Referendum in Kurdistan: la vittoria del “sì” e le contromosse di Baghdad

A poster encouraging people to vote in the upcoming independence referendum for the Kurdistan region is seen on a bullet-riddled wall in the Iraqi city of Kirkuk on September 24, 2017.
Iraqi Kurds are preparing to vote in a referendum set for September 25 on independence for their autonomous northern region, despite warnings within the country and from neighbours Iran and Turkey. / AFP PHOTO / AHMAD AL-RUBAYE

I curdi dell’Iraq hanno votato a favore dell’indipendenza della regione autonoma. L’affluenza media al voto, dato definitivo, è stata del 72%, mentre dai risultati preliminari dello spoglio, resi noti il 27 settembre sul conteggio di 3.085.935 schede valide, il “sì” ha vinto con il 92,73%.

Un risultato che non lascia dubbi sulla volontà del popolo curdo, e che ha spinto il presidente Masoud Barzani ha dichiarare pubblicamente la vittoria e il successo di questa consultazione elettorale già a 24 ore dalla chiusura dei seggi.

“Il nostro voto non è un crimine e la volontà di milioni di curdi dovrà essere rispettata dalla comunità internazionale”, ha ribadito Barzani, nella prima, ufficiale conferenza stampa dopo il referendum, in cui ha richiamato Baghdad al dialogo. Un discorso nel quale il presidente della Regione Autonoma del Kurdistan ha menzionato anche la cooperazione militare con l’Iraq nella battaglia contro lo Stato Islamico, l’accoglienza che i curdi hanno riservato agli sfollati interni iracheni, e le relazioni economiche di buon vicinato con Iran e Turchia.

Erbil

Nessun problema o tensione a Erbil, capitale della regione autonoma, né ai seggi durante il voto, né dopo quando la gente è scesa in strada per celebrare una data storica. Nel corso della giornata quasi tutti i negozi sono rimasti chiusi, persino nel grande bazar della cittadella, per la prima volta completamente vuoto e silenzioso.Tanti fra i giovani hanno subito postato la scheda con loro “si” sui social, per immortalare un momento simbolico, la realizzazione di un ideale. “Sono orgogliosa di aver votato perché spero davvero che questo primo passo porti un cambiamento – racconta una giovane avvocata che ha fatto da scrutatrice – lo spero per i miei figli, perché non debbano subire quello che i curdi hanno sofferto in passato, e perché un domani possano essere visti con più rispetto anche all’estero, perché cittadini di un proprio stato”.

La storia, da quella dei confini di Sykes-Picot, fino alla più recente del genocidio operato da Saddam Hussein nei confronti dei curdi, ritorna in tutti i racconti dei più anziani al voto. Il “sì” all’indipendenza parte da lontano, da promesse internazionali sempre disattese, per il più numeroso popolo al mondo tuttora senza stato. “Stiamo solo chiedendo quello che qualsiasi persona vorrebbe – dice un uomo anziano, arrivato al seggio con la moglie, le figlie e tre nipoti, e che ora mostra orgoglioso l’indice tinto d’inchiostro – lo abbiamo guadagnato con la nostra storia questo diritto. In più siamo sempre stati in grado di convivere pacificamente con tutti, dunque perché dovrebbero osteggiarci, ancora una volta?”

Kirkuk

Anche a Kirkuk, provincia contesa fra Erbil e Baghdad ed uno dei maggiori centri di estrazione del petrolio di tutto l’Iraq, se si parla con la gente vengono fuori storie di convivenza pacifica, nonostante i problemi economici, e lo Stato Islamico ancora presente a pochi chilometri. Qui vivono curdi, arabi e turkmeni, frequentano lo stesso bazar, le stesse moschee, sono vicini di casa. “Io non andrò a votare perché ritengo che la separazione dall’Iraq non sia una buona soluzione – diceva un giovane commesso in un negozio di abbigliamento alla vigilia del referendum – ma questo non cambierà i miei rapporti con gli amici che invece lo faranno. Penso sia una libera scelta, ma temo che non vedremo alcun beneficio per i cittadini, in un caso o nell’altro”. Dello stesso parere anche un uomo che invece non vedeva l’ora di andare al seggio: “sarà importante per noi, soprattutto in questa comunità di frontiera che ha perso tanti uomini nella battaglia contro Daesh, ma non potrei mai guardare con occhi diversi il mio vicino arabo, anche se per me qui siamo già in Kurdistan”.

In effetti quello che colpisce all’entrata di Kirkuk, dopo la scritta “Welcome”, è proprio il monumento al Peshmerga, una statua di almeno cinque, sei metri, con tanto di bandiera col sole a 21 punte.

Barzani ha fatto leva sul sentimento popolare, ma questo non significa che tutto il Kurdistan sia con il governo. Un giovane laureato in informatica, impiegato in una delle principali compagnie telefoniche del paese, racconta che la repressione esiste, anche qui, insieme alla riprovazione sociale. E condiziona la vita dei curdi. Non supportare il governo molto spesso vuol dire perdere il lavoro, o non trovarlo affatto, soprattutto se si opera in grandi aziende legate al Pdk, o se si vuole aprire un’attività in proprio. E quel 28% di astensione dimostra che il supporto non è totale anche se ogni curdo vorrebbe avere il diritto ad essere cittadino di un proprio stato.

Le conseguenze immediate

In pochi al momento credono veramente che questo voto porti a conseguenze pesanti nelle relazioni in primis con l’Iraq, che comunque continua a minacciare sanzioni contro il governo regionale per non aver cancellato o almeno posticipato l’appuntamento referendario.

Il primo ministro Haider al-Abadi ha già annunciato che Baghdad fermerà i voli  internazionali da e verso Erbil e Sulaymaniyah se il governo regionale non accetterà di cedere il controllo degli aeroporti del nord al governo centrale nei prossimi due giorni. La risposta non si è fatta attendere dal Kurdistan, che ha ufficialmente rifiutato. E molte delle compagnie aeree straniere hanno già annunciato la cancellazione dei voli a partire dal 30 settembre.

La portavoce del dipartimento di stato americano ha esortato Erbil e Baghdad a sedersi al tavolo delle trattative per trovare una soluzione costruttiva, perché la chiusura dello spazio aereo, come l’esortazione alle missioni internazionali a lasciare l’area del nord, non farebbero altro che allontanare la possibilità di una trattativa.

Per quanto riguarda i “vicini”, sia Turchia che Iran hanno da subito condannato il referendum, ma entrambi hanno tutto l’interesse a mantenere le relazioni con il Kurdistan.

Il valore delle transazioni commerciali fra Ankara ed Erbil, secondo quanto dichiarato due giorni fa dallo stesso Ministro dell’Economia turco al quotidiano Hurriyet, vale più di 2,5 miliardi di dollari l’anno, e al momento non ci sono state frenate nonostante il referendum. Per quanto riguarda l’Iran, nello scorso agosto, e quindi dopo che la data del referendum era già stata fissata, ha sottoscritto con il Kurdistan iracheno due nuovi protocolli commerciali che implementano le già floride relazioni economiche.

Secondo i curdi il fattore economico basterà a far calmare le acque, e ad avere un supporto internazionale nei prossimi giorni, per continuare il braccio di ferro con l’Iraq. Fino a data da destinarsi.

Credit: Ahmad Alrubaye /AFP

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