Gaza, tornare a scuola dopo la guerra
Nella ‘terra dei bambini’ (che non c’è più)

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

Nei Territori Occupati le scuole hanno riaperto le porte il 24 agosto. Mentre bambini e ragazzi tornavano sui banchi in Cisgiordania, a Gaza cadevano le bombe e le scuole dell’Unrwa erano occupate da 475mila sfollati. Da qualche giorno le bombe non piovono più: nel tardo pomeriggio di martedì 26 agosto, i gazawi si sono ripresi le strade della Striscia e hanno celebrato la gioia per la fine dell’incubo. Un accordo di cessate il fuoco permanente tra Israele e fazioni palestinesi ha messo fine a cinquanta giorni di raid che hanno devastato quel fazzoletto di terra che è Gaza: secondo le Nazioni Unite ci vorranno 15 anni per ricostruire la Striscia se gli aiuti non entreranno a ritmi sostenuti.

Ora per quasi due milioni di palestinesi è tempo di bilanci: 2.137 morti, di cui oltre 530 bambini; 10.244 feriti, di cui 3.106 minori; mille bambini che si porteranno dietro disabilità permanenti e altri 373mila affetti da disturbi da stress post traumatico. Quasi mezzo milione di persone senza più un tetto sulla testa dopo che 17mila case sono state rase al suolo dai raid israeliani.

E poi ci sono le scuole, strutture basilari per la ripresa e lo sviluppo di ogni società, in particolare di una comunità devastata, generazioni di bambini che vivono traumi ciclici e ripetuti e per questo difficili da rimuovere o affrontare. Durante Margine Protettivo gli istituti educativi sono stati tra i target della brutalità israeliana: secondo dati delle Nazioni Unite, 244 scuole (di cui 141 istituti pubblici e 75 istituti dell’Unrwa), quattro scuole private, sei università, 125 asili nido e cinque college sono stati danneggiati più o meno gravemente dalle bombe. Una seria violazione del diritto internazionale, soprattutto se quelle scuole erano diventate l’ultimo rifugio per i gazawi fuggiti dai villaggi target dei raid.
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Alcune scuole sono state rase al suolo, livellate. Colpite da bombardamenti e poi demolite dai bulldozer. Come l’asilo di Umm al Nasser, progetto della cooperazione italiana, aperto nel 2011 per servire la comunità beduina a nord di Gaza. Il 17 luglio i carri armati israeliani hanno occupato il villaggio e le truppe hanno arrestato un numero non definito di uomini. Tre giorni dopo hanno raso al suolo “La Terra dei Bambini”, costruita dall’Ong Vento di Terra e dalla cooperativa ArCò, così da allargare la fascia di confine con Israele e lasciare spazio ai carri armati di Tel Aviv nella drammatica offensiva via terra lanciata lo stesso giorno: «Il centro per l’infanzia ospitava un asilo con 130 bambini e un ambulatorio pediatrico – ha scritto in una lettera il presidente della Ong italiana, Massimo Annibale Rossi – È stata demolita anche la nuova mensa comunitaria, inaugurata solo due mesi fa, che forniva pasti ai bambini e alle famiglie povere del villaggio».

Avevamo visitato Umm al Nasser a febbraio, qualche mese prima dell’inaugurazione della mensa: «Un risultato importante – ci aveva spiegato Mario Annibale Rossi – Uno dei principali problemi qui è l’alimentazione: nove bambini su dieci soffrono di parassitosi intestinale grave, non risolvibile dal punto di vista medico perché mancano alle famiglie i soldi per cure adeguate». Nei mesi precedenti dieci donne beduine avevano frequentato un corso di formazione su nutrizione e gestione della cucina e la scuola aveva acquistato un trattore per lavorare gli orti comunitari.

La scuola di Umm Al-Nasser era una piccola oasi a nord della Striscia: un luogo dove i bambini della comunità beduina trovavano uno spazio educativo e di gioco, un posto sicuro. La comunità si trova a pochissima distanza dal confine con lo Stato di Israele, lungo la cosiddetta buffer zone, zona cuscinetto unilateralmente dichiarata dalle autorità di Tel Aviv oggi quasi del tutto inaccessibile alla popolazione palestinese. Una striscia di terra che penetra fino ad un chilometro dentro il territorio gazawi, dove prima le diverse comunità locali erano solite lavorare la terra e vivere di agricoltura e pastorizia. Dopo l’inizio dell’assedio di Gaza, nel 2007, quella striscia è quasi impraticabile: il 35% delle terre agricole di Gaza è così inutilizzabile.

“La Terra dei Bambini” era il nuovo strumento in mano alla comunità per rivendicare la propria identità beduina, uno spazio in cui le donne avessero un ruolo centrale e l’educazione e la trasmissione di conoscenza fossero il bagaglio essenziale allo sviluppo. «La particolarità di questa struttura è il lavoro fatto cercando di mettere al centro la cultura beduina – aveva aggiunto Rossi – Il centro dall’esterno assomiglia ad un accampamento beduino. Il problema che ci siamo posti non era solo quello di costruire una scuola, ma anche quello di fornire una struttura che potesse essere accettata e potesse essere percepita come patrimonio della comunità».

Nella scuola di Umm Al-Nasser studiavano dai 100 ai 130 bambini di età compresa tra i tre e i sei anni. La sua particolarità? Una struttura ecosostenibile: «L’asilo è stato costruito seguendo i dettami dell’architettura bioclimatica: è provvisto di un sistema di rinfrescamento, di un sistema di purificazione dell’acqua e di pannelli fotovoltaici che rendono l’asilo autonomo dal punto di vista energetico. Perché costruire qui, lungo la buffer zone, in un villaggio beduino una struttura che potrebbe funzionare a New York, a Milano o a Stoccolma? Volevamo dare un segnale molto forte in merito ai diritti dei bambini in un’area di conflitto. Un’oasi per l’infanzia in una zona di guerra» .

«Il 95% dei bambini di Umm al-Nasser ora va a scuola, anche grazie alla maggiore consapevolezza delle famiglie che comprendono l’importanza dell’educazione – ci aveva raccontato una delle insegnanti – Molti di noi erano contadini, lavoravamo la terra ma a causa dell’occupazione abbiamo perso i nostri appezzamenti e non possiamo più lavorare come prima. Per questo l’educazione è fondamentale: dobbiamo studiare per poter affrontare una tale situazione e sviluppare la comunità nonostante tutto. La chiusura affligge tutta Gaza: i padri non hanno lavoro, i materiali da costruzione e quelli per le industrie non possono entrare a Gaza. Ne soffriamo anche qui a scuola: a volte vorremmo fare attività nuova ma ci manca il materiale».

Quattrocento metri quadrati, sei classi, una biblioteca, cinque stanze per attività collaterali e uffici per il preside, le insegnanti e per gli incontri con le famiglie, una piccola palestra e i bagni. Oggi non c’è più nulla. Raso al suolo dalle bombe per cui anche l’educazione è una minaccia.
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