Palestina: la rivolta solitaria
della giovanissima “Generazione Oslo”

Da Reset-Dialogues on Civilizations

BETLEMME – Intifada sì o Intifada no? Il dibattito che in queste settimane trova ampio spazio nei media di tutto il mondo si limita alla definizione della sollevazione che sta travolgendo Israele e Territori Occupati Palestinesi. Al di là delle parole, quello che spesso manca è un’analisi delle ragioni sottese alla rivolta palestinese cominciata il primo ottobre scorso e che ha già ucciso 65 palestinesi e 11 israeliani e ha portato dietro le sbarre delle prigioni israeliane centinaia di palestinesi.

In piazza scendono i giovanissimi, ragazzi tra i 13 e i 25 anni. La cosiddetta “generazione Oslo”, termine dispregiativo con cui in questi anni sono stati descritti i giovani palestinesi considerati poco politicizzati e più attenti a racimolare i soldi per comprarsi un I-Phone piuttosto che alla lotta per la liberazione. Oggi quella generazione è in strada, da sola: alle manifestazioni di protesta, sia nei Territori Occupati che nelle città israeliane, prendono parte minorenni e studenti universitari, adolescenti lontani dalle dinamiche di partito e intenzionati a tenersi a debita distanza dalle deboli strategie politiche delle fazioni palestinesi.

«I partiti non ci rappresentano. Non solo non hanno un obiettivo di lungo periodo, unico, ma cercano di ostacolarci – ci raccontava una giovane palestinese di 21 anni, due settimane fa, poco prima di andare al checkpoint di Betlemme per sfidare l’esercito israeliano con le pietre – Stiamo dimostrando al popolo palestinese che non abbiamo mai abbandonato il sogno di vivere liberi sulla nostra terra. Speriamo che questa sollevazione spinga in strada anche gli adulti».

Per ora ce ne sono pochi, di adulti, per le strade. Gli attacchi a Gerusalemme e in Israele e le manifestazioni di protesta sono prerogativa dei più giovani che sembrano non temere la morte pur di esprimere la rabbia e la disperazione per un’occupazione lunga 67 anni. I più grandi restano a guardare: hanno vissuto la Prima e la Seconda Intifada e non sono pronti ad affrontare il dolore, la repressione, la violenza. Anni interi in cui la società palestinese è stata costretta a fermarsi. Per non ottenere nulla.

«Assistiamo ad uno scontro tra palestinesi e un progetto coloniale statale, e non tra gruppi isolati di resistenti e un esercito. Per comprendere l’oggi dobbiamo analizzare alcuni elementi chiave – ci spiega Nassar Ibrahim, analista e giornalista palestinese – Si deve partire dalla natura dell’occupazione coloniale israeliana. Le sue caratteristiche spiegano da sole perché da decenni il popolo palestinese si solleva. Prima di tutto si tratta di un’occupazione esiliante, basata cioè sul trasferimento forzato della popolazione occupata e la sua sostituzione con una popolazione diversa. I palestinesi lo sanno e lottano da anni per restare sulle loro terre, prima forma di resistenza: esistere è il primo livello di lotta dell’occupazione».

«In secondo luogo, è un’occupazione di lungo periodo, oltre 67 anni: molte generazioni sono nate e morte e non hanno mai visto un giorno di libertà. L’occupazione ha drasticamente modificato la nostra mentalità, ha distrutto il popolo palestinese e la sua normalità attraverso una violenza strutturale e lo stravolgimento di ogni aspetto della vita, economia, agricoltura, educazione, salute, demografia. In terzo luogo, Israele è riuscito nell’intento di creare un gruppo o una classe della società palestinese i cui interessi sono strettamente legati a quelli dell’occupazione: molte compagnie palestinesi hanno progetti comuni con società israeliane. La lotta all’occupazione diventa così anche una lotta di classe. Ciò accade perché, al fine di garantire i propri interessi, questa élite economica che è anche politica, non combatterà per la liberazione».

Elementi di base che spiegano le ragioni dietro l’ennesima rivolta: la stanchezza per un’occupazione che va avanti dal 1948, il rigetto di una leadership che non rappresenta più le aspirazioni nazionali della gente e la delusione per l’indifferenza del mondo. «La comunità internazionale ci dice da decenni di aspettare, che ci aiuterà, che non dobbiamo avere fretta – continua Ibrahim – Quanto ancora dovremo aspettare? Aspettiamo da decenni e nessun risultato è stato archiviato. Ci hanno annebbiato la mente con un fasullo processo di pace che non è mai esistito. E oggi la generazione che è figlia di quel fittizio processo di pace, la generazione di Oslo, si ribella».

«Si ribella nei Territori ma anche dentro Israele e questo spaventa enormemente Tel Aviv. I vari governi israeliani erano convinti che dopo 70 anni di cancellazione dell’identità, la mente dei palestinesi israeliani sarebbe stata corrotta, modificata, controllata. Ma i 30mila in piazza a Sakhnin, i 20mila a Nazareth, le migliaia a Akka e Haifa, dimostrano il contrario».

I giovani palestinesi mandano tanti messaggi, conclude Ibrahim, e li mandano a tutti: «Alla leadership palestinese dicono di rigettare con disgusto la sostituzione della strategia di liberazione nazionale con un fasullo processo di pace: la pace deve essere il risultato della liberazione nazionale e non il mezzo per ottenerla».

Gli altri messaggi sono per Israele («Non ci sarà mai pace senza giustizia, fino a quando non saranno risolti i nodi del conflitto – rifugiati, Gerusalemme, colonie, prigionieri – il popolo palestinese continuerà a muoversi in tutta la Palestina storica») e per la comunità internazionale: «Non è più possibile affrontare la questione secondo la narrativa israeliana. Guardate all’oppressione palestinese e alle sue giuste rivendicazioni».

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