittadini turchi che vogliono recarsi in Europa. Si tratta di un punto fondamentale dell’accordo tra Turchia e UE ma per Dündar, “questa liberalizzazione dei visti è una bugia, lo sanno tutti. Né l’Europa né la Turchia sono pronti per una cosa del genere. Con questo accordo – continua il giornalista – l’Europa ha fermato l’arrivo dei rifugiati ma presto ci saranno persone che per scappare dalle pressioni di Erdoĝan chiederanno asilo politico in UE”.

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