Renzi contro i ‘professoroni’ (e Grasso)

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Il Corriere della Sera: “’No, il Senato non sarà più elettivo’. Renzi striglia Grasso: ‘Lancia avvertimenti. Mollo tutto se la riforma non passa. Ho giurato sulla Costituzione, non sui professoroni. Faremo il salario minimo’. Il premier spiega i quattro punti del piano: facciamo sul serio, anche Berlusconi deve rispettare il patto”. È una conversazione con il Presidente del Consiglio firmata da Aldo Cazzullo.

A centro pagina: “Francia, crollo socialista. Le Pen avanza”. E poi: “Trionfo per Erdogan. L’opposizione laica fallisce la ‘spallata’. Il leader turco mantiene Istanbul”.

 

La Stampa ha in apertura una grande foto di Anne Hidalgo, prima donna sindaco di Parigi. Il titolo: “Francia, trionfa la destra. I socialisti tengono Parigi”.

In apertura a sinistra: “Il Senato di Renzi con 148 membri ma nessun eletto”.

 

Anche su La Repubblica foto di Anne Hidalgo: “Francia, tracollo dei socialisti, soltanto Parigi salva Hollande”.

In apertura a sinistra: “Renzi a Grasso: ‘Sul Senato non mollerò’”.

Si richiama in prima l’intervista a Romano Prodi, sintetizzata così: “Prodi: speriamo in Matteo, il Pd unico partito vivo, giusto pretendere una svolta dell’Europa”.

 

Il Giornale: “La rivolta del Senato. Renzi in difficoltà. Il presidente del Senato guida la casta contro l’abolizione. Altro che democrazia, difendono la poltrona. Berlusconi: ‘Sulle riforme ci siamo, niente testi blindati’”. A centro pagina: “Tracollo Hollande. La Francia s’è destra’”.

 

L’Unità: “Riforme, duello sul Senato”. “Renzi a Grasso: no allo status quo, rispetto tutti ma la musica deve cambiare anche nelle Istituzioni”. “La replica: non sono un conservatore, ma attenti ai numeri”. “Oggi il disegno di legge costituzionale”.

In prima anche la notizia della morte di Gerardo D’Ambrosio, “una vita per la giustizia”, “da piazza Fontana a Tangentopoli”.

 

Il Sole 24 Ore: “Prime case nel mirino Tasi. Prendono forma le decisioni dei sindaci sull’applicazione del nuovo prelievo per finanziare i servizi locali”. “Niente sconti a Cagliari e Mantova. A Brescia e Bologna tagli progressivi”.

 

Il Fatto ha in prima un reportage dal titolo: “I nuovi schiavi del lavoro”. “Sono italiani, lavorano dieci ore al giorno senza riposi, ferie e week end , ma non riescono a campare. Storie di addetti alle pulizie, operatori di call center, ma anche medici, ricercatori, avvocati, hostess”.

Il Fatto riferisce in prima che Grillo ha deciso di sottoscrivere l’appello lanciato dal quotidiano: “Grillo firma contro la ‘svolta autoritaria’”.

 

Renzi, riforme.

Oggi pomeriggio alle 15 si riunirà il Consiglio dei ministri per varare il disegno di legge di riforma della Costituzione con il superamento del Senato elettivo. Matteo Renzi, in una intervista al Corriere della Sera, risponde all’intervista che ieri il Presidente del Senato Grasso ha concesso a La Repubblica, in cui aveva criticato il disegno di legge, e rilanciato sulla necessità di mantenere un Senato elettivo. “Ora vedremo chi correrà più forte. Mi gioco il governo e tutta la mia carriera politica”, dice Renzi. Sulla proposta: “Il Senato non deve essere eletto. Se non passa la riforma la mia storia politica finisce”. “Sono trent’anni che si discute su come superare il bicameralismo perfetto. Questo stesso Parlamento doveva approfondire il tema con la commissione dei 42. Non è più possibile giocare al ‘non c’è stato tempo per discutere’. Ne abbiamo discusso. Venti giorni fa, nella conferenza stampa su cui avete tanto ironizzato, quella della ‘televendita’, abbiamo presentato la nostra bozza di riforma costituzionale. L’abbiamo messa sul sito del governo. Abbiamo ricevuto molti spunti e stimoli, anche da Confindustria e Cgil, gente che non è che ci ami molto. Abbiamo incontrato la Conferenza Stato-Regioni e l’Anci. Abbiamo fatto un lavoro serio sui contenuti. Ora è il momento di stringere. Il dibattito parlamentare può essere uno stimolo, un arricchimento. Ma non può sradicare i paletti che ci siamo dati”

Quali sono i punti irrinunciabili del vostro disegno di legge?

“Sono quattro. Il Senato non vota la fiducia. Non vota le leggi di bilancio. Non è eletto. E non ha indennità: i rappresentanti delle Regioni e dei Comuni sono già pagati per le loro altre funzioni”. Sull’elezione diretta: “È stata scartata dal Pd con le primarie, dalla maggioranza e da Berlusconi nell’accordo del Nazareno. Non so se Forza Italia ora abbia cambiato idea; se è così, ce lo diranno. L’accordo riduce il costo dei consiglieri regionali, che non possono guadagnare più del sindaco del comune capoluogo. Elimina Rimborsopoli. È un’operazione straordinaria, un grande cambiamento. È la premessa perché i politici possano guardare in faccia la gente”.

Sta dicendo che se non passa la vostra riforma del Senato cade il governo?

“Non solo il governo. Io mi gioco tutta la mia storia politica. Non puoi pensare di dire agli italiani: guardate, facciamo tutte le riforme di questo mondo, ma quella della politica la facciamo solo a metà. Come diceva Flaiano: la mia ragazza è incinta, ma solo un pochino. Nella palude i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano; ma nella palude le famiglie italiane affogano. Basta con i rinvii, con il ‘benaltrismo’. Alla platea dei ‘benaltristi’, quelli per cui il problema è sempre un altro, non ho alcun problema a dire che vado avanti: non a testa bassa; all’opposto, a testa alta. Noi il messaggio dei cittadini l’abbiamo capito, non a caso il Pd vola nei sondaggi: la gente si è resa conto che ora facciamo sul serio. Avanti tutta”.

Grasso le ha detto con chiarezza che in Senato non ci sono i numeri per la riforma che vuole lei.

“Sono molto colpito da questo atteggiamento del presidente Grasso. Io su questa riforma ho messo tutta la mia credibilità; se non va in porto, non posso che trarne tutte le conseguenze. Mi colpisce che la seconda carica dello Stato, cui la Costituzione assegna un ruolo di terzietà, intervenga su un dibattito non con una riflessione politica e culturale, ma con una sorta di avvertimento: ‘Occhio che non ci sono i numeri’. Mai visto una cosa del genere! Se Pera o Schifani avessero fatto così, oggi avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato. Io dico al presidente Grasso: non si preoccupi se non ci sono i voti; lo vedremo in Parlamento”.

Guardi che i professori, da Rodotà in giù, le danno torto.

“Ho letto altri commenti di tanti professori, molto interessanti. Non è che una cosa è sbagliata se non la dice Rodotà. Si può essere in disaccordo con i professoroni o presunti tali, con i professionisti dell’appello, senza diventare anticostituzionali. Perché, se uno non la pensa come loro, anziché dire ‘non sono d’accordo’, lo accusano di violare la Costituzione o attentare alla democrazia? Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o Zagrebelsky”. Renzi poi annuncia che nel disegno di legge delega sul lavoro “ci saranno sia il salario minimo sia l’assegno universale di disoccupazione. Ne discuterà il Parlamento, anche delle coperture. Affronteremo una delle grandi questioni del nostro Paese: trovo sconvolgente che l’Italia abbia il tasso di natalità più basso. Dobbiamo garantire le tutele della maternità alle donne che non le hanno”.

 

Scrive La Repubblica che nessuna delle osservazioni espresse dal presidente del Senato verrà accolta nel disegno di legge sulla riforma di Palazzo Madama che Renzi porterà oggi in Consiglio dei Ministri: “il testo è pronto”, il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi lo ha trasmesso in via riservata a Napolitano e, secondo il quotidiano, “il Quirinale ha espresso il suo sostanziale via libera”. Non è spaventato dalla fine del bicameralismo perfetto e nemmeno per un Senato composto solo da eletti di secondo livello, ossia scelti dagli enti locali. Significa, scrive La Repubblica, che sostiene l’idea di un’assemblea di Palazzo Madama “non elettiva”. Tuttavia il quotidiano scrive anche che “il Pd è diviso”, visto che 25 senatori del partito hanno scritto un documento a sostegno delle tesi del presidente del Senato.

 

La Stampa intervista il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Illustra il progetto di riforma del Senato. Punti cardine: “superamento del bicameralismo prefetto, niente più voto di fiducia del Senato, che non voterà neanche il bilancio dello Stato. I membri non eletti e senza indennità. Sarà composto dai presidenti delle Regioni, dai sindaci dei capoluoghi di regione e delle province autonome, due consiglieri regionali e due sindaci per ogni regione; più 21 senatori su nomina del Presidente della Repubblica per sette anni. I senatori a vita esistenti restano in carica. E faranno parte del Senato, un’altra variazione rispetto al testo precedente. Quindi in tutto 148 persone”. Il Molise esprimerà lo stesso numero di senatori della Lombardia? “Siamo disponibili a modifiche se le Regioni troveranno un accordo al loro interno per un criterio proporzionale alla popolazione che non estenda troppo il totale”. Nel corso dell’intervista il ministro afferma che la riforma costituzionale “sarà sostenuta da tutta la maggioranza di governo”. “ mi auguro anche da Forza Italia”, sottolinea. Ma sullo stesso quotidiano, il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani ribadisce che il Senato “deve essere formato da eletti dai cittadini” e che “le regioni non possono avere lo stesso peso”. Romani sottolinea come “il senso delle osservazioni” del presidente Grasso “coincida per molti aspetti” con quelle di Forza Italia e suggerisce a Renzi di “tenere i piedi per terra”: se 25 senatori del Pd si sono dichiarati a favore dell’elezione diretta venendo allo scoperto “significa che a pensarla come Grasso a sinistra sono perlomeno la metà”.

 

Il Fatto la scorsa settimana ha lanciato un appello promosso dall’associazione “libertà e Giustizia”: tra i firmatari, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky. L’appello denuncia una “svolta autoritaria” verso una “democrazia plebiscitaria”, contestando il “progetto di stravolgere la Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale”: con “monocameralismo e semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi cambia faccia”. E oggi Il Fatto scrive che “per la prima volta Beppe Grillo appoggia un’iniziativa politica lanciata da altri: ha dichiarato al suo blog che sottoscriverà l’appello di Libertà e Giustizia”.

 

Anche il Corriere segnala che ieri Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno pubblicato – scrivendo di sostenerlo – l’appello dei costituzionalisti contro la riforma del Senato. È l’appello promosso da Libertà e Giustizia, con prime firme quelle di Rodotà e Zagrebelsky, contro la “svolta autoritaria” impressa da Renzi sulle riforme. Secondo il quotidiano è un “salto di qualità” dell’opposizione Pentastellata, che serve a “respingere le accuse di impasse” verso il Movimento ma anche a “creare un nuovo ponte verso personalità come Rodotà, stimate dalla base e con cui si erano incrinati i rapporti dopo la querelle della scorsa primavera e l’attacco di Grillo che lo aveva dipinto come ‘l’ottuagenario miracolato dalla Rete’”.

 

Il Giornale dà conto della posizione di Forza Italia e ricorda che le dichiarazioni di ieri di Grasso possono essere un segnale: “Dicono che, secondo consolidata consuetudine, spetti all’inquilino di Palazzo Madama dire le cose che il Quirinale non può (ancora?) dire. Grasso, secondo consuetudine, nega fermissimamente. ‘Con il Capo dello Stato siamo vicini, ma della riforma del Senato non ne ho parlato’. Non ne ha parlato, ma si sa come i dubbi costituzionali siano pane quotidiano, lassù sul Colle. Sospetta più modestamente Valter Veltroni, invece, che ‘Grasso esprime il malumore che c’è tra i senatori’. Ed è chiaro che al tacchino non piaccia vedere l’accensione del forno. Il via vai di senatori negli uffici di Grasso a Palazzo Giustiniani è diventato quasi ressa, nelle ultime settimane. Specie da parte dei vertici del gruppo senatoriale del Pd, partito di Grasso ma anche (teoricamente) del premier Renzi”. Quanto alla posizione di Forza Italia, il quotidiano scrive in un corsivo che “proprio come il Cesare dell’antica Roma, ieri Renzi ha replicato stizzito: ‘Voi difendete solo lo status quo», lasciando intendere che oggi il governo varerà comunque il disegno di legge per l’abolizione. Che rimarrà carta straccia fino all’approvazione dei due rami del Parlamento. Cioè, temo, per sempre’. Ora Renzi è davvero in un vicolo che rischia di diventare a fondo cieco. Non può fare marcia indietro perché – per rimanere nella metafora cesariana – il suo ‘il dado è tratto’ lo pronunciò mesi fa quando, forte della vittoria alle primarie, superò spavaldo il Rubicone del governo Letta. Indietro non si torna, ma andare avanti è ora davvero difficile. Non una delle cose promesse è andata in porto, né è nelle vicinanze. Ha forse un solo modo, il premier, per non cadere definitivamente nella palude. Ripartire con decisione dal patto con Berlusconi che gli diede la forza di inchiodare il suo partito alla svolta riformista. Tradire anche quell’accordo significa condannarsi all’isolamento. Proprio quello che accadde a Giulio Cesare. Da lì alla pugnalata dei propri senatori, insegna la storia, il passo è breve”.

 

L’Unità dà spazio ad un sondaggio di Demopolis, secondo il quale il 76% degli intervistati è favorevole alla cancellazione del Senato come Camera elettiva, mentre soltanto il 40% crede che il Parlamento cancelli davvero una delle due camere entro diciotto mesi. Il sondaggio racconta anche che se si dovesse tornare al voto oggi il Pd alla Camera si assicurerebbe la maggioranza assoluta ma a Palazzo Madama sarebbe ancora palude. “Questo lo sa Renzi e lo sanno tutti gli altri” , scrive L’Unità.

 

La Repubblica intervista il Ministro dell’Interno e leader del Ncd Alfano: “”Cambiamo il Senato e cambiamolo subito. L’approccio del presidente Pietro Grasso è conservatore, di difesa dell’esistente. Noi del Nuovo centrodestra stiamo dalla parte opposta, faremo al massimo dei ritocchi ma vogliamo mettere il turbo alle riforme, non vedo rischi per la democrazia”. Non è un indebolimento della democrazia? “Ma qualche indebolimento? Non ravvedo il rischio. Cambiamo il Senato e facciamolo con raziocinio. Il Parlamento avrà tutto il tempo per fare scelte migliori. Intanto si parte e lo si fa entro marzo, come era stato stabilito”.

“Per noi anche le elezioni di secondo grado non sono un tabù. In Consiglio su questo non faremo su questo una battaglia ideologica, nel corso del dibattito al Senato ci saranno tutti gli affinamenti necessari. È evidente che, per la filosofia stessa delle quattro letture, il testo non è blindato, non è evangelico, quindi si presta all’approfondimento quando approderà in Aula”.

Sul centrodestra: “Noi abbiamo una grande area moderata che deve puntare a vincere le prossime elezioni politiche. Intanto però Forza Italia sembra vocata alla sconfitta, perché non riesce ad aggregare e non riesce a fare squadra, coalizione. Del resto non è al governo, ma non ha argomenti per stare all’opposizione. Fino a non molto tempo fa c’era la corsa ad allearsi con loro, ora si fugge in direzione opposta. Con l’accanito e tenace rifiuto da parte loro, come sta avvenendo ad esempio in Piemonte, ad accettare le primarie che pure tutto il resto del centrodestra aveva lanciato. Sembrano destinati alla solitudine e alla sconfitta”.

 

Prodi

La Repubblica intervista Romano Prodi. Dice: “Il virus francese non mi preoccupa, ma non mi sorprende. Solo la Germania è immune, perché la Merkel ha difeso soprattutto gli interessi tedeschi ed è diventata la padrona d’Europa”. Renzi e il ministro Padoan hanno ragione a chiedere all’Europa di ‘cambiare verso’? “Noi dobbiamo onorare i nostri impegni, compreso il Fiscal compact. Ma dobbiamo pretendere dall’Europa – afferma Prodi – politiche che ci consentano di rispettarli facendo ripartire l’economia. Non possiamo accettare che ci si leghino le gambe, e poi ci si chieda anche di correre”. Sugli attacchi che vengono al governo dalle parti sociali sottolinea che “la concertazione è una bella cosa. Ma richiede unità nei sindacati e negli imprenditori. E invece l’Italia è sempre più frammentata”: poi ricorda, da ex premier, “riunioni fiume con decine si sigle sedute al tavolo” e dice che “questo tipo di concertazione, onestamente, non funziona più”. Cosa pensa del Pd renziano? “è l’unico partito vivo che c’è in Italia. Tutti gli altri sono crollati, e non esistono più forme minime di democrazia e rappresentanza”. Dice che la bocciatura della sua candidatura alla presidenza della Repubblica non gli ha “bruciato” e smentisce ogni sua ambizione al Colle.

 

Francia

“Merci Paris” ha scritto sul suo profilo Twitter Anne Hidalgo, che ha vinto la sfida contro la candidato dall’Ump Natalie Kosciusko-Morizet a Parigi. Scrive L’Unità che la candidata socialista avrebbe anche beneficiato del sistema di voto indiretto che è in vigore, in cui il sindaco viene scelto in realtà dai 163 membri del Consiglio comunale. In pratica gli elettori scelgono i membri del Consiglio comunale in base alle liste dei partiti in 20 distretti della città e i consiglieri eleggono poi a loro volta il primo cittadino.

Nel Paese l’Ump è primo partito, ha detto il leader conservatore, Jean-Francois Copè. Oltre il 45 per cento. Per la Gauche il 40, per il Front National conquista il 6,87 per cento circa. Astenuti quasi al 40 per cento.

 

Scrive La Repubblica che “neanche il risultato della capitale, dove la candidata socialista Anne Hidalgo ha vinto sulla rivale Nathalie Kosciusko-Morizet, riesce a coprire la clamorosa sconfitta per il partito di Hollande, che già oggi potrebbe annunciare un rimpasto di governo”. “Hollande pronto a sacrificare il premier per salvare l’Eliseo dalla grande ‘marea blu’”, ovvero l’avanzata dei neogollisti dell’Ump, titola il quotidiano. Si legge che più di un centinaio di città piccole e medie ha ripudiato la sinistra. Molti sindaci e consiglieri “si sono sentiti investiti, travolti, dall’impopolarità del capo dello Stato”. Il premier Ayrault ha contribuito all’impopolarità: personaggio discreto, di buone maniere, ha espresso, insieme al presidente, quella ‘normalità’ che nell’emergenza della crisi è apparsa a molti francesi inefficienza. Probabile successore, il ministro degli Interni Manuel Valls, “personaggio grintoso e ambizioso, ma soprattutto dinamico e popolare”, “apprezzato anche nell’elettorato di destra”, “uomo della sicurezza, impegnato nel disciplinare l’immigrazione”, “gli elettori lo amano, i militanti del partito non troppo”.

La Stampa segnala come l’astensionismo abbia raggiunto cifre record, sfiorando il 40 per cento. La sinistra subisce “una disfatta” deve abbandonare alla destra storici bastioni come Tolosa, Roubaix, Bastia, addirittura Limoges, che aveva un sindaco di sinistra dal 1912. Mentre, con la conquista di almeno dieci municipi, conferma il suo radicamento nel territorio il Front National di Marine Le Pen.

La Repubblica intervista il politologo “liberale” Dominique Reyné, secondo cui “quello del Front National è un populismo stile Fallaci”. Il ruolo di Oriana Fallaci, secondo Reyné, “è stato molto importante” per la genesi di “conflitti interculturali” in Europa. “C’è Rushdie nell’88, poi Oriana Fallaci, Pim Fortuyn in Olanda nel 2002. Tutto ciò fa nascere interrogativi sullo stile di vita europeo e la sua preservazione, non perché sarebbe minacciato da disoccupazione o delocalizzazioni, ma da un cambiamento culturale profondo, da società multiculturali”. Il ruolo di Oriana Fallaci? Importante perché “donna di sinistra, insospettabile, femminista” e “se la prende con l’Islam per difendere un modello liberale che sarebbe minacciato dagli invasori”.

Il Corriere intervista il politologo ed economista Nicolaz Baverez, che “da vent’anni esorta il governo francese a riforme strutturali ancora non realizzate”. “Il presidente faccia come Mitterand: cambi tutto”. Nel 1983, davanti ad una sconfitta, Mitterand “cambiò completamente direzione”. Dai nomi che entreranno nel governo con un rimpasto “capiremo quale strada ha deciso di prendere il Presidente”.

 

Il Giornale intervista Jean Marie Le Pen, che dice del successo del partito guidato dalla figlia: “È solo l’inizio. Il Paese ha la stessa repulsione per quello che chiamiamo Umps, unione tra la destra e il partito socialista, artefici di decenni di disastri. Lo dimostra il livello di astensione sempre più alto , segno che il popolo ha sempre meno fiducia nelle istituzioni”. Per Le Pen “il pericolo mortale” per l’Europa è rappresentato della demografia mondiale, perché “mentre il resto del mondo continua a crescere, in Europa il tasso di natalità non smette di abbassarsi”. Le Pen ribadisce di ritenere l’immigrazione di massa “il più grave problema per la Francia, l’Europa, il mondo”, ma nega di essere razzista: “Quando sono stato eletto per la prima volta, a 27 anni, il secondo in lista era nero. Sono stato il primo francese a candidare un’araba a deputata a Parigi nel 1957 e il primo a far eleggere un musulmano consigliere regionale, nel 1986. Le basta?”. Le Pen ricorda di aver votato contro il Trattato di Roma, nel 1957, perché “credo che questa storia degli Stati Uniti d’Europa sia una diavoleria”. Il titolo dell’intervista: “Marine è pronta per l’Eliseo. Sarà la prossima Presidente”.

 

Turchia

“Erdogan sconfigge anche gli scandali”, titola La Stampa parlando dei risultati delle elezioni amministrative tenutesi ieri in Turchia: “Il partito del premier tiene Istanbul e resta sopra il 40% dei consensi. Delusione tra i repubblicani ‘kemalisti’”. I risultati definitivi arriveranno solo in mattinata, ma si è già scatenata la battaglia sull’attendibilità dei dati e nella notte ci sono stati 8 morti.

Il quotidiano intervista Meryem Ilayda Atlas, politologa ed editorialista del quotidiano ‘Sabah’, vicino alle posizioni del premier islamico moderato Erdogan. Ad una domanda sulle proteste di Gezy Park risponde: “Gran parte della piazza era costituita da ragazzi con poco più di 20 anni. Quando Erdogan ha preso il potere erano bambini. Sono cresciuti con Erdogan come primo ministro e non penso possano dire di essere cresciuti in una dittatura”. E sul divieto a Twitter e Youtube? “Non fa piacere a nessuno questa limitazione. Ma va presa in considerazione la situazione particolare. Da mesi vengono diffusi audio pericolosi per la stabilità interna del Paese”. E le limitazioni all’alcool e fumo? “Non capisco perché se un provvedimento viene attuato negli Usa nessuno dice niente, se lo fanno in Turchia allora tutti gridano all’islamizzazione del Paese”.

Su La Repubblica: “Erdogan vince a sorpresa, ma l’opposizione contesta. In bilico Istanbul e Ankara”. Il reportage di Marco Ansaldo racconta “la macchina da guerra del Sultano tra affari e censura”. E il quotidiano intervista lo scrittore Burhan Sonmez, che sostenne il movimento di Gezy Park e secondo cui “la vittoria di Erdogan non è soltanto nei confronti dell’opposizione laica, di destra e di sinistra: è l’affermazione contro Fetullah Gulen, il predicatore islamico e il suo principale accusatore nei casi di corruzione. Il primo ministro ha vinto con il voto, mentre Fetullah non ha un partito di riferimento”. Sconfitto anche il movimento di Gezy Park? “Con Gezy non volevamo certo andare al governo, ma dimostrare che le minoranze vanno rispettate e i diritti democratici pure”.

 

Sul Corriere viene intervistato il professor Soli Ozel, docente di Relazioni Internazionali alla Bilgi University di Istanbul: “Una vittoria netta per Erdogan e una sconfitta durissima per il Chp di Cilikdaroglu”. Si trattava di elezioni amministrative “ma il premier le ha trasformate in un referendum sulla sua popolarità e si può dire, senza ombra di dubbio, che ha vinto a mani basse”. Alla domanda “come mai gli scandali non hanno influito”, Osel risponde: “È una strana domanda fatta da un’italiana. Come mai da voi Silvio Berlusconi ha continuato a vincere le elezioni? La risposta è sempre la stessa: la gente preferisce credere al leader, soprattutto quando non c’è una alternativa convincente”. Sul ruolo di Gulen: “Certamente ha dimostrato di non avere un grande seguito elettorale. Il suo risultato è del tutto deludente. Ma il vero sconfitto di queste elezioni è il Chp”, visto che il suo risultato è “inchiodato al 27 per cento”.

 

Il Messaggero intervista Soner Cagaptay, direttore del Turkish Program Research al Washington Institute, che oggi dedica un forum proprio al voto turco. Cagaptay aveva scritto in un tweet che se avesse superato il 45 per cento Erdogan si sarebbe certamente candidato alle prossime presidenziali. Probabilmente lo farà, e “questo farà arrabbiare i liberali, i gulenisti, l’opposizione secolare che dirà: lui ci batte sempre, non riusciamo a sconfiggerlo nelle urne. Di conseguenza si tornerà di nuovo in strada a protestare”. Insomma: Erdogan, “forte del consenso” conquistato, sarà ancora più autoritario, e “il giro di vite dell’opposizione sarà sempre più forte”, fino ad arrivare “a un punto morto e a una crisi di regime”. La vera domanda, secondo Cagaptay, non è se l’islamismo possa andare al potere legittimamente, ma se – perdendo le elezioni – lascerà il potere.

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