Carceri e radicalizzazione dell’Islam
volontari nel cuore del problema

mani carceri islam

Da Reset-Dialogues on Civilizations 

Forse non tutti sanno che in Italia, nonostante l’impellente necessità di regolamentare usi e costumi della religione islamica, che conta una presenza consistente di circa 1,4 milioni fedeli non esiste un’intesa [1] stipulata tra lo Stato e l’ “Islam”[2].

Questa premessa è fondamentale per comprendere il caos che aleggia intorno alla pratica di tale religione sul nostro territorio. L’assenza della firma di un’intesa con l’Islam lascia un enorme vuoto nella pratica per gli stessi credenti musulmani che trovano degli ostacoli non indifferenti nel praticare la loro fede nella vita quotidiana: a differenza di ciò che accade in altri paesi europei, si potrà citare la privazione del cibo halal nelle mense scolastiche, ospedaliere e carcerarie, il fatto di non avere il venerdì come giorno libero nei contratti di lavoro per poter andare in moschea, la mancanza di un beneficiario nella destinazione dell’ 8×1000, l’impossibilità di circoncidere in maniera sicura il proprio figlio nelle strutture sanitarie o di seppellire i morti secondo le proprie usanze. Questa è solo parte di una lista lunga di pratiche non regolamentate dall’ordinamento italiano e nemmeno dibattute a livello politico anche per l’assenza di un quadro giuridico entro cui situare tale discussione.

Oggi tale necessità di regolamentazione non è percepita solo come una mancanza dell’applicazione di diritti per le minoranze religiose previsti dalla nostra Costituzione ma, anche, come un’esigenza tutelativa per la convivenza pacifica sul nostro territorio tra residenti di origine straniera e non, appartenenti a culti minoritari. Questo vuoto normativo non ricade solo sulla famiglia musulmana che deve riuscire a conciliare le proprie pratiche religiose e la vita quotidiana, ma ricade sulla vita quotidiana di ogni persona che vive il territorio creando un’entropia inevitabile. Essendo parte di un unico organismo, l’effetto boomerang si propaga inevitabilmente e deve far i conti con l’etica della convenienza e della convivenza. Così, se le città non hanno costruito moschee o non hanno regolamentato gli spazi dedicati al culto islamico, è molto probabile nel cortile di casa ci si possa imbattere in un via vai di fedeli che pregano in una sala del condominio adibita per il culto o leggere sui giornali la notizia della morte di un bimbo perché circonciso in casa.

Bisogna riconoscere che la mancata firma di un’intesa non è dovuta solo all’indifferenza o incapacità politica, ma anche la frammentazione e l’assenza di un coordinamento tra le varie realtà islamiche: ad oggi sono tre le bozze d’Intesa depositate dalle federazioni islamiche. Ovviamente questo non facilita il lavoro del Governo che si trova nell’impasse di non poterne firmare neanche una, per evitare di scontentare le altre e così di delegittimare di fatto e nella pratica l’eventuale intesa siglata. Le tre Intese presentate sottolineano la molteplicità della rappresentanza del mondo islamico che non ha ancor saputo prendere esempio dalla esperienza di altri paesi europei e costituirsi in una federazione unica così da proporsi in maniera più autorevole come unica voce nelle sedi istituzionali [3]. Contrasti interni dovrebbero lasciare lo spazio al concetto di ummah e dar vita a un “federalismo associativo” che rispetta la tipicità delle diverse associazioni, ma allo stesso tempo li unisce in un rappresentante unico eletto democraticamente.

Così alcuni temi o meglio diritti negati o non codificati dai nostri regolamenti sono diventati di grande attualità per il giornalismo sensazionalista e allarmista italiano, dopo i drammatici attentati in Europa. Uno dei temi di grande interesse per l’opinione pubblica nella scia della salvaguardia della sicurezza nazionale e internazionale, che per diversi mesi è stato sulle prime pagine di diversi quotidiani, è il contrasto a fenomeni di radicalizzazione all’interno delle nostre carceri come luogo di formazione di possibili jihadisti. Pensando all’ambiente carceri, la questione dell’assistenza spirituale ai detenuti di fede islamica si è fatta impellente ed è diventa priorità nell’agenda politica. Il rammarico è che tale attuale premura non è nata da uno spirito filantropico di attenzione alle minoranze nell’assicurare quell’atto di accompagnamento e di recupero che deve esser garantito a qualsiasi detenuto con la possibilità di un’assistenza spirituale, ma dalla paura che i detenuti musulmani possano diventare dei fanatici che, usciti dal carcere si facciano saltare in area nel primo luogo pubblico non attentamente sorvegliato.
In questo caso, l’emergenza e la paura si accompagnano all’interesse collettivo di legittimare e tutelare un diritto, quello della libertà di culto per le minoranze.

Il caso degli istituti penitenziari sottolinea come in Italia sia palese che un gran numero di buone pratiche non nascono dall’applicazione di circolari o direttive governative in una prospettiva top-down, ma dalle intuizioni che nascono dal territorio e dalla sua amministrazione locale. In questo articolo racconteremo e daremo voce agli attori che hanno dato vita a un’esperienza virtuosa per garantire in maniera continuativa l’assistenza religiosa ai detenuti di fede islamica all’interno della casa circondariale “Lorusso e Cutugno”, meglio conosciuta ai più come Le Vallette con la collaborazione di due associazioni di fede islamica, l’associazione Islamica delle Alpi e l’ass.ne AFAQ attraverso la mediazione e la facilitazione del Forum “ Politiche di Integrazione e Nuovi Cittadini” della Circoscrizione 7 della città di Torino [4].

Il carcere, tra redenzione e perdizione

«La prison, c’est la putain de meilleure école de la criminalité», parole pronunciate già nel 2007 da Amedy Coulibaly, che sei anni dopo venne ucciso nel blitz della polizia all’Hyper Cacher di Porte de Vincennes a Parigi non prima di aver ucciso quattro ostaggi ebrei. Negli anni della detenzione, aveva stretto amicizia con Djamel Beghal, ex esponente del Gia, la brigata islamica integralista algerina e si era radicalizzato. Riecheggia la sua stessa domanda: «Comment vous voulez apprendre la justice avec l’injustice?» Coulibaly è l’emblema del fenomeno della radicalizzazione nelle carceri. Purtroppo non un caso isolato.

In Italia, recentemente fanno eco quattro detenuti nella Guantanamo italiana, il carcere di Rossano Calabro, dove avrebbero esultato con il grido di “Viva la Francia libera” (dagli infedeli) dopo aver saputo degli attentati di Parigi dello scorso novembre. Solo dopo qualche settimana, un altro detenuto egiziano, questa volta a Bologna è stato espulso per avere inneggiato all’Isis e agli attentati di Parigi auspicando un’altra strage. Dalla Calabria al carcere di Bolzano dove, all’inizio del 2016, è stata chiusa la sala Internet perché alcuni detenuti si sono collegati a siti jihadisti.

In Italia, stando ai dati del 2013 nelle nostre carceri sono presenti circa 13.500 mila detenuti di fede musulmana su un totale di 64.760 detenuti, di cui 8.732 praticanti: di essi trecentocinquanta sono in regime di stretta sorveglianza. I detenuti reclusi con l’accusa di terrorismo internazionale, invece, sono 21; e tutti si trovano nel circuito separato AS2 (“Alta sicurezza, livello 2”) del carcere speciale di Rossano Calabro. Dati aggiornati al 15 gennaio 2015 dell’Associazione Antigone, tuttavia, fissano a 5.786 i detenuti di fede musulmana [5]. Emerge, inoltre, che solo 52 istituti penitenziari sui 202 censiti si sono dotati di sale adibite a moschee dove i fedeli possono riunirsi in preghiera.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando intervenendo al convegno “Stato islamico e minaccia jihadista: quale risposta?” ha affermato che: «Occorre contenere i rischi di radicalizzazione nelle carceri, tenendo presente che oltre un terzo dei detenuti proviene da paesi islamici (…) e che le carceri sono dei luoghi in cui si può strutturare una visione estremista dell’Islam, con capacità di proselitismo, ma bisogna assicurare il diritto di culto negli istituti per evitare l’effetto boomerang come Guantánamo».

Così a Torino, prima del clamore mediatico del fenomeno di radicalizzazione nelle carceri e del protocollo d’intesa firmato il 5 novembre 2015 al livello nazionale tra il DAP e l‘UCOII, la casa circondariale “Lorusso e Cutugno” grazie alla sensibilità e perspicacia del direttore Domenico Minervini insediatosi nel maggio 2014, aveva già avviato una collaborazione con due associazioni islamiche di Torino, l’associazione Islamica delle Alpi e l’associazione AFAQ con la collaborazione dell’ass.ne VAS che fanno riferimento rispettivamente alle sale di preghiera Islamica Taiba in Via Chivasso 19 e la Moschea della Pace di Corso Giulio Cesare 39, per attivare un progetto di assistenza spirituale continuativa ai detenuti musulmani che vada oltre alla celebrazione del Ramadan che già da diversi anni si svolge all’interno dell’istituto penitenziario.

L’esperienza concreta rivolta ai circa 350 detenuti musulmani su un totale di circa 1200 persone all’interno del carcere inizia nel febbraio 2016 dopo un lungo percorso di facilitazione avviato dal Forum “Politiche di Integrazione e Nuovi Cittadini”. Il Forum è un organismo di democrazia partecipativa nato nella Circoscrizione 7 di Torino con una delibera istitutiva del 14 luglio 2011 con all’attivo circa 150 iscritti. Il Forum, un organismo a costo zero per la pubblica amministrazione, ha avuto l’obiettivo di far partecipare ad incontri operativi vari soggetti: dal comune cittadino ad associazioni di origine etnica ad istituti scolastici, a organizzazioni impegnate in progetti interculturali, sportivi e di cittadinanza attiva. Il network che si è creato su un territorio con forte presenza di residenti di origine straniera, ha avuto la forte valenza di facilitare diverse progettazioni e mettere in rete vari soggetti. Così è avvenuto in tale esperienza, come afferma la volontaria dell’ass.ne Islamica delle Alpi, Souad Maddahi: “Se non ci fosse stata l’intuizione del Forum a creare questo primo aggancio tra le necessità del carcere e la disponibilità delle associazioni islamiche che operano sul territorio della circoscrizione 7, questo sogno non sarebbe forse iniziato. I diversi incontri coordinati dal Forum da marzo fino ad agosto tra le associazioni, il direttore e il comandante responsabile della polizia penitenziaria sono stati fondamentali per capire cosa voleva il carcere e cosa potevamo offrire noi come associazioni, per trovare il metodo più adeguato per portare avanti l’assistenza spirituale ai detenuti. Inoltre, bisognava chiedere il permesso per i ministri di culto, gli imam, una pratica gestita da parte del Ministero dell’Interno. In questo iter burocratico, il Forum è stato di vitale importanza anche per formulare la stessa autocertificazione dell’imam da inviare al Ministero non esistendo un format preciso da compilare”.

Il direttore Minervini con le sue parole conferma: “Il Forum ci ha permesso di prendere contatto con il territorio e con le realtà di fede islamica presenti. Il percorso è stato lungo più che altro per le procedure burocratiche autorizzatorie dal Ministero della Giustizia e dell’Interno. Nonostante tutto, ci siamo attivati prima dell’accordo nazionale tra il DAP e l’UCOII, questo lo dico con un pizzico di orgoglio”.

La sfida della casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino

Una esperienza virtuosa in cui la pubblica amministrazione, in questo caso la Circoscrizione 7 di Torino, ha svolto un ruolo di facilitazione e di capacity building, svolgendo un ruolo importante di incontro tra le varie esigenze del territorio, quelle di diversi soggetti in cui l’obiettivo della progettazione, spiega il direttore Minervini:” È di far capire ai nostri detenuti musulmani che l’amministrazione penitenziaria ha preso un indirizzo di chiara e sistematica attenzione nei loro confronti. Il messaggio dietro questa sperimentazione è di integrazione, sia per una distensione degli stessi detenuti, dando la stessa dignità ai detenuti di fede islamica come si dà ai detenuti di fede cattolica o di altre fedi e a far capire che le comunità islamiche devono esser coinvolte anche all’interno delle carceri anche per prevenire fenomeni di radicalizzazione”.

Tale sperimentazione diventa un antidoto alla problematica del sorgere di iman fai-da-te all’interno delle carceri o comunque un contrasto a tale distorsione. Come infatti prosegue il direttore Minervini: “È vero che le difficoltà che vive un detenuto di fede islamica può portarlo a una radicalizzazione. Se invece si dà la giusta attenzione al culto islamico da poter praticare sotto la supervisione di imam accreditati e non imam fai-da-te che si improvvisano e che non sappiamo che messaggi diano all’interno del carcere, riusciamo a contrastare tale fenomeno. Inoltre, ora, avendo degli imam accreditati e che svolgono già tale funzione nel tessuto cittadino offriamo la garanzia ai musulmani detenuti che si dà loro una dovuta attenzione facendo sì che restino nell’angolo coloro che vogliono far proselitismo per portare avanti azioni violente”.

Lo stesso riconoscimento della figura di imam avvenuta per l’imam Said Ait El Jide della moschea Taiba da parte di detenuti toglie credito a figure che si improvvisano guide spirituali all’interno del carcere, come afferma Souad: “Sono imam comunque detenuti, già dentro il circolo della criminalità. Non possono essere rispettati dagli altri detenuti perché sono sempre detenuti. Ovviamente possono aver un potere e un carisma maggiore degli altri ma l’imam Said, è un imam abbastanza noto in città dove ha riconosciuta una certa autorevolezza. E molti detenuti dicevano io lo conosco e quindi si sentiva il rispetto, un riconoscimento che ha un valore aggiunto verso questo imam che offriva loro, inoltre, momenti di alta spiritualità”.

La sostituzione di imam accreditati per di più che godono di una stima pubblica per il ruolo svolto riconosciuta dal tessuto cittadino dove operano fa sì che ciò possa contrastare e mettere in difficoltà il prolificarsi di figure che all’interno del carcere prendono in mano la guida della preghiera e l’arte del sermone jihadista.
Il processo di accreditamento dei ministri di culto è avvenuto sottoponendo in primis una lista di nove imam e gli statuti dalle rispettive associazioni alla direzione penitenziaria di Torino che ha incontrato attraverso un percorso partecipativo e conoscitivo le due associazioni in diverse riunioni tenutosi nella Circoscrizione 7.

L’istituto penitenziario, in seguito, ha inviato i documenti relativi a quattro iman al Ministero dell’Interno, nello specifico al Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione – Direzione Centrale degli affari di culto, nell’attesa di ricevere la documentazione richiesta per gli ulteriori cinque imam volontari (dati personali, eventuali permessi di soggiorno in caso di non possesso della cittadinanza) dalle associazioni stesse. Al primo invio della documentazione è stato poi richiesto dal Ministero di redigere un documento di autocertificazione del ruolo di imam. A questa richiesta non ha fatto fronte un documento standard ma la responsabilità di stesura è avvenuta grazie al lavoro del Forum della circoscrizione 7. La mancanza di un formulario preciso di autocertificazione dei ministri di culto di fede islamica ha sottolineato la carenza strutturale e organizzativa degli organi centrali. In quanto l’autocertificazione redatta dal Forum e compilata dai rispettivi imam poteva essere carente di informazioni necessarie per ottenere l’autorizzazione governativa, con il rischio di dover riformulare e rinviare il materiale richiesto dal Ministero con un conseguente rallentamento burocratico per l’attuazione di tale pratica. Al buon esito di tale pratica il Ministero dell’Interno ha inviato, infine, il proprio placet al Ministero di Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Direzione generale dei detenuti e del trattamento Ufficio V – che ha sua volta ha redatto una nota autorizzatoria alla casa circondariale interessata. Sono così stati ufficialmente autorizzati ad oggi tre imam dal Ministero per svolgere tale funzione di culto nell’istituto penitenziario (un imam ha ottenuto parere sfavorevole per il nulla osta in quanto non era reperibile sulle liste dei residenti del Comune indicato nell’istanza).

Il viaggio dei documenti autorizzatori ha impiegato diversi mesi da una scrivania all’altra. Emerge un organigramma istituzionale delle politiche in materia di immigrazione tortuoso come un labirinto tra i corridoi dei vari Ministeri che si sostanzia in molteplici competenze ripartite. Nonostante l’istituzione del Comitato per il Coordinamento e il Monitoraggio delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e del Gruppo tecnico di lavoro [6], il coordinamento inter-istituzionale in tale materia non è affatto facile e non velocizza l’attuazione di indicazioni propositive e di implementazione di strategie.

Quindici sono circa gli altrettanti volontari che si sono offerti dalle associazioni come mediatori culturali. La procedura di autorizzazione in tal caso è avvenuta solo tramite il nulla osta della casa circondariale. Sembra che queste figure non riscuotano da parte del Ministero particolari interesse di attenzione e di valutazione della loro eventuale “pericolosità”. Un controsenso si palesa nella diversità delle due procedure, come se l’eventuale pericolosità si celasse dietro l’identità spirituale. Così attenta e doverosa attenzione verso l’accreditamento dei ministri di culto non corrisponde ai volontari delle due associazioni. In questo caso sembra che l’abito faccia il potenziale jihadista.

La religione come strumento di radicalizzazione o riscatto per il detenuto?

I tre imam attualmente svolgono la funzione della preghiera ogni venerdì nel teatro della casa circondariale adibito con tappeti in occasione del culto. La preghiera del venerdì, al jum-a, porta avanti due effetti. Il primo emerge dalle parole stesse dell’imam Said Ait El Jide: “I sermoni sono in arabo e in italiano. Cerchiamo di affrontare delle tematiche adatte alla situazione del detenuto dalla misericordia al perdono per prepararlo a far si che il suo errore possa esser superato. La verità è che il detenuto si deve sentire amato affinché non si radicalizzi, non si incattivisca”. Il toccare delle tematiche nel sermone che possano agevolare il recupero del detenuto ovviamente sono strumenti di vitale importanza per il contrasto alla radicalizzazione.

Così il direttore Minervini prosegue che la preghiera del venerdì sarà utilizzata, inoltre, come strumento per superare quella sub-cultura carceraria nei confronti dei sex offender, dei detenuti isolati dei circuiti protetti, facendo sì che anche loro partecipino alla preghiera grazie al placet degli imam che faranno da cuscinetto per un eventuale mediazione tra i detenuti.
Ovviamente tale sperimentazione oltre alle difficoltà burocratiche-amministrative è stata una sfida all’interno della stessa struttura penitenziaria come afferma Simona Massola, educatrice nonché funzionaria giuridico-pedagogica che lavora in carcere da 12 anni: “È una sfida organizzativa per il carcere perché significa un impegno del nostro personale. Ma anche una sfida culturale anche se il carcere da anni ha una presenza di detenuti di fede islamica. Eravamo tuttavia impegnati solo in degli avvenimenti estemporanei legati alle celebrazioni delle festività religiose. È una novità culturale in cui bisogna soprattutto credere perché nonostante il carcere sia abituato ad aver che fare con detenuti di altre culture e religioni, certi costumi, certe abitudini non sono così accettate. Una novità che ha portato all‘interno del carcere dove sussistono delle prassi consolidate a volte delle incomprensioni. Una sfida partire proprio adesso, in questo periodo storico di forte allarmismo sul terrorismo, di grande confusione e scarsa conoscenza della religione musulmana nell’opinione pubblica. Con questi presupposti alcuni commenti ci sono stati anche qui: noi gli portiamo la preghiera e loro ci fanno esplodere in città”.

Nonostante queste difficoltà che sono passaggi inevitabili nell’introdurre nuove pratiche la Massola afferma che tale sperimentazione è: “un’occasione importante a cui tutta la direzione fortemente crede e che serve anche per comprendere attraverso le associazioni che supportano la preghiera alcune variabili culturali a noi sconosciute. Tuttavia, il risultato di cambio di mentalità e di approccio da parte del nostro personale è aiutato anche dalla formazione grazie a dei corsi di aggiornamento come quello di Verbania, dove l’argomento è proprio come prevenire il fenomeno di radicalismo nelle carceri rivolto ai civili e al personale penitenziario. Il corso non dovrebbe esser lasciato però alla libera partecipazione ma esser obbligatorio sia per la polizia penitenziaria che per gli educatori”.
Emerge l’importanza di una formazione continuativa ed obbligatoria sia degli educatori sia della polizia penitenziaria nell’affrontare le diversità interculturali dei detenuti e per poter comprendere con maggior sensibilità le problematiche legate alla sicurezza e a individuare l’eventuale radicalizzazione di un detenuto.
Bisogna evitare costruzioni mentali pregiudizievoli verso la variabile religiosa che costruisce l’identità del detenuto, che non deve diventare per forza sinonimo di fanatismo. Il passaggio è a volte superficiale e inevitabile che la costruzione sociale dell’identità di un individuo diventi azione pubblica inutile e inefficace come il caso francese.

Questo paradigma concettuale nasce nelle carceri francesi che dal 2003 hanno dato vita a una griglia di rivelazione per le radicalizzazioni dei detenuti. Tale griglia prevedeva delle variabili religiose come indicatori del grado di radicalizzazione (es. lunghezza della barba, numero di preghiere, consumazione cibo halal, partecipazione al culto, ecc.). È stata usata finché non si è ritenuto di sospenderla per evitare una sanzione in quanto la raccolta dei dati personali riguardanti la religione è incompatibile con il principio di laicità francese [7]. Come se avvicinarsi alla pratica dell’Islam o aumentare la devozione e la propria ritualità fosse equazione di fanatismo e di odio verso il sistema culturale e sociale dell’Occidente [8].

Tale griglia dopo la sospensione è stata rintrodotta nel 2015 con delle modifiche. Ci si era resi conto che considerare solo i simboli esterni religiosi non era conditio sine qua non del radicalizzarsi e creava solo delle caricature del potenziale jihadista. L’approccio francese ha fatto sì che si arrivasse a una semplificazione e stigmatizzazione dell’immagine del musulmano fanatico nelle carceri. Inoltre, non ha colto il valore riabilitativo ed educativo del ruolo della spiritualità di cui un detenuto può beneficiare attraverso l’avvicinamento alla propria religione e un’assistenza spirituale. La paura verso l’Islam che diede origine alla legge del 2004 che vieta in ogni luogo pubblico come scuole, ospedali, di indossare qualsiasi simbolo religioso, dalla kippa ebraica al velo, si protrae all’interno del carcere creando un effetto ulteriore di privazione dell’assistenza spirituale. Tutt’oggi in Francia il piano contro il fenomeno di radicalizzazione nelle carceri prevede la creazione di “Unité de prévention du prosélytisme » (U2P) nata dall’esperienza del carcere di Fresnes, con l’obiettivo di isolare jihadisti o possibili tali. Si deduce la difficoltà di tracciare un confine certo tra chi è e chi può essere un jihadista nonostante la nuova griglia di identificazione d’«aide à l’évaluation du risque/degré de radicalisation islamiste » diffusa dal DAP francese nel gennaio 2015 che convoglia altri elementi come indici di valutazione ( es. la storia detentiva). Rischia di diventare una profezia che si auto-avvera l’affermazione di Claire de Galember nel suo dossier dove sottolinea che, se il governo francese non cambierà il proprio paradigma di pensiero in cui la variabile religiosa è sinonimo di violenza, vi è un forte rischio che sia i detenuti che liberi residenti, se si andranno a scontrare con una società anti-islamista, giustificheranno la violenza per affermare la loro identità [9].

Il direttore Minervini ritiene che l’esperienza francese sia diversa dal nostro contesto per una questione numerica del fenomeno e ritiene che il fenomeno di radicalizzazione può esser contrastato partendo dal seguente presupposto:” Un altro elemento importante è il migliorare le condizioni di vita detentiva. Su questo l’amministrazione penitenziaria italiana sta molto investendo a seguito delle sentenze della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Ha evitato nel marzo 2016 una multa milionaria perché ha assicurato un programma di interventi, volti a rendere le carceri più umane. Migliorare il contesto detentivo, potenziare i contenuti, le offerte trattamentali agevolano tutti i detenuti anche quelli di fede islamica e non sono precluse ai detenuti che hanno un decreto di espulsione. Tutto ciò ne migliora il loro comportamento”.

Nell’istituto penitenziario di Torino, si è compreso che non è la religione, l’assistenza spirituale, la variabile che sviluppa il fanatismo né è il suo sinonimo, ma l’odio verso una società che non è riuscita ad accoglierli e a includerli economicamente e socialmente, il rancore verso uno Stato che non pone loro la giusta attenzione, come figli di un dio minore. Privarli di una loro ulteriore identità all’interno del carcere e segregarli in reparti specifici esporrebbe non a una riduzione del fenomeno di proselitismo ma ad una sua amplificazione [10]. Il potere del indottrinamento islamista si sviluppa proporzionalmente alla mancanza di un sostegno istituzionale alle richieste religiose dei detenuti. Il DAP francese è stato più attento agli aspetti di sicurezza all’interno del carcere che a un investimento istituzionale per l’esercizio della libertà di culto.

Su circa 1.200 di cui approssimativamente 350 di fede islamica, i detenuti che hanno fin ora partecipato alla preghiera del venerdì nell’istituto penitenziario torinese sono stati circa un centinaio, un numero che è aumentato nel corso della sperimentazione. Sono stati consegnati circa 200 pacchi-dono durante il mese del Ramadan offerti dalle collette dei fedeli delle due sale di preghiera coinvolte. I pacchi contenevano spezie, datteri e alimenti tipici e si è riscontrato che i detenuti di fede islamica le condividevano con i reclusi italiani, un piccolo gesto di solidarietà e condivisione forse non tanto piccolo per l’ambiente carcerario, e nello specifico, segno di un ulteriore effetto distensivo di tale pratica.

Le due associazioni svolgono questa attività senza usufruire di nessun contributo o rimborso spese come Hassan El Batal, presidente dell’ass.ne AFAQ, ribadisce: “Svolgiamo in maniera gratuita nonostante la fatica di aver un nostro lavoro e l’impegno di gestire le nostre associazioni e moschee ma per noi è un dovere aiutarli e allievare l’incubo della prigione. L’obiettivo è quello di aiutare questa gente che ha sbagliato e che giustamente sta pagando per portargli un po’ di gioia. Siamo delle facce nuove che al livello psicologico e spirituale possono aiutarli e vedendo dei volontari della propria fede si sentono più contenti e rilassati. Spero che duri questo progetto”.

Così le parole di Souad: “Un detenuto mi ha detto è tutta la settimana che aspetta il venerdì per ascoltare il sermone” e di Fatimazahra Tazoukanit: “Il progetto è bellissimo sia i detenuti che lo staff erano molto contenti e anche la festa finale del Ramadan è stata emozionante” confermano l’entusiasmo di sentirsi protagonisti di un progetto che porta benessere a tutti i soggetti coinvolti.
L’ingegno del direttore Minervini non si è fermato a consentire l’assistenza spirituale continuativa ai detenuti ma, come afferma: “Abbiamo, inoltre, cercato di creare un ponte con le famiglie dei detenuti grazie ad alcune donne musulmane volontarie delle due associazioni che ogni martedì presso il reparto colloqui intercettano le mogli e i famigliari dei detenuti. Una pronta risoluzione delle problematiche che vivono le famiglie dei detenuti si riversa anche sul benessere dei detenuti”. Souad che presta questo servizio conferma che: “Il direttore ha avuto un’altra importante intuizione. Mi ricordo le sue parole – “Se io penso al benessere dei famigliari significa che avrò meno problemi con i detenuti”. Perché i detenuti poi li vivono all’interno del carcere. Ovviamente non è stato facile il lavoro, all’inizio vi era diffidenza e vergogna da parte dei famigliari ma grazie soprattutto ai figli, ai bambini, che sono sempre più aperti con gli operatori vi è stato un avvicinamento. Poi la comunanza della lingua, il poter sfogarsi nella propria lingua madre e raccontare le emozioni vere facilita e aumenta il senso di privacy e i familiari si sentono più tutelati”. Inoltre aggiunge Fatimazahra: “La risposta dei famigliari è stata positiva e oltre questioni legate alla detenzione di un proprio familiare, ci chiedevano anche informazioni pratiche sul permesso di soggiorno e di poterli aiutarli nel far da tramite con il consolato”.

L’iniziativa di mediazione culturale con i famigliari corrobora il servizio di assistenza spirituale creando un benessere anche ai famigliari. Chiude il cerchio dei soggetti coinvolti, dando a tutti la dovuta attenzione nel provare ad alleviare la problematica detentiva. Non è il buonismo o l’eccessivo controllo o negazione della pratica religiosa che frenano il fanatismo, ma programmi di recupero e di attenzione in cui i soggetti si sentono parte integrante di una comunità che quindi non ha per loro più nessun senso distruggere.
Hassan El Batal, sottolinea un altro aspetto importante da tener in considerazione: “La difficoltà che troviamo è che quando questi detenuti scontano la pena ed escono dal carcere, vengono da noi in moschea a chieder aiuto. Per noi è difficile perché non abbiamo le risorse per accompagnarli in percorsi di sostegno e reinserimento nella società”.

Attualmente sono tre gli imam autorizzati dal Ministero, la direzione dell’istituto attende il placet per altri imam proposti dalle due associazioni. Il numero dei ministri di culto tuttavia è esiguo rispetto alle esigenze. Per far fronte a tale necessità ed evitare polemiche emerse dopo la stipula del protocollo d’intesa tra il DAP e l’UCOII dovute al fatto che si escludessero le altre associazioni islamiche presenti nel territorio, il direttore Minervini ritiene opportuno che l’esperienza venga presentata al neo-nato Coordinamento permanente dei Centri di cultura islamica a Torino e si estenda la collaborazione alle altre 14 sale di preghiera islamiche presenti sul territorio. Questo comporterebbe un aumento dell’organico dei ministri di culto, una sollecitazione al coordinamento delle moschee torinesi e un coinvolgimento degli attori politici dando vita a quel concetto di sussidiarietà circolare, incipit di ogni buona pratica per il territorio.

La concretezza sabauda docet

Nonostante l’esperienza dell’istituto penitenziario “Lorusso e Cutugno” possa considerarsi un modello virtuoso e significativo della lotta al radicalismo scevra della paranoie d’oltralpe sulla variabile religiosa, coinvolgendo i soggetti del territorio, le associazione di fede islamica, verso un protagonismo sano e responsabile per un percorso riabilitativo per il detenuto; pur sottolineando l’importanza della formazione del proprio staff e muovendosi con il supporto della pubblica amministrazione, in questo caso di una circoscrizione, ancor oggi non è stato firmato nessun protocollo d’intesa.
Il direttore Minervini ribadisce: “A me di questa esperienza è piaciuto che siamo stati concreti, anche se non abbiamo firmato ancora nessun protocollo. Ma sono contento della concretezza più che della forma”. Per una volta i fatti vengono prima delle parole.

Diletta Berardinelli attualmente fa parte del comitato scientifico dell’associazione Benvenuti in Italia 

Note:

[1] n.d.r.: l’intese regolano i rapporti tra le confessioni religiose e lo Stato garantendo l’applicazione dell’art.8 della Costituzione e fungendo come controllo preventivo dell’effettivo rispetto dei principi costituzionali.

[2] Allievi S. (1997), Troppe intese, nessuna intesa, in “confronti”, maggio, pp.21-24; Allievi S. (2006), L’islam italiano: istruzioni per l’uso, in “Limes”, n.2, 2006, pp.109-121; http://www.coreis.it/testo_dell%27intesa.htm.

[3] Pace E., L’ Islam in Europa: modelli di integrazione (Ed.Carocci,2004).

[4] D’Arrigo G. “L’ Italia cambiata dai ragazzini. Nuovi amministratori, nuovi comuni”, Ed. Marsilio 2013.

[5] ndr: in Italia l’identificazione dei detenuti sulla base della loro religione è vietata dalla Costituzione. Tuttavia tali dati sono forniti dal Ministero della Giustizia attraverso le “schede di trasparenza” fornite dagli istituti penitenziari. Sono disponibili al seguente link: (https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_3_2.wp)

[6] Quinto rapporto Rete EMN Italia “Immigrati e rifugiati: normativa, istituzioni e competenze”, Ed. IDOS, Maggio 2012.

[7] Le « radical »,
une nouvelle figure de dangerosité carcérale
aux contours flous par Claire de Galembert, Critique internationale, Revue comparative de sciences sociales, Numéro 72 – juillet-septembre 2016 ,trimestriel

[8] L’islam dans les prisons, Farhad Khosrokhavar Paris, Balland, 2004

[9] Hassan El Alaoui Talibi, «On interpelle les musulmans comme de mauvais élèves », Dedans Dehors, 88, juillet 2015, p. 33

[10] M. K. Rhazzali, « I musulmani e i loro cappellani. Soggettività, organizzazione della preghiera e assistenza religiosa nelle carceri italiane», Ed. Franco Angeli, Roma 2010.

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