Egitto: tutti (o quasi) gli strati della società nel mirino del governo Sisi

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Dal 2013 ad oggi, sempre più grave la situazione dei diritti umani in Egitto tra epurazioni, blocco della libertà di espressione, violenze e persecuzioni rivolte un po’ a tutti gli strati della popolazione egiziana.

L’entrata dell’Egitto nel Consiglio per i Diritti Umani, sancita dal voto di 173 dei 193 paesi dell’Assemblea dell’Onu lo scorso 28 ottobre, solleva non poco sgomento quando si ha in mente l’indiscussa emergenza di diritti umani nello stesso Egitto. L’Italia si è schierata per il ‘’no’’, in coerenza con la posizione italiana sul caso Regeni, insoddisfatta dell’atteggiamento tenuto dalle autorità e dagli inquirenti egiziani nella ricerca di verità e giustizia sul giovane ricercatore italiano assassinato al Cairo.

Dall’estate del 2013, l’Egitto vive un processo di oppressione e repressione normalizzato che si è tradotto nella politica di Al-Sisi tesa a liquidare l’opposizione politica, islamica e laica, e ad eliminare il dissenso. Si parla di 1700 desaparecidos nel 2015, e 754 omicidi extragiudiziali nei primi cinque mesi del 2016 fa sapere Amnesty International. Sin dalla cacciata del presidente Morsi, rimosso dal potere dal golpe militare del 3 luglio 2013, lo stato egiziano ha condotto una vasta campagna diretta contro una moltitudine di oppositori politici. I bersagli sono egiziani di ogni estrazione sociale, dai membri e sostenitori della Fratellanza Musulmana ai partiti o gruppi di sinistra, giovani attivisti che scrivono sui social network, difensori dei diritti umani, giornalisti e artisti.

Stando alle stime, tra i 40.000 e i 60.000 prigionieri politici si trovano oggi nelle carceri egiziane dal luglio 2013. Impossibile conoscere le cifre esatte dal momento che le autorità penitenziarie non forniscono dati ufficiali. Secondo un nuovo rapporto della Rete araba d’informazione sui diritti umani (ANHRI) pubblicato a settembre di quest’anno, l’Egitto ha costruito 13 nuove prigioni per far fronte al crescente numero di egiziani imprigionati dall’anno della deposizione di Morsi. Tra le decine di migliaia di dissidenti politici dietro le sbarre, ci sono attualmente centinaia di ragazzi sottoposti ad arresto arbitrario, incarcerati per aver espresso le loro opinioni, e trattenuti in detenzione preventiva per mesi o anche anni.

Come il noto attivista Alaa Abdel Fattah, condannato nel febbraio 2015 a cinque anni di reclusione per aver violato la legge anti-proteste. O l’avvocatessa dei diritti umani Mahienour el-Masry, rilasciata lo scorso settembre dopo aver trascorso un anno e tre mesi in prigione con l’accusa di aver protestato senza autorizzazione e attaccato la stazione di polizia di El-Raml, ad Alessandria, nel marzo del 2013. O ancora gli attivisti arrestati dopo le proteste del 15 e 25 aprile contro il piano di cessione all’Arabia Saudita di due isole nel Mar Rosso, molti dei quali sono stati poi rilasciati.

La controversa legge anti-proteste del 2013, che non consente proteste senza autorizzazione, di fatto vieta raduni o manifestazioni di strada, punendo severamente gli eventuali trasgressori con pene detentive e pecuniarie. È difficile sapere dov’è la ‘’linea rossa’’ o anticipare chi sarà il prossimo a cadere nella morsa del regime egiziano, chiunque potrebbe finire arrestato, incriminato o rinchiuso in carcere, spiega Amr Ismaeil, ricercatore in luoghi di detenzione e prevenzione di torture presso l’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR).

Sotto attacco sono anche le organizzazioni non governative. Dozzine di organizzazioni per i diritti sono finite nell’inchiesta sui fondi stranieri, aperta nel 2012, che ha coinvolto in una prima fase ONG straniere accusate di usare fondi dall’estero per destabilizzare l’Egitto e minacciare la sicurezza e l’ordine pubblico del paese. Molte di queste organizzazioni sono state costrette a chiudere i propri uffici al Cairo e trasferirsi in altri paesi. L’indagine ha ripreso nel 2014 coinvolgendo stavolta ONG egiziane, con la stessa accusa di aver usato finanziamenti esteri per “scopi illegali’’, tra cui l’ANHRI, l’Iniziativa egiziana per i diritti della persona (EIPR), l’Istituto del Cairo per gli studi sui diritti umani (CIHRS), il Centro Nazra per gli studi femministi, e il Centro El-Nadeem per la riabilitazione delle vittime di violenza e tortura.

Dopodiché il procedimento è stato chiuso, e riaperto all’inizio del 2016 per terminare nel verdetto del 17 settembre che ha ordinato il congelamento dei conti bancari di un gruppo di noti attivisti e avvocati per i diritti umani, Hossam Bahgat, fondatore dell’EIPR, Gamal Eid, fondatore dell’ANHRI, e Bahey el-Din Hassan, fondatore e direttore del CIHRS tra gli altri. Il provvidemento ha anche stabilito il blocco dei conti di tre ONG per i diritti umani. Il maxi processo contro le ONG è un ‘’caso politico’’, così come lo ha chiamato Gamal Eid, senza fondamento legale, che prende di mira il 90% delle organizzazioni per i diritti umani che sono apertamente opposte al regime egiziano.

Dall’interrogatorio e arresto di personale di organizzazioni non governative al congelamento di conti, all’interdizione di viaggiare all’estero come è toccato ai fondatori dell’EIPR e dell’ANHRI così come alla direttrice del Centro Nazra, svariati sono i mezzi usati contro chi si schiera per i diritti umani. I pesanti attacchi rivolti speciamente alle ONG indipedenti minacciano la capacità di continuare ad operare per molte, mettendo in pericolo il movimento dei diritti egiziano.

Anche gli studenti universitari sono nel mirino del governo dell’ex-generale. Secondo le associazioni in difesa dei diritti umani, gli studenti sono regolarmente soggetti ad atti di persecuzione tra espulsioni, arresti, violenze e torture. L’Associazione della libertà del pensiero e di espressione (AFTE) stima che più di 790 studenti sono stati arrestati, solitamente per aver manifestato contro il governo, di cui almeno 89 sono stati giudicati da tribunali militari.

Non serve partecipare a manifestazioni, gli universitari possono essere puniti per avere semplicemente espresso le loro idee. Come all’inizio del nuovo anno accademico 2016, nell’università di Tanta un leader dell’associazione studentesca è stato sospeso per un mese per aver recitato una poesia dai contenuti politici contrari al regime e all’esercito, cita come esempio Mohamed Abdel Salam, ricercatore in libertà accademiche all’AFTE.

Nell’ Egitto del dopo golpe, la stampa è più che mai imbavagliata. Giornalisti, quelli egiziani soprattutto, vengono perseguitati, minacciati, imprigionati arbitrariamente, in alcuni casi torturati, a causa del loro lavoro. Lo scorso 1 maggio, l’irruzione delle forze dell’ordine nella sede del sindacato dei giornalisti ha segnato una violazione senza precedenti –per la prima volta dal 1941, anno di fondazione del sindacato- andando contro la legge, la Costituzione e ogni norma di tutela della libertà di informazione.

A fine maggio, i vertici del sindacato dei giornalisti sono stati arrestati, colpevoli di aver ‘’nascosto’’ ricercati dalla polizia, due giornalisti arrestati nel blitz, e aver ‘’diffuso notizie false’’ sui due colleghi, accusati a loro volta di aver dato vita a un gruppo illegale con l’intento di rovesciare il governo, istigazione alle proteste, pubblicazione di notizie false e militanza nel Movimento 6 Aprile.

Il caso del fotogiornalista egiziano Mahmoud Abu Zeid, noto come Shawkan, uno dei più conosciuti a livello internazionale, è più che eloquente. È finito in manette il 14 agosto 2013 per aver scattato foto durante la violenta dispersione da parte delle forze di sicurezza del sit-in a piazza Rabaa al-Adawyia, organizzato dai sostenitori del deposto presidente Morsi. In carcere da più di tre anni, Shawkan rimane sotto processo con imputazioni di appartenenza alla Fratellanza Musulmana e divulgazione di false notizie.

Persino gli artisti sono perseguitati dal regime di Al-Sisi. Nel maggio di quest’anno, la band satirica Bambini di Strada è stata messa in arresto per aver diffuso su YouTube video ironici riguardanti la politica egiziana, deridendo il presidente e i suoi sostenitori. La procura ha accusato il gruppo di ‘’incitamento alla protesta’’ finalizzato a minare la stabilità del paese. Quattro componenti della band sono stati rilasciati a settembre dopo più di 150 giorni di detenzione preventiva.

Che si tratti di islamisti e liberali o di giovani, intellettuali e artisti, la società civile egiziana è a rischio oggi, chiunque può essere visto come una minaccia allo stato e dunque veder tolti i propri diritti a fronte di una macchina repressiva volta a stroncare qualsiasi forma di dissenso.

Nell’era Sisi, l’Egitto deve avere una sola voce, le altre vanno soffocate, e gli spazi in cui poter dare sfogo alle proprie opinioni sono drasticamente ridotti. Il sogno di un altro Egitto dei giorni di piazza Tahrir resta ormai un vago ricordo.

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