Smettete di chiamarla democrazia
Turchia sempre più lontana dall’Europa

Intervista a Cengiz Aktar di Azzurra Meringolo
cengiz aktar

Da Reset-Dialogues on Civilizations

A inizio anno è stato uno dei firmatari del manifesto contro le operazioni militari del governo turco nelle zone curde del Paese. E neanche il tentativo di golpe – neutralizzato dal governo lo scorso 15 luglio – ha ammorbidito le sue critiche nei confronti del presidente Racep Tayyp Erdogan. Il professor Cengiz Aktar, docente di relazioni internazionali all’università di Bahcesehir di Istanbul, fatica a descrivere il suo Paese come una democrazia. Scrittore e politologo che ha lavorato per oltre vent’anni alle Nazioni Unite anche a sostegno della causa armena, Aktar ha seguito sin dall’inizio il percorso del suo Paese verso l’Unione Europea. “Un tragitto ad ostacoli mai coronato dall’adesione all’Unione che ora, anche a causa dell’involuzione autoritaria attraversata dal Paese, sembra sempre più lontano” dice a Reset, a latere del Festival di Internazionale. “Assurdo pensare che proprio nel momento in cui la Turchia è più che mai lontana dai parametri democratici europei, Bruxelles sia più che mai sensibile alle sue esigenze. Eppure è così. Ankara sembra dettare le condizioni a voi europei. Ha chiesto tre miliardi di euro per accogliere i profughi rimandati indietro dalla Grecia, la ripresa dei negoziati sull’adesione della Turchia all’Unione europea, Ue, e la soppressione dell’obbligo di visto per lo spazio Schengen per 78 milioni di turchi. Voi europei, in primis la Commissione, vi siete piegati. Per voi l’allarme profughi è la priorità. Tutto il resto, in particolare le violazioni delle libertà fondamentali in un futuro stato dell’Unione, è secondario.”

Per anni lei si è occupata della relazione tra Europa e Turchia. Teme che le distanze si allunghino?

Partiamo dall’inizio.
Prima della partenza del mai decollato processo di integrazione con l’Ue ho sempre classificato gli specialisti turchi in due gruppi. Da una parte coloro che guardavano la Turchia con occhi ostili e dall’altra quelli che le riservavano uno sguardo simpatetico. Fino al 1999 notavo la mancanza di occhi empatici. L’Europa non aveva mai avuto empatia per noi e per le questioni della nostra terra, spesso trattate superficialmente. Con l’inizio del processo d’integrazione qualcosa è cambiato. Osservando quanti sono arrivati a farci visita provenendo dai think tank europei, dai giornali e dalle università, iniziavo a vedere qualcosa di nuovo. A crescere è stata non solo la curiosità, ma anche la sete europea di una profonda conoscenza del nostro Paese. Questo scenario era davvero stimolante. Stavano spuntando ovunque nuovi specialisti di Turchia, con più o meno conoscenza in materia. Ma questo in quel momento non era importante, la cosa significativa era l’esplosione di questo interesse. Anche perché esso non era fine a se stesso. Era mirato a capire come l’Europa dovesse comportarsi con la Turchia e, più in generale, con il Medio Oriente.
Questa epoca è stata davvero affascinante, ma sfortunatamente si è esaurita: è finita. Facciamo un esempio: a inizio secolo, quando Ankara ha intrapreso il cammino per l’Ue, i grandi giornali europei, nord americani e giapponesi si stavano interessando così tanto alla Turchia che avevano spostato qui le loro sedi, aprendo quegli uffici che ora stanno chiudendo in fretta e furia. Negli ultimi anni questo sogno sta tramontando. Sono sempre di più quelli che fanno le valigie, soprattutto negli ultimi mesi. Ci stiamo allontanando progressivamente. Le nostre persone lo stanno facendo più dei nostri governi.

Tra le diverse questioni di attrito tra Bruxelles e Ankara c’è quella della liberalizzazioni dei visti Schengen per i cittadini turchi. Perché è stata così spinosa?

Perché la Germania ha da sempre opposto resistenza, facendo da apripista a un atteggiamento che è diventato sempre più comune nel vecchio continente. Ci sono stati altri Paesi, molto più indietro di noi nel processo d’integrazione, che sono riusciti a risolvere la questione visti. Paesi che non avevano reali o imminenti prospettive di entrare nell’Ue. È quindi normale che anche oggi s’insista su questo aspetto, anche se è solo un dettaglio di una relazione più ampia. Anche nell’accordo siglato lo scorso marzo per chiudere la rotta balcanica, la richiesta di liberalizzazione dei visti è stata una delle prime ad essere inserita nella lista.

Il tentativo di golpe fallito nella notte del 15 luglio sta cambiando la relazione tra l’Ue e la Turchia?

Certamente lo sta influenzando, soprattutto in un’epoca in cui Bruxelles sa di dover tenere gli occhi aperti su quello che accade in Turchia. C’è una cosa che mi ha sorpreso molto in questi ultimi mesi, soprattutto durante le vostre vacanze estive. Ho sentito più volte parlare di come la democrazia turca si sia salvata. Ma quale democrazia! Di che cosa parliamo? Abbiamo idea di che cosa stia succedendo nel Paese? Tutti sanno che anche prima del colpo di stato in Turchia non c’era libertà di stampa o d’espressione. Le libertà fondamentali elencate nella dichiarazione universale dei diritti umani non sono rispettate da tempo. In Turchia la tortura c’era già prima del 15 luglio. A che pro dunque parlare di democrazia in Turchia?

Sarebbe più corretto parlare di democrazia elettorale?

Forse neanche questo in realtà.  Le elezioni turche non possono essere considerate delle normali e libere elezioni. E questo ci deve fare capire che la Turchia di oggi è molto più lontana all’Europa di quella della fine degli anni ’90.
Tutti sanno che la Turchia non si allineerà mai ai criteri politici di Copenaghen. Ci vorranno almeno anni. Solo che per paura di dover gestire un’altra ondata di migranti, ora in Europa preferite chiudere un occhio e portare avanti l’accordo sui migranti grazie al quale è stata sigillata la frontiera con la Grecia e bloccata la rotta balcanica. Capisco la preoccupazione europea per i migranti, ma questa non può giustificare quanto subiscono i cittadini turchi. Sono sempre di più quelli che non hanno futuro nel loro Paese e difficilmente lo troveranno. I bambini non hanno prospettive. Non c’è lavoro, non c’è nulla. E sappiamo che queste sono le condizioni che spingono molti a emigrare.

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