Afghanistan, tutte le sfide del futuro
Ruttig: “Non voltiamogli le spalle”

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Dopo più di tre mesi dal loro insediamento, domenica scorsa il presidente afghano Ashraf Ghani e il quasi “primo ministro” Abdullah Abdullah hanno reso pubblica la lista dei loro candidati-ministri. Per ragionare sulle prospettive del governo di unità nazionale e sulle tante sfide che dovrà affrontare nei prossimi anni – dalla guerriglia talebana all’economia, dalle interferenze esterne alla corruzione, passando per le conseguenze del ritiro parziale delle truppe straniere -, a Kabul abbiamo incontrato Thomas Ruttig, condirettore dell’Afghanistan Analysts Network, il più autorevole centro di ricerca del paese.

Lei ha scritto che il successo del nuovo governo afghano si misurerà su tre questioni principali: l’abilità nel dare vita a un sistema amministrativo efficiente; passi concreti per una soluzione politica e inclusiva al conflitto; maggiori entrate per le casse dello Stato. Partiamo dal primo aspetto: ritiene che il presidente Ashraf Ghani e il chief of executive officer Abdullah Abdullah possano davvero cambiare le cose, insieme, oppure pensa che a causa di  background così diversi e della lunga contesa post-elettorale non possano coabitare a lungo?

La prima cosa da dire è che il nuovo governo è il prodotto di una crisi istituzionale di sistema. Riguarda le istituzioni elettorali, che non sono state imparziali, e l’ambito giudiziario, privo di autonomia. La scelta di dar vita a un governo di unità nazionale ha inoltre delegittimato le istituzioni democratiche agli occhi degli afghani: molti si sono recati alle urne con coraggio, ma nessuno può essere sicuro che il proprio voto abbia davvero contato. La principale aspettativa della popolazione rimane quella di sempre: che ci sia un governo non corrotto, trasparente ed efficiente. È troppo presto per immaginare cosa accadrà. Teoricamente, Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah hanno molte questioni sulle quali litigare, ma se la retorica sulle riforme e sulla trasparenza si tradurrà in azione di governo, se sapranno tenere a debita distanza i “falchi” dei rispettivi schieramenti, potrebbero ottenerne un beneficio reciproco, e una sorta di legittimità post-factum. Rimane vero che la lotta contro la corruzione sarà complicata: in molti perderebbero i tanti vantaggi fin qui acquisiti, se la corruzione venisse combattuta, senza contare che nel paese si è consolidata l’idea che si possano aggirare le leggi e commettere azioni illecite nella più completa impunità.

L’economia afghana è quasi del tutto dipendente dagli aiuti internazionali, che cominciano a diminuire, contestualmente al ritiro delle truppe straniere. Cosa intende dire quando sostiene che le soluzioni proposte dalla comunità internazionale per risollevare l’economia locale siano “soluzioni miracolose”, inadatte alla realtà afghana? E come liberare il paese dalla dipendenza dagli aiuti stranieri?

Negli ultimi 12-13 anni la comunità internazionale si è concentrata, di volta in volta, su un settore particolare. Progetti come la “New Silk Road” (l’iniziativa per integrare l’Afghanistan nella rete energetica e commerciale regionale, ndr) sono interessanti ma troppo ambiziosi. L’Afghanistan è un paese immenso e diversificato, che ha sempre vissuto di agricoltura, del commercio domestico e regionale. Le soluzioni tecnocratiche suggerite dall’esterno, che puntano su un solo settore, non potranno tirare fuori il paese dalla povertà (almeno il 30% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà). Quanto alla “donor-dependency”, la questione non è come liberare il paese dalla sua dipendenza, ma come alleggerirla. Non accadrà in pochi anni, ma in decenni. L’Afghanistan è uno Stato-rentier da centocinquanta anni, e oggi ha poco da offrire in un mercato sempre più globale. Le soluzioni “tecnocratiche” proposte richiedono tempo. Vale anche per il settore minerario. L’Afghanistan dipenderà dal sostegno esterno ancora a lungo: abbiamo la responsabilità di mantenere i nostri impegni fino a quando non si reggerà sulle proprie gambe. Non possiamo semplicemente voltare le spalle.

Recentemente ha scritto un saggio a quattro mani sugli sviluppi interni ai due principali gruppi di opposizione armata in Afghanistan, i Talebani e l’Hezb-e-Islami, analizzando le possibilità di un accordo di pace con il governo. In molti dubitano che, su questo, Abdullah e Ghani possano trovare un terreno comune: il primo rappresenta gli interessi del partito a prevalenza tajika Jamiat-e-Islami e della defunta Alleanza del nord, tradizionalmente ostili ai Talebani, il secondo, un pashtun, parla dei Talebani come di un’opposizione politica. Riusciranno a fare sintesi? E quali sono i veri obiettivi politici dei Talebani?

Finora non ci sono state iniziative importanti. Quel che è rilevante però è che sia Ghani sia Abdullah abbiano riconosciuto la  necessità di una soluzione politica. Abdullah è un diplomatico con molta esperienza: sa che le soluzioni politiche sono una buona opzione. Certo, dovrà mantenere una certa retorica all’interno del suo campo, dove probabilmente non sono entusiasti di dialogare con i Talebani. Ma nessuno lo è. In tanti non vogliono i Talebani al governo, ma in tanti sanno che non possono essere sconfitti. Quanto a Ghani, è un pashtun. Questo non lo rende necessariamente un amico dei Talebani, ma gli permette di comprendere meglio ciò che dicono e vogliono. Si tratta di un elemento positivo, perché a volte ho la sensazione che i “gruppi del nord” non ci riescano molto bene. Quanto agli obiettivi dei Talebani, ci basiamo su quanto hanno fin qui dichiarato, negli incontri che si sono tenuti in Francia e Giappone e nei documenti ufficiali (tendo a ritenere che i documenti pubblicati a nome dell’Emirato islamico d’Afghanistan siano autentici e riflettano le loro posizioni). Il primo obiettivo rimane ristabilire l’Emirato islamico, ma lo stesso mullah Omar in un paio di occasioni ha dichiarato che riconosce le altre forze politiche e che i Talebani non intendono attuare discriminazioni. Cercano un ruolo prominente, ma lo fa ogni forza politica. Non hanno mai articolato una visione politica su ampia scala, anche perché ancora non esiste una distinzione netta tra l’ala militare e quella politica, nonostante esistano “commissioni” specifiche e distinte. In passato ci sono state aperture significative da parte loro, ma la reazione non è stata adeguata. Spero che in futuro le cose vadano diversamente, ma ogni chance persa rende più difficili le mosse successive.

Dal giorno del suo insediamento, il 29 settembre 2014, il presidente Ghani ha compiuto diverse visite all’estero, incontrando i rappresentanti di Arabia saudita, Cina, Pakistan, India. Quanto è importante il quadro regionale per la soluzione della crisi afghana?

Gli attori regionali hanno sempre giocato un ruolo chiave nella storia afghana. Ghani sta cercando di convincere questi paesi a fare pressione sui Talebani, affinché rinuncino alle armi e discutano di politica, ma è presto per dire se funzionerà. Di sicuro, l’ambito regionale diventa automaticamente più rilevante, con il parziale ritiro degli occidentali. Crescerà il peso di Iran, Pakistan, Arabia saudita, India, Russia. Ma per molti di questi paesi l’Afghanistan non è la priorità. Anche per la Cina, un paese su cui molti sperano come mediatore, l’Afghanistan non è così centrale, anche se leadership cinese ha compreso che lasciare la situazione così com’è può risultare dannoso.

In questi mesi rappresentanti afghani e pakistani si sono incontrati più volte. Ritiene che il governo pakistano e l’establishment militare siano pronti a rinunciare al sostegno concesso in passato ad alcuni gruppi armati che operano in Afghanistan?

Crederò alle buone intenzioni quando le vedrò praticate. Negli ultimi 12-13 anni ci sono state tante promesse, ma nessun vero cambiamento. I due governi non si fidano l’uno dell’altro. E il rapporto rimane difficile. Occorrono delle misure che permettano di alleggerire la tensione e di ricostruire la fiducia reciproca. Il Pakistan deve capire che non può avere un Afghanistan disegnato secondo i suoi termini.

Nel luglio 2012 il centro di ricerca di cui lei è condirettore ha pubblicato “Snaphsots of an Intervention. The Unlearned Lessons of Afghanistan’s Decade of Assistance (2001-2011)”, un volume dedicato ai tanti errori commessi dalla comunità internazionale in Afghanistan. Nel frattempo abbiamo imparato la lezione, o abbiamo perseverato con gli stessi sbagli? 

Sono convinto che il contesto politico con cui si è affrontato il “dossier-Afghanistan” non sia mai stato adeguato. Almeno al livello governativo, negli anni passati la comunità internazionale è stata più impegnata a preparare il ritiro e a diffondere la storia che “dopotutto non è andata poi così male” che a occuparsi di quanti vivono qui, in Afghanistan. In alcuni casi la fretta di andarsene ha prevalso sull’analisi. Non a caso, in ambito militare i generali statunitensi hanno criticato la scelta del ritiro totale alla fine del 2016. Credo che i problemi sul terreno ci costringeranno a imparare la lezione e ad aggiustare le strategie future. Tra l’altro, ancora non sappiamo quanto siano stabili ed efficienti le forze di sicurezza afghane. Ritengo che abbiano ancora bisogno del sostegno esterno, anche perché prive della forza aerea. Mi piacerebbe poter dire che non ci sia più bisogno dei soldati stranieri, ma non è così.

In una ricerca condotta per il network “Afgana” nel 2013, ho registrato due visioni opposte: per alcuni afghani le truppe straniere sono uno dei principali fattori che alimentano il conflitto, per altri sono parte della soluzione. Lei, cosa ne pensa? E come giudica il Trattato bilaterale di sicurezza tra Stati Uniti e Afghanistan e la nuova missione della Nato, “Resolute Support”, che sostituisce Isaf, la missione conclusa a fine dicembre?

Credo che le truppe straniere siano parte del problema e, insieme, parte della soluzione. Sono però convinto che, oltre alla presenza delle truppe straniere, occorra comprendere anche gli altri fattori che alimentano il conflitto. Sono tanti, e diversi. Le truppe straniere non sono corpi di pace. Si comportano come si comportano dei soldati in guerra. Sono molti i crimini commessi in questi anni, anche se nell’ultimo periodo sono diminuiti. Per combattere i Talebani ci siamo alleati con tanta gente che ha commesso crimini gravi, e che oggi domina il sistema. Tutto ciò ha condizionato fortemente la percezione che gli afghani hanno delle forze straniere. Quanto a “Resolute Support”, la missione è destinata all’addestramento e al sostegno delle forze afghane, entrambi importanti, anche se ora il sostegno è più utile dell’addestramento. Rimangono alcuni aspetti poco chiari: non è chiaro se le forze speciali, non convenzionali, agiscano o meno nell’ambito della cornice giuridica stabilita dall’accordo bilaterale di sicurezza tra Stati Uniti e Afghanistan. Oltre a questo, va valutato con attenzione il ruolo dei contractor privati, più numerosi perfino dei soldati: secondo i rapporti che abbiamo ricevuto hanno cooperato con la polizia locale, le milizie, accusate di molti crimini. É un aspetto preoccupante.

Un’ultima domanda su Hamid Karzai, l’ex presidente che ha governato il paese per ben 13 anni. Qual è la sua eredità, e che ruolo potrebbe assumere in futuro nel panorama politico afghano?

Più che sulla persona, mi concentrerei sulla struttura, sull’eccessiva centralizzazione del potere nelle mani del presidente, una scelta degli americani che ha poi portato al deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Afghanistan. La sua eredità sta in un intreccio di relazioni, difficile da districare.  Quanto al suo ruolo futuro, lo vedremo. Per ora, sta ricevendo molte persone. C’è chi dice per dar vita a un gruppo di opposizione. Nel panorama politico locale molti ne sarebbero scontenti. Ma Karzai è troppo giovane per lasciare la politica. La questione però, come dicevo, è anche strutturale: in Afghanistan molti non vogliono la decentralizzazione perché credono che equivalga al federalismo, e quando si parla di federalismo si equivoca con il separatismo. Si teme la frammentazione del paese. A questo proposito, le racconto un aneddoto. Ho fatto parte del team che ha preparato la conferenza di Bonn, nel 2001. I nostri interlocutori afghani avevano dei buoni ricordi degli anni 60 del Novecento, quando il sistema prevedeva un Capo di Stato e un primo ministro. Molti caldeggiavano questa formula, convinti che fosse più facile sostituire un primo ministro rispetto al presidente e che, dunque, fosse utile per avere un sistema politico flessibile. Quella formula è stata poi scartata a favore di un presidenzialismo forte. Oggi, con il governo di unità nazionale, c’è invece una sorta di primo ministro, Abdullah Abdullah, accanto al presidente Ghani. Vedremo se la formula funzionerà o meno. Rimane il fatto che la Loya Jirga (il gran consiglio) entro due anni dovrà legittimarne l’esistenza, con un emendamento costituzionale. Nel caso non dovesse farlo, si aprirebbe una crisi senza precedenti.
Afghanistan Saving Old Kabul
Kabul

Leggi la versione in inglese dell’intervista su www.resetdoc.org

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