Religione e libertà di informazione, prima e dopo Charlie Hebdo

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

La libertà di informazione continua ad essere più invocata che reale. E non solo nei regimi con palesi censure. L’attacco alla redazione di Charlie Hebdo ha riportato tristemente all’attualità il tema, ma tanti altri giornalisti, blogger, vignettisti in tutto il mondo, spesso nel silenzio e nell’indifferenza internazionale, continuano ad essere minacciati da gruppi estremisti, e dai governi dei propri paesi, dove rischiano il carcere, le torture, la vita. Anche in nome della religione.

Reporter sans Frontières ha documentato come quasi tutti i media internazionali che abbiano coperto la strage di Parigi si siano poi scontrati con prese di posizione radicali e reazioni negative da parte degli establishment al potere.

In Tunisia, due conduttori dell’emittente Ettounissia sono stati minacciati per aver espresso solidarietà ai vignettisti e redattori uccisi, in un video comparso sui social network il 9 gennaio scorso e rivendicato da uno dei leader dell’organizzazione islamista Ansar Al Sharia.

In Turchia, nella città di Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco, è stata annunciata una petizione per bloccare i siti che postano le vignette di Charlie Hebdo, e a Istanbul la polizia ha fatto visita alla redazione del giornale di opposizione Cumhuriyet per esaminare le pagine supplementari destinate ad ospitarle; dando l’autorizzazione alla stampa solo dopo essersi assicurata che non ci fosse quella raffigurante il profeta Maometto. L’editore della rivista ha anche raccontato di aver ricevuto minacce telefoniche, mentre la reazione sui social è stata la diffusione dell’hashtag #jesuiscumhuriyet insieme a #jesuischarlie.  Alcuni gruppi radicali avrebbero anche minacciato i vignettisti turchi, soprattutto quelli dei settimanali Penguen e Leman, dopo la strage di Parigi. “Giornalisti di Penguen – si poteva leggere su Twitter – siate intelligenti, guardate Charlie Hebdo, non cercate di essere simpatici insultando il credo della gente”.

In Russia, l’agenzia federale che si occupa di media e comunicazione, il 13 gennaio ha annunciato che le caricature con immagini religiose incitano all’odio, e la loro diffusione sarà punita con pene severe. La redazione di Novosti Permi ha ricevuto il divieto di pubblicazione delle vignette di Charlie Hebdo in solidarietà, e gli è stato anche intimato di moderare i commenti agli articoli, pena l’essere perseguiti per estremismo.

In Israele il vignettista di Haaretz Nao Olchowski ha ricevuto minacce di morte per una vignetta su 13 giornalisti palestinesi uccisi in luglio e agosto dello scorso anno e ripubblicata dopo Parigi. In Iran la polizia ha impedito una manifestazione di giornalisti davanti alla sede dell’associazione di categoria di Teheran. In Belgio la redazione di Le Soir che aveva ripubblicato le vignette di Charlie Hebdo dopo la strage è stata evacuata a seguito di minacce telefoniche, e in Marocco è stata bloccata temporaneamente la distribuzione di alcune riviste francesi come Le Monde, Libération e Marianne che avevano riprodotto la copertina di Charlie Hebdo. E’ qui che il ministro della Comunicazione Mustapha El Khalfi ha dichiarato: “la pubblicazione di queste vignette costituisce un’inaccettabile e perseguibile diffamazione. La blasfemia non ha niente a che vedere con la libertà di espressione.”

Una frase emblematica che in realtà esprime esattamente il concetto opposto: la religione è ancora oggi un freno alla libera espressione, o più spesso la scusa “moralmente accettabile” per legittimare la censura.

Il rapporto di Reporters Sans Frontières

Il rapporto di Rsf pubblicato esattamente un anno fa e riproposto in questi giorni, fornisce un quadro dettagliato dei paesi nei quali l’offesa alla religione è utilizzata come pretesto politico, come “camicia di forza” per imbrigliare giornalisti e blogger. Il caso più attuale è quello di Raif Badawi, fondatore del Free Saudi Liberals, un forum nato per discutere proprio di religione in Arabia Saudita, che il 9 gennaio ha ricevuto le prime cinquanta frustate previste dalla sua condanna per apostasia. Il giovane si trova in carcere dal 17 giugno del 2012, a Gedda, per aver citato figure religiose nei suoi articoli. Inizialmente il Tribunale Penale lo aveva condannato a sette anni e 600 frustate, che in Appello sono diventati dieci, con mille frustate.

In Bangladesh il blogger Asif Mohiuddin aveva raccontato il processo ai leader del partito islamista Jamaat e-Islami, accusati di crimini contro l’umanità nella guerra di indipendenza del 1971. Per questo è finito in carcere per due volte, ed è ancora sotto processo per offesa a un credo religioso.

Alle Maldive il giornalista Ismail Rasheed si è visto chiudere il suo blog dal Ministero degli Affari Islamici, accusato di aver pubblicato contenuti anti-religiosi, per aver tentato di raccontare le diverse correnti dell’Islam. Nel giugno del 2012 è sopravvissuto a un’aggressione avvenuta davanti al portone di casa, quando è stato pugnalato al collo.

In Marocco sono stati bloccati diversi magazine, come il cattolico Le Pèlerin, quando nel 2012 pubblicò un numero speciale dal titolo “50 chiavi per capire l’Islam”.

In Mali uno speaker di Radio Aïda Koima, Abdolu Malick Maïga, raccontò durante una puntata di come un gruppo di cittadini aveva salvato un ragazzo accusato di furto al quale era stata amputata una mano da alcuni membri del movimento per l’unità e la Jihad  nell’ Africa dell’Est. Per questo affronto alla Sharia, fu trascinato fuori dallo studio durante la diretta e picchiato.

In Oman, il 5 settembre 2013, è cominciato il processo a Samir Al-Zakwani, editore del locale settimanale in lingua inglese The week, colpevole di aver pubblicato un articolo sull’omosessualità nel paese. Le accuse non sono state specificate ma il Ministero dell’Informazione ha parlato di danneggiamento dei fondamenti e dei principi morali e religiosi della società. Il suo giornale è stato tacciato di aver rovinato l’immagine del paese all’estero, e di avere promosso atti contro natura. Zakwani e i suoi giornalisti rischiano condanne fra i sei mesi e i tre anni, ma nel frattempo sono già stati stigmatizzati anche dall’associazione locale dei giornalisti, che ha ribadito che al settimanale dovrebbe essere revocata la licenza.

Il 31 dicembre del 2011, nella Repubblica di Karelia, parte della Federazione Russa, un attivista per i diritti umani, Maksim Ekimov, pubblicò sul suo blog la frase “Karelia è stanca dei papi”. Un’affermazione che gli valse l’accusa di incitamento all’odio religioso, e la scelta fra la fuga in Estonia o un soggiorno di sei mesi in una struttura psichiatrica.

In Russia, Boris Obraztsov, editore di Kaliningrad, è stato multato per 110 mila rubli, circa 2mila 500 euro, per aver criticato i privilegi economici del clero ortodosso.

In Tajikistan, Urinboy Usmonov, corrispondente della BBC, fu torturato durante un interrogatorio, avvenuto a seguito di un arresto per presunta affiliazione a un partito islamico.

In Kazakistan, Alexander Kharlamov, giornalista indipendente e attivista per i diritti umani, ha trascorso sei mesi in carcere, e alcune settimane in una clinica psichiatrica, per avere scritto di religione sul suo blog.

Sono questi solo alcuni fra i tanti esempi che descrivono la situazione critica in cui spesso chi fa informazione si trova a lavorare nel mondo. In molti casi esistono specifici articoli di legge che regolano il ruolo dei media e dei loro operatori sulla base della religione. In Marocco l’articolo 41 della legge sulla stampa prevede da tre a cinque anni di prigione e da 10mila a 100mila dirham (fra 900 e 9mila euro circa) per le offese ai reali, alla religione islamica, alla monarchia e all’integrità territoriale. In Indonesia, l’articolo 156 del Codice Penale punisce la diffamazione e le ostilità contro i gruppi religiosi. È qui che il settimanale Tempo ha dovuto presentare scuse ufficiali per evitare la punizione ai sensi di questo articolo, chiamato in causa dall’Alleanza degli Studenti e dei Giovani Cristiani che lo aveva citato per la pubblicazione di un’immagine dell’Ultima cena di Leonardo con l’ex presidente Suharto al posto del Cristo.

Anche in Asia Centrale e nelle Repubbliche del Caucaso ci sono leggi che prevedono lunghe pene detentive non per blasfemia ma per incitamento all’odio religioso. Alcuni paesi rivendicano i valori tradizionali come base dell’identità nazionale e per legittimare l’autorità dello stato. L’articolo 156 del Codice Penale dell’Uzbekistan prevede il reato di incitamento all’odio religioso, mentre l’articolo 216 riguarda l’organizzazione e la partecipazione a movimenti e organizzazioni religiose non riconosciute.

Secondo i dati dell’ultima ricerca del 2012 del Pew Research Centre sull’impatto della religione nella sfera pubblica, 94 su 198 paesi hanno leggi che puniscono la blasfemia, l’apostasia o la diffamazione religiosa. L’apostasia è reato in 20 paesi, fra Maghreb, Asia, Africa. La diffamazione religiosa è punita in 86 paesi, ma in Europa diventa perseguibile solo quando si configura come caso di discriminazione contro individui o gruppi religiosi, quando è offensiva della persona, e non del credo in modo generico. La blasfemia è riconosciuta anche in alcuni paesi europei come la Danimarca, la Germania, la Grecia, l’Irlanda, Malta, i Paesi Bassi e la Polonia. In Italia è attualmente considerata come un illecito amministrativo, punito con una sanzione pecuniaria  (da 51 a 309 euro). In America Latina la diffamazione religiosa è perseguibile in Brasile, Cile, Venezuela, Salvador.

Il 19 dicembre del 2011 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione Onu sull’Educazione e la formazione ai diritti umani, dove si fa riferimento anche al contrasto delle discriminazioni, dell’incitamento alla violenza basata sulle convinzioni religiose, e che potrebbe essere una base di partenza, secondo Rsf, se venisse applicata senza distinzione fra religioni ufficiali e delle minoranze, e senza differenze fra chi crede e chi no. Come pure una spinta in positivo potrebbero darla i paesi europei eliminando le restrizioni legate all’informazione sui temi religiosi, in nome del rispetto del pluralismo e dei diritti umani. Segnali più invocati che reali.

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