Armin Wegner, unico scrittore tedesco che protestò contro Medz Yeghern e Shoah

Fabrizio Federici intervista Michele Wegner, figlio di Armin
armin wegner

Un secolo fa, nel 1917, era in pieno svolgimento il “Medz Yeghern”, il “Grande male”: la pulizia etnica decisa dal Governo ottomano, a Guerra mondiale in corso, ai danni delle popolazioni armene, sbrigativamente accusate di connivenza coi nemici franco-inglesi, e destinato a causare – secondo le stime più accreditate – almeno 1.500.000 morti. Al Memoriale della Shoah di Milano, si è svolta, fino al 24 maggio, una mostra fotografico-documentaristica che ripercorreva la genesi del “Medz Yeghern”, con particolare attenzione a quel che rimane il nucleo essenziale delle testimonianze visive sul genocidio, cioè le foto scattate nel 1915- 16, in condizioni a dir poco difficili, dallo scrittore tedesco Armin Wegner.

Armin Theophil Wegner (1886-1978), scrittore, poeta, giornalista, di famiglia discendente dagli antichi cavalieri dell’Ordine teutonico, cresciuto a Konigsberg, città di Kant, si conferma, a quasi quarant’anni dalla morte e dopo un lungo periodo di semi-oblìo (durato, in Germania, sino a fine anni ‘60, e seguìto invece dalla riscoperta della sua opera), come uno dei pochi veri intellettuali europei del Secolo breve. Soprattutto (insieme a pochi altri, come Orwell, Koestler, Huxley, Camus, Silone, Solzenicyn), uno dei massimi accusatori degli Stati leviatani novecenteschi, dall’Impero ottomano al comunismo sovietico, sino a quel regime nazista il cui capo supremo, Adolf Hitler, Wegner non esitò a interpellare direttamente con la celebre “Lettera aperta” della Pasqua 1933, cercando di distoglierlo – in un misto di razionalità e ingenuità – dai piani per il genocidio ebraico. Pagando, poi, direttamente di persona.

Col figlio di Wegner, Michele (nato nel 1941, vive a Roma, di professione architetto), abbiamo avuto modo di parlare a fondo delle difficili scelte di Armin, nel tragico contesto degli “anni di ferro”; e del suo rapporto con il padre.

D. Dottor Wegner, Lei è nato nel ‘41, in Italia, dal rapporto tra suo padre e la sua seconda compagna, l’artista austriaca, d’origine polacca, Irene Kowaliska (in difesa della quale, tra l’altro, Wegner nel ‘38 scrisse a Mussolini, affinché Irene, d’origini in parte ebraiche, non rischiasse l’espulsione dall’Italia). Ma quando suo padre iniziò a parlarle della sua incredibile vita, di quel che gli era accaduto nei decenni precedenti?

R. È una domanda che mi fanno spesso: diciamo che mio padre, in realtà, non parlava mai molto di queste vicende, per modestia naturale preferiva mantenere sempre un certo riserbo.

D. Un po’ direi, come Giorgio Perlasca…

R. Sì: né io ho voluto mai forzare questo suo riserbo. L’unico momento in cui si apriva di più era quando in casa venivano altre persone, e si parlava, allora, anche di quelle lontane tragedie. Ma per capire bene il senso della vita e dell’opera di Armin Wegner, bisogna tener presenti due aspetti fondamentali.

D. Cioè?

R. Mio padre, anzitutto, se non è stato un ‘eroe per caso’, non è stato, però, neanche uno di quei personaggi ‘programmatisi’, sin dall’adolescenza, a fare egregie cose, a lasciare segni essenziali nella storia del cammino umano. È stato un intellettuale, interessatosi di molti temi, che più volte, nella vita, è stato messo dal corso degli eventi davanti a incroci di fondamentale importanza. Si può (anzi, si deve, come per ogni uomo) discutere se abbia scelto o meno le strade giuste; ma è certo che lui, ogni volta (qui, senz’altro calza il paragone con Giorgio Perlasca, o col “desaparecido” del 1945 Raoul Wallenberg, N.d.R.), cercò di fare quello che, obbiettivamente, sentiva come doveroso: senza stare a farsi troppe domande oziose. Chi ha focalizzato bene tutto questo è stato il giornalista e saggista, ebreo italiano, Gabriele Nissim con “La lettera a Hitler”, edito da Mondadori nel 2015, che resta tuttora la biografia critica essenziale di Armin Wegner.

D. D. A proposito di Nissim, presidente di Gariwo, la “Foresta dei Giusti” (organismo di ricerca sulle figure di resistenza morale a tutti i genocidi e totalitarismi), e promotore della Giornata europea dei Giusti, istituita il 10 maggio 2012 dal Parlamento europeo, non dimentichiamo che Wegner dal 1967 è Giusto d’ Israele con un albero in sua memoria nel giardino di Yad Vashem a Gerusalemme) e che, nel 1996, con una cerimonia al memoriale del genocidio armeno di Erevan, la stessa qualifica gli è stata riconosciuta dalla nazione armena. Mi diceva della spontaneità, della sincerità alla base delle scelte di suo padre: ovviamente, questo non esclude ingenuità, errori, contraddizioni, anche, in cui egli è incappato. Come aver continuato a pensare, anche dopo l’ascesa del nazismo, che, alla fine, sarebbe prevalsa quella che storicamente, era stata sempre la Germania migliore, quella di Kant (autore fondamentale nella fomazione di Wegner), Goethe, Thomas Mann: contro l’ altra dell’ intolleranza e della barbarie, dalla Guerra dei Trent’anni al nazismo, appunto..

R. Sì: proprio a Nissim, però, dissi chiaramente che, nell’ aprile del ‘33, mio padre assolutamente non poteva far altro che scrivere quella lettera (purtroppo inutile) ad Hitler (in cui Wegner esortava il Cancelliere a non avviare la temuta persecuzione degli ebrei, in nome sia dei princìpi generali d’uno Stato di diritto, sia del futuro onore della Germania, che sarebbe rimasto inesorabilmente macchiato da una scelta del genere, N.d.R.). Lo fece per il bene di tutti i tedeschi, quindi anche suo: non perché si sentisse investito d’una particolare missione. E proprio la coscienza d’essersi ricollegato, così, alla parte migliore della Germania gli dette la forza di superare la persecuzione di cui poi rimase vittima, con la reclusione, per quasi un anno, in tre diversi lager.

D. Sempre Nissim, nel suo libro, ipotizza che la molla che spinse Wegner a scrivere quella lettera al Führer fu anche un senso di colpa per aver troppo tardi denunciato, in passato, le corresponsabilità della Germania nel genocidio armeno del 1915 “e dintorni”… Lei è d’accordo?

R. Sì, ma non dimentichiamo che nel 1915-16, quando Wegner aveva partecipato alla Prima guerra mondiale come sottotenente del Corpo Sanitario tedesco (che era distaccato alla VI Armata ottomana), in un distaccamento dislocato lungo la ferrovia per Baghdad tra la Siria e la Mesopotamia (posizione ottima per scrutare le “marce della morte”, verso le più sperdute regioni dell’Impero, cui furono costretti gli armeni), si era trovato in una posizione oggettivamente difficile e delicata. Da un lato, questa sua vicinanza agli armeni gli permise di scattare quelle foto del loro genocidio, quasi “in diretta”, risultate poi determinanti nei processi postbellici ai responsabili (conobbe, però, anche numerosi casi in cui i funzionari ottomani rifiutarono d’obbedire ad “ordini di sterminio”). Dall’ altro, come militare tedesco, non poteva certo divulgarle in Germania in quel momento…

D. Lo so: solo nel marzo 1919, a Berlino, gli sarebbe stato possibile tenere proprio una conferenza sul tema specifico “La deportazione degli armeni nel deserto”, con un centinaio di diapositive (scatenando, ovviamente, un putiferio). L’ importanza di questa denuncia, direi, risalta, a posteriori, anche dal “filo rosso” che avrebbe finito per collegare il “Medz Yeghern” coi piani di sterminio nazista: non dimentichiamo che Hitler molto tempo dopo, nei primi anni Trenta, ai suoi gerarchi, titubanti se avviare o no la “Soluzione finale”, avrebbe chiesto beffardamente chi, all’ epoca, si ricordava ancora del genocidio armeno

R. Mio padre, infatti, unico scrittore nella Germania nazista che alzò pubblicamente la voce contro la persecuzione degli ebrei, dopo aver già scritto varie cose sul genocidio armeno negli anni ‘20, nei ‘30 dedicò molto impegno a un romanzo appunto sul “Medz Yeghern”. Voglio ricordare, però, che l’aver condannato il Medz Yeghern e la Shoah non gli impedì, comunque, di condannare, in seguito, qualsiasi forma di nazionalismo esasperato, anche ebraico.

D. Negli anni ‘20, infatti, Wegner fu segretario della Lega Obiettori di coscienza, e seguace della nonviolenza assoluta, sull’esempio di Tolstoj e Gandhi: a queste idee sarebbe rimasto, poi, sostanzialmente fedele tutta la vita, aderendo anche, durante lo stesso regime nazista, a quel Pen Club, organismo internazionale per la libertà degli scrittori, di cui attivo militante sarebbe stato, in seguito, Ignazio Silone. Cito quest’ ultimo anche perché, proprio come Silone, Armin, a fine anni ‘20, si sarebbe innamorato del comunismo sovietico: denunciandone poi, però, la natura violentemente totalitaria nel saggio “Cinque dita sopra di te”, scritto dopo il viaggio illuminante del ‘27- ‘28 in URSS (repubblica dell’Armenia Sovietica inclusa). Ma mi parlava, prima, di due aspetti fondamentali nella vita e nell’ opera di Armin: qual è il secondo?

R. L’essersi trovato, per le particolari vicende della sua vita, in una condizione umana quasi di “Senza patria”: lui, che era profondamente tedesco, lasciò poi la Germania nel dicembre del ‘36, optando per il trasferimento in Italia, a Positano (dove viveva, tra l’altro, una consistente colonia di esuli tedeschi). Intanto, i disaccordi di anni con la moglie, l’ebrea tedesca Lola Landau (sposata nel 1920), avevano causato il crollo della sua famiglia (Lola e l’amata figlia Sibylle, per sfuggire al nazismo, s’erano trasferite in Palestina, dove però lui non era riuscito ad ambientarsi, N.d.R.). Oltre all’esperienza del “Nemo propheta in patria”, insomma, mio padre conobbe anche quella del trovarsi senza patria o, quantomeno, del doversi adattare ad averne diverse: oltre alla Germania (in cui non si sarebbe più sentito, anche dopo il nazismo, a casa propria), l’Armenia, la Turchia, l’Inghilterra (dove Lola, i figli nati dal  precedente matrimonio e la mamma, avevano a lungo soggiornato), l’Italia, appunto, e, in ultimo, la stessa Israele (subito dopo la guerra, ricorda ancora Nissim, Wegner, probabilmente per espiare quel senso di colpa collettiva, tipico di molti tedeschi, per le infamie naziste, avrebbe chiesto inutilmente, alla Comunità ebraica di Napoli, di diventare ebreo, N.d.R.). C’è un termine tedesco, Heimat, che esprime proprio il legame col proprio ambiente d’origine: più che “Patria”, o “Nazione”, andrebbe tradotto con “Dove ci si sente a casa”.

D. Un “Apolide dell’esistenza”, diremmo, col titolo della celebre biografia di Nietzsche scritta da Massimo Fini. In qualche misura, Mischa, questa condizione esistenziale di suo padre, da “ebreo errante”, o da armeno del “1915 e dintorni”, si è trasferita – col suo carico d’angoscia – anche a Lei?

R. Purtroppo sì. La scienza ormai ha appurato, con certezza quasi totale, che nel DNA che trasmettiamo ai nostri figli non sono impressi solo dati somatici, ma anche la memoria di fatti particolarmente rilevanti, nel bene e nel male, della nostra vita: con tutte le relative conseguenze emozionali (questo, negli ultimi decenni, s’è rivelato particolarmente vero, ad esempio, nei sopravvissuti alla Shoah e nei loro discendenti, a volte sino alla terza generazione, N.d,.R.). Così, anche io sono, in un certo senso, figlio d’un genocidio: in me, specialmente ora da anziano, sento d’avere molto di mio padre. E come lui, anche io ho più patrie: anche se culturalmente sono tedesco, mi sento anche profondamente italiano. La riprova di tutto questo, l’ho avuta anni fa, quando incontrai mia sorella, Sibylle (scomparsa poi nel 2016): pur non avendo mai vissuto insieme, ci siamo sentiti subito, in pieno, fratello e sorella. Per capire meglio questo tipo di cose, chiaramente, bisogna dialogare molto con sé stessi.

D. Quando, esattamente, ha avvertito in pieno quest’ eredità psicologica, esistenziale, morale, di suo padre?

R. Nel 1995, a Milano, in occasione d’una mostra sui personaggi tedeschi rifugiatisi in Italia negli anni ‘30, Pietro Kuciukian (oggi console onorario d’Armenia a Milano) mi chiese delle foto per l’esposizione. Andai tranquillamente alla mostra, dove fu onorata appunto anche la memoria di Armin Wegner: ma poi, improvvisamente, avvertendo d’un tratto, tutto insieme, il peso dei ricordi delle esperienze vissute da mio padre, scoppiai a piangere. Poi, nel 2004 anche il Museo di Montreal, in Canada, allestì una mostra su Wegner, in California (dove esiste anche un premio cinematografico intitolato alla sua memoria): importante anche perché, in quest’ occasione, per la prima volta s’è aperto un dialogo ebraico-armeno, a proposito dei due genocidi. Infine, 3-4 anni fa l’Ordine dei medici armeno negli USA m’invitò per altre iniziative culturali, e in quell’occasione potei approfondire, con loro, il tema della sopravvivenza, in me, della memoria di mio padre.

D. Tutto questo è avvenuto, comunque, dopo la morte di Armin nel 1978…

R. Sì: quando lui era vivo, non m’ interessavo molto a tutti questi temi. Dopo la sua scomparsa, come capita a molti, avrei voluto chiedergli tante cose, ma ormai era troppo tardi. Su tutte queste tematiche, negli ultimi anni, in Germania ho tenuto varie conferenze.

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