Mediterraneo chiama Europa. Qualcosa
sta cambiando e non ce ne siamo accorti

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

Europa e Maghreb, due realtà che si compenetrano sempre più, per molti aspetti accomunate dalle medesime difficoltà. È l’era della “post-migrazione”, argomenta Olivier Roy, direttore del Programma Mediterraneo al Robert Schuman Centre for Advanced studies dell’Istituto universitario europeo di Fiesole: i maghrebini non premono più alle porte degli europei, vogliono andare e venire, “circolare” liberamente seguendo le migliori opportunità economiche, talvolta più vantaggiose a Rabat e Algeri che al Nord.
Intervistato da Reset-DoC pochi giorni prima del conferimento del Nobel per la Pace alle organizzazioni della società civile tunisina, a margine del convegno dedicato ai Paesi del Maghreb fra “Dimensione politica e ricadute economiche”, organizzato dal Centro italiano per la pace in Medio oriente (Cipmo), Roy si concentra su quanto c’è di nuovo nelle società maghrebine. E su quanto è sfuggito alle classi politiche europee.

Marocco, Algeria, Tunisia: quale di questi tre Paesi sta attraversando un periodo di maggiore complessità politica?

In realtà tutti e tre, compreso il Marocco, anche se sembra più stabile. In Algeria è in atto la successione al presidente Bouteflika: per la verità si tratta di una transizione permanente. I processi di gestione politica in Algeria non sono pubblici, avvengono nell’oscurità. Detto questo, la società algerina è vivace, dibatte di politica nazionale e internazionale con passione.
In Tunisia, la transizione democratica è riuscita – con tutte le critiche che possono essere riservate alla dirigenza, ma è riuscita. Non è piaciuta agli estremi, né ai laici né ai radicali islamisti, che sono esclusi dalla politica.
Il problema della Tunisia è economico, dunque, non politico. E poi, risiede nel radicalismo jihadista che riguarda una minoranza virulenta nutrita dalle difficoltà socio-economiche.

Questa minoranza fa però la differenza se si parla di volontari nei ranghi dei Da’ish, (acronimo arabo di ad-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa l-Shām, Stato islamico in Iraq e Siria), considerando che in Tunisia vivono solo 10 milioni di persone.

Ci sono due aspetti: la Tunisia è il Paese che esporta più miliziani dopo l’Arabia Saudita, è vero. Sono persone che vengono soprattutto dal Sud e dalle periferie abbandonate. Direi, però, che è un problema che accomuna la Tunisia agli Occidentali: i genitori di questi ragazzi, perché sono ragazzi giovani e giovanissimi, non comprendono le scelte dei figli, le rifiutano. Come in Europa, dunque, non è la popolazione che si radicalizza, ma alcuni giovani. E allora questo è un segno – direi – dell’europeizzazione della Tunisia, non del contrario.

E dunque, secondo questa analisi, il Marocco parrebbe il Paese più solido.

Sì, c’è una continuità politica grazie alla monarchia, che “calma il gioco”. Ma la società si muove continuamente, è in evoluzione perpetua: innanzitutto, da agricola a urbana; inoltre, prima i cittadini erano in gran parte analfabeti, mentre ora sono decisamente più istruiti. E poi la figura del re, che si mostra sempre di meno: è la corte a governare davvero.

Qual è la relazione fra Maghreb ed Europa in questo momento?

Le due società si compenetrano sempre di più. Ci sono milioni di maghrebini che vivono in Europa e centinaia di migliaia di persone che hanno doppia nazionalità. Ci sono deputati tunisini nei parlamenti francese e italiano. Direi che siamo in una situazione di post-migrazione: non ci sono più centinaia di migliaia di maghrebini che vogliono venire in Europa, ma piuttosto gente che vuole circolare nei due sensi, con giovani di seconda generazione che tornano indietro. Non sono più solo persone che scappano dalla guerra né rifugiati affamati. Seguono le migliori condizioni economiche, ovunque esse siano. Inoltre, il bilinguismo è molto vivace: anche questo è un segno di compenetrazione.
In termini politici, direi che le classi politiche europee non hanno capito il cambiamento. Continuano ad avere politiche dei visti restrittive, che finiscono per generare la clandestinità.

Sul piano orizzontale, che relazione esiste fra i Paesi maghrebini?

Non c’è alcuna solidarietà. Fra i Paesi del Maghreb non c’è coordinamento: c’è ancora rivalità fra Marocco e Algeria, ad esempio, e l’Europa non se ne occupa.
E poi c’è la questione dell’islam, che nessuno affronta: Marocco e Algeria ritengono che l’islam in Europa debba essere quello, rispettivamente, marocchino e algerino. Quindi, il rettore della moschea di Parigi è nominato da Algeri, mentre il Marocco forma gli imam di origine marocchina. Una gara.
Tutti dimenticano, però, che si sta formando un nuovo islam, europeo, diverso da quello di partenza. È visto con diffidenza dalle autorità maghrebine, tutte, perché influenzato dal pensiero laico delle società europee, ma è sempre islam.
Allo stesso modo, la chiesa protestante evangelica in Algeria si sta espandendo. E lo fa alla luce del sole, con il permesso delle autorità: è interessante il fenomeno delle conversioni.

L’intervento militare russo e francese in Siria avrà delle ripercussioni sui Paesi sopra citati e sulla Libia?

La Libia risponde a una logica mediorientale, quindi è probabile di sì. Gli altri no. Il problema è l’interfaccia, cioè la Tunisia, che subisce in pieno la crisi libica. Dunque, parlerei di “disconnessione” fra Maghreb e Medio Oriente. Un esempio: prima delle primavere arabe si assisteva a grandi manifestazioni pro-Palestina nei vari Paesi maghrebini. Anche al Cairo, per la verità. C’era ancora un sentimento vagamente panarabista.
Ora, questo non accade più. E d’altronde, con chi dovrebbero identificarsi i giovani marocchini o algerini? Con i curdi? Con gli sciiti? Con Assad? Questo non impedisce a qualche tunisino di arruolarsi, ma secondo una logica mediorientale, non maghrebina.

L’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi si prepara al primo voto parlamentare, il primo dal 2012 a oggi. Allora, un anno dopo l’uscita di scena di Hosni Mubarak, vinsero i Fratelli musulmani, che poco dopo avrebbero conquistato anche la presidenza della Repubblica con Mohammed Morsi. Veniamo quindi al voto egiziano del 18 ottobre prossimo: les jeux sont faits?

Sì, assolutamente sì. Non ci sarà libertà di scelta. Tutto è già deciso. Siamo giunti a una dittatura che è la più terribile della storia egiziana.
Vuole sradicare la Fratellanza musulmana: a parte il problema in termini di diritti umani, ce n’è uno politico. Come si può costituire un fronte generale contro gli sciiti escludendo la Fratellanza musulmana, che è un movimento incluso nella politica di numerosi altri Paesi, come Giordania e Marocco ad esempio? E poi, così si spingono i giovani, soprattutto in piena crisi economica, verso il jihadismo.

Anche i cittadini turchi si preparano al voto politico, a inizio novembre. Un ritorno alle urne a stretto giro di posta, dopo le elezioni del 7 giugno scorso.

I risultati del voto turco non cambieranno niente, saranno più o meno gli stessi. La sola coalizione possibile è quella Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo)-Mhp (Partito del movimento nazionalista) e quindi si tratta di una dichiarazione di guerra ai curdi, si ricomincia con la guerra civile.
Bisogna capire che (il presidente Recep Tayyep) Erdogan è diventato paranoico dopo il caso (Fethullah) Gülen, che per lui è stato uno shock.
In Occidente, ci si è lasciati un po’ ingannare. Gülen è presentato come un umanista musulmano: non è così, ha fondato un movimento che fa politica, una setta che penetra tutti i settori dello Stato.
In questo senso, io preferisco un Erdogan che va alle elezioni a una setta che si infiltra negli organi dello Stato. Ora, appunto è diventato paranoico ed è ossessionato dalle intenzioni, di nuovo manifeste, del Pkk, di creare uno Stato in Siria e ottenere l’indipendenza in Turchia. Di fatto, la negazione di anni di negoziati.
La reazione di Erdogan è violenta, porta a un passo dalla guerra civile, quando invece negli ultimi vent’anni lo sviluppo economico dell’Anatolia aveva incluso i curdi, come da loro rivendicato.

L’appello di Ankara a Bruxelles deriva da tre fattori (migranti, ambizioni curde e aggressività russa), quindi. Ha trovato orecchie attente in Occidente?

Per gli americani e gli europei, il primo nemico è Da’ish. Non si negherà l’appoggio ai turchi, che sono nella Nato, per i curdi. Oppure, diciamo così, ci sarà un sostegno differenziato: ai curdi fuori della Turchia sì, a quelli in Turchia no.
La situazione è delicata: è inconcepibile che la Turchia entri in Europa nelle condizioni attuali, dunque penso che ci debba essere una cooperazione bilaterale turco-europea più ambiziosa di quella attuale, per la gestione congiunta della frontiera, il conteggio degli immigrati, l’accoglienza insieme all’Unhcr.
Questo è difficile perché Ankara è diffidente nei confronti delle Nazioni unite, ma c’è spazio per il negoziato. Tutte le parti in causa hanno qualcosa da chiedere.

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