Dalla rivoluzione civile al caos totale
Se della Siria resterà solo Assad

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

A una settimana dall’inizio delle operazioni militari russe in Siria, è diventato impossibile trovare una definizione per descrivere l’attuale situazione in cui versa quello che, fino a pochi anni fa, è stato uno dei più importanti Paesi del Medioriente.

Genesi di una catastrofe

Iniziata come rivolta popolare, parte della presunta “primavera” che stava coinvolgendo il mondo arabo nel 2011, gli intenti di rivoluzione in Siria si sono immediatamente scontrati con la realtà di un regime che non era disposto a mollare un grammo di potere. La ferocia della risposta da parte di Assad, la violenza cui da subito il popolo è stato sottoposto da parte dell’esercito, hanno ben presto finito per spaccare in due non solo il Paese, ma anche l’esercito, trasformando così la rivoluzione in guerra civile.

Sarebbe inutile e forse impossibile risalire alla genesi di ogni singolo gruppo, fazione, esercito libero o islamico, da lì in poi susseguitesi negli scontri dal 2012 e 2014. Gli eventi più rilevanti hanno riguardato il Pyd, che attraverso il proprio braccio armato Ypg, ha ripreso il controllo dei territori tradizionalmente a maggioranza curda a nord, mentre Al Nusrah e i filo qaedisti, prima dell’avvento dell’Isis, rappresentavano le fazioni più estremiste e pericolose in un pantano nel quale diventava sempre più difficile comprendere i rapporti di potere.

Il 2014 sarà l’anno che segnerà la nascita e l’ascesa dell’Isis, il ritorno del sogno del Califfato, un’escalation di violenza e terrore, un ortodossia che ha dato vita alle interpretazioni del Corano più nefaste, eppure capace di attirare a sé gli estremisti di tutto il mondo, passati in Siria con la Turchia che chiudeva uno, ma anche due occhi, mentre il resto del popolo siriano dava vita ad un secondo esodo di massa. Milioni di profughi hanno gradualmente raggiunto oltre confine i propri connazionali, fuggiti in precedenza dalla violenza del regime di Bashar el Assad.

Gli attori dietro le quinte

Per anni tutte le parti interessate hanno interagito nel teatro siriano scommettendo (vale a dire investendo e finanziando) sui propri cavalli. La Turchia ha da subito appoggiato il Free Sirian Army (FSA) e in seguito Al Nusrah. Gli Usa hanno continuato la ormai storica alleanza coi curdi, decisi a conquistare l’indipendenza e contemporaneamente avviato programmi di “addestramento di gruppi moderati”, tra cui il FSA, che avrebbero, nei piani, dovuto essere in grado i prendere il controllo del Paese. L’Arabia Saudita ha sostenuto Allouch, il cui esercito islamico sta a Ovest di Damasco, ma non solo, considerando che insieme a Qatar ed Emirati ingenti finanziamenti sono stati versati nella casse di una galassia di gruppi sunniti, rivali di Assad, ma soprattutto dell’Iran. Da questo flusso di capitali verso gruppi minori, ribelli, oppositori di Assad o appositamente addestrati per prendere il controllo del Paese, ha trovato la propria genesi l’Isis.

Gli ayatollah di Teheran, al fianco della Russia e con l’appoggio degli Hezbollah libanesi, hanno tenuto in piedi Assad, il cui potere decisionale è stato sostanzialmente devoluto prima nella mani del generale iraniano Suleymani e poi nelle cancellerie di Teheran e Mosca. Tanto bastava a evitarne la caduta e a renderlo intoccabile da parte di chi lo avrebbe eliminato da tempo: Turchia, Usa e Arabia Saudita.

L’interventismo

Con l’affermazione dell’Isis e la crescita esponenziale del numero di rifugiati, la comunità internazionale ha deciso di “intervenire”. Una coalizione guidata da Usa e Arabia Saudita ha così iniziato a bombardare obiettivi legati all’Isis già un anno fa. A questa coalizione si è aggiunta la Turchia, lo scorso 23 Luglio. In seguito all’uccisone di un militare al confine, anche Ankara ha bombardato il califfato. A partire da fine luglio i 2 eserciti più grandi della Nato, più l’Arabia Saudita, bombardano l’Isis. Ci sarebbe da chiedersi quante ore potrebbe resistere il califfato a un simile attacco, eppure, lo scorso 30 settembre, anche la Russia ha iniziato a bombardare l’Isis.

Dopo una fase in cui i vari attori interessati al destino e al controllo della Siria hanno preferito agire “per interposta persona”, l’ascesa del califfato, la paranoia mediatica, il “terrore del terrorismo”, hanno fornito la legittimazione a sganciare le bombe, anche se non si capisce bene contro chi.

Bombardare l’Isis, ma non solo

I raid della coalizione Usa-Arabia Saudita non si è mai capito in base a quale strategia siano stati pianificati. Sicuramente decisivi nelle vittorie dei curdi a Kobane e a Tel Abyad, importanti per il consolidamento degli affidabili (secondo Washington, ma non secondo Ankara) curdi del PYD nel nord del paese, vengono riproposti a cadenze irregolari cui difficilmente si riesce a dare una logica e a vedere i risultati.

La Turchia ha bombardato l’Isis uccidendo, in base a quanto rivelato da fonti militari, almeno 35 miliziani. L’esercito di Ankara nei giorni seguenti il 23 Luglio, con un’operazione rapidissima, ha reso impermeabile ai foreign fighters un confine fino ad allora aperto, ha sottratto terreno al califfato e punta ora a istituirvi una free zone che funga da rifugio per i profughi. Con gli Usa non c’è accordo sul chi dovrà gestire la free zone, “ma di certo non i curdi” fanno sapere da Ankara. Ai curdi siriani infatti, con l’occupazione della regione di Jarablus e Marea, è precluso il sogno di un Paese che avrebbe avuto uno sbocco sul mare. Un sogno cui lo scorso giugno Erdogan e Davutoglu avevano dichiarato all’unisono “che si sarebbero opposti in ogni modo”. Dopo poche operazioni condotte contro l’Isis e senza aver mai bombardato i lealisti di Assad, Ankara si è de facto concentrata sui curdi turchi del Pkk, riesumando una guerra iniziata 31 anni fa e interrompendo una tregua durata 2 anni. I bombardamenti continuano e fino a oggi, secondo fonti militari, più di 2100 ribelli sarebbero rimasti uccisi, mentre molte località nel sud est del paese sono tuttora soggette a coprifuoco. Nonostante i bombardamenti siano stati diretti al Pkk e non ai cugini siriani del Pyd, Ankara ha più volte mostrato insofferenza nei confronti della presenza dei curdi siriani al confine, ribadendo di essere pronta ad attaccare al verificarsi della prima minaccia quelli che considera “terroristi alla stregua di Pkk e Isis”, gli stessi che sono “affidabili alleati” di Washington. In tutto questo Ankara e Washington sono alleati che agiscono sotto l’egida della Nato, contro l’Isis e contro Assad.

Il presidente russo Vladimir Putin è l’uomo che in ogni momento avrebbe potuto staccare la spina ad Assad e che, in sede Onu ha da poco rilanciato la “candidatura” dell’attuale presidente alla guida di una nuova Siria, libera dall’Isis. Dopo aver invitato chiunque a proporre una soluzione migliore, l’aeronautica ha iniziato a far piovere bombe. Gli Usa e il FSA hanno da subito denunciato la morte di civili e ribelli addestrati dalla Cia, nonché il bombardamento di postazioni dei gruppi moderati. “Su 57 attacchi, 2 contro l’Isis e 55 contro gli oppositori di Assad” ha tuonato Davutoglu, già innervosito dalla doppia invasione da parte di velivoli da guerra russi dello spazio aereo turco. “Un errore sulla rotta di navigazione” ha sminuito Mosca, “che non si ripeta mai più” ha ribattuto Davutoglu, ricordando che “le nostre regole di ingaggio sono note a tutti”. “Un attacco alla Turchia è un attacco a tutta la Nato” ha aggiunto Erdogan, per poi avvisare Putin che “perdere la Turchia, per la Russia significa perdere tanto e non credo gli convenga”.

E ora?

Nell’assenza di una strategia comune, di un piano per la Siria che tenga conto della Siria stessa, ognuno cerca di fare i propri interessi intervenendo in base a questi ultimi. A Mosca è intanto riuscito di far alzare di 6 dollari al barile il prezzo del petrolio, risultato non di poco conto, considerando che per ogni dollaro in più (o in meno) del prezzo del petrolio al barile, la Russia guadagna (o perde) circa 2 miliardi di dollari. I benefici sull’economia russa potrebbero spingere Putin ad anticipare le elezioni del 2016.

Washington è sempre più dietro le quinte della crisi, lontana parente dell’interventismo a tutti i costi dell’era Bush. Barack Obama di Putin ha detto che “non ha capito nulla della Siria”, ma un piano non ce l’ha e gli uomini addestrati dalla Cia già prima degli ultimi eventi si sono mostrati inadeguati, subendo umiliazioni da parte di Al Nusrah e di altri gruppi minori attivi nel ovest del Paese. Sembra che a Washington sbandierare la lotta al terrorismo, con i saltuari raid dell’aeronautica, sia più che sufficiente. Erdogan dal canto suo riesumando la guerra contro i curdi ha trovato argomenti per attirare su di sé l’elettorato nazionalista e infangare il partito filo curdo dell’Hdp in vista delle elezioni anticipate del prossimo 1 novembre.

È come se l’intera comunità internazionale avesse assegnato un’area entro la quale circoscrivere il califfato, per poi attingere al serbatoio di terrore dell’occidente, per giustificare azioni militari che nascondono sistematicamente un secondo fine, cui ci si concentra più che sulla lotta al califfato stesso.

Sullo sfondo l’Ue, per la quale il dramma siriano si semplifica in una sola parola: profughi. Il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha lanciato l’allarme: sarebbero in 3 milioni pronti a partire se Assad vincesse. L’Europa è tutta qua.

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