Dove comincia e dove finisce (da noi?) l’onda dell’indignazione globale

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

A pochi giorni dalle elezioni che hanno portato allo straordinario successo del MoVimento 5 Stelle, del suo modello politico e comunicativo, e al declino dei partiti “tradizionali” che sembrano non essere in grado di interpretare le istanze di cambiamento presenti nella società, Reset-Dialogues on Civilizations invita a rileggere il saggio presentato dal sociologo statunitense Jeffrey Alexander ai nostri Istanbul Seminars del 2012. L’analisi, già pubblicata da Reset nel giugno dello scorso anno, ci consegna una riflessione a nostro avviso molto utile per comprendere meglio il fenomeno grillino a partire dalla lunga “onda simbolica” che va dalla prima campagna elettorale di Obama ai movimenti di Occupy, da piazza Tahrir a piazza San Giovanni.

Guarda anche la nuova video-intervista a Jeffrey Alexander su www.resetdoc.org

Da Obama a piazza Tahrir
Jeffrey Alexander

In questo saggio intendo analizzare la recente convergenza di significato tra i concetti di “Oriente” e “Occidente” collegando strettamente tra loro tre accadimenti verificatisi nell’ultimo periodo, e che hanno sconvolto le abitudini mondiali e alimentato l’immaginario collettivo globale: la campagna di Obama per le elezioni presidenziali, la rivoluzione egiziana, e il movimento di Occupy Wall Street. Tali movimenti, a mio avviso, andrebbero interpretati non solo politicamente, come battaglie per il potere, ma anche come sconvolgimenti simbolici nel cuore e nello spirito sia delle proprie nazioni di appartenenza che delle altre società del pianeta. Ponendosi come vere e proprie eruzioni di possibilità utopiche fondate sulla componente emotiva, queste vicende hanno non solo ispirato e appassionato i diretti protagonisti, ma anche proiettato speranze in decine di milioni di spettatori sia in patria che all’estero che hanno assistito immedesimandosi a queste performance dall’esterno.

Queste eruzioni simboliche formano un arco narrativo, l’iterazione sequenziale di una performance utopica che, negli ultimi decenni, è diventata una struttura culturale fortemente radicata nella società civile globale. Tale “movimento della società civile globale” può essere visto come una sorta di Dna sociale ricombinante. L’ideale utopico della solidarietà civile mal si adatta a un mondo di disuguaglianza sociale e limitazione dell’individuo. C’è un’insoddisfazione cronica per gli schemi e le misure sociali esistenti. La società civile è intrisa di inquietudine, e l’esito periodico di tutto ciò sono episodi limite e ricorrenti invocazioni a una corsa al riparo civile.

L’ideale utopico di una comunità solidale fatta di cittadini autonomi e al contempo mutualmente responsabili ha costituito il fulcro della modernità occidentale fin dall’epoca delle Città-Stato del Rinascimento. Con le rivoluzioni del XVII e XVIII secolo in Inghilterra, America e Francia, l’immaginario civile si è cristallizzato in rivoluzioni democratiche che hanno fatto delle comunità di cittadini costituzionalmente regolate e autogovernantesi i nuovi attori regolatori dei rispettivi stati di appartenenza.

Con la nascita del capitalismo industriale a metà del XIX secolo, i programmi per la democrazia politica sono stati gradualmente rimpiazzati dalla “questione sociale”, focalizzata sulle disparità di ceto e che spingeva più per il socialismo che la democrazia. Gli sforzi volti a contenere i danni del capitalismo industriale e dell’imperialismo hanno imposto la creazione di imponenti burocrazie statali. E sull’onda di questi nuovi e pressanti interessi, l’imperativo della società civile è stato spesso messo da parte. La strategia rivoluzionaria era passata dalla mobilitazione pubblica alla militanza clandestina, e le organizzazioni politiche di carattere violento erano diventate la regola sia a destra che a sinistra.

Lo sviluppo politico più significativo degli ultimi quarant’anni è stato l’appassire dello statocentrismo e degli ideali giacobini. La democrazia è riemersa come ideale radicale e la società civile è rinata come movimento rivoluzionario. Nel 1981, con grande sorpresa degli intellettuali liberali, radicali e conservatori, il movimento Solidarnosc è comparso in Polonia. È stato represso l’anno dopo, ma i dieci anni che l’hanno seguito hanno mantenuto il suo ideale di società civile democratica come obiettivo radicale e fonte di ispirazione rivoluzionaria.

Il fiorire della nuova Spagna democratica ha smentito le previsioni secondo cui la morte di Franco avrebbe scatenato una sanguinosa guerra civile. Il “potere dei fiori” della “Rivoluzione popolare” filippina ha costretto Ferdinand Marcos alla fuga e imposto all’esercito di cedere il potere ai milioni di manifestanti sulla pubblica piazza di Manila. In tutto il Cono Sud dell’America Latina i governi civili hanno messo da parte le giunte militari.

Questa prima fase di movimenti per la società civile globale è culminata nell’anno magico del 1989, quando le dittature comuniste sono cadute una dietro l’altra di fronte alle non violente rivoluzioni di velluto. Nel giugno 1989, il regime comunista cinese ha quasi visto la sua fine in Piazza Tienanmen. E nel 1990, le pressioni per la società civile globale hanno imposto la transizione pacifica alla democrazia multiculturale in Sudafrica.

Gli anni Ottanta hanno creato un nuovo modello di sconvolgimento sociale rivoluzionario, che si è lasciato alle spalle l’utopia del socialismo e la tradizione della militanza violenta. Il passaggio dal proletariato alle coalizioni trasversali, dall’avanguardia alla partecipazione di massa, dalla violenza alla non violenza, e il risorgere delle utopie hanno fatto sembrare la società civile un ideale radicale. Questa storia di emancipazione si è strutturata secondo schemi narrativi familiari, come movimento di purezza dal pericolo, di luce che squarciava l’oscurità, di schiavi che rompevano le proprie catene. Ma i personaggi protagonisti di questo percorso narrativo erano cambiati. Avevano portato la politica globale in una nuova direzione, che dal 1917 e 1933 tornava al 1789 e 1776. Si era agli albori di una nuova rivoluzione mondiale.

Negli ultimi tempi, questa parabola narrativa si è proiettata ancora una volta. Tutto è iniziato con l’effervescenza sia in patria che all’estero della campagna di Obama per le elezioni presidenziali del 2008, passando per il Nord Africa e il Medio Oriente durante la primavera e l’estate del 2011, per poi occupare Wall Street nell’autunno dello stesso anno. E l’arco incessante dell’utopia civile non ha ancora raggiunto il suo apice. Sulla sua traiettoria, ora, c’è anche la Russia.

Obama

I due anni di campagna elettorale intrapresi da Obama per la presidenza americana potrebbero essere visti come una battaglia per la conquista del potere politico, un grande dispendio di strategia e denaro che ha portato a una clamorosa, per quanto relativamente esigua, maggioranza di voti. Si potrebbero addirittura vedere gli anni della pre-presidenza Obama come un movimento sociale utopico. L’ascesa di Obama ha incoraggiato decine di milioni di americani a credere e sperare nelle possibilità unificanti, ugualitarie e liberatorie per l’individuo della sfera civile. L’eccitazione ai comizi di Obama ha segnato delle interruzioni limite dello spazio pubblico, dei rituali civili carichi di effervescenza democratica. La persona di Obama stesso è diventata un’icona che irradiava un’aura di cambiamento sociale radicale.

La sua trionfale affermazione indicava il prevalere dell’inclusione sull’esclusione, della solidarietà civile sulla frammentazione, la vittoria della giustizia democratica sulla cinica rassegnazione agli abusi di potere. “O-BA-ma, O-BA-ma, O-BA-ma” era il grido di un movimento popolare, della sacralità civica che sfidava la profanità anticivica, della purezza che sconfiggeva il pericolo, della strada contro l’establishment, dei cittadini che si organizzavano per vincere il potere del denaro e delle istituzioni.

Le difficoltà che Obama ha incontrato dopo il suo insediamento non devono sorprendere. Le speranze utopiche che la sua campagna elettorale ha incarnato e alimentato non avrebbero mai potuto essere soddisfatte dalla macchina mondana del governo effettivo. In effetti, Obama stesso sembra essere rimasto vittima delle proprie utopiche aspirazioni. Il presidente pareva convinto che i suoi nemici politici lo avrebbero aiutato a ristabilire la solidarietà civile. Umiliati dalla catastrofe politica, al contrario, i repubblicani non erano pronti a niente del genere. Il sogno di Obama di un rinascimento civile è stato smentito dalla lucida partigianeria repubblicana, che ha trasformato in una farsa le sue aspirazioni utopiche.

Tahrir

A distanza di appena poche settimane da quando i repubblicani hanno restituito a Obama la sua testa su un piatto – a novembre 2010, in occasione delle elezioni per il Congresso – la parabola incessante del movimento sociale civile si è estesa al Nord Africa e al Medio Oriente. Come nel caso dell’ascesa di Obama, anche la primavera araba ha costituito un evento assolutamente inaspettato. È stata percepita come un’eruzione vulcanica di aspirazioni pressoché avventate, e pochi credevano che avrebbe avuto un seguito. Malgrado ciò, la rivoluzione Jasmine in Tunisia ha innescato tutta una serie di mobilitazioni, e la lava che ne è scaturita si è estesa a Egitto, Libia, Yemen, Giordania, Marocco, Bahrein e Siria. In effetti, nel mondo arabo si è verificata una rivoluzione intellettuale, un’evoluzione politico-culturale interna che, contrapponendosi a occidentalismo, socialismo e islamismo violento, ha cercato di sposare i principi di una democrazia liberale se non addirittura laica.

Ma è stato in Egitto, in Piazza Tahrir, che questo inaspettato fiorire di un sentimento democratico radicale ha raggiunto simbolicamente il suo apice. In questa nazione nel cuore del mondo arabo, il dramma della democrazia si è consumato nell’arco di 18 giorni. Ci sono stati centinaia di vittime e migliaia di feriti, ma per milioni di manifestanti la protesta è rimasta allo stadio non violento. Piazza Tahrir è diventata un microcosmo di utopia civile. Il movimento del 25 gennaio non ha solo protestato e manifestato delle rivendicazioni, ma ha anche agito in maniera pratica. La narrativa di piazza Tahrir rappresentata dai media ufficiali, alternativi e dai social network ha evidenziato una solidarietà trasversale ai ceti e alle fedi religiose. L’Egitto è rinato, risorgendo come una Fenice dal dolore e l’umiliazione del regime di Mubarak. Se poi sia rinato già morto, è ancora da stabilire.

L’esercito si è fatto da parte nei diciotto giorni della rivolta, promettendo di istituzionalizzare la rivoluzione civile. Nel periodo successivo, però, ne è diventato il principale ostacolo. A prescindere dagli esiti, come nel caso del movimento Obama e di Solidarnosc prima, gli eventi di Piazza Tahrir hanno proiettato nuovo significato agli occhi dell’opinione pubblica ben oltre i confini dell’Egitto. La pagina Facebook in inglese della rivoluzione ha esteso la sua narrativa della rivoluzione civile in tutto il mondo, ricevendo decine di migliaia di post fortemente a favore. La rivoluzione egiziana ha conquistato l’immaginario collettivo globale; è diventata un’insegna al neon simbolo del coraggio umano, un manifesto splendente della possibilità di una mobilitazione sociale democratica contro il potere consolidato.

“La gente vuole la fine del regime”, “La gente vuole la fine dei processi militari”, “La gente vuole lo stato di diritto”: gli slogan di Piazza Tahrir sono risuonati non solo in tutto il Medio Oriente e Nord Africa, ma anche in Europa e America settentrionale.
Dopo aver visto un governo occidentale dopo l’altro abbracciare le urgenze restrittive dell’austerità fiscale, sono scoppiate mobilitazioni di massa a Madrid, Londra, Tel Aviv, Madison. Erano la rivolta della società civile contro la società di mercato, proteste contro la codarda sottomissione dei governi democratici a elite imprenditoriali e finanziarie in disarmo. Tra tutti questi dimostranti, erano frequenti i riferimenti espliciti al “modello Tahrir”. Se l’Egitto aveva dato prova vivente della forza del corpo civico in Oriente, ora l’Occidente stava tentando di replicare tale dimostrazione. In Cina, gli imprenditori comunisti hanno attivato una censura che filtrava su Internet qualsiasi riferimento alla definizione “rivoluzione egiziana”. Il governo russo non ha potuto fare altrettanto, e ha finito con il pentirsene.

Le repliche occidentali di piazza Tahrir sono state contraddistinte da icone e slogan caratteristici. Per quanto concerne le icone, ha fatto spesso la sua comparsa Guy Fawkes, l’antieroe dalla faccia bianca con il ghigno della “Congiura delle Polveri da sparo” britannica del 1605 ripreso dal fumetto del 2006 V per Vendetta che i fratelli Wachowski hanno trasformato in un film dall’enorme successo al botteghino.

Per quanto invece riguarda gli slogan, nulla è riuscito ad avvicinarsi al famoso “Noi siamo il 99%”. Via via che la parabola della mobilitazione civile si estendeva dal Cairo sia verso Oriente che verso Occidente, la sua traduzione poetica più potente è arrivata da New York. Per citare una retrospettiva pubblicata sul New York Times (1/11/11): “L’idea, secondo gli organizzatori, era quella di accamparsi per alcune settimane se non addirittura mesi per replicare nel genere, se non nell’entità, le proteste esplose nei mesi precedenti del 2011 nei più svariati luoghi, dall’Egitto alla Spagna a Israele”.

Occupy Wall Street

Il movimento di “Occupy Wall Street” è stato sorprendente e inaspettato, una scintilla casuale che ha innescato un vero e proprio rogo. La sinistra americana era sfinita, il Tea Party era al comando e la rivoluzione Obama sembrava in pieno disarmo. Il disordinato radunarsi di poche centinaia di manifestanti a Zuccotti Park, inizialmente oggetto di scherno, ben presto finì per trasformarsi in un evento sociale catalizzatore. Le forti affermazioni ideologiche sono metafore, che creano nuove relazioni tra elementi sociali in precedenza eterogenei. Aiutate da performance felici, le metafore ideologiche possono creare nuovi significati nell’opinione pubblica in modi innovativi e sorprendentemente importanti.

Occupy Wall Street è stata in senso virtuale, non letterale, una contingenza assolutamente felice quanto qualsiasi altra mobilitazione in un particolare momento e luogo avrebbe potuto essere. Sul piano simbolico ha imposto lo spirito critico, esigente e ugualitario della democrazia americana nelle torve e ammuffite stanze del potere di elite. Ma per quanto il suo messaggio e i suoi effetti siano stati simbolici, la protesta in sé è stata estremamente dispendiosa sul piano fisico. Ci sono state la pioggia, le tende, lo sporco, le cariche della polizia, e il tutto è durato più di sessanta giorni. I tentativi di reprimere il movimento hanno innescato immediate e appassionate manifestazioni di pubblica solidarietà: lo sporco, le tende, la non violenza e il microfono umano hanno gradualmente conquistato una riluttante ammirazione.

Alzando la testa, e contrapponendosi pubblicamente alle élites imprenditoriali e finanziarie, Occupy ha incarnato l’incessante battaglia tra società civile e di mercato. Il movimento non aveva rivendicazioni specifiche, ma era proprio quello il punto. Gli esperti sia americani che oltreoceano avevano continuato a macinare proposte politiche per anni. La protesta di Occupy era invece essa stessa in sé e per sé un traguardo. Catturando l’attenzione del pubblico dei cittadini ben oltre il focus relativamente ristretto di un progressismo frustrato, Occupy è riuscito a dominare i mezzi stessi della produzione simbolica: network e notiziari via cavo, prime pagine di quotidiani, siti e blog più popolari.

Si è fornito i servizi in autonomia, producendo dirette live per la TV via cavo, scattando immagini da cellulare che hanno rimbalzato sui siti del paese e di tutto il mondo. La sua protesta focosa, aggressiva e al tempo stesso assolutamente civile a favore della giustizia sociale le è valsa una mistica specifica, un’aura di sacralità che l’ha protetta dalle misure repressive dello Stato. La mobilitazione aveva alle spalle il supporto dell’opinione pubblica. Se l’esercito di Mubarak aveva avuto paura di intervenire in Piazza Tahrir, quanta maggiore riluttanza dovevano avere a farlo le forze di polizia di un paese relativamente democratico?

Zuccotti Park non ha cambiato la politica, non ha portato all’elezione di nuovi rappresentanti o a una diminuzione del tasso di disoccupazione. Quel che ha fatto è stato invece dar vita a una forma di potere civile radicalmente più critica ed energica. E un modo per comprendere a fondo questo miglioramento è rendersi conto di quanto abbia caricato di nuova energia la sinistra. In più di 150 città ci sono state repliche di Occupy: Occupy Oakland, Occupy Los Angeles, Occupy Chicago, addirittura Occupy New Haven e Yale. Per fornire supporto e materiale alla protesta si è perfino costituita una coalizione di 70 organizzazioni liberali, il Movimento del Sogno Americano.

Ma l’impatto di questi episodi limite è andato ben oltre il pubblico di sinistra, penetrando il cuore della coscienza americana collettiva. Per citare un articolo di prima pagina sul New York Times (1 dicembre 2011): “Il 99% è diventato parte integrante del lessico culturale”. Un per cento e novantanove per cento sono diventate percentuali magiche, strutture culturali che hanno ridistribuito sacro e profano civile, riequilibrando dal punto di vista morale le “realtà” politiche ed economiche.

Le élites finanziarie e imprenditoriali, a lungo viste come entità inette ma non venali, e certamente degne di essere salvaguardate, erano ormai diventate il corrotto e disprezzato “Un per cento”. Le masse di americani che lottavano per sbarcare il lunario, prima visti come poveri sventurati – vittime passive, idioti, veri e propri stolti – diventavano il puro “Novantanove per cento”, un’entità collettiva che esigeva giustizia, un eroe ferito che finalmente si decideva a contrattaccare.

In pochissimo tempo, questo movimento ha radicalmente sovvertito il nostro modo di pensare all’occupazione. A inizio settembre, “occupare” rimandava a incessanti incursioni militari. Ora vuol dire protesta politica progressista. Non è più prima di tutto sinonimo di uso della forza militare, piuttosto significa ribellarsi all’ingiustizia, all’ineguaglianza e agli abusi. Non allude più alla semplice occupazione di uno spazio, ma piuttosto alla sua trasformazione (New York Times, 21 dicembre 2011).

Un mese dopo l’occupazione di Zuccotti Park, metà di un campione nazionale rispose ai sondaggisti che Occupy rappresentava il punto di vista della maggior parte degli americani; due terzi degli intervistati, compreso un terzo di repubblicani, sosteneva che la distribuzione delle ricchezze dovesse essere resa più paritaria (New York Times 18 ottobre 2011). Tre mesi più tardi, un sondaggio nazionale sosteneva che adesso due terzi degli americani ritenevano fossero in atto “forti conflitti” tra ricchi e poveri, che addirittura eclissavano le distinzioni di razza ed etnia.

Dal 2009 si era registrato un incremento del 50 per cento nella percezione del conflitto di classe, con l’incremento più ampio tra bianchi, ceto medio ed elettorato indipendente, con gli ultimi che presentavano l’oscillazione maggiore, dal 23 al 68 per cento (New York Times 12 gennaio 2012). Con il manifestarsi di questi effetti post-Occupy, la campagna elettorale della destra repubblicana per le presidenziali si è impegnata a svuotare di contenuto l’idea di Mitt Romney “capitalista avvoltoio” per il suo lavoro alla Bain Capital.

E ancora una volta la parabola del movimento civile idealista ha superato i confini degli Stati Uniti. A ottobre il New York Times ha scritto che “in Europa, Asia e nelle Americhe erano in atto manifestazioni di emulazione di Occupy Wall Street, che contavano centinaia di migliaia di partecipanti”.

Alla fine di dicembre, un leader radicale del movimento democratico russo ha evocato Occupy dal proprio letto di ospedale, e in un appassionato discorso proiettato sui maxischermi per le strade di Mosca, ha definito i manifestanti lì riuniti “il 99 per cento”, sostenendo che la Russia è governata da un corrotto un per cento di burocrati e oligarchi. Domenica scorsa, in un’inchiesta sui privilegi ospedalieri dei pazienti più facoltosi, sul Times si leggeva che “nell’epoca di Occupy Wall Street cercare di soddisfare i ricchi può essere assai insidioso” (New York Times 22 gennaio 2012). È per merito di questa parabola dell’emancipazione civile che adesso ci troviamo in una nuova era.

(Traduzione di Chiara Rizzo)

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Nell’immagine: un manifestante di Occupy Bielefeld,foto di ohallmann (cc)

Questo articolo riproduce l’intervento tenuto dall’autore agli Istanbul Seminars 2012 (19-24 maggio). Organizzati da Reset Dialogues on Civilizations, quest’anno sono stati dedicati a “The promise of democracy in troubled times”. Il titolo originale dell’intervento di Alexander è “The Arc of Civil Liberation: Obama-Tahrir-Occupy”.

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