Kurdistan e Iraq, la guerra dei confini

Peshmerga fighters fire an from their position near the Altun Kubri checkpoint, 40kms from Kirkuk, on October 20, 2017.
Iraqi forces clashed with Kurdish fighters as the central government said it wrestled back control of the last area of disputed Kirkuk province in the latest stage of a lightning operation following a controversial independence vote. / AFP PHOTO / Marc-Antoine Pelaez

Sono bastati due giorni per riportare il territorio sotto l’influenza del Governo Regionale del Kurdistan ai confini del 2014. In 48 ore l’esercito iracheno e le milizie sciite Hashd al-Shaabi integrate nelle forze militari di Baghdad hanno ripreso Kirkuk, e subito dopo Dibis, Makhmur, Khanaqin, Jalawla, Gwer, Bashiqah e Sinjar, sottratte allo Stato Islamico dalle forze curde Peshmerga negli ultimi tre anni di guerra, combattuta – finora – di concerto con il governo centrale e con la coalizione a guida Usa.

Il 16 ottobre le forze militari di Baghdad sono entrate in città, a Kirkuk, dopo aver preso il controllo della vicina base militare K1 e dei pozzi petroliferi di Baba Gurgur, oltre che dell’aeroporto, delle strade e delle principali infrastrutture. L’avanzata, la notte prima, era partita da Tuz Khurmatu, dove milizie sciite e Peshmerga si erano già scontrate nei giorni precedenti. Ma a Taza Khurmatu e Al Award, sulla strada per la città principale, gli Hashd al-Shaabi non avrebbero trovato nessun ostacolo lungo la strada, perché le postazioni curde erano state abbandonate.

Eppure la situazione era tesa già la settimana prima, in quello che fino a pochi giorni fa era il settore 5 del territorio controllato dai curdi, nella provincia di Kirkuk, e dove Dibis era la base centrale del comando Peshmerga. Il 13 ottobre il generale Kemal Kirkuki, a capo della divisione dell’area, aveva visitato tutte le postazioni di quella che un tempo era la frontline nella guerra contro i daesh, e che poi era diventata la linea di contatto fra le forze Peshmerga e quelle sciite irachene. Finora senza particolari attriti. Il generale aveva ribadito che si augurava che non sarebbe successo nulla, che non ci sarebbero stati scontri, ma in quel caso le forze curde si sarebbero difese, e ne avrebbero avuto tutto il diritto, per loro e per i civili che non avrebbero mai affidato all’incertezza di finire in mano agli sciiti. “Sono già andati via una volta davanti all’Isis – diceva Kirkuki – lasciandogli anche l’equipaggiamento, chi può garantire che non lo farebbero ancora, davanti ad una nuova minaccia?”

Tre giorni dopo, in poche ore, sciiti e iracheni entravano a Kirkuk, e in diretta sui social e sulle principali tv curde issavano e sventolavano le bandiere dell’Iraq e quelle sciite, buttando giù quelle del Kurdistan. Scorrevano le immagini di un pick-up dato alle fiamme, e di un giornalista che cercava di allontanare dall’auto i due feriti, civili, uno dei quali in fin di vita.

Le vittime ci sono state, gli scontri pure, ma non è mai stato diffuso un comunicato ufficiale, dal governo centrale come da quello regionale, con il numero esatto dei morti e dei feriti. Ci sono state, le vittime, ma se Kirkuk, città da un milione di abitanti è “caduta” in poche ore, vuol dire che la resistenza è stata minima, e che non c’era un piano per non perderne il controllo.

Ed è qui che si inserisce il controverso dibattito su cosa sia successo, nelle ore immediatamente precedenti l’attacco. Quando gli Usa non potevano ignorare i movimenti di truppe di Baghdad, e il comandante delle brigate al Quds iraniane Qasem Soleimani incontrava a Suleimaniya i vertici del Puk, Patriotic Union of Kurdistan, con il quale avrebbe stretto un accordo: non opporre resistenza in cambio della riapertura dell’aeroporto nella seconda città della Regione Autonoma e del pagamento degli stipendi ai militari curdi.

Lo stesso portavoce del presidente Masoud Barzani aveva subito dichiarato che l’abbandono delle postazioni a sud di Kirkuk era dovuto a questioni interne riguardanti la leadership del Puk, dominante in città. Certo è che l’influenza dell’Iran, anche attraverso le milizie sciite ormai integrate nell’esercito iracheno, non è un’ipotesi ma un dato di fatto. Il generale Suleimani è stato per anni una figura chiave delle relazioni fra Iraq e Iran: durante la guerra del 1980, e poi in quella del Golfo, nel 1991, quando aveva guidato le milizie sciite contro Saddam Hussein, e ancora nel 2003 quando supportava i gruppi di opposizione armata all’invasione americana. L’aver integrato le milizie sciite nell’esercito ha dato un enorme potere a questi gruppi e all’Iran, all’interno del territorio iracheno, dove le Pmf, Popular Mobilization Forces, hanno contemporaneamente lavorato per la sicurezza e prodotto insicurezza.

I segnali che le milizie sciite non avrebbero garantito l’unità del paese dopo la fine della guerra allo Stato Islamico erano chiari già prima dell’avanzata su Mosul, e i fatti di oggi non fanno che confermarlo. Sicuramente la mossa azzardata del referendum del 25 settembre non ha lavorato a favore di un dialogo fra Baghdad ed Erbil, ma l’operazione per riportare il Kurdistan alle tre province della regione autonoma non è nata negli ultimi giorni, ma sembra il frutto di una ricerca del governo centrale di mettere a tacere qualsiasi forma di opposizione, anche al prezzo di non avere mai un’unità nazionale che non sia su base settaria, e accompagnata da pulizie territoriali che puntualmente si traducono in decine di migliaia di sfollati interni. Gli ultimi in ordine di tempo, 100mila persone circa, sono i curdi di Kirkuk che ad Erbil hanno riempito anche uno dei campi per sfollati, Ashti 2, che si stava svuotando con i ritorni dei cristiani a Qaraqosh.

La mossa militare di Baghdad oggi appare la risposta più forte al voto curdo, dopo la chiusura degli aeroporti ai voli internazionali e le minacce di un blocco economico e di un ulteriore isolamento della regione, in nome della garanzia di sicurezza dell’integrità territoriale. Intanto l’organizzazione delle elezioni parlamentari previste per il primo novembre in Kurdistan è stata sospesa, come ha comunicato la Commissione Elettorale Indipendente, per gli ultimi accadimenti. I termini per registrare i candidati sono scaduti senza che nessuno si sia fatto avanti.

Il Governo regionale di Barzani d’altro canto sembra aver sopravvalutato la capacità di contrattazione con l’Iraq, e le relazioni con i vicini e gli alleati, ora che lo Stato Islamico ha perso gran parte del territorio e paradossalmente ha fatto venir meno l’unico collante fra forze in campo che non si sono mai realmente fidate le une delle altre. Dal lato degli Stati Uniti, anche se sembra paradossale, non prendere le difese di nessuna delle parti in causa, e quindi di fatto supportare tacitamente Baghdad, significa mantenere il controllo sulle mosse indirette dell’Iran, senza ammettere che gli Hasdh al-Shaabi lavorano per gli interessi di Teheran in Iraq, equipaggiati dall’America.

Il 18 ottobre il primo ministro iracheno Abadi ha dichiarato “missione compiuta”, ma l’escalation militare continua, e in queste ore si combatte – a colpi di artiglieria – ad Altun Kupri, paese di poco più di 9 mila abitanti al confine fra la provincia di Kirkuk e quella di Erbil, a 50 km dalla capitale della Regione autonoma. Fra i curdi c’è chi ricorda il 1975, quando Saddam mise in atto una pulizia etnica e un processo di “arabizzazione” a Kirkuk e Khanaqin.

L’effetto è una frattura insanabile, un colpo definitivo ad ogni forma di fiducia nei confronti degli apparati politici, della coalizione internazionale, della possibilità di convivenza pacifica, in terre fiaccate da cessioni, guerre, riconquiste di potere. Mentre il Krg sigla un accordo con il colosso russo del petrolio Rosneft per nuove esplorazioni e una prossima produzione pilota di greggio, e Baghdad chiede alla britannica Bp di sviluppare quel famoso accordo del 2013 per i pozzi di Avana e Baba Gurgur, mai implementato, prima per la presenza dell’Isis e poi dei curdi.

Credit Marc-Antoine Pelaez / AFP

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