Putin, “la tigre di carta”

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Lo scorso aprile, Foreign Affairs definiva il presidente russo Vladimir Putin come “una tigre di carta”(sottotitolo: “Il fallimento dell’antagonismo anacronistico della Russia”). “Non è così forte come sembra o, più importante, come spera” – attaccavano gli autori Brandon Valeriano e Ryan C. Maness, definendo “muto e contenuto” il potere della Russia, nonostante il sostegno ai combattenti ucraini, l’invasione della Georgia nel 2008, la vendita di sistemi missilistici all’Iran e le recenti minacce di attacchi nucleari alla Danimarca e alla Lituania. L’articolo ha generato la levata di scudi da parte di Sergey Aleksashenko: l’economia sarà pure stagnante, ma sostenere che la Russia si sta infiacchendo non solo è sbagliato ma sottostima pericolosamente anche il reale potere di Putin. Così ha scritto sul suo blog all’interno del sito di Brookings – lo stesso dal quale gli è arrivata la risposta di Pavel Baev: “La Russia è debole. E il suo presidente Putin lo è ancora di più”. Non esiste più la Russia di una volta, scrive il professore del Peace Research Institute di Oslo: a dispetto della dimostrazione di forza in Ucraina e della magnificenza ostentata con la parata del 9 maggio, la superpotenza è in declino – anche quella militare, insieme a quella economica e politica. Lo mostra, ad esempio, la notizia che il Cremlino ha deciso di classificare le informazioni sui morti nelle zone di guerra come segreto di Stato, preoccupato – sostiene Baev – dalle conseguenze sulla politica interna dell’alto numero di caduti russi in Ucraina. E anche la proiezione dell’immagine del Cremlino fuori dai confini fatica a nascondere che gli artigli della vecchia tigre si sono fatti meno affilati. Baev ricorda che tra i Paesi storicamente sotto l’egida di Mosca, c’è chi inizia ad alzare a suo modo la testa: Georgia e Lettonia, intanto, giocano proprio sulle pressioni moscovite a cui sono soggette per ottenere sostegno e appoggio dalla NATO. Jayant Singh su The Diplomat, webzine specializzata in cose della costa asiatica del Pacifico, ricorda che perfino la storica e “duratura collaborazione” tra Russia e India è in declino, dopo oltre mezzo secolo di fornitura di armi dirette da Mosca alla ex colonia inglese.

Sulla sopravvivenza di Putin, c’è chi si interroga da più di un anno. È il caso di George Friedman il cui contributo pubblicato sul sito della Stratfor nel luglio 2014 è stato recentemente aggiornato e riproposto, a conferma che le cose, nel giro di un anno, non sono cambiate poi tanto. Per il politologo a capo dell’agenzia di intelligence, la parabola di Putin dittatore è ormai nella sua fase di declino. È la storia che si ripete: come per il suo predecessore Boris Yeltsin furono politicamente fatali l’esito della guerra nel Kosovo e “lo stato disastroso dell’economia russa”, così potrebbero esserlo per lo stesso Putin l’altrettanto preoccupante situazione economica del paese e gli sviluppi del conflitto ucraino. La fine di Putin, secondo Friedman, inizia proprio a Kiev nel 2004, con lo scoppio della Rivoluzione Arancione – che, sommata al peggioramento dell’economia, che velocemente si sta verificando negli ultimi periodi, rischia di condurre lo zar a una fine simile a quella di Cesare. Ma che Bruto si nasconda tra gli uomini del Politburo o dietro a un nome tra i più insospettabili, l’incognita da tenere d’occhio sembrerebbe piuttosto un’altra: “Se Putin si trovasse politicamente in serio pericolo, potrebbe diventare più aggressivo anziché addolcirsi”.

“La guerra fredda sta tornando”, titola in effetti un editoriale firmato da Alexander Golts sul Moscow Times, che parte dalla pubblicazione – da parte dell’agenzia di stampa americana, Associated Press – di un report ufficiale sulle possibili risposte degli Usa a un’eventuale violazione del trattato INF. Per Golts, questa sì che è una tipica mossa da guerra fredda (“Guerra fredda è quando due paesi non risolvono né militarmente né politicamente i disaccordi tra di loro”, è la definizione proposta dallo stesso autore ). Contrario a definire i dissidi tra Russia e Stati Uniti con simili categorie storiche è invece Andrew Monaghan che firma un paper della Chatman House proprio ponendo un punto interrogativo e una specificazione nel titolo: “Una nuova guerra fredda? Abusare della storia, fraintendere la Russia”. Per l’autore si tratta di “analogie storiche sensazionalistiche”, di “una narrativa seducente, ma fuorviante“, che “troppo spesso inquadra la discussione in una polemica semplicistica e ripetitiva, che impedisce di comprendere la Russia e i suoi rapporti con l’Occidente”. E se qualcuno credeva di aver sentito soffiare un venticello leggero e gelido  da Shanghai, dove Putin e Xi Jinping hanno firmato l’intesa strategica tra Cina e Russia lo scorso maggio, ci pensa,  circa un mese dopo, l’East Asia Forum a stemperare il clima pubblicando un articolo per chiarire che questo accordo difficilmente si svilupperà in un’alleanza più stretta o tattica. Le ragioni stanno nelle divergenze politiche ed economiche tra i due paesi: “La Russia ha gravi carenze economiche, si basa su uno stato potenzialmente instabile ed è soggetta a un avventato revanscismo. Anche se la Cina lanciasse una strategia altrettanto sbagliata di espansione territoriale in Asia, la Russia avrebbe da offrire poco più di un sostegno verbale. Al costo di esporre la Cina a un conflitto tra la Russia e l’Occidente.”

Non che, al di qua degli Urali, le alleanze possano dirsi più efficaci dal punto di vista militare. Ne scrive Judy Dempsey su Carnagie Europe prendendo spunto da un sondaggio del Pew Research Center sulla crisi russo-ucraina, condotto in otto paesi della NATO (Canada, Francia, Germania, Italia, Polonia, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti), oltre che in Russia ed Ucraina. A far scricchiolare la tenuta degli alleati è, sottolinea la Dempsey, il risultato dell’interrogazione sull’Articolo 5 – vale a dire quello che richiede ai membri di difendere un alleato se questo viene attaccato. “I risultati sono devastanti. Il sondaggio Pew ha mostrato che tra gli Europei, una mediana del 49% degli intervistati pensa che il proprio paese non dovrebbe difendere un alleato”, si legge. Sempre tra gli intervistati del Vecchio Continente, gli inglesi si sono dimostrati i più favorevoli all’uso della forza militare contro la Russia; i tedeschi i più ostili.

 

Photo credits: Marco Verch/Wikimedia Commons

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