Violenza e censura nel Kurdistan iracheno
per zittire le proteste

Da Reset-Dialogues on Civilizations

SULAIMANIYA – Cinque morti, centinaia di feriti, migliaia di persone in strada. Insegnanti, dipendenti pubblici, giovani, attivisti: il terzo mese senza stipendio li ha spinti in piazza, a protestare contro il governo regionale del Kurdistan (Krg), il Kurdistan iracheno, e contro decenni di corruzione e nepotismo.

Un inizio di ottobre molto caldo quello vissuto dalle principali città kurde, Sulaimaniya, Erbil, Kalazide, Ranya, Kelar, che ha avuto come target i simboli del radicato potere del presidente Barzani, le sedi del partito Kdp. Nonostante abbia formato un governo di coalizione con i quattro partiti di opposizioni, il Kdp continua a gestire le istituzioni come una cosa propria, garantendo alla sua élite politica e alla famiglia Barzani di sfruttare l’esecutivo per fare buoni affari.

Le contraddizioni interne non potevano che esplodere: migliaia di persone hanno preso parte, spontaneamente, senza organizzazione, alle proteste di piazza in tutta la regione. «Sono cominciate sulla spinta di gruppi di giovani che combattono la corruzione del governo e chiedono riforme strutturali», ci spiega un giovane attivista di Sulaimaniya, chiedendo l’anonimato per evitare ritorsioni.

«All’inizio sono partite con le manifestazioni dei dipendenti pubblici che non prendono lo stipendio da tre mesi. Poco dopo si sono uniti i giovani, i semplici cittadini, infuriati per l’autoritarismo del governo. Il tasso di disoccupazione tra i giovani è al 50% ma nessuno interviene, con la scusa della lotta all’Isis e la crisi economica. Ma il responsabile è identificabile: il presidente Barzani, che detiene il potere da decenni e che, nonostante il suo mandato sia già scaduto da due anni, resta al suo posto. È intoccabile».

La rabbia è tanta. Le opportunità di lavoro per i giovani sono ridotte al lumicino, mentre il governo si impantana in una crisi di governo, frutto – dicono a Sulaimaniya – dell’atteggiamento dittatoriale del Kdp di Barzani. Qui, nella città orientale considerata da sempre la capitale culturale del Kurdistan iracheno, il partito più forte è il Puk di Talabani, storica opposizione al Kdp. Ma alle ultime elezioni è stato scalzato dal nuovo movimento Gorran, sua costola, considerato da tutti la vera forza riformatrice del paese, l’unico che ha reso pubblici – o almeno ha tentato – gli affari dietro le quinte delle élite politiche kurde.

Per le strade ai poster con il volto di Talabani si affiancano i manifesti di Gorran. Lungo la strada che porta al suq alcuni ragazzi montano una tenda per fare campagna al movimento. Poche settimane fa erano in piazza anche loro. Le proteste sono esplose qui, nella provincia di Sulaimaniya, durante un meeting tra i rappresentanti del governo. Un gruppo di insegnanti si è ritrovato di fronte all’hotel in cui si svolgeva l’incontro, a manifestare per il mancato trasferimento degli stipendi, mancanza imputata dall’esecutivo al taglio del budget da parte del governo centrale di Baghdad. Eppure – dice la gente – il Kurdistan iracheno sta vendendo greggio senza passare per Baghdad, una ingente quantità di denaro di cui nessuno conosce il reale ammontare, ma che basterebbe a far fronte alla crisi.

In poche ore alla protesta degli insegnanti si sono uniti i lavoratori nel settore sanitario: a Erbil hanno subito dichiarato sciopero. Qualche giorno e le manifestazioni di strada si sono moltiplicate. Manifestazioni pacifiche che in alcuni casi si sono tramutate in atti violenti: a Kaladize l’ufficio del Kdp è stato dato alle fiamme, la polizia ha aperto il fuoco uccidendo tre persone. Subito altri uffici del Kdp sono stati presi di mira e incendiati, insieme a quelli dei partiti islamisti Komal e Yekgirtu. Altre due vittime.

Il bilancio finale è di 5 morti e oltre 200 feriti. Due emittenti tv, considerate vicine alle opposizioni, Nrt e Knn, sono state chiuse dal governo: la repressione ha prevalso. Barzani ha colto la palla al balzo per cacciare dal governo quello che riteneva il responsabile delle manifestazioni, il partito Goran. Ha sospeso i suoi cinque ministri dal governo e isolato a Sulaimaniya il presidente del parlamento: «Un’accusa ingiusta – dice il giovane attivista – Gorran è stato tra coloro che ha cercato di sedare le proteste, per questo non sono proseguite. Non abbiamo avuto un appoggio politico. Alcuni suoi membri hanno manifestato nelle strade ma, quando sono scoppiate le prime violenze, hanno fatto di tutto per bloccare scioperi e sit-in».

«La nostra società si fonda sull’ingiustizia», ci spiega Rabun Maruf, capogruppo di Gorran al parlamento kurdo, arrivando dritto al punto. «La gente ha perso fiducia nell’establishment politico perché ha visto molti politici diventare milionari abusando delle istituzioni pubbliche. Le proteste erano naturali; le richieste della base, giuste: vogliono riforme strutturali e una redistribuzione della ricchezza, maggiore democrazia e lotta alla corruzione. Eppure la polizia ha sparato, il governo ha optato per la violenza politica contro i manifestanti».

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