Viaggio attraverso la vera storia del “miracolo albanese”

6 - L'area centrale della capitale albanese.

Da Reset-Dialogues on Civilizations 

IL NORD

Il centro storico di Scutari, città dell’estremo nord albanese, la quinta del paese per dimensioni, con i suoi 110mila abitanti, è ordinato e gradevole. Ciottolato, file di alberi curati, locali e ristoranti, una moschea, una chiesa cattolica. I due edifici di culto si fronteggiano. A livello nazionale l’Islam è la fede con più seguito, benché gli albanesi siano credenti tendenzialmente laici. Ma il cattolicesimo, nelle regioni settentrionali, ha le sue roccaforti. I suoi martiri, pure. L’oppressione esercitata dal regime comunista fu in queste aree particolarmente forte. Al fattore religioso si aggiunse la discriminazione politico-territoriale e linguistica. Molti uomini del regime erano del sud, dove si parla il dialetto tosco. Fu imposto come lingua ufficiale a spese del ghego, diffuso nel nord e in Kosovo.

Il crinale linguistico, ben più di quello religioso, condiziona anche al giorno d’oggi le identità politiche. Il Partito socialista, erede del Partito del lavoro, la forza egemone ai tempi del comunismo, ha il principale bacino elettorale a sud. Il Partito democratico, la prima forza di opposizione al regime mai creata, oggi collocatasi su un’orbita conservatrice, riscuote più consensi a nord, per quanto le cose non siano sempre così nette. Alle elezioni politiche del 2013, per esempio, la coalizione vincitrice, guidata dal Partito socialista, ha superato i democratici quasi ovunque. Anche a Scutari, loro storico feudo.

Riserva di Kune-Vain-Tale

Si pernotta al Red Bricks, albergo di recente costruzione. L’ingresso dà su una grossa rotonda, il retro sul centro. Il titolare parla italiano, come molti altri suoi connazionali, non soltanto quelli che hanno attraversato il mare per cercare lavoro. Lui sì, l’ha fatto, a ogni modo. Ha vissuto in Lombardia e racconta che negli anni ’90, per un certo periodo, ha fatto il manovale nella residenza più cara a Silvio Berlusconi: quella di Arcore. C’erano dei lavori di ristrutturazione. “Guadagnavo 150mila lire al giorno”. Si fatica un po’ a credere questa storia. A un certo punto, comunque sia, questo signore ha ritenuto conclusa la sua esperienza in Italia, decidendo di ristabilirsi nel paese natale e qui creare una propria attività. Un emigrante di ritorno. E come lui ce ne sono altri. Vogliono darsi agli affari, sentono la nostalgia di casa o hanno lasciato l’Italia perché hanno perso il lavoro.

Il fenomeno dei ritorni, tuttavia, è stato fortemente esagerato nel racconto mediatico. Si è creata l’idea che in molti stiano rientrando attirati dalle possibilità offerte da una crescita rapida e portentosa. Ma non c’è né benessere in rapida diffusione, né saldo migratorio attivo. Il Pil pro capite è di 4500 dollari, superiore in Europa solo a quello della Moldavia. E i dati dell’Onu indicano che ci sono 3,3 emigranti ogni mille persone, un tasso tra i più alti al mondo. Quanto alla situazione specifica dell’Italia, la comunità albanese, che conta 500mila persone, è cresciuta ininterrottamente dal 1991, anche durante gli anni peggiori della crisi. L’unica eccezione c’è stata nel 2015, quando si è registrato un saldo negativo di circa quattromila unità. Dovuto però non al fenomeno dei ritorni in Albania, ma al completamento di circa 20mila processi di acquisizione della cittadinanza, cifra più elevata del normale.

Da Scutari ci muoviamo verso Velipoje, la località di mare più a nord del paese. Sorge a ridosso della foce del Buna, che segna il confine tra Albania e Montenegro. La costa è un indice interessante per capire la linea di sviluppo dell’Albania, bagnata sia dall’Adriatico che dallo Ionio, da Valona in giù. Il paese non ha una tradizione marittima di spessore. La sua storia è più legata alla terra e all’agricoltura. “Rendete le colline simili alle pianure” era uno dei motti in voga al tempo del comunismo, che vedeva nel mare un pericolo. Da lì si poteva essere invasi, o si poteva fuggire. È stato solo in seguito alla caduta del regime e al parziale consolidamento dello Stato centrale, avvenuta dopo gli anni ’90, che sono cresciute attività legate a pesca, navigazione e turismo. È qui che si gioca la partita più grande, a livello di prospettive di crescita.

Il mare tra Velipoje e Shengjin

Velipoje, a cui si arriva percorrendo una strada tortuosa che attraversa piccoli villaggi e campi con mandrie al pascolo, ha iniziato da qualche anno a vivere di turismo, soprattutto quello dal Kosovo. Ma capitando qui fuori stagione ci si imbatte in un paesaggio un po’ spettrale, fatto di alberghi vuoti e altre strutture ricettive ancora in costruzione, strade fangose e spiagge lasciate in balia di mareggiate e rifiuti. Verranno rimesse in ordine solo con il ritorno dei villeggianti.

Ci muoviamo verso sud e arriviamo a Shengjin. San Giovanni di Medua, in italiano. Qui il turismo sembra un po’ più avanzato. Ci sono anche due fabbriche per l’inscatolamento del pesce e il porto cerca di crescere, offrendosi come hub. In due occasioni era emerso un interessamento da parte della Cina, che però, avendo ottenuto negli anni addietro la gestione di un bel pezzo del Pireo, messo sul mercato dalla Grecia per rastrellare denaro, dispone già di un enorme potenziale strategico a cavallo tra Mediterraneo e Adriatico-Ionico.

Prosegue la ricognizione nel nord albanese. La strada principale corre lontana dalla costa, che da Lezhe (Alessio) fin quasi a Durazzo è occupata da due aree naturali. Quella più a nord, la riserva di Kune-Vain-Tale, è tra le più antiche del paese. Inizialmente, negli anni ’40, fu istituita in funzione della caccia, oggi sperimenta le prime forme di turismo ecosostenibile, per quel che si può vedere penetrandovi attraverso stradine strette, sassose e piene di buche. Più a sud c’è la laguna di Patok. Evitiamo la deviazione e tiriamo dritti, seguendo la strada che porta a Tirana. Ai suoi lati ci si appostano venditori di pannocchie, frutta e verdura. E sull’asfalto prende così forma un variopinto mercato senza troppe pretese.

DURAZZO E TIRANA

Tirana è una città dell’interno, Durazzo sta sul mare. Tirana è considerata Albania centrale, Durazzo è classificata come uno dei territori del nord. Ma dopotutto possono essere pensate come un’unica cosa, senza compiere una forzatura eccessiva. Entrambe vivono di vita propria, ma dipendono l’una dall’altra. Il legame è strettissimo. Durazzo è il principale porto del paese e molte delle merci che vi sbarcano prendono la via della capitale, risalendo un’autostrada abbastanza trafficata. Senza Tirana, Durazzo avrebbe un retroterra debole. Senza Durazzo, Tirana farebbe più fatica a rifornirsi e a esportare. E infine, un dato demografico. Messe assieme, le popolazioni delle due città arrivano a superare il milione: più di un terzo degli abitanti complessivi dell’Albania.

La ‘piramide’ a Tirana, marchio architettonico di epoca comunista.

Tirana è una città caotica, cementificata, sovraffollata e soffocata dai tubi di scarico delle automobili. Il traffico è un problema serio. La capitale è anche una calamita, che attira persone da ogni angolo del paese. Tradizioni e accenti linguistici si mischiano tra loro, confondendosi. Ma non sempre questo accade. Ci sono quartieri definiti ancora dalla provenienza territoriale, dalla lingua, dall’estrazione politica. Ad esempio in quello di Kamza, in periferia, vive gente per lo più originaria del nord, che parla ghego e sta con il Partito democratico, quando si tratta di andare alle urne. Nel distretto centrale Komuna e Parisit, invece, risiedono molti ex funzionari comunisti, molti dei quali legati alla cultura del sud. E qui si milita nel Partito socialista.

Il centro è molto moderno, pieno di locali. Ce ne sono in ogni strada, in ogni angolo. Ognuno ha la sua clientela. Ci sono quelli di sinistra, quelli di destra, quelli moderni e quelli più tradizionali, quelli frequentati dai tifosi delle squadre di calcio e quelli dove si va perché si può discutere di lavoro. I locali sono luoghi di socializzazione e uffici di collocamento. Il Blloku, l’area un tempo riservata alla nomenclatura, interdetta ai comuni cittadini, è la porzione del centro che ne conta di più in assoluto. Il passaggio da quartiere di regime a simbolo della liberalizzazione dei consumi e del tempo libero è una delle tante, piccole cifre di una transizione forgiata dal mito della libera impresa, del capitalismo e dell’individualismo. Lo Stato e il fisco sono visti come ostacoli fastidiosi. Ognuno fa da sé e per sé.

Questa, almeno, l’impressione che si matura esplorando le città. Dove un’altra cosa che colpisce è il fatto che in certe viuzze dei quartieri centrali, già dal mattino presto, anche prima delle sette, c’è gente che si mette in strada a vendere cose, persino sigarette sfuse. Anche i negozietti aprono a quell’ora. Sembra come se per queste persone il momento giusto potesse capitare in ogni istante, e che proprio per questo la giornata vada colta nella sua pienezza, e anche di più.

Tirana, al di fuori del centro, alterna quartieri borghesi a situazioni molto precarie. Sulla strada che porta al Kombinat, un vecchio quartiere operaio caduto in rovina, graffiato dalla povertà, si scorge sulla sinistra un mercato popolare ricavato su un grosso spiazzo polveroso. Si vende di tutto, a prezzi competitivi e in modo del tutto informale. I commercianti appoggiano la merce sui loro carretti o su delle lenzuola.

Tirana, un mercato

Sono immagini che stonano con quella narrazione dell’Albania orientata a descriverla come terra traboccante di futuro. A crearne questa percezione oltre modo lusinghiera, da questa parte del mare, ha contribuito anche la vicenda del radicamento, avvenuto in questi ultimi anni, di tante piccole e medie aziende italiane. Se non avessero trovato lo sbocco albanese sarebbero difficilmente rimaste in piedi. Ma la dote competitiva che l’Albania può esprimere è ancora limitata. Il mercato interno non è sviluppato, le infrastrutture sono ancora insufficienti, la burocrazia è legnosa e c’è molta corruzione. Gli unici fattori che fanno davvero la differenza, al momento, sono quasi soltanto quelli legati ai costi. Tasse e stipendi bassi, in altre parole. L’Albania, d’altro canto, non può permettersi molte alternative per attirare capitale straniero. La sua non è una concorrenza al ribasso, ma una necessità esistenziale.

Sarebbe comunque ingiusto negare i progressi messi in fila dal paese in tempi recenti. E un po’ ha influito l’effetto europeo. L’adesione all’Europa è ancora lontana, ma la sola idea di tagliare quest’altro grande traguardo, dopo l’ingresso della Nato nel 2009, è già d’aiuto. Fa produrre sforzi riformisti. L’attuale governo, a guida socialista, sta cercando di offrire su questo fronte una prova un po’ migliore, rispetto ai precedenti esecutivi guidati dal democratico Sali Berisha.

Si va verso il mare, a Durazzo. A nord del porto è stato da poco ripensato l’intero lungomare, con soluzioni architettoniche decisamente moderne. A sud si sviluppa il quartiere Plazha. Ci sono molti locali che prendono il nome da città del Kosovo o delle regioni albanesi della Macedonia. È da qui che arriva una buona fetta dei turisti che d’estate affollano le spiagge della città, pur se si dice che da qualche anno a questa parte Durazzo soffra la concorrenza delle spiagge situate più a nord.

Il moderno lungomare di Durazzo.

Durazzo ha diversi alberghi aperti anche d’inverno, essendo città di affari. Tante le attività che ruotano intorno al porto. La superficie, di oltre sessanta ettari, è racchiusa da una recinzione metallica. All’interno si scorgono una dozzina di gru e alcune grosse cisterne. Quattro i porti italiani collegati con la seconda città dell’Albania. Sono Trieste, Ancona, Bari e Brindisi. In quest’ultimo, nei primi giorni di marzo del 1991, partendo proprio da Durazzo, giunsero più di 25mila profughi albanesi. Fu il primo, grande sbarco di quell’anno. E un riprendere i contatti tra Albania e Italia, albanesi e italiani, dopo quasi mezzo secolo di comunismo, durante il quale l’Albania divenne una prigione-paese e l’Italia, da parte sua, non manifestò la dovuta attenzione nei confronti del “paese di fronte”.

IL SUD

Da Durazzo, costeggiando Kavaje e Lushnje, due città di buone dimensioni (si dice che nella prima si faccia un buon vino rosso), si arriva a Fier. La si attraversa rapidamente. Non lascia grandi impressioni. Ma è un luogo strategico. Poco fuori dal suo perimetro si gioca la partita energetica albanese. A est della città si trova il campo petrolifero di Patos-Marinza, il più grande d’Europa sulla terraferma. Di recente è passato dalla compagnia canadese Bankers Petroleum a quella cinese Geo-Jade, divenuta la prima azienda straniera nel paese. Sulla costa, invece, nella frazione di Topoje, a quindici chilometri da Fier, si snoderà prima di inabissarsi in Adriatico e riaffiorare in Salento la Trans-Adriatic Pipeline, gasdotto che rifornirà l’Europa di gas azero. È un progetto sostenuto da Bruxelles per alleviare la dipendenza dall’energia russa. L’Albania è ben lieta di mettere il proprio territorio a disposizione e l’opera non trova opposizione, diversamente da quanto avviene in Puglia. Viene vista come un modo per sentirsi più integrati in Europa, come una fonte di lavoro e infine come occasione per creare nuove strade o potenziare le esistenti, lungo il tragitto del tubo. In ogni suo tratto deve essere accessibile ai tecnici. Nella campagna intorno a Topoje si lavora già a questo obiettivo, in attesa che comincino i lavori per la posa.

Uno dei viali centrali di Valona.

Più a sud ecco Valona, terza città e secondo porto del paese. Qui, nel 1997, quando l’Albania collassò economicamente, dando al via alla seconda ondata migratoria verso l’Italia, dopo quella del 1991, la criminalità organizzata divenne molto influente. E qui le acque dell’Adriatico si perdono in quelle dello Ionio. Sulle coste italiane, è Otranto a fissare il limite tra i due mari. Ma la cosa non è universalmente riconosciuta. Per qualcuno lo Ionio inizia più giù, all’altezza di Butrinto, di fronte al canale di Corfù.

Valona è un grande cantiere. È in fase di realizzazione un lungomare di circa due chilometri a sud dell’area portuale, che si allargherà a breve con una nuova banchina. E ci sono diversi palazzi in costruzione. Si vede che qualche soldo è iniziato a girare. E anche che il mattone è una fetta importante dell’economia informale, che in Albania è una piaga.

Valona e tutto il litorale ionico sono considerati i luoghi del paese capaci di sprigionare più potenziale turistico. Anche in funzione di visitatori occidentali. Ed è per questo che per arrivare a Butrinto, quasi al confine con la Grecia, si sceglie di percorrere la strada costiera, che si inerpica per buoni tratti sui fianchi delle montagne, tra paesaggi mozzafiato, greggi, boschi e qualche cartolina da vecchia Albania rurale. Sono solo 150 chilometri, ma ci vogliono quasi sei ore di viaggio. Con quella interna, che passa per Argirocastro, la città dove nacque il dittatore comunista Enver Hoxha, ce ne vorrebbero due di meno.

Appena a sud di Valona il litorale è già ben attrezzato per il turismo, anche se c’è l’impressione che ci sia poca spiaggia. Anche a Orikum e Himare ci sono servizi a sufficienza. Scendendo a sud si passa da Porto Palermo, un piccolo atollo al cui centro svetta un vecchio castello. Lì accanto c’è una chiesetta ortodossa. Questa è la parte dell’Albania dove, per via della vicinanza con la Grecia, è ben radicato il cristianesimo di rito orientale. È la seconda confessione del paese. La presenza di tre fedi, il loro coesistere senza frizioni esagerate, per quanto le persecuzioni del comunismo pesino e le ombre sinistre del jihadismo spaventino, sta facendo dell’Albania un modello. Papa Francesco, recandosi a Tirana nel settembre del 2014, ha voluto sottolineare proprio questo aspetto. Reso possibile anche dal fatto che il processo di creazione dell’identità nazionale albanese non è passato dalla fede e quest’ultima, all’opposto di quello che è accaduto in alcuni paesi a lungo dominati dal comunismo, non ha preteso di invadere il campo della politica nell’ultimo quarto di secolo.

Altarino ortodosso sulla strada tra Valona e Saranda.

Penultima tappa: Saranda. Ai tempi della dominazione fascista fu ribattezzata Porto Edda, in onore della figlia del Duce, nonché moglie di Galeazzo Ciano, ministro degli esteri. Fu proprio lui a sostenere e orchestrare l’annessione dell’Albania all’Italia. Saranda è il baricentro del turismo nel sud albanese, e questo ne ha fatto un laboratorio di speculazione. Ci sono molti alberghi, forse più di quanti se ne rendano necessari. E si registrano problemi per lo smaltimento dei rifiuti e per l’approvvigionamento energetico. La classica storia da sviluppo accelerato, sregolato e poco attento alla sostenibilità. Si sta ora cercando di mettere qualche pezza.

Infine Butrinto. All’imbocco del canale di Vivari, che unisce il lago di Butrinto al mare, c’è il famoso parco archeologico, con rovine greche e romane. Sopravvive anche qualcosa di bizantino. Fu il fascismo a dare il via agli scavi. Sulla sponda sud del canale svetta un castello di origine veneziana. E la Serenissima, qui, aveva anche un porto. Nel raggio di pochissimi metri, un impressionante concentrato di storia.

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