Cosa accade in Catalogna? Il sintomo
di un problema spagnolo ed europeo

A person waves a Catalan pro-independence flag in front of the 'Generalitat' palace (Catalan government headquarters) in Barcelona on October 30, 2017.
Spain enters uncharted and potentially perilous territory today as Madrid moves to take over the running of Catalonia in response to the rebellious region's parliament unilaterally declaring independence.

 / AFP PHOTO / LLUIS GENE

Il 27 ottobre scorso il Parlament de Catalunya votava la dichiarazione d’indipendenza. Lo faceva rendendo effettivo il risultato del referendum non riconosciuto dell’1 ottobre in cui dei 3.032.424 voti emessi (56,75%) ne furono scrutinati solo 2.286.217 (43,03%) a causa del sequestro da parte delle forze dell’ordine dei restanti 746.207. Dei voti scrutinati 2.044.038 (90,18%) sono stati a favore dell’instaurazione di una repubblica catalana indipendente. Tale fatto apre ovviamente la strada a una nuova fase della questione catalana, la cui declinazione più recente è necessario ripercorrere brevemente per capire come siamo arrivati fino alla situazione attuale. La questione andrebbe osservata a partire dalla dialettica tra spagnolismo e catalanismo piuttosto che come conflitto tra Spagna e Catalogna. Con questi si intendono i paradigmi immaginativi di fondo che assegnano rispettivamente a Spagna e Catalogna il rango di comunità politiche e culturali dotate di diritti collettivi e istanze di sovranità. Lo spagnolismo ha come discrimine la difesa dell’esistenza di uno stato-nazione spagnolo. Il catalanismo ha tradizionalmente individuato nella costruzione di uno Stato liberale lo spazio attraverso il quale articolare la plurinazionalità della Spagna e superare quell’instabilità che aveva contraddistinto la Spagna ottocentesca e che poi ne avrebbe determinato anche gran parte del novecento.

Tale dialettica ha trovato nella Costituzione spagnola del 1978 e nello Statuto di Autonomia del 1979 un punto di sintesi, comunque non segregabile dalla restaurazione della Generalitat de Catalunya nel 1977. Nella carta magna si riconosce la plurinazionalità dello Stato, anche se in contrasto con la definizione della Spagna come nazione unica e sovrana. Quanto emerge dal testo costituzionale è una concezione che considera la Spagna come la nazione superiore (politica) e le identità sub-statali come delle nazioni minori (culturali) stabilendo le vie per l’ottenimento e ampiamento delle rispettive autonomie. Fin dalla messa in esercizio delle istituzioni autonome apparve chiaro che catalanismo e spagnolismo (pur nel loro pluralismo interno) avevano concezioni differenti circa l’interpretazione della Costituzione e funzioni e limiti dello Statuto. Per i primi si trattava di una via di sviluppo progressivo verso quote sempre maggiori di sovranità mentre per i secondi si trattava di un limite da non oltrepassare o in alcuni casi di un preoccupante scenario di disgregazione. Il catalanismo inoltre proiettava la costruzione dell’autonomia nella prospettiva di una costruzione europea interpretata come un’opportunità di superamento dello stato-nazione. A dimostrare questa divaricazione la conflittualità istituzionale tra Stato e Generalitat e i continui negoziati per rendere effettivi i trasferimenti di competenze dal primo verso la seconda. La costruzione dell’autonomia portata avanti dai governi del catalanismo conservatore di Jordi Pujol (1980-2003) innescano nello spagnolismo una profonda preoccupazione nei confronti di una possibile secessione. D’altro canto i governi del Partido Popular di José María Aznar (1996-2004) propiziano un progetto di ricentralizzazione istituzionale nel quadro di un progressivo rinascere di forme sempre più esplicite di nazionalismo spagnolo; il progetto di Aznar reclamava una “Segunda Transición”, laddove considerava che si era andati troppo in là nel concedere l’autogoverno a baschi e catalani.

È in questo quadro che il nuovo governo catalanista di sinistra della Generalitat nel 2003 avvia un processo di riforma dello Statuto di Autonomia. Un anno dopo l’esecutivo catalano guidato dall’ex sindaco socialista di Barcellona, Pasqual Maragall, e sostenuto anche da ERC e ICV-EUiA, trova nel nuovo governo socialista spagnolo di José Luis Rodríguez Zapatero (2004-2011) la sponda istituzionale per rendere effettivo tale progetto. Al centro del nuovo Statuto, votato dal Parlament per 120 voti a favore su 135, il tentativo di blindare le competenze della Generalitat, ottenere un riconoscimento nazionale più esplicito, fomentare la partecipazione diretta della cittadinanza e, nelle parole dello stesso Maragall, fare della Spagna un paese pienamente plurinazionale. Il testo, sostanzialmente amputato, sarà poi approvato dai catalani nel 2006 in un referendum legale al termine di tutti i passaggi stabiliti dalla legge. Ma a questo punto il PP porta il testo dinnanzi al Tribunal Constitucional che il 28 giugno 2010 l’amputa di buona parte di quegli articoli che cercavano il blindaggio delle competenze dell’autonomia e maggiori quote di riconoscimento bilaterale ed effettività democratica.

In parallelo a questo fallimento della riforma statutaria si sviluppa il movimento delle consulte popolari a favore dell’autodeterminazione, celebrate tra 2009 e 2011 in 511 dei 948 comuni catalani, Barcellona inclusa. Questo movimento entra in connessione diretta con le reazioni alla sentenza del TC, la più importante delle quali è senza dubbio la manifestazione che il 10 luglio 2010 mobilita più di un milione di cittadini. Per la prima volta nella storia del catalanismo la rivendicazione indipendentista sostituisce quella autonomista. Le istanze accumulate in quel momento non si sarebbero attivate però ulteriormente se non si fossero accumulati anche altri elementi.

In primo luogo, gli effetti della crisi economica che spazzano la Spagna a partire dal 2008 rendono le competenze della Generalitat insufficienti a far fronte alla situazione sociale generata dalle conseguenze della crisi. La particolarità dall’autonomia catalana mette le istituzioni sub-statali al centro delle rivendicazioni sociali e della gestione del welfare, pur lasciandone il finanziamento alle decisioni e priorità del Governo centrale.

In secondo luogo, e in un orizzonte ancora poco indagato, l’impatto delle politiche europee, sia in termini di livellamento degli ambiti sub-statali degli Stati membri sia per il ruolo che l’Unione Europea assegna agli Stati. La loro funzione è oggi quella di imporre un trasferimento costante di risorse pubbliche verso il sistema bancario. Nel caso specifico catalano, dotata di una società mobilitata e nazionalmente distinta, tutto ciò invece di sfociare in un movimento xenofobo si è declinato come un processo di rifondazione civica con potenzialità costituenti.

In terzo luogo, il ritorno al governo del PP nel 2011, con Mariano Rajoy come Presidente. L’esecutivo conservatore si rimette all’opera attivando alcuni dei precetti del libro bianco pubblicato dalla FAES (la fondazione di partito) Por un sistema autonómico racional y viable in cui si disegnava la necessità di ridurre i costi amministrativi delle istituzioni sub-statali: controllo delle autonomie, abolizione di quelle più piccole e fusione di municipi per una loro riduzione numerica. Madrid avvia però un’attivazione selettiva di questi precetti concentrandosi sull’obiettivo della ricentralizzazione e della progressiva sottrazione di capacità legislativa alle autonomie più attive in questo senso. La reazione programmatica della Generalitat è la pubblicazione nel 2012 da parte dell’Institut d’Estudis Autonòmics (IDEA) del libro bianco El procés de recentralització de l’Estat de les autonomies, cui fa seguito nel 2015 il documento Crònica d’una ofensiva premeditada.

Frattanto il movimento indipendentista diventava una realtà di massa capace di consolidare l’asse programmatico del catalanismo dal tradizionale autonomismo a un inedito secessionismo. A convogliare questo movimento nasceva una poderosa entità civica di base, l’Assemblea Nacional Catalana (ANC), mentre la storica entità culturale nata durante il franchismo per garantire la sopravvivenza della cultura catalana, Omnium Cultural, abbracciava la causa dell’autodeterminazione. Ogni 11 settembre a partire dal 2012 l’indipendentismo ha messo in piazza più di un milione di persone mentre alla consulta sull’autodeterminazione del 9 novembre 2014 hanno partecipato 2.344.828 persone. Un movimento di massa visibile anche elettoralmente. Nell’ultima legislatura catalana, appena sospesa da Madrid attraverso l’articolo 155, i partiti contrari alla secessione e alla celebrazione di un referendum di autodeterminazione rappresentano solo il 39% dell’elettorato catalano.

In questo cammino entrambe le parti in campo si sono reciprocamente accusate di aver rotto il patto costituzionale. Lo spagnolismo lo intende come il mancato rispetto dei precetti dettati dal Tribunal Constitucional. Il catalanismo ritiene che l’aver avviato un processo di ricentralizzazione significhi una torsione contraria ai principi plurinazionali alla base della redazione della carta costituzionale. Non è un caso che le questioni che erano all’origine della riforma dello statuto, siano diventate le ragioni sulle quali si è strutturata e argomentata la rivendicazione indipendentista in questi anni: economico-fiscale, educazione, cultura, comunicazione, welfare…

La svolta indipendentista del catalanismo invita a molteplici considerazioni. Una fra tutte la necessità di spiegare come abbiamo assistito alla crisi e frantumazione della destra catalanista, oggi marginale elettoralmente e in grave crisi narrativa e programmatica. In secondo luogo, sarà necessario tener ben presente che le oligarchie economiche e finanziare della Catalogna, intendendo queste come quegli ambiti padronali attraverso cui si articolano e organizzano gli interessi di classe, hanno ripetutamente ribadito la loro aperta ostilità nei confronti dell’indipendentismo, proprio per difendere i propri interessi economici. In terzo luogo, sarebbe corretto fare riferimento ai contenuti programmatici, istanze politiche e composizione socio-culturale dell’indipendentismo prima di rimandare a letture predeterminate. Ne emergerebbe una notevole complessità e trasversalità meritevole di maggior attenzione analitica. Ciononostante in questa sede ci concentreremo su di una serie differente di questioni che forse rivestono un altro tipo di profondità.

Se consideriamo che in un mondo di nazioni l’unica maniera che una società civile ha per rivendicare la propria sovranità è quello di farsi Stato-nazione o di esserlo già, dobbiamo anche tener presente che gli stati-nazione sono oggi diventati dei gestori amministrativi di determinati interessi economici che, al tempo stesso, contribuiscono a cristallizzare. È per questo motivo che il processo secessionista catalano nel contesto concreto dello Stato-nazione spagnolo di oggi ha prodotto la prima vera crisi istituzionale e politica dalla fine della dittatura franchista. E al tempo stesso ha aperto uno scenario civile con potenzialità costituenti e partecipative, da un lato, e l’attivazione di tutte le misure legali in possesso dello Stato, dall’altro. Dalla parte catalana è stata messa in atto una torsione della legalità vigente utilizzando l’autonomia per avviare un processo di transizione dalla legalità vigente a una nuova legalità sovrana. Dalla parte spagnola la convulsione nazionale, istituzionale e politica ha portato spesso ad esondare l’alveo della legalità stessa, come in occasione della repressione poliziesca del referendum del 1° ottobre, l’imprigionamento dei leader dell’ANC e di Omnium Cultural o la sospensione dell’autonomia catalana e chissà cos’altro. Sul versante continentale, poi, le istituzioni dell’Unione Europea sono passate da un iniziale disinteresse a una belligeranza esplicita e appoggio aperto nei confronti delle autorità statali.

Tale quadro ci consegna uno scenario di pericolosa regressione democratica da parte dello Stato e, al tempo stesso, ci svela alcune caratteristiche di fondo dell’attuale processo di costruzione europea. Il passaggio senza traumi da una legalità all’altra attraverso l’assunzione di sovranità piena da parte della Generalitat, il negoziato con lo Stato e il ruolo di mediazione da parte dell’Unione Europea non ha potuto aver luogo. Questo fatto ha delle conseguenze rilevanti non solo sul processo secessionista bensì sulla globalità del progetto europeo. In primo luogo, perché l’UE ha scelto di sottomettere la difesa dei diritti dei propri cittadini alla difesa del Diritto degli Stati membri. In secondo luogo, perché l’UE sta perdendo l’occasione per stabilire i meccanismi per facilitare l’allargamento interno oltre che esterno dell’unione. Durante i prossimi decenni potrebbero materializzarsi ulteriori processi di secessione dinnanzi ai quali le istituzioni comunitarie dovrebbero studiare delle misure capaci di spianare la strada al negoziato, evitando così ulteriori conflitti politici. Infatti, se conflitti politico-istituzionali come quello catalano dovessero tornare a toccare le istituzioni europee le conseguenze di lungo periodo per la sopravvivenza e futuro dei cosiddetti “valori europei” sarebbero difficilmente prevedibili. In Catalogna non è in gioco solo il futuro della Spagna ma anche quello del progetto europeo, della sua profondità e della sua credibilità democratica.

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