Afghanistan: un paese ancora in bilico
Passi avanti, ma sono molte le incognite

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Herat – Il colonnello Arif Khan Marafat siede dietro la scrivania del suo ufficio, circondato da documenti e fotografie. È un uomo piccolo di statura ma robusto, con grandi occhiali, fiero di portare la divisa della Polizia afgana e di aver ricevuto diverse onorificenze che ci tiene a mostrare. “Abbiamo una grande responsabilità oggi – dice – ma siamo anche orgogliosi di avere messo a punto un centro all’avanguardia per le indagini, grazie alla collaborazione con gli advisor internazionali”. Da circa due mesi è al comando del Forensic Lab di Herat, il nuovo laboratorio per le indagini forensi che in Afghanistan si aggiunge a quello di Kabul. Si tratta di un polo scientifico di analisi delle prove che vengono raccolte sulla scena del crimine: qui si analizzano impronte digitali, ma anche schede di memoria dei cellulari, si possono consultare i data base con le generalità di persone già schedate, e risalire a modelli e matrici di armi e tipologie di proiettili. Al momento sono quattordici gli specialisti che hanno già iniziato a lavorarci. Tutti giovani che stanno affinando le tecniche con l’aiuto del personale internazionale che li affianca. Il centro è un palazzo in periferia, controllato a vista da un imponente dispiegamento di forze, e rappresenta uno dei punti di svolta per l’Afghan National Police nella realizzazione di una struttura di sicurezza, dopo la fine della missione Isaf e l’avvio di Resolute Support, partita il primo gennaio di quest’anno.

Il Forensic Lab dipende direttamente dal Ministero degli Interni ed è diviso in tre sezioni: la prima è dedicata alla ricerca delle impronte digitali, la seconda agli accertamenti balistici e la terza all’analisi delle tracce biologiche che possono essere rinvenute su una scena del crimine.

Sharaf indossa il camice e si prepara a testare i rilievi delle impronte digitali. Al momento si tratta di un’esercitazione per raffinare le tecniche di raccolta sui materiali rinvenuti in una ipotetica scena del crimine, isolati, imbustati e potati al laboratorio. Intanto un suo collega nella stanza accanto analizza al computer alcune banconote appena scansionate per scoprire se si tratti di denaro contraffatto.

La provincia di Herat rappresenta un’avanguardia nel paese anche dal punto di vista delle forze militari, con il 207° Corpo d’armata dell’Ana, l’Afghan National Army, che ha raggiunto un buon livello di specializzazione.

“Nella provincia c’è ancora una forte presenza di gruppi terroristici – racconta il vice comandante Mustafa Sediqi – ed è difficile controllare tre milioni e mezzo di persone, ma la situazione sta comunque migliorando grazie al crescente lavoro di intelligence e al supporto che ancora riceviamo dalla comunità internazionale. Basti pensare che ogni settimana ci riuniamo per fare il punto del livello dei training e della situazione dell’area”. Il percorso di addestramento e operatività sul campo dell’esercito va di pari passo con la conoscenza e il rapporto con la popolazione, per nulla scontato: “oggi nella provincia sotto il nostro controllo il 90% dei civili è con il governo – dice Sediqi – e quindi anche l’esercito è ben visto, non a caso arrivano continue richieste di arruolamento. Di quel restante 10% fanno parte le persone che vivono nei villaggi molto piccoli e completamente privi di collegamenti, ma anche i trafficanti di droga e chi politicamente non vede di buon occhio un governo unitario. I talebani? Ci sono ancora, ma oggi non sono in grado di combattere efficacemente contro un esercito regolare e quindi si muovono di continuo, da un posto all’altro”.

Nell’esercito, che recluta su base volontaria, sono entrate anche le donne: al 207° sono venti e al momento rivestono ruoli amministrativi.

Rochane ha quarant’anni, ha perso il marito e uno dei tre figli, uccisi dai talebani. È una donna che ha sempre lavorato, prima che nell’esercito, in un ministero. “Sono contenta di essere al servizio del mio paese – racconta – i rapporti con i colleghi sono ottimi, anche con quelli stranieri che vengono qui a fare formazione. Non potrei fare un lavoro migliore”. Anche la sua collega più giovane, Sharifà, sta vivendo un’esperienza che fino a pochi anni fa non avrebbe immaginato. “Ci sentiamo davvero utili al paese – dice – la mia famiglia mi sostiene in questo, non ha mai trovato nulla da ridire sul mio lavoro. Qui nella base mi occupo di analizzare i report che arrivano dai colleghi sul campo, per capire l’andamento delle operazioni e la situazione sul territorio, è un ruolo di grande responsabilità, che mi permette anche di avere un confronto continuo con colleghi di altri paesi, qui soprattutto italiani.”

La ricchezza di questo esercito nasce dall’aver integrato, ai ranghi più alti, ex mujaheddin ed ex soldati dell’esercito regolare di formazione sovietica. Che oggi lavorano insieme in posti di comando, e spesso con gli stessi gradi, riconosciuti in entrambi i percorsi.

Segnali positivi in una situazione che si evolve un passo alla volta, in un cammino ancora lungo. Dove anche la macchina istituzionale conosce fasi di stallo che rischiano di indebolirne l’apparato. Nel gennaio scorso dopo più di tre mesi di impasse, il presidente Ashraf Ghani aveva finalmente annunciato la lista dei 25 ministri del suo governo, dei quali 13 scelti personalmente  e 12 dal coordinatore di governo di unità nazionale Abdullah Abdullah. Ma alcuni dei nomi comunicati sono stati rigettati dal Parlamento a causa della doppia cittadinanza dei ministri designati. Fra loro ci sono il generale Nur al-Haq Ulumi, nominato per il Ministero dell’Interno, e Salahuddin Rabbani, per gli Esteri, il primo con passaporto olandese, il secondo britannico. Oltre ai papabili per i dicasteri della Cultura e Informazione, dello Sviluppo, del Lavoro e Affari Sociali, della Giustizia. Ed ora si attende la ripresa dei lavori dopo la pausa invernale.

Anche a livello economico il paese è molto indietro. “Oltre il 70% dell’economia del paese proviene dall’agricoltura – dice il responsabile provinciale del dipartimento economia di Herat Abdul Naser Aswadi – e non abbiamo un sistema industriale in grado di trasformare le materie prime. Dobbiamo importare quasi tutto, dall’acciaio ai farmaci. E i problemi di trasporto continuano ad essere un impedimento agli scambi commerciali anche all’interno del paese, fuori dai grandi centri urbani. Herat per alcuni versi è più avanti, rispetto ad altre province: ad esempio nell’agricoltura è stata la prima ad introdurre la coltivazione dello zafferano al posto dell’oppio. Ma ci vorrà del tempo per vedere davvero i frutti di questo lavoro ed incrementare la produzione. Noi siamo già fortunati ad avere un aeroporto, grazie al supporto dell’Italia, ma nei villaggi è tutta un’altra situazione”.

La situazione è ben diversa da quella del 2001, grazie agli aiuti internazionali arrivati in questi anni, anche per il recupero dell’agricoltura e l’incremento dei servizi. Ma l’Afghanistan resta povero, commercialmente isolato, con gravi problemi occupazionali e standard di vita fra i più bassi del mondo. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, se la crescita economica dal 2000 al 2013 è stata in media del 9,5% annuo, con l’inizio del ritiro internazionale c’è stata una “caduta” fino al 3,2%, e il paese, nonostante gli enormi progressi, resta fra i più poveri del mondo.

Rapporto UNAMA

A febbraio è uscito l’annuale rapporto Protection of civilians in armed conflict, stilato dalla sezione Diritti Umani dell’United Nations Assistance Mission in Afghanistan, il cui mandato è stato esteso lo scorso anno fino al prossimo 17 marzo dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per continuare a monitorare la situazione dei civili nel paese, e coordinare misure di protezione nei loro confronti in maniera indipendente.

I dati raccolti da UNAMA sono il frutto di indagini dirette, visite nei villaggi, e testimonianze raccolte fra i portavoce politici, il personale medico, militare e i civili coinvolti in attentati, scontri a fuoco, o altri episodi di violenza.

Secondo quanto emerso, nel 2014 10 mila 548 civili sono rimasti coinvolti in episodi di conflitto: fra loro 3 mila 699 sono morti e 6 mila 849 sono rimasti feriti. Si tratta del più alto numero di vittime civili documentato dal 2009. Fra il primo gennaio 2009 e il 31 dicembre 2014 l’UNAMA ha documentato 45 mila 745 eventi di conflitto con il coinvolgimento di civili  (17 mila 774 persone uccise e 29 mila 971 ferite). La crescita del numero delle vittime indirette è stato interpretato come il risultato di un aumento di eventi di conflitto all’interno delle aree abitate da civili, dovuti per il 72% dei casi all’azione di elementi non governativi che mirano ad alzare il livello di tensione e insicurezza nel paese, per il 10% a scontri che si verificano fra esercito regolare ed elementi antigovernativi, per il 6% a ordigni rimasti sul territorio durante la guerra che continuano ancora oggi a fare vittime, e per il 12% a operazioni delle forze militari afgane.

Secondo la definizione UNAMA gli elementi antigovernativi sono individui e gruppi armati che si scontrano fra loro o con l’esercito e le forze di polizia regolari, o quelle internazionali. Includono dunque sia talebani che altri gruppi che prendono parte alle ostilità come Haqqani Network, Hezb-e-Islami, Islamic Movement of Uzbekistan, Islamic Jihad Union, Lashkari Tayyiba, Jaysh Muhammed, oltre a gruppi criminali senza alcuna appartenenza politico-ideologica.

Con il termine forze pro governative invece vengono identificate le forze dell’Afghan National Army, dell’Afghan National Police, dell’Afghan Border Police, del National Directorate of Security and Afghan Local Police che operano per le strutture legali del governo, oltre alle forze che non operano formalmente nel paese ma hanno base all’estero.

Il rapporto mette in evidenza il numero di donne coinvolte in episodi di conflitto: 909 casi registrati nel 2014, per un aumento del 21% rispetto al 2013.

I ricercatori hanno intervistato 60 donne provenienti da tutte le regioni del paese, rimaste vedove o con i mariti gravemente feriti in attentati o scontri a fuoco, e hanno analizzato le conseguenze socio-economiche del conflitto: molte di queste mogli hanno infatti ritirato i figli da scuola e hanno cercato di dare le loro figlie in spose perché non riuscivano a mantenerle, senza contare quelle che rischiano abusi e violenze da parte di stessi membri della famiglia.

I dati sui bambini sono ancora più sconcertanti. Nel 2014 su un totale di 1065 incidenti sono stati coinvolti 2474 bambini, dei quali 714 sono rimasti uccisi e 1760 feriti. Un incremento del 40% rispetto al 2013. Senza contare i casi di abusi sessuali sui minori compiuti a sfondo “politico” da gruppi in contrasto fra loro.

Il numero delle vittime va anche letto in relazione ad un cambiamento di responsabilità: i danni ai civili che 2013 erano attribuiti per il 92% alle forze di sicurezza regolari, oggi sono causati per il 43% da elementi antigovernativi, il che vuol dire che le forze di sicurezza si stanno specializzando e riescono contenere il coinvolgimento dei civili.

Uno dei pericoli maggiori resta l’esplosione degli ordigni improvvisati, che possono nascondersi in strada, in un veicolo o essere applicati con un magnete direttamente sul mezzo da colpire. Un altro aspetto particolarmente complesso della gestione del territorio riguarda la presenza, ancora oggi, di una giustizia parallela in aree remote del paese. I casi registrati dall’UNAMA, incluse esecuzioni sommarie, detenzioni illegali, amputazioni e percosse si sono verificati a Kunar, Nangarhar and Nuristan.

Mentre il passaggio di responsabilità dalle Forze internazionali a quelle afgane ha consentito un aumento della sicurezza nelle aree più urbanizzate, nei posti più impervi, isolati e poveri, il riconoscimento, la negoziazione, la fiducia rappresentano la sfida più difficile.

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