Bombe russe in Siria, Ankara avvisa l’UE:
“Ora aspettatevi ancora più profughi”

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Da Reset-Dialogues on Civilizations

La Russia, dopo aver mantenuto in piedi il regime di Bashar el Assad negli ultimi 3 anni, ha ora iniziato a giocare a carte scoperte. Dopo l’insediamento di contingenti in Siria, l’aeronautica di Mosca ha effettuato i primi raid. Gli oppositori di Assad già denunciano morti tra i civili e bombardamenti effettuati su postazioni degli uomini addestrati dagli Usa. Con Washington è partito lo scambio di accuse. La via di uscita proposta dal presidente russo Vladimir Putin in sede Onu prevede l’eliminazione dell’Isis e una transizione verso una Siria governata da un Assad 2. Sfida chiunque, Putin, a portargli sul tavolo un’alternativa migliore.

Intanto, nell’ultima settimana la stampa internazionale ha fatto notare come Erdogan e Putin, due leader molto simili, con una visione del presidenzialismo pressoché sovrapponibile, sulla Siria conservino una disparità di vedute insanabile.

La crisi siriana vista da Ankara

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha chiarito il suo pensiero “Assad può andare bene in via temporanea , ma pensare che un dittatore dopo aver ucciso più di 300 mila civili possa continuare a governare è impossibile”.

La Turchia insiste sulla creazione di una safe zone oltre il proprio confine sud, un’area bonificata da infiltrazioni estremiste che funga da rifugio e contenitore per i profughi in fuga dal califfato o dal dittatore. “Una Siria con Assad vale a dire altri 7 milioni di profughi”. Con queste parole il premier Ahmet Davutoglu ha toccato uno dei tasti cui la comunità internazionale è più sensibile. Il flusso in viaggio verso l’Europa nell’ultimo mese ha messo i leader europei con le spalle al muro e mandato in crisi le cancellerie di Bruxelles, i cui proclami umanitari si scontrano con una realtà ben diversa, che dice che il 95% dei rifugiati vive in 5 Paesi: Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto.

La Turchia gioca le sue carte sulla Siria con i profughi che costituiscono l’argomento principale per attirare consenso. “Se Assad rimane al suo posto, il flusso continuerà, anzi sarà sempre peggio” è stato il mantra di Ankara in sede Onu. Il flusso che spaventa l’Europa, ma con il quale la Turchia si confronta ormai da anni.

In Turchia un pezzo di Siria

La prima volta che mi sono recato al confine turco siriano, nel dicembre 2011, per trovare i siriani bisognava andare nei campi profughi. 9000 persone, 4 tendopoli. Nel settembre dell’anno seguente sono tornato una seconda volta nella regione dell’Hatay, i profughi erano meno di 60.000 e si potevano incontrare nelle maggiori città del sud, da Urfa a Gaziantep, da Antakya ad Iskenderun. Nel corso del 2013, ancora prima della cavalcata del califfato, i siriani hanno iniziato a diffondersi nelle strade di Istanbul, sui due continenti, secondo una crescita esponenziale che con l’affermazione dell’Isis ha poi subito un’accelerazione violenta.

Secondo i dati forniti dall’Associazione per la solidarietà con i rifugiati, il numero dei siriani in Turchia attualmente supera i 2 milioni, nonostante la grande fuga verso l’Europa sia iniziata quasi un anno fa dalle coste a sud del Paese, prima di prendere le forme viste nelle ultime settimane.

Il ministero dell’interno turco afferma che siriani vivono ormai in 72 delle 81 provincie del Paese, la sola Istanbul con più di 350 mila siriani, ospita più rifugiati che l’intera Europa. 220 mila i siriani a Gaziantep, poco meno di 300 mila nella provincia di confine dell’Hatay. Delle 2390 aziende fondate nel primo semestre 2015, 750 appartengono a siriani. Ristorazione, tessile, calzature, agenzie di viaggio e immobiliari costituiscono i settori sui quali i siriani hanno scommesso di più, creando occupazione tra i propri connazionali.

Media locali hanno spesso sollevato scandali legati a bambini impiegati in aziende tessili della metropoli sul Bosforo o donne costrette a prostituirsi. D’altro canto i commercianti delle aree turistiche sono esasperati dai mendicanti, il cui numero è stimato in 3000 persone. La disgregazione della Siria ha finito con il ricreare in Turchia un pezzo di un paese che non c’è più.

Fuga di cervelli e difficoltà di integrazione

Guardando oltre gli scandali del lavoro minorile e il dramma dei senzatetto,i siriani sono spesso laureati. Architetti, avocati, ingegneri, medici, la meglio gioventù di un Paese, costretta ad abbandonare per lasciare magari spazio a quei foreign fighters che costituiscono la peggior rappresentazione del mondo islamico.

Profughi che spesso sognano il ritorno in patria, ma sanno che allo stato attuale si tratta di utopia. Rifiutano tanto il califfo quanto Assad, sono consapevoli che troverebbero la morte sotto l’autorità di entrambi e in attesa di un lasciapassare per l’Europa, si accontentano dei lavori più umili e di salari più bassi di quelli che pretenderebbero i turchi.

Lo scorso anno il Centro di studi strategici per il Medio Oriente con sede in Turchia ha pubblicato uno studio che elenca le problematiche principali incontrate dai siriani nell’integrazione in Turchia.

-Differenza di lingua, stile di vita e cultura.
-Lavoro minorile come necessità per aumentare le entrate di famiglie numerose.
-Un contesto che si presta a discriminazioni e frammentazione
-Difficoltà di accesso a programmi educative e difficili condizioni di vita.
-Aumento di casi di malcontento e frustrazione da parte della popolazione locale, con relativo rischio di episodi di violenza.

Casi di violenza non sono mancati a Istanbul, Gaziantep, Hatay, Sanliurfa, Basaksehir e Kahramanmaras. Con 6 milioni di turchi disoccupati, i siriani costituiscono manodopera a basso costo che da una percezione di concorrenza sleale. Un presupposto della tendenza da parte di comunità numerose a continuare a vivere in aree prevalentemente abitate da compatrioti, che sicuramente non ne aiuta l’integrazione.

Una nuova vecchia Siria?

I leader dei Paesi interessati ( a vario titolo) al destino della Siria sembrano tutti consapevoli che una stabilizzazione del Paese porterebbe tanti siriani a ripercorrere all’inverso le vie di fuga e i viaggi della speranza intrapresi negli ultimi anni. Al di là delle polemiche e dello scambio di accuse sugli obiettivi realmente colpiti dall’aeronautica di Mosca, un Assad 2 non può garantire alla Siria un futuro. Alle bombe di Mosca fanno eco le parole che giungono dalal Turchia, Paese che più di tutti da più di 3 anni assiste impotente alla disgregazione della Siria. Se le parole di Putin e la forza della Russia possono essere infatti sufficienti a stabilizzare militarmente il territorio, sono ben lontani dal garantire il rientro dell’enorme capitale umano che la Siria ha perso in questi anni e dalla quale un Paese che vuole ripartire non può prescindere per tirarsi fuori dalla spirale degenerativa dal quale non pare vi sia via di fuga.

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