Papa Francesco, leader inclusivo
nell’epoca degli etno-nazionalismi

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

Nelle ore in cui Donald Trump giura su due Bibbie – quella di Lincoln e quella della sua famiglia – e si insedia alla Casa Bianca, quale prodotto anche di quel cristianesimo poco misericordioso, intriso di “guerre culturali” e da subito ostile a papa Francesco, a Roma tanti studiosi si confrontano su “il cristianesimo al tempo di papa Francesco”. Forse parlare di “cristianesimi” sarebbe stato più chiaro. Anche perché le diversità tra quello che applaude ai confini e quello che vuole superarli sono apparse evidenti, già con le relazioni “americane” di Massimo Franco e Gianni La Bella.

Con il linguaggio ecclesiale che è proprio di un cardinale, Walter Kasper ha presentato così la grande novità-Bergoglio: “per lui il Concilio Vaticano II non è un tema da approfondire, ma un punto di partenza”. Senza sapere cosa sia stato il Vaticano II e il cinquantennale confronto sulla sua interpretazione è difficile capire. Ha aiutato il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e animatore della conferenza, dicendo che chi pensa di capire la riforma di Bergoglio mettendo insieme gli accorpamenti dei Pontifici Consigli difficilmente arriverà al punto: la riforma di papa Francesco è un processo al cui centro c’è una rivoluzione culturale. Chiesa dei poveri, Chiesa delle periferie, Chiesa del governo dal basso che come modello salva la democrazia in un’epoca in cui lo stato napoleonico non funziona più, sono i punti cruciali della predicazione di Bergoglio, che non la cala dall’alto, non la impone, ma avvia processi.

In effetti si può dire che il Concilio Vaticano II è stato una rivoluzione culturale, basata sul dialogo con l’ebraismo, le altre religioni e la modernità, e quella rivoluzione papa Francesco non intende “interpretarla”, ma farla procedere, dotandola degli strumenti necessari per interloquire con gli uomini del Terzo Millennio, della globalizzazione, o forse delle post-globalità. Così seguire il convegno romano è interessantissimo per capire quale cristianesimo ci sia oggi e quale sia il nostro tempo. Il tempo in cui è “sovrano” il papa del dialogo con il mondo, in un mondo però che sembra rifluire negli etno-nazionalismi, nella paura dell’altro.

Secondo l’ultimo rapporto Demos papa Francesco ha la fiducia dell’82% degli italiani, mentre solo il 44% ha fiducia nella Chiesa. “Il credito di un papa straordinario che ha ribaltato la condizione di un papato che sembrava in crisi mortale- ha detto Andrea Riccardi- non passa facilmente alla vita ordinaria della Chiesa”. I problemi e i motivi sono tanti, ma uno tra quelli citati colpisce. La Chiesa cattolica può adeguarsi al mondo post-europeo eleggendo il primo papa non europeo, ma come può vivere, debitrice com’è della struttura dell’impero romano, con diocesi che mappano ogni angolo del mondo, come potrà coprire il territorio con la sua rete parrocchiale ma senza clero? E come pensarlo comunque in un mondo nel quale nel 2020 nove città avranno oltre venti milioni di abitanti? Trova qui radicamento la discussione sulle nuove figure che potranno accompagnare il sacerdote, ma soprattutto la scelta “missionaria” di papa Francesco. Non limitarsi alla proiezione ecclesiale nello spazio, ma puntare sul tempo, e sulla missione. Ecco il papa che parla, interloquisce con il mondo, con i fedeli, direttamente, parlando loro della fede con tenerezza, con un linguaggio accessibile a ciascuno.

Creare dunque un popolo non in termini “etnici”, o nazionali. Superare il limite dello spazio e così facendo far emergere anche la sete di leader spirituali che la secolarizzazione non ha eliminato. Bergoglio dunque è un leader inclusivo, che parla con Scalfari come si parla con un proprio simile, non con un “laico”. Non è il leader di un cattolicesimo “minoranza creativa”, compatto dietro i valori non negoziabili issati come vessillo: e infatti ha un proprio seguito tra i cattolici, ma anche al di fuori di essi, perché mira a costruire un popolo che in quanto tale non ha “limiti”. Il motivo per cui non indica ai suoi valori non negoziabili forse potrebbe essere detto anche così: per lui tutti i valori non sono negoziabili. Ma il professor Andrea Riccardi ha preferito essere più esaustivo, ed ha citato l’intervista al direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, nella quale Bergoglio ha detto: “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale, e uso dei metodi contraccettivi. Essere profeti significa fare ruido, non so come si dice… La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice “casino”. M in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo.” Dunque Bergoglio ha davvero una prospettiva inclusiva, non limitata a un “popolo ben configurato”. E allora si fa “telepredicatore” per raggiungere e portare la profezia tra i poveri, i diseredati, i dimenticati, i periferici, aprendo a loro le porte del Collegio Cardinalizio dove inserisce prelati di Capo Verde, Papua Nuova Guinea, Haiti, Tonga, Centrafrica, Bangladesh, Burkina Faso, Birmania, Etiopia… La riforma di papa Francesco è per Andrea Riccardi una rivoluzione culturale proprio per questo: “non ha una cultura istituzionale”, smonta la corte è vero, ma non lo Stato, perché non è fine a sé stessa ma a un processo di conversione. Dunque tutto dipenderà da come verrà recepita. Una riforma come questa deve generare dissenso, e il dissenso si è manifestato come mai negli ultimi tempi. Questo è importante e per il papa può essere positivo: se questo libererà anche il consenso e la manifestazione del consenso, le sue forme di aggregazione, il popolo che segue Bergoglio, dentro la Chiesa ma anche fuori di essa, riuscirà a riconoscersi e a prendere forma. Nell’epoca buia degli etno-nazionalismi, frutto di paura e smarrimento, sarebbe una controtendenza “provvidenziale”.

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