Usa, un’altra strage nel college

Il Corriere della sera: “La strage al college e i tweet del terrore: ‘Oddio, qui sparano’”. “Stati Uniti, il Procuratore: 13 morti e 20 feriti”. “L’ira di Obama: ‘Basta armi’”.

Il titolo più grande è sulla riforma costituzionale: “Primi sì, la riforma accelera. Eliminato il voto segreto, passa l’articolo 1. Opposizioni verso l’Aventino”. “La maggioranza allargata fino a quota 177 sull’emendamento che velocizza l’esame del testo”.

Sotto: “I raid russi aprono la strada all’offensiva di terra in Siria”. “Soldati iraniani a fianco di Hezbollah”. E poi un “retroscena” parla delle “frizioni” tra Matteo Renzi e Federica Mogherini.

La Repubblica: “Usa, la strage del college”, “Oregon, 13 vittime e 20 feriti. Morto l’assalitore 20enne, giallo sull’annuncio web. Una sopravvissuta: chiedeva di che religione eravamo. L’ira di Obama: basta armi”.

La foto però è per l’attentato di Nablus: “Due israeliani uccisi in Cisgiordania”, “Erano in auto con quattro bambini. Il governo: è terrorismo”.

In apertura a sinistra: “Voto segreto, è scontro al Senato”, “Riforma, sì all’articolo 1. Proteste in aula anti-Verdini”.

In prima il richiamo all’intervista di Eugenio Scalfari a Romano Prodi: “Prodi: ‘Obama si rassegni, non si fa guerra per procura, aiutiamo l’esercito di Assad’, ‘Solo Draghi spinge sull’Unione europea. Singolare la collera di Renzi di fronte alle critiche della Commissione’”.

A fondo pagina, “Il caso”: “Il gigante Unilever si mangia Grom, addio al gelato made in Italy” (di Michele Serra).

La Stampa: “Spesa pubblica, il governo taglierà meno del previsto”, “Risparmi ridotti da dieci a sei-sette miliardi. Meno sacrifici per sanità, Regioni e Comuni”, “Intanto sulla riforma del Senato passa l’articolo 1. Oggi l’incognita dei voti segreti”.

In prima l’intervista al presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione di Guido Ruotolo: “’La ripresa è a rischio’”, “’Troppi episodi di corruzione. Non sciupiamo la chance dell’Expo, allarme sul Giubileo’”.

Richiamo in prima anche per l’articolo di Ilario Lombardo su “droghe e legislazione”: “Cannabis legalizzata. La legge all Camera”, “il provvedimento calendarizzato. Ma la battaglia sulle riforme potrebbe rallentare il cammino”.

A centro pagina, l’intervista ai due fondatori dell’azienda torinese di gelati Grom: “’Perché abbiamo venduto la nostra Grom’”, “Federico Grom e Guido Martinetti raccontano la cessione alla multinazionale Unilever”.

In apertura a sinistra: “Siria, nuovi raid russi. Iran al fianco di Assad”. E un commento a firma di Gianni Riotta: “Medio Oriente, il gran ritorno del Cremlino”.

Sulla colonna a destra: “Oregon, spari in un college: tredici morti”, “L’omicida ucciso dalla polizia. Prima di aprire il fuoco ha chiesto alle vittime di quale religione fossero”.

Il quotidiano si occupa ancora delle conseguenze del caso Volkswagen: “L’era dei test. Ma sono attendibili?”. A confronto le opinioni di Marco Belpoliti (“Si basano sull’assunto (sbagliato) che esista una sola risposta possibile”), e di Massimo Russo (“Con il web u consumatori esercitano il potere e la responsabilità della fiducia”.

Il Manifesto ha in prima una grande foto di Sergio Marchionne e i titoli si riferiscono alla bocciatura degli accordi con Fiat Chrysler da parte dei dipendenti americani: “Non si Usa più”, “Il 65% degli operai di Fiat Chrysler boccia il contratto di Marchionne: salari troppo bassi, turni di lavoro massacranti, assenza di un piano industriale scritto. Azienda e sindacati non perdevano un referendum da 30 anni. L’Uaw mette lo sciopero in stand by e prende tempo. Landini: un voto senza ricatti”.

Sotto la testata: “Scontro sui raid russi anti-Isis, ma tra Russia e Usa è ‘accordo tecnico’”.

Sulla colonna a destra, la riforma costituzionale: “Grasso nel motore. Regolamento a pezzi. La riforma Renzi adesso può correre”.

E un commento di Massimo Villone: “Il pericoloso precedente”.

Sul caso Rai, intervista a Carlo Freccero: “’Vogliono una tv anni ’50. Ma è Renzi a rimetterci’”.

In prima anche il messaggio di Papa Bergoglio per la giornata mondiale del rifugiato: “Il Papa: ‘Nessuno è clandestino, sono presone’. La Ue a Merkel: ‘Niente limiti per i rifugiati’”.

Il Giornale: “Baby pensione a Vendola. La doppia morale dell’ex governatore: ha cancellato i vitalizi ai consiglieri ma lui si ‘ritira’ con tre anni di anticipo e più di 5000 euro al mese”.

L’editoriale, firmato da Alessandro Sallusti: “Matteo, il fattore C e lo scoglio del sindaco Marino”.

A centro pagina: “Riforme, alla fine arriva l’aiutino di Grasso”. “Primo round al governo, grazie al presidente che disinnesca le trappole del voto segreto”.

A fondo pagina: “Il gelato Grom fa gola, se lo compra Unilever”.

Il Sole 24 ore: “Pensioni, tutte le strade per l’uscita anticipata”. “Il governo studia delle forme di flessibilità ma in molti casi è già possibile lasciare il lavoro prima di raggiungere i requisiti”.

Di spalla: “Riforme, approvato l’articolo 1 con il ‘canguro’, i sì arrivano a 177. Oggi l’incognita dei voti segreti”.

In alto la Siria: “Accuse Usa a Putin: colpiti i ribelli addestrati dalla Cia”. E poi: “Sparatoria in un college dell’Oregon, 13 morti. Il killer: ditemi la religione”.

A centro pagina: “Le banche d’affari studiano Intesa-Unicredit-Mps”, ovvero l’ipotesi di una fusione tra questi tre istituti. “Intesa e Unicredit smentiscono categoricamente. Tra gli obiettivi rimane il rilancio del Monte”. “Troppi dubbi sul dossier: esuberi, filiali, concentrazione dei crediti in sofferenza, freno sui prestiti”.

Sotto. “Unilever compra il gelato italiano di Grom” ovvero l’annuncio della cessione del marchio dagli imprenditori italiani alla multinanzionale anglo-olandese.

Oregon

Su La Repubblica, alle pagine 2, 3 e 4, la strage nell’Oregon: “’Di che religione siete?’. Un killer fa strage in un college Usa. Obama: basta armi”, “I testimoni: ‘E’ stata un’esecuzione, un massacro metodico. Trenta colpi in rapida successione, con un’automatica’. L’assalitore ucciso dalla polizia. I morti sono almeno tredici”. La Stampa: “Strage nel college in Oregon: 13 morti. Il killer alle vittime: di che religione siete?”, “Gli studenti sorpresi mentre seguivano una lezione. L’omicida abbattuto dalla polizia. Aveva annunciato sulla chat: ‘Non andate a scuola domani se vivete nel Nord-Est’”.

Su La Repubblica Federico Rampini dà conto delle prime ricostruzioni della polizia, che ha fatto sapere che la sera prima l’assalitore ventenne aveva avuto delle conversazioni on-line e, se fosse vero, si tratterebbe di un’altra strage annunciata. Una studentessa di 18 anni ha raccontato: “Lo sparatore è entrato, ha ordinato di gettarci a terra, poi di alzarci e dichiarare la nostra religione”. Scrive poi Rampini che, a differenza di Charleston, dove un suprematista bianco aprì il fuoco sui fedeli afroamericani a scuola di catechismo, nell’Oregon non c’è una tradizione razzista o segregazionista, né tensioni tra comunità etniche. E’ la parte settentrionale della West Coast, a nord della California, una zona liberal, tollerante e progressista. L’Oregon è abituato a fare notizia perché all’avanguardia nel liberalizzare la marijuana. Sul fronte delle reazioni e del dibattito sulla circolazione delle armi, Rampini scrive che si è riprodotta la consueta spaccatura: il campus dell’Umpqua in cui c’è stata la strage era “Gun free Zone”, ovvero un’area in cui era proibito introdurre le armi. Di qui la reazione della lobby delle armi: un suo esponente, alla Cnn, ha detto che “chi deve fare una strage ignora i divieti. Sono le vittime che girano senza armi”.

A pagina 3 de La Repubblica un’intervista allo scrittore Usa Joe Lansdale: “Siamo ancora un Far West senza controlli”, “Ci sono troppe armi in giro, e molto potenti. C’è una responsabilità dei produttori, anche di quelli italiani”, “Anche l’Italia non ne esce bene, contribuisce a queste tragedie”.

A pagina 4 un’analisi di Vittorio Zucconi: “Il destino di un Paese ostaggio della paura tra pistoleri e lupi solitari”, “Il paradosso è che le stragi non fanno che aumentare la corsa alle armi”.

Su La Stampa un commento di Paolo Mastrolilli, inviato a New York: “Un massacro su tre è in America. Il record che fa vergognare Obama”, “Lobby delle armi imbattibile: ogni giorno una sparatoria di massa”.

Sul Corriere Massimo Gaggi sottolinea che per Obama sono un problema anche i liberal perché “a predicare la piena libertà di armarsi è anche il candidato presidenziale più liberal e progressista che l’America abbia mai avuto: quel Bernie Sanders che ai repubblicani pare un rivoluzionario socialista, ma che è anche un senatore del Vermont. Sanders sostiene di conoscere tanta gente per bene che usa le armi in modo responsabile e aggiunge che è insensato imporre in un villaggio tra i boschi del Vermont le stesse regole che valgono in metropoli come Boston: ‘Non usciremo da questo problema con una guerra culturale tra l’America rurale e quella delle città’”.

Sul Sole le parole di Obama, “visibilmente turbato”: “Non bastano le nostre parole, ne’ le nostre preghiere” ha detto in Tv. “Ha denunciato la routine di queste tragedie: ‘Stiamo diventando insensibili’. Obama si è rivolto anche ai possessori di armi, “che devono smentire di essere rappresentati dagli estremisti dalla Nra, la National Rifle Association, apostrofata come ‘quell’organizzazione che pretende di parlare per voi’. E soprattutto i politici, colpevoli di non agire per evitare che gli eccidi si ripetano. ‘Siamo l’unico paese avanzato – ha detto – dove simili massacri avvengono con regolarita””.

L’assassino è stato identificato in Chris Harper Mercer, 26 anni. Non era uno studente del college. Quando è stato ucciso aveva tre armi, due pistole e un fucile, aveva gia’ ammazzato 9 persone e ne aveva ferite altre 7”. Nei suoi profili social scrive Il Sole “Mercer si auto-identifica come un conservatore, single, non religioso, appassionato di organizzazioni militari. Ma prima di aprire il fuoco, secondo alcuni testimoni, avrebbe chiesto alle sue vittime di stare in piedi e dichiarare a che fede appartenevano, sparando in testa a chi si diceva cristiano e alle gambe agli altri”.

Siria

La Repubblica: “Siria, nuovi raid aerei russi. Gli Usa: ‘Colpiti ribelli addestrati dalla Cia’”, “Mosca smentisce. Voci insistenti: Assad pronto a sferrare un’offensiva di terra con iraniani ed Hezbollah. Ipotesi di azioni anche in Iraq”.

La Stampa: “Nuovi raid russi sulla Siria. Gli Usa: ‘Colpiti i nostri alleati’”, “Lavrov all’Onu difende il blitz: ‘Chiesto da un governo legittimo contro i terroristi’. Washington: comportamento ambiguo. Anche l’Iraq chiede l’intervento di Mosca”.

Paolo Mastrolilli su La Stampa inizia la sua corrispondenza dando conto delle parole pronunciate dal ministro degli Esteri russo Lavrov: “’Noi stiamo conducendo raid contro l’Isis, Al Nusra e altri gruppi terroristici. Ci comportiamo come la coalizione americana, con la differenza però che operiamo nel rispetto della legge, perché siamo stati invitati dal governo legittimo ad intervenire”. Lavrov “non ha commentato la possibilità che l’aviazione russa faccia da ombrello per l’offensiva di terra che l’Iran starebbe preparando per puntellare il regime di Assad, ma senza smentirla, e ha escluso di estendere i raid all’Iraq perché ‘non siamo stati invitati’. Questa quindi è una posizione che potrebbe ancora cambiare, se le aperture fatte ieri al Cremlino dal premier (iracheno, ndr.) Abadi si trasformassero in una richiesta formale di unirsi agli attacchi della coalizione a guida americana”. Alla domanda se Mosca stesse colpendo l’Isis, Lavrov ha risposto: “Se sembrano terroristi, camminano come terroristi e combattono come terroristi, sono terroristi, giusto?”. Lo stesso Mastrolilli, in un altro articolo, racconta di come il ministro Lavrov abbia tenuto l’intera conferenza stampa tra mercoledì e giovedì in russo (tutti i Paesi cercano di affermare la propria lingua all’Onu -fa notare il giornalista- ma quando ci sono i giornalisti per cortesia verso i presenti si passa anche a inglese o francese, mentre Lavrov ha continuato per la sua strada e, quando un giornalista straniero ha cercato di chiedere qualcosa, è stato bloccato: gli è stato spiegato che la conferenza stampa era riservata ai russi).

A pagina 9: “Obiettivi mirati in zone non Isis. Assad prepara l’offensiva di terra”. Spiega Maurizio Molinari che i bombardieri russi hanno martellato gruppi legati a Turchia e Arabia saudita. E ora il raiss punta a riprendersi le province perdute con l’aiuto iraniano.

Su La Repubblica “lo scenario” firmato da Alberto Stabile: “Quel corridoio verso Aleppo che i jet devono ‘ripulire’”. L’aviazione russa, scrive Stabile, ha colpito basi ribelli nel nord-ovest della Siria, battendo le province di Homs, Hama, Idlib, “zone dove lo Stato islamico non è ancora arrivato o ha dovuto cedere il passo ad altre formazioni islamiste, come Jaish al fatah, ovvero ‘Armata della Conquista’, una coalizione di sigle che, dopo aver preso la primavera scorsa il controllo di Idlib, minaccia direttamente Latakia, la roccaforte alawita partia degli Assad, e cuore pulsante dell’operazione militare russa”. E allora, forse, “la logica dei bombardamenti” va cercata nelle indiscrezioni raccolte dall’agenzia Reuters da fonti libanesi: centinaia di soldati iraniani -non ‘consiglieri militari’- sarebbero arrivati in Siria per partecipare, assieme alle forze armate siriane fedeli al regime, alla milizia sciita libanese di Hezbollah e alle milizie irachene sciite, ad una grande operazione di terra per la riconquista del territorio perduto. La mappa dei bombardamenti russi lascia quindi presupporre un piano per ripulire dalla presenza dei ribelli il corridoio che da Damasco conduce a Homs e, seguendo la stessa direzione verso nord, ad Hama, Idlib e infine ad Aleppo, dove l’esercito di Assad ha recentemente perso terreno.

Da segnalare a pagina 8 l’intervista di Eugenio Scalfari a Romano Prodi, che dice: “L’Is non si batte solo con i bombardamenti, anche Obama rafforzi l’esercito di Assad”. Spiega Prodi: “La mia sensazione è che Obama e Putin vadano verso un accordo sulla Siria. All’assemblea dell’Onu hanno sostenuto tesi totalmente contrastanti fra loro, ma poi hanno avuto un colloquio a quattr’occhi di un’ora e mezzo e qualche difetto si è già visto: Putin è d’accordo di attaccare l’Is ma si tratta di una guerra per procura, nessuna delle due potenze invierà truppe sul terreno. Aerei sì, truppe no. Quindi quel malandato esercito di Assad va rafforzato e ben armato perché quello soltanto dispone di truppe sul terreno. Putin appoggia Assad, Obama no, ma dovrà rassegnarsi perché con i soli bombardamenti aerei l’Is non sarà battuto. La cosa singolare è che la Russia versa in acque economiche molto tempestose ma nonostante ciò Putin dimostra una forza politica ancora determinante sullo scacchiere occidentale”. Prodi parla poi estesamente di Ue, del ruolo positivo del presidente Bce Draghi (“è l’unico che spinge verso la costruzione degli Stati Uniti della Ue”) e di Renzi (“la posizione di Renzi che non mi è chiara è il suo atteggiamento verso un’Europa federale”, “mi è sembrata molto singolare la collera di Renzi verso la Commissione europea quando, di fronte ad alcune osservazioni critiche sulla su apolitica fiscale, ha risposto con irruenza che l’Europa non può comandare a casa nostra”, “strano che dica questo perché il ‘Fiscal compact’ è diventato addirittura una legge italiana dopo la ratifica del Parlamento”).

Su La Stampa in prima un commento di Gianni Riotta: “Medio Oriente. Il gran ritorno del Cremlino” (“dal 1971, quando Anwar Sadat cacciò i consiglieri militari sovietici dall’Egitto, la Russia non contava più tanto in Medio Oriente. Ora il Cremlino starà a guardare: se il suo cliente Assad, sostenuto anche dall’Iran, tiene, i russi ne saranno l’ascoltata quinta colonna; se cade -come Obama, almeno a parole, continua ad auspicare- Mosca avrà una base armata a cui un nuovo governo a Damasco dovrà comunque pagar pegno”.

Sul Corriere una intervista a Bernard Kouchner, che dice che con Putin “ci sarà un baratto”. Proprio oggi Putin è a Parigi con Hollande, Merkel e il presidente ucraino Poroshenko. Dice Kouchner: “A medio termine, credo che noi occidentali finiremo con il cedere qualcosa ai russi in Ucraina, in cambio di un avvicinamento per risolvere la questione siriana. ‘Volete farmi cambiare posizione sulla Siria? Ma sono io che vi faccio cambiare posizione sull’Ucraina’, sembra dire Putin. Questo è saper negoziare’”. L’ex ministro francese ricorda che Putin “in Cecenia ha condotto la guerra al terrorismo rovesciando un tappeto di bombe, spero non userà gli stessi metodi in Siria. Ma dobbiamo negoziare. Finora abbiamo solo ascoltato dei discorsi, non negoziato”. Sul futuro: “Per un certo periodo Bashar Al Assad, che ha massacrato tra 200 e 250 mila siriani, ricordiamolo, conserverà almeno l’apparenza del potere, e poi verrà sostituito. Magari in cambio daremo ai russi un po’ più di autonomia alle province orientali dell’Ucraina. Il presidente di Kiev, Poroshenko, mi sembra disposto a concedere, se non la forma federalista, almeno la sostanza”.

Sul Sole Alberto Negri (“Se in guerra non sai chi è alleato e chi è nemico”)   scrivhe che in Siria “ognuno pensa a combattere il suo nemico: gli arabi sunniti contro gli sciiti e viceversa, i turchi contro i curdi, la Russia e l’Iran contro gli avversari di Assad, l’Occidente e gli Stati Uniti contro il Califfato ma anche contro gli stessi errori commessi in oltre un decennio di fallimenti”.

Sul Corriere (“I raid di Mosca, pronti gli alleati via terra”) si legge che anche nella seconda ondata di attacchi in Siria l’aviazione russa “ha preso di mira diverse formazioni ribelli ma non lo Stato Islamico, anche se la versione ufficiale parla di 5 siti legati all’Isis. I Sukhoi hanno sganciato bombe sui qaedisti di Al Nusra a Jisr al Shuqur, quindi su nuclei vicini agli Usa e su reparti che premono sul regime nei settori di Idib, Hama, Homs e Aleppo”.

Su Il Giornale Fausto Biloslavo: “Colpire i jihadisti russi, ecco il vero obiettivo dei raid del Cremlino”. “Dopo le critiche dall’Occidente Mosca puntualizza: siamo con gli Usa. Nel mirino uzebki e ceceni combattenti per l’Isis”. Mosca ieri ha fatto sapere, per bocca del suo ministro degli esteri Lavrov, che “non considera un gruppo terroristico l’Esercito libero siriano”, ovvero la formazione anti-Assad appoggiata fin dall’inizio della rivolta contro il regime dagli Usa e dall’Occidente. Lavrov ha aggiunto che l’Esercito libero siriano dovrebbe anzi essere “parte della soluzione politica” per la Siria.

Riforma Senato

La Repubblica: “Senato, ok all’articolo 1. 172 sì grazie a Verdini. Grasso taglia i voti segreti”, La maggioranza si allarga ma è bagarre in aula. Ira delle opposizioni contro il canguro e il presidente”.

E “Il retroscena” di Tommaso Ciriaco è interamente dedicato al ruolo di Denis Verdini, raccontando le sue giornate al Senato: “Denis, il ciambellano costituente, ‘Resto in aula, risolvo problemi’”, “L’ex forzista parla con il ministro Boschi e il sottosegretario Lotti. E chiama continuamente al telefono i potenziali transfughi”.

Il Manifesto: “Il regolamento del più forte”, “Emendamenti abbattuti a pacchi, voti segreti pericolosi per il governo scansati senza scrupolo. Il presidente Grasso garante della riforma di Renzi”. Scrive Andrea Fabozzi che “la tracimazione” dei senatori dal gruppo di Forza Italia a quello ormai stabilmente di maggioranza di Verdini” e “il negoziato con la minoranza del Pd che ha ridotto il dissenso interno da una trentina di senatori a due o tre” sono “cose che certamente aiutano”, ma che non sarebbero bastate a far approvare la legge di riforma costituzionale entro il 13 ottobre come vuole Renzi, se non ci fosse stata “una grossa mano” da parte del presidente del Senato Pietro Grasso, con cui il presidente del Consiglio ha più volte “cercato lo scontro istituzionale”, lanciando “avvertimenti e ultimatum” che “evidentemente sono andati a segno”. In prima un commento del costituzionalista Massimo Villone ricorda “il pericoloso precedente” che riguarda il senatore Pd Stefano Esposito (ai tempi delle votazioni sull’Italicum, un suo emendamento ne fece decadere centinaia): “scrissi allora che il presidente avrebbe dovuto dichiarare l’emendamento Esposito inammissibile”. “Vicenda simile -spiega Villone- abbiamo ora con l’emendamento Cociancich”, “non importa chi l’abbia scritto. Calderoli ha riferito in aula voci per cui Cociancich ‘avrebbe detto a più persone che ignorava il contenuto ovvero la portata del suo emendamento’”. Insomma, secondo Villone, “dopo tanto esitare, il presidente Grasso è sceso in campo per il governo”.

E ancora su Il Manifesto, a pagina 3: “I voti ci sono, Verdini pure. Tra fischi e banconote al vento”. E’ la cronaca della giornata di ieri al Senato, firmata da Andrea Colombo (il titolo si riferisce al fatto che quando il capogruppo dei verdiniani Barani ha annunciato il voto a favore gli ex compagni azzurri “si sono scatenati in una gara di fischi”, “i leghisti hanno sventolato banconote”, i Cinquestelle hanno segnalato al Pd, minoranza inclusa, quali sono i compagni di strada).

La Stampa, “retroscena” di Amedeo La Mattina: “La traversata dei verdiniani è compiuta. Pronti a indossare la casacca renziana”, “Formeranno una lista di sostegno al premier: imbarazzo nella minoranza Pd”.

Il Corriere: “Accuse, dollari falsi e veleni sui verdiniani La resa del Palazzo: ‘Ce stanno a chiude’”. La frase è di un commesso (“A me nun me ne frega niente, tanto già lo so, me trasferiscono a Montecitorio”) Si citano anche dichiarazioni di senatori, “anime pie che ti ronzano attorno”, ovviamente anonime: “’La Eva Longo… che lo sai, no? è grande amica di Nicola Cosentino, Nick o’ mericano, a sua volta amico dei Casalesi… beh, la Longo s’aspetta di diventare presidente della commissione Infrastrutture…’”.

La Stampa: “Al governo il primo round sul Senato. Cresce lo scontro con le opposizioni”, “Approvato l’articolo 1. Renzi: il passaggio più difficile è superato. Oggi l’incognita dei voti segreti”.

Il Giornale: “Riforme, alla fine arriva l’aiutino di Grasso”. “Fra le proteste della Lega e dei grillini, ok all’articolo 1 del ddl Boschi. Il presidente disinnesca il voto segreto. Ma la fronda Pd torna alla carica”. Il quotidiano ricorda che ora tocca all’articolo 2, “l’articolo su cui più violento è stato lo scontro interno al Pd, con i 28 senatori anti-renziani che reclamavano l’elezione diretta e che sono stati messi a tacere dopo l’accordo siglato con il premier. Ma ieri diversi malpancisti Pd, che hanno mal digerito la debacle inflitta loro da Renzi, sono tornati alla carica, minacciando di votare gli emendamenti di Fi e Lega (in materia di minoranze linguistiche ed elettività) sui quali Grasso aveva concesso il voto segreto. Un avvertimento esplicito è arrivato da Vannino Chiti, capofila della fronda: ‘Per il bene della riforma e dello stesso Pd – è la minaccia – il governo si guardi dall’operare altre forzature’, e ricordi che ‘sulle norme transitorie e l’elezione del presidente della Repubblica va ancora trovato un accordo’. La minoranza Pd insomma tenta ancora di forzare la mano, e la maggioranza ieri sera è tornata in allarme”.

Sul Sole Lina Palmerini scrive di una “opposizione a corto di strategia e poco compatta” che “tenta l’unica carta: l’agguato con i voti segreti”. Oggi “sarà il giorno più lungo, quello delle votazioni sul fatidico articolo 2 e sul comma 5” e “se, come sembra, il patto dentro al Pd tiene, non c’è gioco e non c’è trucco per le opposizioni. E questa è una lezione per il premier: solo l’unità del partito regala una navigazione sicura. E un successo politico. E questo è un ‘memo’ anche per la legge di stabilità”.

Renzi-Mogherini

Sul Corriere una pagina dedicata a “tutte le frizioni” che ci sarebbero tra Renzi e Mogherini. L’episodio che avrebbe provocato l’attuale “freddezza” tra i due sarebbe una cena a Parigi dei capi delle diplomazie tedesca, britannica e francese con la stessa Mogherini. L’Italia non c’era, anche se i temi del colloquio erano Siria e Libia. “Sia la Farnesina che Palazzo Chigi non hanno nascosto la propria arrabbiatura. Renzi avrebbe telefonato personalmente a Mogherini per manifestargliela, anche se la circostanza viene negata negli ambienti dell’Alto rappresentante”. Da una parte è ragionevole che Mogherini fosse presente, visto che il “formato dell’incontro” era quello della trattativa sull’Iran, negoziato da cui l’Italia era assente. Ma nella cena non si parlò di Iran ma di altro. Inoltre Renzi “lamenterebbe anche di non trovare sempre sponde efficaci a Bruxelles nelle battaglie che il nostro governo ha in corso con la Commissione, di cui Mogherini è vice-presidente e unico membro italiano”. Insomma: Mogherini, molto voluta da Renzi, non sarebbe abbastanza “italiana”.

Di Renzi parla Alessandro Sallusti nel suo editorale su Il Giornale. Scrive che è “più fortunato che bravo” sul “fronte interno”, con le riforme che vanno avanti e l’economia che mostra i primi segni di ripresa, anche se non dipendono da lui. Aggiunge che “fuori dai confini non basta la fortuna”: per esempio “la scorsa settimana non è stato invitato a un vertice europeo sulla Libia” e “ieri la Merkel gli ha scippato pure il regista della crisi libica: il commissario europeo che dovrà sovrintendere a quell’area sarà infatti tedesco” e non italiano come “con molte ragioni” chiesto dal premier. Sallusti scrive anche che – per tornare al fronte interno – il “fattore C” di Renzi rischia di essere incrinato da Marino, “uomo talmente fuori di testa e fuori controllo che sta diventando simpatico”, “anche perché sta trascinando nel ridicolo il Pd e il suo segretario”.

Marino

Di Marino parla anche Antonio Macaluso in un commento sul Corriere della sera, soffermandosi sulle ultime dichiarazioni del sindaco: “Io non sono il Santo Padre — ha detto (bontà sua… ndr ) — ma se quella domanda l’avessero fatta a me, avrei detto che non è questo il tema e lo scopo della conferenza stampa”, ha detto Marino. “Ora, non bisogna essere dei raffinati analisti per immaginare che il sindaco-gaffeur abbia scavato un altro solco sulla già dissestata direttrice Campidoglio-Vaticano”. “Di sicuro Marino ha una gigantesca considerazione di se stesso e alla bufera risponde con un nuovo annuncio: il 6 novembre torna a New York”.

Sul Corriere: “Duro anche l’ex sponsor Orfini: ‘Francesco per me è infallibile’”. In realtà quella di Orfini è una battuta (“Come è noto il papa è infallibile”, “non potrei mai dargli suggerimenti”) ma l’invito al sindaco è quello di “chiudersi in un silenzio operoso”. “Marino deve continuare a fare il sindaco ma meglio di come ha fatto finora”.

La Nazione intervista Francesco Rutelli. Dice che nelle critiche al sindaco “una certa esagerazione c’è”, “non può essere tutta colpa sua”. Ma “ogni giorno c’è una gag. E ogni giorno c’è la Spectre in agguato, che nulla ha da invidiare ai romanzi di Ian Fleming, pronta a dipingere complotti politici. Mentre dovremmo renderci conto che Roma è in piena crisi amministrativa. C’è un collasso devastante”. Marino va sempre all’estero? “Nulla di male se ottiene risultati. Se”. Se ne deve andare? “Marino è blindato”. Da cosa? “Da un accordo che coinvolge Palazzo Chigi”, conclude Tutelli.

Fca

Gli operai Fca Usa hanno respinto l’accordo contrattuale siglato dal loro sindacato, la Uaw, e dalla azienda.

Su La Repubblica, alle pagine 18 e 19: “Fca, bocciato il contratto, no degli operai americani”, “Soprattutto i giovani respingono l’intesa Marchionne-Uaw. Il sindacato dovrà decidere se trattare ancora o scioperare”, “Resta positivo il mercato a settembre: negli Stati Uniti Chrysler fa +14%. In Italia, con le immatricolazioni su del 17%, il Lingotto fa +20%”. Ne scrive Paolo Griseri.

La vicenda Fca è in grande evidenza su Il Manifesto, che ne fa l’apertura. Alle pagine 8 e 9: “Fca, lo schiaffo americano”, “Il 65% dei dipendenti statunitensi boccia l’accordo firmato da Marchionne con il sindacato Uaw. Non colmava il gap tra operai veterani e nuovi assunti: e le tute blu, dopo anni di sacrifici, non accettano più salari dimezzati. Landini: ‘Modello di democrazia, da noi invece non si può votare’”. A firmare l’articolo è Antonio Sciotto.

Sul Corriere si legge di un “accordo in salita” e di Marchionne deluso. Lui “e gli operai più anziani non hanno dimenticato quando nel 2009 per far risorgere la Chrysler fallita, hanno affrontato sacrifici ed ostacoli insormontabili. I nuovi assunti non conoscono le angosce di allora e l’azienda non deve ricadere nella stessa tragica situazione. I mercati sono divenuti più aggressivi, in continua evoluzione, con zone d’ombra che si manifestano improvvisamente, senza segnali premonitori ( vedi il freno della Cina, la caduta del Brasile ed il crollo della Russia). Le sfide da affrontare sono diverse da quelle di sette anni fa, la vicenda triste e drammatica di Volkswagen lo insegna”. Insomma: “Il piano industriale deve procedere nei tempi stabiliti, se le pretese fossero eccessive, forse alcune produzioni potrebbero passare dagli Usa in altri continenti, Europa compresa”.

E poi

La Stampa intervista il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele cantone: “Attenti, la corruzione rischia di bloccare la ripresa”, “Gli stranieri ci chiedono l’efficienza e niente mazzette”. Poi l’allarme sul Giubileo: “Controlli più difficili, a Roma hanno 100 centri di costo”.

Su La Stampa, l’intera pagina 6 è dedicata all’intergruppo composto da 220 parlamentari sulla legalizzazione della marijuana, di cui è promotore il sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova: “Legalizzazione della cannabis. La legge andrà in aula alla Camera”, “Il provvedimento inserito per la prima volta nel calendario trimestrale di Montecitorio. Ma la battaglia sulle riforme e la sessione di bilancio potrebbero rallentare l’iter”.

Il Corriere continua ad occuparsi di Rai e oggi intervista il giornalista del Tg3 Mannoni: “No, guardi, io l’editto bulgaro di Berlusconi l’ho vissuto sulla pelle ed era un’altra cosa. Lì c’era un presidente del Consiglio che chiese la testa di alcuni giornalisti e la ottenne”. Mannoni dice anche che “il tg unico potrebbe essere un’opzione. L’idea delle due newsroom prevista dalla riforma è un pasticcio, senza né capo né coda” mentre “la tripartizione delle reti Rai, una alla Dc, una al Psi, una al Pci è dei tempi di Ceaucescu. Oggi non si differenziano mica tanto. Si potrebbe fare un prodotto solo, adattato per fasce di ascolto, orari, pubblico. Non è detto che corrisponda al pensiero unico”. Infine, su Berlinguer e Vianello che rischierebbero il posto: “Magari si sono rafforzati, forse Anzaldi dovrebbero ringraziarlo”.

Sul Corriere una intera pagina è dedicata a Livorno, città amministrata dai 5 Stelle: “Uno sgambetto al loro sindaco. A Livorno i 5 Stelle in corto circuito. Il no al bilancio è l’ultimo segnale di una città in crisi, tra posti ai fedelissimi e tasse più alte”.

Sul Corriere Danilo Taino intervista  Heiner Koch, arcivescovo di Berlino. Il titolo: “Sulla comunione ai divorziati la vita può superare le regole” . Ma il matrimonio resta indissolubile.

Su tutti i quotidiani la notizia su Grom, il marchio di gelato “artigianale” italiano ceduto ieri a Unilever. Il Corriere – come La Stampa – ricorda che l’idea di Guido Martinetti e Federico Grom nacque da “un ritaglio di giornale”, una intervista a Carlo Petrini di Slow Food che lamentava la impossibilità di mangiare un gelato come si faceva una volta. Nel 2003 i due imprenditori sono partiti con 32 mila euro. Sono arrivati a 67 punti vendita, ora cedono il marchio alla multinazionale anglo-olandese che comprò Algida anni fa.

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