Rai, il governo va sotto

Il Corriere della sera: “Governo battuto sul canone della Rai. Ribelli del Pd con Fi”.
“Anche due verdiniani contro l’esecutivo”. “L’avvertimento di Renzi: non temo il voto anticipato”.
A centro pagina: “Terrorismo, ecco le indagini bruciate dai pirati della Rete”. “Nell’elenco l’inchiesta sulla jihad a Brescia”.
La grande foto è per il “bivacco dei turisti” a Fiumicino, anche ieri nel caos.
A fondo pagina si parla dell’andamento dell’esame di maturità: “Ma al Nord i professori sono più severi? La mappa della maturità. I 100 e lode in Puglia quattro volte quelli di Piemonte e Veneto”.
In prima anche i “sei mesi d’oro” di Fiat Chrysler: “Al rialzo le previsioni 2015. E accelera il rilancio Alfa”.

La Repubblica: “Governo battuto sulla Rai, colpo a Renzi dai ribelli Pd”, “Slitta la riforma, martedì il Cda. Il Colle: non c’è un uomo solo al comando”.
A questo è dedicato il “retroscena” di Annalisa Cuzzocrea, che sintetizza la reazione del presidente del Consiglio: “’E’ una manovra, ora basta slealtà’”.
E della situazione del governo e del Pd si occupa anche la rubrica “Il Punto” di Stefano Folli: “Tutti i segnali del logorio”.
A centro pagina, “la denuncia della Svimez” sulla situazione del Mezzogiorno: “’Italia del Sud peggio della Grecia”, “1 su 3 quasi povero, sottosviluppo permanente”.
Sulla colonna a destra la foto di viaggiatori accampati all’aeroporto di Fiumicino: “La vergogna di Fiumicino”, di Carlo Bonini.
E su Roma: “Anche il Vaticano attacca Marino”, di Giovanna Vitale.
A fondo pagina, il richiamo alla storia di copertina dell’inserto R2: “Il comizio ai tempi di Facebook, ecco i segreti della Social Politik”, di Sebastiano Messina e Vittorio Zucconi.
In prima anche i contenuti di un volume che raccoglie gli atti di un convegno a porte chiuse convocato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia in vista del prossimo Sinodo: “’Contraccettivi non sempre illeciti’. L’Ultima sfida dei teologi del Sinodo”.

La Stampa: “Fiumicino, il giorno della rabbia”, “Voli cancellai, centinaia accampati in aeroporto. E ieri anche un black out elettrico”, “Turisti bloccati dopo l’incendio: carabinieri nei terminal per frenare l’esasperazione. Poche informazioni ai passeggeri”. E anche qui la foto di turisti accampati in aeroporto.
A centro pagina: “Rai, governo battuto in aula. Orfini: così smontano il Pd”.
“Il rischio di un partito gassoso” è il titolo del commento di Federico Geremicca.
Di spalla a destra: “Allarme Svimez. Il Mezzogiorno cresce meno della Grecia”, “A rischio povertà 1 su 3”.
E il commento firmato da Emanuele Felice: “Ma il Nord da solo non vince”.
L’editoriale del direttore Mario Calabresi: “Cittadini tornate protagonisti”.
In prima anche i “numeri da record” di Fca: “Fca, l’utile sale del 69%. Obiettivi rivisti al rialzo”, “Il titolo vola in Borsa dopo i risultati: +5,7%”.

Il Fatto: “I segreti di Hacking Team nelle mani dei terroristi”, “Nelle e-mail rubate dagli hacker le tracce di un ex dipendente che lavora per gruppi eversivi”, “I dialoghi tra l’ad Vincenzetti e un agente segreto svelano una pista allarmante per la sicurezza internazionale. E proprio ieri il capo della polizia Pansa ha denunciato: ‘Lo stop ai sistemi dell’azienda ha fermato tutte le inchieste sui possibili attacchi’”.
A centro pagina: “Governo battuto sulla Rai: Renzi nella morsa tra verdini e sinistra”, “Al Senato l’esecutivo finisce in minoranza su un emendamento. Oggi vertice per le nomine: Bassanini e Campo Dall’Orto tra i candidati”, “La minoranza del Pd teme il nuovo partitino-stampella” (il riferimento è ai ‘verdiniani’, ndr.).
E a Verdini è dedicato il ritratto di Fabrizio D’Esposito: Il macellaio che teneva Matteo sulle ginocchia”, “Ex Pri, industriale delle carni, nega di essere massone, ma agisce nell’ombra. D’Anna (senatore neoverdiniano, ndr.): ‘Se parla, Silvio cade. Ed è un vecchio amico del premier e del padre’”.
Sul caso del senatore Ncd Azzollini, (salvato anche grazie ai voti del Pd dagli arresti domiciliari per la vicenda del crac della clinica Divina Provvidenza, ndr.) il quotidiano intervista il Pd Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera: “’Salvano Azzollini e ignorano un crac da 500 milioni’”.
Sotto la testata: “Fiumicino, ritardi, risse e black out. E’ l’inferno low cost”, “Altra giornata nera nelle scalo romano”.
E il rapporto Svimez: “Così il Mezzogiorno disperato ha smesso di fare anche figli”.

Il Giornale: “Il piano B di Renzi: si vota”. “Governo battuto”. “Verdini non basta, al Senato i dissidenti Pd dimostrano che il premier non ha i numeri”. E poi: “Ora lo dice anche la Bce, l’euro ha impoverito gli italiani”.
A centro pagina: “A Roma aerei a terra e carabinieri pestati. Ma il sindaco Marino pensa ai corsi sui gay”. “Dipendenti del Campidoglio pagati per imparare i diritti omo”
Da segnalare in prima un articolo di Piero Ostellino (“La Costituzione è la zavorra che ci tiene fermi”) e un richiamo alle vicende di Calais (“La Francia furbetta non fa entrare i profughi ma li spedisce a Londra”).

Il Sole 24 ore: “Tassi Btp in caduta, rendimenti sotto il 2 per cento”. “Bene l’asta, il Tesoro raccoglie oltre 6 miliardi. Minimo storico per i bond a due anni (0,094 per cento)”. “Il titolo a dieci anni scende all’1,83 per cento”. “Spread giù a 117”.
Di spalla: “Fiumicino, ancora caos e tensioni. Allarme delle imprese sul turismo”. “Le indagini: rogo da un cumulo di rifiuti. Enac convoca Alitalia e Adr”. “Dopo l’incendio doloso di mercoledì, ieri 20 minuti di black out elettrico”.
A centro pagina: “Falso in bilancio, la Cassazione frena”. “Nella prima sentenza dopo l’entrata in vigore della riforma i giudici fissano gli ambiti di punibilità”. “Non scatta il reato se la violazione deriva solo da stime e da valutazioni”.
Sul voto di ieri in Senato: “Rai, la minoranza Pd manda sotto il governo”.
In prima anche l’intervento di ieri di Mattarella: “Le riforme punto nevralgico”. “‘Non ho diritti di veto. Nessuno è un uomo solo al comando'”.

Il governo va sotto, il piano B di Renzi, il ruolo di Mattarella, il Pd

La Repubblica, pagina 6: “Rai, governo battuto, sgambetto della sinistra Pd. Renzi: ‘Una vera manovra’”, “Senato, 19 senatori dem votano per cancellare la delega sul canone. Il premier: ‘Ma io vado avanti’. Martedì si elegge in nuovo Cda”.
A proporre l’emendamento su cui il governo è stato battuto-spiega il quotidiano- erano stati Forza Italia, Lega e M5S, insieme a senatori della minoranza Pd: si chiedeva di accantonare l’articolo 4, che riguarda la delega al governo per disciplinare sul futuro canone Rai. “Glielo avevamo chiesto in tutti i modi -spiega uno dei senatori della minoranza dem, Federico Fornaro- di accantonare l’articolo 4, ma non ci hanno ascoltati”. Come lui hanno votato altri 18 della minoranza dem, fra cui Vannino Chiti, Miguel Gotor, Maria Cecilia Guerra, Maurizio Migliavacca, Corradino Mineo, Massimo Mucchetti. E si riferisce così la reazione di Renzi: “So bene che è stata una manovra dei bersaniani, ma è riuscita solo perché c’erano moltissimi assenti. La metà del gruppo Ncd non c’era, così come molti dei nostri”, “Non hanno votato neanche i 10 verdiniani, alla faccia di chi dice che stanno con il governo. Anche se, a forza di fare così, è la minoranza a spingerli verso di noi”.
La Stampa, pagina 8: “Sgambetto della minoranza Pd. Governo battuto sulla Rai”, “Bocciata la delega all’esecutivo sulla riforma del canone: decisivi 19 senatori dem. Orfini: battaglia politica su un terreno improprio”. Scrive il quotidiano: “si è (momentaneamente?) stoppato il piano di Renzi, che vorrebbe avocare a sé una riforma che immagina possa avere un impatto favorevole sull’opinione pubblica, una riforma all’insegna ‘paghiamo meno, paghiamo tutti’”. Ma si è trattato soprattutto, secondo il quotidiano, dell’avvertimento “a un governo che sembra intenzionato ad ‘entrare’ in Rai: volendo accelerare il ricambio dei vertici aziendali, Renzi ha implicitamente rinunciato a diversi capisaldi: l’annunciatissima riforma della governance”, “vertici più snelli e professionali”. Si ricorda poi che il governo ha accantonato parte della riforma, chiedendo che il nuovo Cda Rai venga nominato con le vecchie regole, ovvero quelle della Legge Gasparri: 7 rappresentanti del nuovo Cd saranno eletti martedì prossimo dalla Commissione di Vigilanza Rai.
Il Fatto: “Rai, la minoranza del Pd teme Verdini e punisce Renzi”, “Il governo va sotto su un emendamento alla riforma della tv di Stato: dissidenti irritati dalla stampella degli ex-Fi”. Scrive il quotidiano che “la minoranza dem non ha nessun problema ad ammettere che stavolta il merito c’entra poco. E la battaglia è tutta politica. Sono stati in 19 a mettere a segno il punto”.
In una sola settimana, scrive Il Fatto, i segnali dello “sfaldamento della maggioranza” sono sempre più evidenti: lunedì al senato è mancato per quattro volte il numero legale (a non esserci erano la metà dei senatori Ncd). Poi mercoledì il Pd si è diviso, in Aula e fuori, sulla posizione da assumere sul caso Azzollini, Ncd, ex presidente della Commissione Bilancio, sulla richiesta di arresto per il crac della clinica Divina Provvidenza. “Ieri -scrive il quotidiano- l’operazione politica è stata compiuta fino in fondo” sulla riforma Rai. E il “renzianissimo” presidente della Commissione Cultura Andrea Marcucci prova a rovesciare la situazione: “La minoranza del Pd vota insieme a Gasparri per tenere la Rai ancorata al passato. Queste sono le vere relazioni pericolose”.
Su La Stampa: “Il partito smontato e mai rimontato ora è ridotto allo stato gassoso”, scrive Federico Geremicca.
Stefano Folli, su La Repubblica, sottolinea che, al netto dell’avvicinarsi della chiusura estiva dei lavori parlamentari, “il messaggio politico trasmesso dalla minoranza Pd al segretario-premier è esplicito. Prima di tutto perché tocca un tasto molto delicato, la Rai, in un momento in cui si sta ridisegnando la mappa del potere interno all’azienda e di conseguenza il rapporto con la politica. E poi perché il segale è fin troppo chiaro in vista dell’autunno, quando verrà al pettine il nodo della riforma costituzionale del Senato”, “L’episodio insegna che nel Pd la minoranza è sempre più determinata e tende ormai a comportarsi come un partito nel partito”
Su Il Giornale la cronaca del pomeriggio in Senato si sofferma sulla “ammucchiata di minoranza Dem, Fi, Lega, M5S, Sel e 2 esponenti del nuovo gruppo Ala del transfuga azzurro” che “toglie all’esecutivo Renzi la delega sul canone dell’azienda pubblica e fa dimettere il correlatore Enrico Buemi (Psi). La condanna del presidente Pd Matteo Orfini è categorica: ‘Se il voto in dissenso diventa non un’eccezione ma una consuetudine, non si lavora per rafforzare un partito ma per smontarlo’. Il vicepresidente dem della Camera Roberto Giachetti definisce ‘irresponsabile’ la minoranza bersaniana: ‘In queste condizioni – dice – meglio andare al voto'”. E ancora: “Quando la maggioranza va sotto di 3 voti (e presiede il leghista Roberto Calderoli, che non partecipa) si diffonde l’impressione a Palazzo Madama che si sia alle prove generali di ben altre battaglie”. Il quotidiano ricorda che si votava su un emendamento per sopprimere l’articolo 4 della legge di riforma della governance Rai, quello “che disciplina il finanziamento pubblico della Rai”. “La fronda anti Renzi si anima e 19 votano con le minoranze. I 10 verdiniani non hanno avuto un’indicazione precisa, così in due contribuiscono ad affossare il governo di cui dovranno essere la «stampella», uno lo appoggia e sette disertano il voto. Come 11 dem, senza contare il presidente del Senato Pietro Grasso”.
Sul Corriere viene intervistato Maurizio Gasparri che “avvisa il premier”, dice che il voto di ieri in Senato è un “campanello d’allarme”, dice che sarebbe bene che la maggioranza riaprisse il dialogo innanzitutto sulla legge elettorale e sulle riforme in generale. Nega patti con la minoranza dem.
Secondo Alessandro Sallusti, che firma l’editoriale de Il Giornale, “a questo punto il metodo Renzi (…) prevede lo spariglio”, che potrebbe essere “un nuovo Nazareno”, perché lui sarebbe disponibile, ma “è difficile che Berlusconi accetti”, oppure “il colpo di scena clamoroso”, ovvero le elezioni nella primavera 2016, con le amministrative di Roma (“che nel frattempo sarà caduta”) e forse anche della Sicilia. Questa ipotesi, fino a ieri “una minaccia”, sta diventando un “piano B”, scrive Sallusti.
Sul Sole Lina Palmerini (“La guerra nel Pd, il rischio di voto anticipato, i paletti del Colle”) cita anche il messaggio alla cerimonia del Ventaglio del Capo dello Stato, dal quale – secondo il quotidiano – sarebbero arrivati “segnali chiari” su chi ha il potere di sciogliere le Camere. “Sarà difficile”, scrive la Palmerini, trascinare Mattarella in “decisioni politiche”, quel che conterà saranno i numeri parlamentari.
Anche su Il Mattino Alessandro Campi parla del Quirinale (“Il Colle arbitro discreto e la politica dei solisti”). Dove si legge che solo se i partiti riconquisteranno spazio il Quirinale potrà tornare ad essere meno presente sulla scena politica. Altrimenti “anche a Mattarella prima o poi toccherà, volente o nolente, quel ruolo di supplente o king maker già svolto in passato dai suoi predecessori”.
Da segnalare, a proposito di Pd, una intervista del Corriere a Luciano Violante su quello che il quotidiano chiama “il pasticciaccio in Senato” sul voto per l’autorizzazione all’arresto di Azzollini. “‘L’imbarazzo del Pd sullo stop all’arresto disorienta gli elettori'” è il titolo dell’intervista. Dice anche che “può creare contrapposizioni e confusioni piene di rischi” il fatto che Renzi sia premier e segretario Pd. “La stessa persona non può contemporaneamente ricostruire un Paese e ricostruire un partito così vasto e complesso”.
Sullo stesso quotidiano una lettera di Pietro Ichino, senatore Pd, spiega le sue “ragioni del ‘no’ all’arresto di Azzollini”.

Fiumicino, Roma

La Repubblica, pagine 2 e 3: “Caos Fiumicino, l’ira dei passeggeri. Black out dopo il rogo: ‘Un inferno’”, “Salta la corrente, scalo di nuovo in tilt. Ancora voli annullati per l’incendio. Polemica sui vertici Adr: ‘Si dimettano’. Ryanair: pronti a subentrare ad Alitalia”. Si legge tuttavia nell’articolo di Federica Angeli e Flaminia Savelli che la Forestale ha chiarito che il rogo di mercoledì è divampato da un cumulo di rifiuti a bordo strada. Si tende così ad escludere il sabotaggio contro lo scalo.
E “l’inchiesta” di Carlo Bonini: “In due anni 53 roghi intorno allo scalo una terra di nessuno”, “Niente vigili del fuoco e carabinieri nel Comune del primo hub italiano”.
La Stampa, reportage da Fiumicino di Grazia Longo: “Esasperazione, lacrime e rabbia, contestate le compagnie low cost”, “’Non solo hanno annullato i voli, hanno perso anche i bagagli. Le nostre vacanze sono terminate prima ancora di iniziare’”. E un’intervista a Vincenzo Donvito, presidente dell’Aduc, Associazione a tutela dei diritti di utenti e consumatori, che spiega come essere rimborsati dalle compagnie: “C’è la possibilità di ottenere il risarcimento dei danni”.
A pagina 5: “Paludi, sprechi, pochi investimenti. Gli eterni problemi di Fiumicino”, “Quindici anni fa la privatizzazione, ma senza capitali freschi”, di Roberto Giovannini.
Il Fatto: “L’inferno a basso costo dei vacanzieri di Fiumicino”, “Assalto agli sportelli nei Terminal 2 e 3. Molte cancellazioni tra i vettori low cost: ‘Nessuno ci aiuta’”.
E sulla stessa pagina: “Il trucco per giustificare l’ampliamento: 51 milioni di passeggeri. E la qualità crolla”, “Il raddoppio è un affarone da 12 miliardi. I terreni sono di Benetton”. Scrive Daniele Martini che l’aeroporto si candida ad un contestatissimo raddoppio del valore di 12 miliardi, con una spianata di cemento su un milione di metri quadri a base di terminal, centri commerciali, alberghi, parcheggi, in una zona di 1.300 ettari, la maggior parte dei quali, circa 700/800 di proprietà dei Benetton che, “guarda un po’ le combinazioni, con Adr sono pure i concessionari dell’aeroporto. Quei terreni di Maccarese oggi sono meravigliosi per coltivarci carciofi e cavoli, ma non ci si può costruire neanche un capanno. Se dovessero ospitare davvero Fiumicino2, lo Stato dovrebbe espropriarli versando ai Benetton circa 200 milioni di euro”.
Sul Sole Guido Gentili cita l’Osservatore Romano, che ieri scriveva: “‘Fiumicino è solo la punta dell’iceberg, Roma è ormai un caso politico’”, “evidenziando l’onda critica che sale anche dal Vaticano. Per questo snodo di traffico fondamentale per l’Italia, controverso fin dalla sua nascita, le ombre esterne si sommano ai problemi interni. Da maggio, quando divampò il primo incendio al terminal 3, è stato un susseguirsi di paralisi grandi e piccole fino al nuovo incendio dell’altro ieri nella pineta a ridosso di una pista e al blackout elettrico di ieri mattina. C’è una qualche regìa che può essere intravista dietro questi roghi e i conseguenti disservizi? Anche in questo caso si aspettano dalla magistratura indagini serrate e risposte chiare. Comunque l’Italia (e con essa il governo Renzi, che fa della modernizzazione del Paese una sua bandiera) non può permettersi, a Fiumicino, il teatrino di una guerriglia tra l’Alitalia e la società Aeroporti di Roma, che invece dovrebbero lavorare assieme avendo come bussola l’internazionalizzazione dello scalo. Né può consentire che la maggiore aerostazione nazionale diventi per le compagnie straniere un punto nero da cancellare. Tanto più, può lasciare che Fiumicino si trasformi per decine di migliaia di viaggiatori in una caotica prigione da quarto mondo”.
Il Corriere: “Il Vaticano: ormai Roma è un caso politico”.
Sul Corriere Francesco Rutelli, intervistato, dice che “il monocolore è un grande rischio” per Roma, ricorda che con la sua giunta si facevano 4000 deliberazioni all’anno mentre con questa solo qualche centinaio perché la legge ha trasferito ai livelli inferiori i poteri, cita una sua proposta a Marino di qualche mese fa, quella di fare una giunta di grandi personalità, una “super giunta con un programma di salvezza cittadino. Non fui ascoltato”, ribadisce che ancora per il Giubileo non si è fatto nulla, “non c’è neanche un coordinatore”.

Sud

La Stampa, pagina 6: “Il Sud Italia peggio della Grecia. Uno su tre a rischio povertà”, Il rapporto Svimez: in sette anni persi 576 mila posti e il 34,8% dell’industria. Le coppie senza reddito rinunciano a fare figli e il Mezzogiorno si desertifica”. Scrive Svimez nel rapporto che “il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat”. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133 mila), mentre il Sud ne ha persi 45 mila. Tra il 2008 e il 2014, delle 811 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 576 mila sono residenti al Sud. Che corre, secondo Svimez, il rischio di non agganciare la ripresa e di vedersi condannato a un “sottosviluppo permanente”, “è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie”, “dal 2000 al 2013 il Sud è cresciuto del 13%, la metà della Grecia, che ha segnato +24%: oltre 40 punti percentuali in meno della media europea”.
Di fianco, un’intervista all’economista Carlo Borgomeo, presidente della fondazione “Con il Sud”, che dice: “Puntiamo su scuola e sociale usando i fondi europei”, “65 anni di interventi pubblici hanno fallito, e oggi mancano le risorse per farne altri”.
La Repubblica, alle pagine 10 e 11: “Sud peggio della Grecia, uno su tre quasi povero, tsunami demografico”, “Allarme Svimez: si rischia il sottosviluppo permanente, nascite al minimo da 150 anni. Bce sull’Italia: all’ultimo posto per aumento del Pil pro capite”. A pagina 11 un’intervista al Presidente della regione Puglia Michele Emiliano: “Scateniamo l’inferno, questione meridionale ignorata da vent’anni”.
Il Fatto, pagina 14: “Il terzo mondo è qui da noi: il Sud fa peggio della Grecia”, “Il rapporto Svimez: verso un sottosviluppo permanente. Record di disoccupati, industria al collasso. Le nascite mai così male da 150 anni”.
Con le interviste a Emanuele Felice, docente di Storia economica all’università Autonoma di Barcellona e autore del libro “Perché il Sud è rimasto indietro”. Dice che è vero che la spesa pubblica per il Mezzogiorno si è molto ridotta, poiché quella per abitante è inferiore al Sud rispetto a Nord e centro-Nord, “però in rapporto alla contribuzione fiscale, i meridionali ricevono più di quanto pagano”. Allora quale è il problema del Sud? “I soldi sono utilizzati male, i finanziamenti europei distribuiti a pioggia. Penso al governo Berlusconi che li destinò all’abolizione dell’Imu. E’ un problema creato dalla classe dirigente, politica e imprenditoriale nazionale”, “Tutta l’Italia vive un declino iniziato negli anni Settanta, dovuto alla farraginosità burocratica nell’apparato pubblico e amministrativo: favorisce la corruzione e fa sì che per realizzare le grandi infrastrutture occorrano almeno 10 anni contro i 5 della media europea. Un caos tra appalti, ricorsi, corruzione, aumento dei costi, mentre i Fondi strutturali europei sono tarati su cicli di sette anni”. Il divario Nord-Sud c’è sempre stato, dice ancora Felice, ma prima, “quando l’Italia cresceva di più, il Sud riusciva a convergere. Era trainato da quella che definisco modernizzazione o industrializzazione passiva: le innovazioni vengono dall’esterno e le classi dirigenti si adattano. Ma cercano di lasciare immutati gli assetti socio-istituzionali. Non assimilano”. Subiscono? “L’imprenditoria al Sud -spiega Felice- è nata grazie all’intervento pubblico o con imprese private finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno. Non c’è stata una crescita autonoma”.
Emanuele Felice firma anche un’analisi su La Stampa (“Ma il Nord da solo non vince”), in cui scrive, tra l’altro: “Non si illuda chi pensa che il Nord possa ricominciare a correre tirandosi dietro un Sud impoverito, spopolato e clientelare, perché ormai il Nord non ne ha più nemmeno lontanamente la forza (e infatti non corre: cresce meno della media europea)”. Felice evidenzia anche il fatto che una novità negativa dell’ultimo quindicennio della nostra storia economica è che lo Stato “non sembra più in grado, e nemmeno per la verità desideroso, di modernizzare il Mezzogiorno”. E altrettanto vale per l’Unione europea. Va riformato il Sud quanto l’Italia: l’apparato burocratico-amministrativo che costituisce il brodo di coltura per la corruzione, va implementato il settore istruzione e innovazione (“sottofinanziati e male implementati ovunque, ma che nel Sud versano in condizioni ancora più drammatiche”).
Sul Manifesto si ricorda che è stato il pre­mio Nobel dell’economia Paul Krug­man a “par­lare per la prima volta di ‘mez­zo­gior­ni­fi­ca­zione’ dell’Europa nel 1991 nel libro ‘Geo­gra­fia e com­mer­cio inter­na­zio­nale’. Il dua­li­smo eco­no­mico che ha segnato i rap­porti tra Nord e Sud Ita­lia si è allar­gato a quello tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa e all’interno di tutti i paesi, a comin­ciare della Ger­ma­nia, uni­fi­cata, ma divisa ancora tra un Ovest e un Est”. Due economisti italiani, Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo, hanno ripreso questo concetto in un lavoro di qualche anno fa. “Echi si ritro­vano nel rap­porto 2015 dello Svi­mez sul Mez­zo­giorno (ita­liano) dove al rap­porto asim­me­trico tra il cen­tro (in sostanza la Ger­ma­nia) e le peri­fe­rie (i paesi dell’Europa del Sud) se ne aggiunge un altro: quello tra Sud e Est euro­peo inte­grato nell’Eurozona”, scrive il quotidiano comunista. Il titolo di apertura oggi è “Sottosviluppo permanente”.

Europa, Grecia, Italia

La Repubblica, pagina 13: “Atene, Fmi fuori senza tagli al debito. Syriza, scontro finale”, “Documento del Fondo. E Schaeuble attacca Juncker. Il partito indice un congresso straordinario in autunno”.
Il Fatto: “Tsipras, referendum anti-Syriza”, “Il premier tenta di soffocare la fronda interna proponendo una consultazione nel partito sulla Grexit. Gli oppositori: ‘Se ne vada, il movimento è di sinistra, ed è nostro, non più suo’”.
La Stampa: “Il Fmi blocca il salvataggio greco. Niente soldi senza ristrutturazione”, “Il Fondo chiede un intervento sul debito prima di partecipare al piano da 86 miliardi”.
Il Fatto: “Schaeuble vuole rifare l’Europa, a sua immagine”. Si legge che la Frankfurter Allgemeine Zeitung “ha rivelato il progetto del ministro tedesco: togliere potere alla Commissione, che è diventata ‘troppo politica’”.
Sul Corriere una intera pagina è dedicata alla “offensiva di Schauble per limitare la Commissione: ‘Adesso ha troppi poteri'”. “Il ministro infastidito dal ruolo ‘politico’ del governo europeo. Scontro con Juncker. L’idea di affidare la concorrenza a una authority”.
Sotto, una intervista all’economista Daniel Gros: “Bruxelles non è più un arbitro imparziale”.
Sul Sole: “Berlino vuole limitare i poteri di Bruxelles”. “La Germania – si legge sul quotidiano di Confindustria – vorrebbe rivedere i compiti della Commissione e separare quello di custode dei Trattati e di antitrust da quello di governo politico europeo”. Le competenze su mercato interno, antitrust e sorveglianza, dice il ministro Schauble, andrebbero affidate ad autorità indipendenti, mentre la Commissione dovrebbe essere – secondo Berlino – “più politica”.
Sul Corriere Federico Fubini firma l’editoriale e si sofferma sulle “differenze fondamentali” tra i Paesi europei a proposito del futuro dell’Europa, oltre che dell’euro: Francia e Italia “parlano di un’area euro più politica: un Parlamento dell’unione monetaria, un bilancio comune. A Berlino invece le sensibilità sono diverse. P er la prima volta la Germania sembra voler andare avanti senza curarsi del consenso di Roma e soprattutto di Parigi”. “Schäuble ha ragione quando fa capire che Italia e Francia non possono chiedere la tutela di un bilancio europeo senza cedere sovranità. Il taglio delle tasse di Matteo Renzi, annunciato prima di parlarne a Bruxelles o spiegare le coperture, in questo disegno stride. E così la battuta di Manuel Valls, il premier di Parigi, sul fatto che la Francia si fa il suo bilancio da sé ‘perché è un grande Paese’. Ma è difficile spiegare a Renzi o a Valls che la politica deve stare fuori dalle loro scelte, quando entrambi hanno il fiato sul collo delle forze anti-sistema decise a rompere con l’euro. La Grecia ha esposto queste visioni differenti, il punto ora è capire se sono compatibili”, scrive Fubini.
Per tornare al Sole, un contributo dell’ex ministro tedesco Joschka Fischer dal titolo “il ritorno della Germania cattiva”: “L’euro non può essere usato come strumento di rieducazione economica per il sud dell’Europa”. Dove si legge del rischio che “l’Europa tedesca” abbia la meglio sulla “Germania europea”.
Sul Corriere un contributo firmato dal segretario di Stato francese per gli Affari europei Harlem Désir e da Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega all’Europa: “Servono convergenze per rafforzare l’Unione europea”. “Oltre la finanza. La moneta unica non è solo mezzo di scambio, rappresenta l’ambizione di una identità condivisa. Agli ammortizzatori per la solidarietà bisogna affiancare motori per la crescita”.
Sul Giornale Fabrizio Ravoni dà conto del dibattito su euro ed Italia, citando la Bce: “‘La convergenza reale fra le economie dell’area dell’euro dopo l’introduzione della moneta unica è stata scarsa – riconosce la Bce – nonostante le aspettative iniziali di un’accelerazione del processo catalizzata dall’euro’. In questo quadro, ‘l’Italia, inizialmente un paese a più alto reddito, ha registrato i risultati peggiori e questo suggerisce una divergenza sostanziale rispetto al gruppo con redditi elevati’. Traduzione: nel 1999 registravamo un pil pro-capite da benestanti; oggi, siamo all’ultimo posto di Eurolandia”. “Nel suo equilibrismo lessicale, la Bce non accusa nessun governo che si è alternato nei 15 anni presi in esame”. Ravoni ricorda anche che “nemmeno ai tempi di Maastricht, aveva i requisiti per partecipare al progetto della Moneta unica. Raggiunti, con qualche sforzo, gli obbiettivi di inflazione e tassi d’interesse e conquistato con qualche artificio contabile l’obbiettivo di deficit, l’Italia non rispettava quello del debito (dovrebbe essere, secondo quel Trattato, pari al 60% del pil). Ma venne ammessa grazie alla famosa clausola negoziata da Guido Carli. Vale a dire, l’Italia si impegnò ridurre annualmente il livello di debito. Cosa che realmente avvenne grazie alle privatizzazioni, a parte qualche piccola divergenza di rotta, fino alla crisi del 2007”.

Hacker e terrorismo

“I sospetti jihadisti tra Brescia e Milano. Ecco le indagini bruciate dai pirati”. Il quotidiano dà conto delle dichiarazioni del capo della polizia Pansa, ieri al Copasir, chiamato in audizione sull’episodio di hackeraggio informatico ai danni della società Hacking Team. “L’arresto dei due stranieri residenti a Brescia e accusati di terrorismo è scattato il 22 luglio, prima che l’indagine fosse ‘svelata’. Le intercettazioni sui computer del tunisino Lassad Briki e del pachistano Muhammad Waqase – sospettati di voler colpire la base militare di Ghedi e compiere altre azioni in nome dell’Isis – erano infatti effettuate con le apparecchiature di ‘Hacking Team srl’, l’azienda milanese finita sotto attacco due settimane fa. E dunque si è deciso di far scattare i provvedimenti prima che fosse troppo tardi e dunque per scongiurare il rischio che potessero scoprire di essere ‘pedinati’ e fuggire. Altre inchieste, ‘alcune proprio sui fondamentalisti islamici, sono state invece bloccate quando è stato svelato su internet il “codice sorgente” del sistema utilizzato oppure hanno subito gravi danni'”, ha detto Pansa, confermando dunque “il danno pesantissimo provocato dall’intrusione dei ‘pirati’ nel sistema della società milanese. In realtà le conseguenze rischiano di essere ben più serie – con attacchi che in futuro potrebbero riguardare le reti elettriche e ferroviarie, ma anche possibili ricatti industriali portati avanti grazie ai dati ‘rubati’ -, però quanto emerso già dimostra quali interessi si muovano dietro l’azione, che non ha ancora un colpevole né un movente preciso”.

E poi

La Stampa, pagina 15: “Dai soldi alle scappatelle di Bill. Le spine nel fianco di Hillary”, “Un libro rilancia la storia della continua infedeltà dell’ex leader. E spuntano finanziamenti sospetti alla ‘Clinton Foundation”. Si fa riferimento al libro di Ronald Kessler “The first family detail”.
Sulla stessa pagina: “Una poltrona per 17 candidati. Trump leader tra i repubblicani”, sulla “battaglia tra i conservatori”, “Mai così tanti in lizza per la nomination. Il 6 agosto il mega dibattito in tv”.
La Repubblica dedica due intere pagine alla vicenda dell’artista e dissidente cinese Ai Weiwei: “Un visto ‘limitato’ per Ai Weiwei. Bufera a Londra per il dissidente”, “Solo venti giorni per l’artista cinese: ‘Si è voluta evitare la sua presenza durante la visita di Xi Jinping’”. E il ritratto di Giampaolo Visetti: “Da ‘icona rossa’ a oppositore, lo strano destino di una star globale”.
“Non è un colpo mortale ma il nuovo falso in bilancio esce ridimensionato dall sentenza della Corte di Cassazione che ha prosciolto da alcuni capi di imputazione l’ex sondaggista di Berlusconi Luigi Crespi”, scrive Il Sole 24 ore. Per la Corte “non costituiscono fattispecie penalmente rilevanti i falsi estimativi, quelli basati cioè su una valutazione, sull’attribuzione, sottolinea la Corte, di un dato numerico a una realtà sottostante”. Si tratta di una “diretta conseguenza” della nuova legge che “ha conferito rilevanza penale ai fatti materiali” ma ha “soppresso il riferimento alle valutazioni”, scrive il quotidiano. Nella “analisi” si sottolinea proprio questo aspetto: “La Corte rilancia l’attenzione ai fatti materiali”.

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