Giustizia e pari diritti nella diversità
Vi racconto il mio cosmopolitismo

Seyla Benhabib 1

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Proponiamo di seguito parte di una intervista alla filosofa turco-americana Seyla Benhabib, docente a Yale, condotta nel giugno 2014 a Firenze, in occasione della conferenza inaugurale della International Society of Public Law.

Le democrazie liberali sono edificate sulla “tensione” tra le rivendicazioni dei diritti umani e il principio di sovranità. Ciò condiziona l’autodefinizione e l’autocostituzione di qualsiasi sistema politico. Il paradosso della legittimità democratica (cui lei fa riferimento nella sua opera) sintetizza bene questo “duplice vincolo” o “dilemma costitutivo”. Come lo si può superare in maniera tale da poter far convivere insieme rispetto per i diritti e autodeterminazione collettiva? E come risponde ai suoi interlocutori (tra cui Michael Walzer) i quali nell’affrontare i problemi dell’appartenenza e della giustizia, riflettono su questo paradosso senza prendere in considerazione le norme sui diritti umani?

In Sfere di giustizia (1983) Michael Walzer sostiene che il diritto all’autodeterminazione sia per lui fondamentale e che gli obblighi verso gli stranieri e gli altri siano più che altro obblighi morali e non ritiene di interpretarli come obblighi giuridici. L’unica argomentazione che sostiene e che “se ci sono stranieri all’interno di una comunità non è possibile concedere loro il permesso di cittadinanza come accadeva nel sistema ellenico”. Egli scopre che siamo di fronte a una democrazia difficile. Ed è vero che non porta avanti argomentazioni fondate sui diritti ma porta avanti argomentazioni inerenti la comprensione del Sé e della democrazia.

Per rispondere alla tua domanda posso dire che per me la tensione costitutiva di ogni democrazia parte con l’affermare che “noi siamo una repubblica e vogliamo garantire a vicenda uguaglianza e liberta”. Questa è la struttura universale delle costituzioni. Anche se le costituzioni sono diverse le costituzioni di Stati Uniti, Italia, così come quella dell’Unione Europea hanno in comune gli stessi diritti. Le diverse entità statali sono unite e costituite nel nome di tali diritti. Questa è la grammatica e la sintassi del costituzionalismo democratico dei diritti.

La democrazia è solo e semplicemente il popolo. L’organizzazione del popolo rientra nella struttura dell’autogoverno. Ed è all’interno di questa stessa struttura che troviamo rivendicazioni di inclusione ed esclusione. Universalità e autogoverno, credo che in questi due concetti dobbiamo indagare e studiare la natura di questo paradosso. È una vera esperienza politica, una continua esperienza politica che a volte rischiamo di dimenticare perché il nazionalismo tenta nascondercelo.

Nel tempo la filosofia politica ha dimenticato di porsi domande sul diritto acquisito di autodefinizione di popolo e, allo stesso tempo, ha messo da parte gli interrogativi e la riflessione su chi è dentro e chi è fuori dai diritti di cittadinanza. Inoltre è diventata cieca confondendo l’ethnos con il demos. Ma l’ethnos e il demos sono in una costante e perpetua lotta collettiva dove la definizione, la narrazione e l’auto-costituzione della nazione fanno parte della lotta democratica[1]. I confini del demos sono sempre diversi dai confini storici e geografici, questi sono accidentali e dipendono dalle guerre, dai commerci, dalle mutate relazioni internazionali.

In un mio saggio di alcuni anni fa, Sexual Difference and Collective IdentitiesThe New Global Constellation (1999), ho affermato che il postmodernismo ha segnato la fine della storia intesa come un processo continuo, progressivo e coerente e ha creato per l’uomo una frattura senza punti di riferimento. Inoltre ha sbandierato la fine della filosofia e del dominio delle narrative di giustificazione e legittimazione.

Non sono solo i paesi coinvolti negli arrivi dei migranti ad avere questo tipo di problema perché per tutti gli anni ’90 dello scorso secolo sino ai primi anni del 2000 in molte democrazie non erano tagliati fuori dalla cittadinanza solo coloro che appartenevano ad altre religioni o avevano il colore della pelle diverso ma anche coloro che pur appartenendo alla comunità non avevano sufficienti risorse economiche. Pertanto l’aspetto più importante della lotta democratica è sempre correlato al tema del significato di cittadinanza e dello sviluppo dei diritti che ne derivano. La legittimità democratica è il frutto di uno scontro, di una lotta per i diritti di cittadinanza, di voto, per la piena partecipazione. In passato questi problemi li abbiamo dimenticati per un lungo periodo, poi da circa 20/30 anni a questa parte il tema della globalizzazione ha coinvolto il problema democratico e ci ha resi di nuovo consapevoli. Non ritroviamo gli stessi problemi anche, per esempio, nelle antiche e lunghe Repubbliche fiorentina (1115-1532 circa) e genovese (1096-1797)?

Pari diritti nella diversità, si potrebbe sintetizzare così il suo cosmopolitismo federale che ha come obiettivo il raggiungimento di una giustizia globale. Secondo Fred Dallmayr (Varieties of cosmopolitanism – 2011) «In ogni città, i membri “cosmopoliti” devono essere in grado di rivendicare lo status di cittadino a prescindere dalle loro condizioni economiche, la loro etnia o il loro credo religioso. Con tutte le loro differenze essi hanno il dovere di godere di una parità qualitativa e normativa, in particolare di fronte alla legge». Se il riconoscimento delle differenze non vuol dire smantellare un sistema normativo nel quale si innesta lo statuto della cittadinanza, non crede che il rischio potrebbe essere quello che si verifichi una cittadinanza a strati o “multipla” in cui gli individui sono sia cittadini di una particolare città che cittadini cosmopoliti? Con il cosmopolitismo (ed in particolare con il cosiddetto cosmopolitismo democratico) non c’è il rischio di un appiattimento delle tradizioni culturali, delle identità e delle diversità sociali vanificando tutti i progressi concreti del riconoscimento delle differenze?

Ritengo che qui ci siano due ordini di problemi: il primo riguarda la citazione di Fred Dallmayr ed è inerente al problema dell’uguaglianza e della diversità davanti alla legge; il secondo riguarda questioni più generali, la cultura e il cosmopolitismo.

Per quanto riguarda il primo punto dobbiamo capire che l’uguaglianza davanti alla legge è un principio. È un principio fondamentale per i governi democratici che va inteso come una continua lotta tra uguaglianza e diversità e non come un principio statico. Chi avrebbe mai pensato in passato che le persone diversamente abili sarebbero emerse come una categoria di esseri umani verso i quali avere degli obblighi, e adesso abbiamo il dovere giuridico di uguaglianza per cui nelle nostre democrazie dobbiamo organizzare gli spazi pubblici in modo tale che i portatori di handicap e i diversamente abili possano accedervi. Questo è un esempio di lotta democratica tra uguaglianza e diversità.

È una lotta che non si può arrestare perché ci saranno sempre nuovi individui o gruppi che rivendicheranno i propri diritti e ambiranno all’uguaglianza. Per cui, da questo punto di vista concordo con Fred Dallmayr, solo che vedrei questo processo come un tipo di processo dialettico di inclusione ed esclusione e, allo stesso tempo, acquisizione di un diritto. Ora, il riconoscimento della differenza non significa smantellare completamente il regolare sistema di cittadinanza, ma purtroppo spesso questo non accade ed è interessante vedere come oggi alcune sfide per la cittadinanza provengono dalla mercificazione della stessa cittadinanza.

Qui interviene la forza e la potenza dei mercati e dei capitali. In alcuni paesi come per esempio Singapore la cittadinanza è concessa solo ai milionari. Possiamo affermare pertanto che uno dei risultati dello sviluppo del capitalismo transnazionale è la mercificazione della cittadinanza. Ci sono molti uomini d’affari che possiedono tre passaporti. Questo è un altro aspetto del neo-cosmopolitismo liberale che si identifica con il capitalismo globale. Io vorrei continuare a lavorare invece in un’altra prospettiva: nella direzione del cosmopolitismo kantiano che aveva nel rispetto universale per tutti gli esseri umani il suo fondamento. Nei diritti universali c’è la chiave per un cosmopolitismo democratico e federale che possa adattarsi ai nuovi governi multilivello (multi-layers) o, come la definiscono alcuni studiosi la cittadinanza deve essere intesa come un “costrutto multi-livello” (multi-layered construct), in cui la propria cittadinanza è intesa, all’interno della collettività, a diversi livelli:locale, etnica, nazionale, statale, trasversale o sovra-statale – ed è influenzata e costruita su relazioni proprie di uno specifico contesto storico-culturale di ogni livello. La cittadinanza multilivello (multi-layers citizenship) potrebbe essere il futuro perché oggi, più che in passato, le nazioni sono coinvolte in una rete di relazioni e obblighi reciproci.

Vorrei anche, e questo può dare un evidente contributo alla pace mondiale, che la Turchia possa far parte dell’Unione Europea non solo perché ritengo che la Turchia sia storicamente integrata all’interno dell’Unione ma anche perché questa sua inclusione e partecipazione attiva all’interno di strutture di governo multilivello (o multistrato) possa migliorarne il processo democratico.

Le motivazioni non risiedono, come ritiene qualcuno, nell’economia di mercato europeo che con l’ingresso della Turchia diverrebbe più potente. Le cose in realtà sono diverse: la possibilità che la Turchia entri nell’Unione europea era legata alla sua adozione dell’Acquis comunitario[2] che, per ora, fa fatica ad accettare completamente[3]. Questa difficoltà è figlia degli avvenimenti politici e sociali che hanno interessato il paese, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso fino alle soglie del Duemila: il sistema militare, che in Turchia ha ricoperto un ruolo fondamentale per la stessa stabilità dello Stato, ha da sempre cercato di riportare la religione dell’Islam come soggetto politico in Turchia. Ciò che la repubblica turca ideata da Atatürk aveva rifiutato. Allo stesso tempo c’è ancora una mina vagante in Turchia: Ahmet Kenan Evren[4] il quale, attraverso i media, ancora può influenzare l’opinione pubblica e i militari.

Pertanto le strutture multilivello delle autorità democratiche migliorano lo standard della democrazia perché esiste la possibilità di un maggiore controllo, c’è la possibilità di fare passi avanti e rivedere alcune posizioni, è quel processo che i miei colleghi americani amano definire con l’espressione “buone pratiche” (best practices). Se impariamo a utilizzare le buone pratiche politiche potremmo essere più ottimisti per il futuro.

La minaccia per la cultura non arriva da questi movimenti e sviluppi democratici, tutta la democrazia è messa a repentaglio dai networks mediatici. Mi spiego. Qual è la cultura che intende trasmettere, per esempio, la CNN? Ero nella mia stanza d’albergo e guardavo la CNN e c’è voluto un po’ prima di vedere il notiziario: c’era molta pubblicità, cosa vuol dire? Mi sembra una cosa molto strana eppure tutto ha un senso. La loro idea di cittadino del mondo è quella di un consumatore passivo di alto livello come un uomo di affari o una brillante donna in carriera, molto istruita e intelligente.

Le minacce più importanti e, allo stesso tempo, più subdole alla cultura democratica (che vuol dire libertà di pensiero, libertà critica e corretta informazione) derivano dai media che si sono globalizzati e uniformati. Come è successo in Italia negli ultimi venti anni i veri pericoli provengono da un impero mediatico che spazza via tutto e non rappresenta gli ideali cosmopoliti. Purtroppo anche le se persone passano le idee rimangono e la cultura di un popolo rimane segnata per molto tempo e questo si è visto con Putin, Berlusconi, Evren, è questa la vera emergenza del mondo di oggi, un’emergenza culturale: non subiamo propriamente una dittatura fascista ma in molti paesi c’è sicuramente una sorta di deriva esecutiva presidenziale, una sorta di presidenzialismo demagogico. Ma vedo che in Italia state superando questo problema e spero che il senso democratico e inclusivo possa prevalere.

Il cosmopolitismo non è una sorta di visione ottimistica e positiva di quello che sarà il futuro, ma credo possa e debba diventare un quadro normativo di riferimento che è collegato con le nuove realtà e identità multiple. Una giusta struttura democratica dove la molteplicità nelle nostre anime possa confrontarsi. Il cosmopolitismo, per come lo intendo io, non deve smantellare le strutture democratiche esistenti ma avviare una rinegoziazione che adegui le condizioni democratiche ai nuovi scenari multietnici.

Un aspetto interessante è quello della lingua. In Germania si discute molto sul fatto che per aver successo nel campo scientifico sia necessario pubblicare in inglese e c’è un’espressione che dice: “Publishing English and Perishing in German” (Pubblicare in inglese e perire in tedesco). L’inglese è diventata una “lingua franca” perché in molte culture come quella cinese o africana si parla anche inglese. La stessa cosa successe ai tempi dei miei genitori con il francese. L’italiano[5] ha sempre il suo fascino anche se siamo in una situazione dove il cosmopolitismo e la sopravvivenza di una lingua dipendono dalla sua capacità di espansione e continuità territoriale.

Questo della lingua non è un problema da poco perché il cosmopolitismo non instaura relazione superficiali come la critica, da parte dei regimi nazionalisti di destra durante il XX secolo, ha fatto credere. Spesso il cosmopolitismo in Europa è stato identificato con il giudaismo: gli ebrei, non avendo una loro terra, non avevano una patria ed erano il popolo della diaspora.

Possiamo dire che con l’ingresso nella sfera pubblica di coloro che sono esclusi (donne, immigrati, minoranze) si realizza una Rivoluzione copernicana perché, come lei ha giustamente fatto notare in una sua intervista, «entriamo nella sfera pubblica e ciò che cambia non è solo chi sta parlando (immigrati, richiedenti asilo, stranieri) ma anche cosa è stato detto in merito». Conferma ancora questa affermazione?

Credo che questa osservazione sia assolutamente corretta. L’esempio più eclatante ovviamente l’abbiamo visto con l’ingresso delle donne nella spera pubblica: poter parlare di molestie sessuali, abusi sessuali e maltrattamento dei bambini è stata una grande rivoluzione. Per alcuni legislatori tali argomenti sono ancora incredibilmente ostici e pensare di discuterne e concretizzare la rivendicazione di taluni diritti delle donne all’interno di una norma specifica appare ancora difficile. In alcuni paesi le strade, in questa prospettiva, sono ancora sbarrate: una rivoluzione morale e politica che rimane soffocata.

Un esempio positivo invece lo troviamo in uno degli sport più popolari al mondo: il calcio. Qui a livello internazionale vediamo giocatori di origine turca che hanno ottenuto per esempio la cittadinanza tedesca o nato nello Zaire e naturalizzato in Belgio che giocano nella squadra nazionale del paese che ha accolto loro o i loro genitore e se non fosse per il cognome nessuno oserebbe mai di considerarlo uno straniero[6]. Sono riflessioni queste che contribuiscono a cambiare il nostro modo di pensare e anche le nostre identità.

La sfera pubblica si apre al privato in questo senso e inizia a influenzare la vita privata conducendo l’individuo a una sorta di “ricollocazione” di se stesso. Dobbiamo però anche considerare un aspetto negativo e un rischio delle identità cosmopolite vale a dire una frammentazione, che il mio collega di Francoforte Axel Honneth definisce con il termine “patologie”[7]. Così come abbiamo individuato una “frammentazione all’interno della nazione” e una frammentazione e divisione all’interno delle democrazie ci può essere una frammentazione dell’individuo, e potrebbe risultare molto difficile tenerne insieme i pezzi. All’interno delle comunità degli immigrati queste difficoltà identitarie non sono irrilevanti. Il risultato di questa dislocazione è una maggiore difesa della propria cultura di appartenenza e tali comunità spesso, all’interno del paese che li accoglie, si attaccano ancora di più alle proprie identità originarie, quelle stesse che credevano aver lasciato alle loro spalle. Sembra un paradosso ma nella maggior parte dei casi gli immigrati sono più legati loro alla proprie origini di quanto non lo siano coloro che rimangono in patria.

In questo modo il processo di frammentazione dell’identità o formazione reattiva (identity fragmentation or reaction formation) potrebbe finire per influire sull’integrazione del singolo o dell’intera comunità nel paese di accoglienza con il rischio di renderli dei perpetui ‘outsider’, senza considerare che il processo di frammentazione identitaria crea l’emarginazione di interi gruppi sociali. Conosciamo bene l’impatto negativo psicologico che l’emarginazione può avere sul singolo e a livello sociale. Ma nel processo di frammentazione ci sono aspetti negativi che dobbiamo distinguere dagli aspetti definiti “patologici”. Questo problema ha interessato molto Jürgen Habermas il quale ha scritto un meraviglioso saggio: Can complex societies construct a rational identity (1974)[8] nel quale l’autore si domandava: “è possibile che una società complessa costruisca identità ragionevoli?”. Credo che questa domanda sia essenziale ed è ciò che rimane di una bella sfida sia a livello individuale che per la collettività. Su questo argomento anche il nostro collega Alessandro Ferrara ha scritto alcuni lavori molto interessanti che offrono molti spunti di riflessione[9]. Mi piace molto il suo lavoro, in particolare su questo aspetto.

Ripensare la cittadinanza al di là dello stato nazione. Come è possibile ripensare l’idea di democrazia cosmopolitica, non più da soli noi occidentali ma insieme a cinesi, indiani, sud-americani? Ci stiamo muovendo verso uno spazio e un tempo di sperimentazione ma saltare direttamente alla democrazia cosmopolitica (così come è stata sempre intesa in occidente) significa re-inscriversi all’interno della tradizione politica eurocentrica, greca e giudeo-cristiana. È possibile costruire delle pratiche genuinamente transnazionali senza aprire a nuove forme di dominazione occidentale? Se vogliamo un pensiero critico, dobbiamo prendere il linguaggio sul serio. In questo senso, mi chiedo se abbia senso usare il termine di cittadinanza, che è un termine del lessico occidentale, per parlare del soggetto politico.

È una domanda molto interessante che abbraccia molti aspetti: linguistico, politico e culturale. È infatti un quesito che partendo dalla critica post-coloniale coinvolge il multiculturalismo, il problema della cittadinanza, dei gruppi minoritari e le differenze culturali.

È stato Max Weber a ritenere per primo che il concetto di cittadinanza è fondamentalmente connesso all’esperienza della formazione delle città occidentali, dove si è affermato quello spazio della vita sociale dove è possibile l’affermazione dell’opinione pubblica, della critica e del controllo e che Habermas ha definito sfera pubblica[10]. Nel tempo il modello della società occidentale si è diffuso e la formazione dello stato ha cominciato a seguire canoni che potremmo definire universali. Nel periodo post-coloniale ancora di più c’è stata l’internazionalizzazione di una formazione politica occidentale. Come è evidente dall’esperienza giuridica, formale e dell’esperienza reale, oggi in molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa il moderno concetto di cittadinanza è ancora fondato su alleanze etniche, religiose e settarie.

In realtà molti di questi Paesi sono “Stati deboli” e stanno fallendo nel loro tentativo di creare un consenso forte che permetta ai cittadini un forte senso di appartenenza e di attaccamento alle istituzioni statali. Questo è un vero problema, ma non credo che dipenda dal concetto di cittadinanza. Dipende dal tipo di democrazia che il paese ha deciso di mettere in atto e quali orientamenti politico-culturali intende seguire. L’India, ad esempio, è la più grande democrazia al mondo tant’è che i risultati elettorali sono disponibili dopo 6/7 settimane che si è cominciato a votare[11]. Qualsiasi sistema elettorale, nonostante le critiche cui è soggetto, è un segno di democrazia.

Pertanto a livello formale il concetto di cittadinanza, a prescindere dalle sue origini e radici culturali, si è universalizzato. La domanda interessante da porsi è: ci sono nuovi elementi e contenuti che arricchiscono il concetto di cittadinanza in considerazione del fatto che è diventato il risultato di una migrazione transculturale?

Un mio collega di Yale sta lavorando sul concetto etico-filosofico sudafricano dell’Ubuntu che si rifà ad una legge tribale e che indica “armonia, amicizia, riconciliazione”. È un’espressione della lingua bantu che esprime “benevolenza verso il prossimo” e “rispetto dell’altro” come regola di vita. Credo che nella nuova legge costituzionale sudafricana si intenda introdurre il principio e il modo di essere Ubuntu in modo da sviluppare un nuovo concetto di cittadinanza. Addirittura in India è successo qualcosa di completamente rivoluzionario: la Corte Suprema indiana ha riconosciuto il “terzo genere sessuale”[12].

Non escludo che il dibattito politico-culturale che sta investendo paesi come il Brasile e il Canada in merito alle popolazioni indigene, che hanno un legame particolare e un diverso rapporto con la propria terra, possa contribuire a cambiare la nostra comprensione del concetto di cittadinanza in termini di un rapporto più incentrato sulla territorialità che non sull’autorità.

Questi sviluppi sono molto interessanti ma non li vedo come un semplice processo di urbanizzazione a senso unico ma sono una interpretazione o trasposizione (way translation) bidirezionale: non solo esportiamo i nostri concetti e le nostre idee (occidentali) che gli altri interpretano, ma può accadere, come in questi casi, che siamo noi a dover re-interpretare ciò che ci arriva dagli altri. È arrivato il momento di attingere ad un bacino culturale comune, perché c’è qualcosa che ora noi dobbiamo far nostro e che ci viene da coloro che fino a ieri (vedi il colonialismo) erano stati costretti a subire una cultura (in larga parte occidentale) che non gli apparteneva. Non c’è più una cultura eurocentrica o una politica prettamente occidentale ma una teoria multiculturale che guarda a diversi generi tradizionali.

Non ho idea di quale possa essere, in futuro, l’impatto della recente e rivoluzionaria decisione della Corte indiana sul “terzo genere”. Ciò che posso affermare è che questi casi contribuiscono a rafforzare i dibattiti con paesi come l’India, il Sud Africa e il Brasile dai quali stiamo imparando l’arte del dialogo e del confronto politico. Determinate decisioni delle Corti Supreme attivano processi “giusgenerativi” e, come sostiene Robert Cover, trasformano il significato e la comprensione di concetti e temi che ritenevamo dei dogmi. La stessa comprensione del significato originario di cittadinanza che per noi occidentali è fondato sul rapporto pubblico/privato (sfera pubblica e sfera privata) muta. I miei stessi interessi di ricerca sono influenzati da questi cambiamenti.

Per una riflessione su questi temi credo possano essere molto interessanti alcuni lavori del filosofo politico James Tully (ottimo collega di Charles Taylor) e in particolare il suo Strange Multiplicity – Constitutionalism in an Age of Diversity (Cambridge University Press, Cambridge 1995). È un ricercatore molto impegnato nello studio delle differenze politiche e culturali ed è autore di diversi lavori sulla situazione canadese.

Intervista e traduzione di Nicola Cotrone

Note
[1] In La rivendicazione dell’identità culturale (2002) Benhabib dichiara: «Occorre che ciò che Homi Bhabha denomina gli aspetti “pedagogico” e “performativo” della narrazione nazionale, in qualche modo si sostengano a vicenda o si combinino l’uno con l’altro; che è precisamente quanto lo studioso di questioni umane tenta di spiegare». [Benhabib S., La rivendicazione dell’identità culturale, op. cit., p. 28].

[2] Il Diritto acquisito comunitario: è l’insieme dei diritti, degli obblighi giuridici e degli obiettivi politici che accomunano e vincolano gli stati membri dell’Unione Europea. Ciascun membro dell’Unione, se intende entrare a farne parte, deve recepire senza riserve obblighi e finalità politiche. I paesi candidati a diventare membri devono accettare l’acquis per poter aderire all’Unione europea e, al fine di una piena integrazione, devono accoglierlo nei rispettivi ordinamenti nazionali che potrebbero così subire modifiche. A partire dalla data in cui diventano membri effettivi dell’Unione lo devono applicare.

[3] Beril Dedeoğlu, docente presso il Dipartimento di Relazioni Internazionali (Università di Galatasaray) nel rispondere ad alcune domande sul processo di adesione della Turchia alla U.E. afferma che «La crisi economica in Europa ha finito per arrestare il processo di allargamento dell’Unione. Se l’Unione Europea arresta il processo di integrazione, soprattutto verso un candidato come la Turchia, non saprà più come relazionarsi con quest’ultima. Da un lato non vuole perdere la Turchia dall’altro non l’accetta completamente. Per uscire dall’impasse, gli Stati nordici membri dell’Unione Europea e in particolare la Gran Bretagna tentano di proporre un modello. È una sorta di “adesione per livelli”. L’Unione Europea dovrebbe sedersi al tavolo dei negoziati con la Turchia e ridefinire le condizioni e la procedura di adesione. Si inaugura, dunque, un nuovo percorso. E non è una trovata per impedire l’adesione della Turchia. Non è come il modello proposto da Nicolas Sarkozy di una ‘la collaborazione esclusiva’. Vuole essere, al contrario, una soluzione che va a beneficio di entrambe le parti. La Turchia diventerebbe membro solo per quegli ‘acquis’ comunitari che ha accettato». L’intervista della studiosa Beril Dedeoğlu è disponibile on-line all’indirizzo: http://it.euronews.com/2012/12/28/turchia-e-allargamento-dell-ue/.

[4] Il 12 settembre 1980, mentre era in carica il governo Demirel, l’esercito guidato dal generale Kenan Evren26 prese il potere, legittimando questo atto con la legge dei servizi interni. Nato nel 1917 Ahmet Kenan Evren dopo il colpo di Stato del 1982 divenne uno degli uomini più potenti della Turchia. Lasciato l’esercito fu eletto Presidente della Repubblica, carica che ha ricoperto fino al 1989.

[5] A proposito della lingua italiana Benhabib, a questo punto dell’intervista, ha rievocato la grande passione di sua madre per la nostra lingua e l’Italia: «Mia madre voleva venire in Italia perché amava la vostra lingua. Frequentava una scuola italiana ad Istanbul e sapeva parlare italiano. Voleva venire in Italia negli anni 1938/39 durante la dittatura di Mussolini e sua madre le ha impedito di fare questo viaggio. Aveva ottenuto una borsa di studio proprio per andare e studiare in Italia e il non essere riuscita a realizzare questo sogno è stato il più grande rammarico della sua vita. Amava l’Italia ed era solita citare alcune brevi frasi di Dante Alighieri come “lasciate ogni speranza…”. Ero una bambina di 12/13 anni e ascoltavo spesso queste citazioni e racconti della letteratura italiana. Pertanto la cultura italiana è entrata a casa mia e la si respirava nell’aria, fa parte della mia storia e dei miei ricordi personali. Così sono cresciuta in questo contesto, forse è proprio per questo motivo che il cosmopolitismo non mi è estraneo. L’estraneità non è più una cosa strana ma sta diventando la condizione di vita per i più che sono stranieri nel paese che li accoglie. Forse le eccezioni stanno diventanto la regola (Maybe the exceptions are becoming the rule).

[6] Si pensi al campione tedesco del Real Madrid Mesut Özil che, con il collega di origini turche İlkay Gündoğan, è diventato un pilastro inamovibile della “Nationalmannschaft” guidata da Joachim Löw e che ha conquistato la Coppa del mondo di calcio dell’edizione 2014 giocata in Brasile. Sia in campo economico che sportivo gli stranieri forniscono un contributo decisivo per i successi tedeschi. Turchi, polacchi, ghanesi tunisini hanno portato nella nazionale tedesca la multiculturalità al potere. Con giocatori che hanno origini in Turchia, Polonia, Ghana o altri luoghi del mondo la Germania è la nazionale più multiculturale del calcio mondiale, specchio fedele di uno dei paesi con la maggior presenza di stranieri del mondo. E grazie all’immigrazione il paese avanza sia nell’economia che nello sport. Paradossalmente è stato proprio il mondo del calcio, dove ancora oggi ci sono manifestazioni di intolleranza e razzismo, ad aprirsi, tra i primi, alla libera circolazione di calciatori stranieri tra le squadre di club. Era il 1995 quando la sentenza “Bosman”, emessa dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea, riconosceva il calciatore professionista quale lavoratore subordinato. Al calciatore venivano pertanto riconosciuti tutti i diritti che spettano ai lavoratori comunitari. Le conseguenze sono state rivoluzionarie sia per le singole squadre di club che per le nazionali e per i calciatori che provengono da oltre i confini dell’Europa comunitaria. La sentenza è fondata sul diritto della libera circolazione in ambito UE, sancita dall’ Art. 48 del trattato CEE e poi dal trattato di Schengen del 1992. Anche questa sentenza ha contribuito, sin dalla metà degli anni novanta, ad aprire la strada verso una nuova cittadinanza post-nazionale.

[7] Cfr. Honneth A., Pathologien der Vernunft, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2007; trad. it. (a cura di Carnevale A.), Patologie della ragione. Storia e attualità della teoria critica, Pensa Multimedia, Lecce 2012.

[8] Habermas J., Können komplexe Gesellschaften eine vernünftige Identität ausbilden?, (Can Complex Societies Construct a Rational Identity), in Idem, Zur Rekonstruktion des Historischen Materialismus – Suhrkamp taschenbuch wissenschaft, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1976, pp. 23-84. Parzialmente tradotto e inserito con il titolo: On Social Identity, in Telos, Vol. 19 (Spring 1974), pp. 91-103 (traduttore anonimo). Il saggio è stato presentato da Habermas come discorso di ringraziamento per la consegna del Premio Hegel 1973 (Hegel-Preises 1973) conferito al filosofo tedesco, e a Dieter Henrich, dalla città di Stoccarda il 19 gennaio 1974.

[9] Tra gli altri si vedano: a) Ferrara A., Judging Democracy in the 21st Century – Crisis or Transformation?, in No Foundations – An Interdisciplinary Journal of Law and Justice, Vol. 10 (2013), pp. ….; disponibile on-line all’infirizzo: http://www.helsinki.fi/nofo/NoFo10FERRARA.pdf; b) Ferrara A., Reflective Authenticity – Rethinking the Project of Modernity, Routledge, New York 1998); c) Ferrara A., Justice and Judgment – The Rise and the Prospect of the Judgment Model in Contemporary Political Philosophy, Sage, London 1999; d) Ferrara A., The Force of the Example – Explorations in the Paradigm of Judgment, Columbia University Press, New York 2008; trad. it., tr. it. La forza dell’esempio – Il paradigma del giudizio, Feltrinelli, Milano 2008; e) Ferrara A., Introduction, in Philosophy and Social Criticism (Special Issue dedicated to judgment), Vol. 34, n. 1-2 (2008), pp. 5-27; f) Ferrara A., Hyperpluralism and the Multivariate Democratic Polity, in The Democratic Horizon – Hyperpluralism and the Renewal of Political Liberalism, Cambridge University Press, Cambridge 2014, pp. 88-108.

[10] Cfr. Habermas J., Theorie des kommunikativen Handelns – Zur Kritik der funktionalistischen Vernunft , Suhrkamp, Frankfurt am Main 1981, Bd. II; trad. it. Teoria dell’agire comunicativo – Critica della ragione funzionalistica, Il Mulino, Bologna 1986, Vol. II. Qui Habermas descrive il processo attraverso cui gli individui utilizzando la propria ragione diventano “pubblico” e si appropriano della sfera pubblica, generalmente controllata dall’autorità, trasformandola in una sfera dove la critica è rivolta contro il potere dello Stato.

[11] Le elezioni in India sono l’espressione democratica più grande al mondo con i suoi 815 milioni di elettori. Le ultime, per il rinnovo della Camera Bassa del Parlamento (Lokh Saba), hanno avuto inizio il 7 aprile 2014 e si concluderanno il 12 maggio. La fine del conteggio dei voti è fissata per il 16 maggio. Si tratta di un evento rilevantissimo non solo perché determina il futuro di una delle più importanti ed emergenti economie del mondo ma anche per l’enorme numero delle persone coinvolte nell’intero processo. «Le elezioni nazionali indiane del 2014, le sedicesime dall’indipendenza del paese, saranno anche le più imponenti della storia della democrazia mondiale, per il numero delle persone che saranno chiamate al voto: quasi 815 milioni secondo i dati dell’Electoral Commission (EC), circa 100 milioni in più rispetto al 2009. Oltre 900 mila seggi sono distribuiti in 543 circoscrizioni, corrispondenti al numero dei parlamentari che saranno eletti. I giovani che voteranno per la prima volta sono 23 milioni e corrispondono a quasi il 3 per cento dell’elettorato totale (nel 2009 la percentuale non arrivava all’1 per cento). Le donne sono 387 milioni, gli uomini 426. Vista la complessa suddivisione amministrativa del territorio e le difficoltà legate al mantenimento dell’ordine pubblico, nei 28 stati e nei 7 territori del paese gli elettori e le elettrici andranno alle urne in 9 giorni diversi». [Fonte: http://www.ilpost.it/2014/04/07/guida-elezioni-india-2014/].

[12] Il 15 aprile 2014 infatti l’Alta Corte indiana ha sentenziato che il «riconoscimento delle persone transessuali come terzo genere non è una questione sociale o medica, ma riguarda il campo dei diritti umani». (Giudice della corte suprema K. S. Radhakrishnan annunciando la sentenza). Come l’ha definita Terrence McCoy sul Washington Post del 15 aprile 2014 è una sentenza storica (landmark judgment): «The court’s decision would apply to individuals who have acquired the physical characteristics of the opposite sex or present themselves in a way that does not correspond with their sex at birth. […] He directed local governmental bureaucracies to identify transgender people as a neutral third gender, adding that they will now have the same access to social welfare programs as other minority groups in India». («La decisione della corte suprema si applica agli individui che hanno assunto caratteristiche fisiche del sesso opposto o si presentano con un aspetto che non coincide con il genere che avevano alla nascita. […] La sentenza obbliga i governi nazionali e federali dell’India a garantire a queste persone l’accesso agli stessi programmi di welfare previsti per le altre minoranze indiane svantaggiate economicamente e socialmente»). (Traduzione dell’autore)[McCoy T., India now recognizes transgender citizens as ‘third gender’, in The Washington Post del 15 aprile 2014. L’articolo è disponibile on-line all’indirizzo: http://www.washingtonpost.com/news/morning-mix/wp/2014/04/15/india-now-recognizes-transgender-citizens-as-third-gender/?tid=hp_mm].
La decisione indiana è fortemente innovativa se pensiamo che in Europa solo la Germania nel 2013 ha riconosciuto il “terzo genere” anche nei documenti ufficiali. Ancora McCoy osserva: «Across much of South Asia and Southeast Asia, the language of gender is substantially more ambiguous than it is in the West. In countries such as Thailand and Cambodia, transgender people aren’t usually referred to as either a man or a woman – but as kathoey. India’s decision follows other regional countries’ decisions to recognize a third gender. Last year, neighboring Nepal offered a third gender option on official documents for its transgender population. The West has been a tad slower to adopt such measures. Last year, Germany became the first European country to recognize a third gender, allowing parents of newborns to mark “male,” “female” or “indeterminate” on birth certificates».
«In gran parte dell’Asia meridionale e sud-est asiatico, il linguaggio di genere è sostanzialmente molto più ambiguo rispetto a quello utilizzato in Occidente. In paesi come la Tailandia e la Cambogia, le persone transessuali non sono solitamente indicate come un uomo o una donna ma come kathoey. La decisione dell’India segue le decisioni di altri paesi della regione indiana che hanno riconosciuto un “terzo genere”. L’anno scorso, il vicino Nepal ha dato la possibilità di una terza opzione di genere sui documenti ufficiali per la sua popolazione transessuale. L’Occidente per quanto riguarda queste misure è ancora indietro. Solo lo scorso anno, la Germania è diventato il primo paese europeo a riconoscere un terzo genere, permettendo ai genitori dei neonati di segnare sul certificato di nascita: “maschio”, “femmina” o “indeterminato”». (Traduzione dell’autore) [Ibidem].

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