Pd garantista, Pd giustizialista

La Repubblica: “Niente arresto per Azzollini salvato dal Pd”, “Respinti i domiciliari per il senatore Ncd. Serracchiani: dobbiamo chiedere scusa”.
“Il voltafaccia dem nel nome di Alfano” è il titolo del commento di Stefano Folli su questa vicenda che ha segnato la giornata politica di ieri al Senato.
E “il retroscena” di Goffredo De Marchis: “Renzi benedice la libertà di coscienza”.
In prima una grande foto dell’incendio ieri alla pineta di Focene, che costeggia l’aeroporto di Fiumicino: “Il caos infinito di Fiumicino, rogo blocca i voli, ipotesi dolo”.
A questo è dedicato “lo scenario” di Carlo Bonini: “Tutti i veleni dell’aeroporto”.
A centro pagina, la situazione del Comune di Roma: “E il primo giorno Marino litiga con il neo-assessore”. Si tratta di Stefano Esposiito, neo-assessore comunale ai Trasporti: “Polemica sull’Atac, deleghe ridotte a Causi”.
Sulla colonna a destra: “L’ennesima morte del mullah Omar”, “Gli afghani annunciano la fine del capo talibano. ‘Questa volta è vera’”. Con un’analisi di Renzo Guolo.
A fondo pagina: “Non ce la fai a pagare le tasse? Il Comune ti offre il baratto”. E’ il “baratto amministrativo”, in applicazione dell’articolo 24 del decreto “Sblocca Italia”. Ne parla l’inserto R2.

La Stampa: “Caso Azzollini, il Pd lo salva ma si spacca”, “Il Senato evita i domiciliari al senatore Ncd”, “Serracchiani: scusiamoci. Lega e grillini all’attacco”.
Marcello Sorgi firma sul tema un commento dal titolo: “Un partito sempre più ingovernabile”.
Anche qui una grande foto del rogo di Fiumicino: “Fiumicino sotto il fuoco degli incendi e di Alitalia”, “La compagnia minaccia l’addio. E un rogo ferma i voli”.
Di spalla a destra: “’Il mullah Omar morto 2 anni fa’. Giallo sulla fine del leader taleban”, “Kabul, gli 007 confermano”.
E Maurizio Molinari, in un’analisi, scrive che “Ora l’Isis punta al monopolio del terrore”.

Il Corriere della sera: “Il Pd salva Azzollini e si spacca. Negato l’arresto, ribaltata la decisione della giunta”. “Serracchiani: chiediamo scusa. Guerini: no, abbiamo valutato le carte”. “Da giustizialisti a garantisti solo per interesse” è il titolo di un commento di Massimo Franco.
E poi: “Tensione sul rinnovo dei vertici Rai”.
In alto: “Un incendio doloso ferma Fiumicino. Renzi: intollerabile”.
In prima anche un richiamo ad una intervista ad Ignazio Marino: “‘Quelli del partito mi chiamavano per posti e cariche'”.
A fondo pagina la notizia della morte di Livia Danese, “una vita a fianco di Andreotti”. “Si erano sposati nel 1945”.

Il Sole 24 ore: “‘Italmobiliare pronta a investire in Italia’”. Si tratta di una intervista a Carlo Pesenti dopo la notizia di ieri della fusione di Italcementi con Heidelberg. “‘Dopo l’intesa con Heidelberg siamo i primi soci cementieri nel secondo gruppo mondiale'”. “Pesenti: vince l’industria, ora la società è più solida”.
Di spalla: “Fiumicino nel caos per incendio doloso. Renzi sente Alfano: fare chiarezza, questa situazione è intollerabile”.
Sotto: “Il Senato dice no all’arresto di Azzollini. Il Pd si spacca”.
A centro pagina: “Sanità, ecco i tagli delle Regioni. Con 385 milioni la Lombardia guida la classifica dei risparmi, seguita dal Lazio (222,5 milioni)”. “Proposta di Confindustria: incentivi fiscali ai Fondi integrativi”.
In prima anche un intervento di George Soros: “La Ue crei un’agenzia di asilo e migrazione. La crisi dei profughi e l’assenza di una azione comune”.

Il Giornale: “Alè, 590 mila euro ai traditori che salvano Renzi. Nasce Ala, il gruppo dei verdiniani: nato per blindare la maggioranza, già mette le mani sui fondi del Senato”. “Premier ostaggio di Alfano, il Pd salva Azzollini”.
Di spalla: “Fiumicino brucia, voli paralizzati. E Alitalia minaccia di andarsene”.
A centro pagina, con foto: “Bertinotti eredita una fortuna dal numero uno dei salotti chic”. “Mezzo milione dall’ex senatore D’Urso”.
Ancora in prima un articolo di Vittorio Feltri: “Sei anni di galera per aver sparato al ladro. E il ministro dimentica di dargli la grazia”. “Imprenditore bergamasco in cella da 10 mesi”. L’articolo è una lettera al ministro della giustizia Orlando.
Il Fatto: “Azzollini, il suicidio del Pd”, “Vergogna in Senato. Il ras di Ncd salvato dall’arresto per bancarotta”, “Il Pd si rimangia il voto in giunta e presta in aula almeno 60 senatori ad Alfano e FI per evitare le manette al potente ex capo della commissione Bilancio, coinvolto nel crac Divina Provvidenza. Baci e abbracci al miracolato, poi le lacrime di coccodrillo della Serracchiani: ‘Chiediamo scusa’”.
Sotto la testata: “Tfr, renzi incassa 48mila euro. Ma non aveva rinunciato?”, “A spese nostre”, “Il trucchetto dell’assunzione fittizia nella ditta paterna”, “Quando Il Fatto raccontò i contributi figurativi incamerati facendosi nominare dirigente dal padre prima di diventare presidente della Provincia di Firenze, il premier annunciò che si sarebbe dimesso. Ora si scopre che ha ritirato il denaro dei contribuenti. Per un caso identico, l’ex ministra Pd Josefa Idem è stata rinviata a giudizio per truffa”.
Ancora sulla politica, in “primo piano”: “Mattarella. Loggia deviata: le testimonianze e la replica”. E sulla nascita del gruppo parlamentare che fa riferimento al senatore Denis Verdini: “Soccorso blu”, “Verdini party: ecco i nuovi 10 Responsabili”.
Poi il richiamo ad un’intervista del quotidiano al segretario della Fiom-Cgil Maurizio Landini: “Una strategia reazionaria contro di noi”.
In prima pagina anche le notizie sul Mullah Omar: “Afghanistan, è morto di nuovo il mullah Omar”, “Il leader nemico dell’Is”, “Nel 2001 il gran capo dell”Emirato islamico d’Afghanistan’ si salvò con una rocambolesca fuga in moto. Da allora è stato dato per morto una mezza dozzina di volte, ma forse ora è scomparso davvero, stretto tra esercito regolare di Kabul e Isis”. A scriverne è Massimo Fini.

Azzollini

La Repubblica, pagina 2: “Azzollini, 189 no all’arresto, il Pd lo salva ma si spacca. La sinistra: ora chiarimento”, “Serracchiani: ‘Avrei votato sì’. Ma Guerini difende i no. Manconi: ‘Scelta saggia dell’aula’. Grillo attacca”. Sono 189, scrive il quotidiano, i senatori convinti che nell’inchiesta dei pm pugliesi sia riscontrabile un fumus persecutionis nei confronti dell’ex presidente Ncd della Commissione Bilancio. Hanno votato per l’arresto 96 senatori e 17 si sono astenuti. Ma al Senato è come votare no: “sul risultato ha pesato, e molto, la decisione del capogruppo del Pd Luigi Zanda di lasciare libertà di coscienza ai suoi senatori. E così, nel segreto dell’urna è stata ribaltata la decisione della Giunta per le immunità che, col voto favorevole dei dem, aveva presentato all’aula la proposta di mandare agli arresti Azzollini. Naturalmente il voto ha subito scatenato le solite accuse e controaccuse di avere approfittato del segreto, richiesto dal Ncd, per salvare un membro della casta”. Poi si dà conto delle accuse dei grillini e della minoranza Pd (Cuperlo: “Sul caso Azzollini ci siamo fatti del male e lo dico innanzitutto nell’interesse del Pd. Cosa è cambiato tra il voto dato in Giunta a quello dell’Aula per cambiare la nostra posizione?”). “Questa volta però -scrive il quotidiano- assumono posizioni diverse anche i due vicesegretari del Pd. Debora Serracchiani dice infatti: ‘Io avrei votato sì. Temo si sia persa un’occasione per dare un buon segnale di cambiamento’. Ma Lorenzo Guerini replica che ‘se anche alcuni senatori del Pd hanno deciso di votare contro l’arresto evidentemente è perché non hanno rilevato dalle carte ragioni sufficienti per dare il loro assenso’”. E il quotidiano intervista lo stesso Azzollini, che dice: “Pregiudizi sconfitti, ora il mio modello è un frate certosino”, “C’era chi diceva: tanto va solo ai domiciliari. Certo, i bagni di casa sono puliti. Ma la ferita alla dignità è uguale”. Domanda: l’ha salvata il Pd, temevano per la sorte del governo? “Lo escludo”, risponde Azzollini. Dai dem c’è stata una svolta garantista? Azzollini: “Il numero dei voti è frutto di un giudizio e non di un pregiudizio”. Di fianco, un’intervista al presidente del tribunale di Bari Vito Savino: “Ma noi giudici non lo abbiamo mai perseguitato”. Alle stesse pagine un “retroscena” di Goffredo de Marchis: “La linea bipartisan di Renzi: ‘Nessuno può impormi diktat, giusta la libertà di coscienza”, “I capo del governo ha voluto mandare un segnale anche ai magistrati”.
E a pagina 4 un’intervista al capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda, che dice: “Bufera prevista. Chiedere scusa? Invidio chi parla e ignora le carte”, “Sì, riscriverei la mail sulla libertà di coscienza. Non ne ho parlato con Renzi, era una scelta di natura parlamentare”, “Falsità dire che abbiamo ceduto al Ncd. Il Pd ha uno straordinario rispetto per i magistrati e non cambierà linea”.
A questa vicenda è dedicato il commento di Stefano Folli. La definisce, per quel che riguarda il Pd, “un pasticcio” (“cosa è accaduto nel giro di un mese?”, visto che poche settimane fa il partito in giunta aveva votato a favore dell’arresto?). “La spiegazione più ovvia -scrive Folli- ma anche la più logica, è che abbia prevalso il realismo politico. Il rapporto tra Renzi e il partito di Alfano è sempre più stretto e assomiglia ormai a un destino comune, a fronte di un centrodestra prigioniero di Salvini” e “non è forse un caso, fra l’altro, che il salvataggio di Azzollini si avvenuto nelle stesse ore in cui Denis Verdini annunciava la nascita del suo piccolo gruppo parlamentare pro-Renzi, in nome dei principi ‘centristi’ traditi dall’ultimo Berlusconi”.
Su La Stampa, alle pagine 4 e 5: “’Legge libri, non è volgare’. Così il Palazzo assolve Azzollini”, “Gli interventi in difesa del collega Ncd. E anche parte del Pd contro l’arresto”. E’ Ilario Di Maggio a dar conto degli interventi ieri nell’aula del Senato. Sulla stessa pagina, un’intervista allo stesso Azzollini: “Finalmente tra i dem vedo un approccio garantista”. E alla pagina seguente il “retroscena” di Fabio Martini: “Le due linee nel Pd. La tattica di Renzi per assorbire il colpo”, “Serracchiani: avrei votato per l’arresto, dobbiamo scusarci. Ma l’altro vice Guerini sostiene le ragioni degli innocentisti”. Secondo Martini Renzi si è dovuto “inventare un escamotage ad hoc” , facendo rivendicare le due linee contrapposte (quella di Serracchiani e quella di Guerini) con dichiarazioni alle agenzie che si sono succedute a distanza di poche ore. In questo modo la linea del suo disimpegno ha consentito almeno al premier di non entrare “in collisione con gli alleati del Ncd”, il partito di Azzollini che, a dispetto del cospicuo soccorso di parlamentari transfughi, “resta decisivo a Palazzo Madama”.
E Francesca Schianchi racconta “il caso”: “Ma Bersani attacca il segretario: ‘Toccava a lui dirci cosa fare’”, “Smarrimento nel partito per la mancanza di un’indicazione”.
A pagina 21 il commento di Marcello Sorgi, secondo cui il Pd, “con il suo comportamento, ha dato un’altra prova di esser diventato un partito ingovernabile, un agglomerato di gente che fa di testa sua”.
Su Il Fatto, pagina 4: “Il Pd salva Azzollini, il senatore Ncd che ha fatto favori a tutti”. E sulla stessa pagina ci si occupa del Pd, definito un “partito bifronte”: “Renzi fischietta, la Serracchiani si scusa”, “Mea culpa della vicesegretaria, Guerini difende il voto. Matteo scarica Zanda”.
Il Corriere della sera: “No all’arresto di Azzollini, duello nel Pd. Il senatore salvato da 189 voti con l’aiuto di molti dem grazie a scrutinio segreto e libertà di coscienza. Accuse da Lega e 5Stelle. Per Serracchiani servono le scuse. Ma Guerini: i colleghi hanno letto le carte”.
Azzollini dice al Messaggero che lo hanno chiamato “in tanti”, non Renzi ma Alfano e anche Berlusconi, che gli ha detto “sono contento per te e per il Senato che ha firmato una buona pagina politica”. “Non direi proprio che sia esistito un collegamento tra la mia vicenda e la tenuta dell’esecutivo”, dice.
Il Giornale: “Renzi ostaggio di Alfano. Il Pd salva Azzollini e poi si vergogna in aula. I democrat evitano l’arresto del senatore Ap per scongiurare scossoni nella maggioranza. Serracchiani: ‘Scusiamoci’. Ira di M5S e Lega”. Il quotidiano ricorda che il voto d’aula “ribalta il verdetto pro-arresto della Giunta per le immunità del Senato”. Si ricorda anche che “a caldo, il presidente Matteo Orfini aveva definito ‘inevitabile’ il sì all’arresto da parte del Pd. Ma era stato prontamente frenato da Palazzo Chig, dove si registravano sia preccupazione per la tenuta della maggioranza (Ncd era entrata in subbuglio) che dubbi sulla fondatezza delle accuse”. Si legge anche che le parole di Serracchiani hanno “non poco irritato il capogruppo dei senatori Pd Zanda”. Inoltre si aggiunge che “se il Pd avesse scelto ufficialmente la linea del sì alle manette, c’era ormai la certezza di vederla poi smentita dal voto d’aula, a scrutinio segreto. Meglio dunque rimettersi al ‘libero coinvincimento’ dei singoli.
Il “retroscena” di Maria Teresa Meli sul Corriere: “Renzi respinge i sospetti: una linea del partito non l’abbiamo indicata”. “Il leader ai suoi: non c’entrano le pressioni del Nuovo Centrodestra di cui qualcuno parla”. Si legge che in una riunione dell’ufficio di presidenza Pd al Senato qualche giorno fa “nessuno aveva manifestato la propria contrarietà a risolvere la questione dando la libertà di voto”, che Zanda temeva un po’ “l’impatto mediatico” ma che non si poteva fare altrimenti “dal momento che molti Democrats non solo di maggioranza in questi giorni avevano parlato con Zanda per spiegargli che la richiesta nei confronti di Antonio Azzollini secondo loro non aveva grande fondamento”.
Secondo il “retroscena” del Messaggero quando “la vice segretaria Deborah Serracchiani se n’è uscita più o meno a sorpresa con quel ‘abbiamo sbagliato, dobbiamo chiedere scusa, io avrei votato sì all’arresto’ più d’uno ha allargato le braccia, tanto hanno avuto la netta sensazione di un classico gioco delle parti alla maniera craxiana, “Martelli ci copre a sinistra e Cicchitto a destra’”.

Ala, Verdini
Su La Repubblica: “Verdini ora fa il centrista. ‘Ok al Senato così com’è ma non entriamo nel Pd’”, “Varato il nuovo gruppo ‘Ala’. Tra i dieci anche alcuni ex cosentiniani. Toni soft con Berlusconi: ‘Lo strappo fa male, non ci capivamo più’”.
E sulla stessa pagina, in un’intervista, il capogruppo di Forza Italia al Senato Paolo Romani dice: “Denis diventerà la stampella della sinistra”, “L’operazione è fallita, pensava di portare via 20 persone. La debolezza della sua proposta ne ha convinte 10, solo 2 da Forza Italia”.
Su La Stampa, con foto di Denis Verdini: “’Silvio ti adoro ma oggi è Renzi il leader più attrattivo’”, “Verdini battezza il suo movimento. ‘Ma non andiamo in maggioranza’”.
Su Il Fatto: “Nuovi tipi renziani: Verdini, Lombardo e cosentiniani”, “L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi guida la pattuglia dei senatori che farà da stampella al governo Renzi. Ecco chi si è messo in casa Matteo”. Di Fabrizio D’Esposito.
Sul Corriere: “Il debutto dei verdiniani: ‘Ala’ per le riforme fuoi dalla maggioranza. Il nuovo gruppo nasce con dieci senatori, silenzio da Fi. L’ex braccio destro di Berlusconi: un divorzio che fa male”. Si racconta anche della conferenza stampa di ieri, quando Verdini “infastidito” non ha risposto “se non smentendo una sua cena con Luca Lotti definendola ‘fantasia’” ad un giornalista dell’Huffington Post che gli chiedeva se “non provocherà più problemi che aiuto a Renzi avere dalla sua parte una pattuglia di parlamentari che sono o sotto processo, o cosentiniani o lombardiani. E’ allora Vincenzo D’Anna, seduto accanto a lui, a sbottare violentemente dando del ‘disonesto’ e ‘anche un po’ stronzo comunista’ al cronista, chiudedo così in modo infelice la conferenza stampa”.

Roma

Ignazio Marino viene intervistato da Sergio Rizzo sul Corriere. Una intera pagina, sotto il titolo: “‘Qui ho trovato un partito marcio. Il premier mi ha dato fiducia’”. Dice che due anni fa “non pensavo certo di essere arrivato a governare Stoccolma ma neppure di avere un Pd marcio contro di me e la criminalità infiltrata nella dirigenza”. Marino dice di credere nei partiti “ma qui, come dice lei e sostiene anche Fabrizio Barca, erano comitati elettorali e di affari”. “Erano?”, chiede Rizzo: “Dopo l’arrivo di Matteo Orfini si respira aria fresca. Prima di lui con certi esponenti del Pd si poteva parlare solo di posti e cariche. Ora invece discutiamo di progetti, di buche stradali, di piani industriali per Ama, Atac…”. L’ultima parte dell’intervista è sul Giubileo: “Ci sono ritardi oggettivi. Ma a questa fiducia che il presidente del Consiglio ha voluto accordare alla mia amministrazione si aggiunge la notizia che martedì 4 agosto a Palazzo Chigi si sbloccherà tutto”, dice Marino. “Magari con un commissario governativo”, dice Rizzo. “Non ho notizie di questo genere, ma ritengo fondamentale che ci sia un forte coinvolgimento del prefetto. Questo è il primo Giubileo dopo l’11 settembre 2001 e nell’epoca dell’Isis. Tutte le indicazioni che abbiamo dai servizi segreti americani, come mi hanno confermato i sindaci statunitensi con i quali ho parlato recentemente, parlano di rischi concreti di atti terroristici per l’Italia e Roma. E io non ho la possibilità di difendere la capitale dal terrorismo con la polizia locale”.
Sul Messaggero: “Giubileo, slitta la nomina. E Marino riparte in salita”. “Il governo designerà Gabrielli coordinatore dopo la relazione di Alfano su Mafia Capitale”. “Il sindaco: ‘In due anni ho spalato la melma, ora si riparte’. Patto con Cantone sugli appalti”. La relazione di Alfano ci sarà non prima del 7 agosto, si legge nell’articolo. Quanto al “patto con Cantone”, si tratta di un protocollo di intesa sugli appalti firmato dal Comune con l’Anac, in nase al quale l’Autorità sorveglirà alcuni appalti nei “settori più aggrediti da Mafia Capitale: ambiente, sociale, lavori pubblici”. “L’accordo ha lo sguardo proiettato verso il Giubileo: le sei gare più importanti saranno monitorate dallo staff di Cantone”.

Fiumicino

Su La Stampa, pagina 2: “Incendio doloso blocca Fiumicino. Piste chiuse, caso in tutta Italia”, “le fiamme divampate da tre focolai simultanei in una pineta: un’ora e mezza di stop. La Procura di Civitavecchia apre un’inchiesta. Il sindaco: ‘Penso a un piromane’”. E a pagina 3: “Alitalia contro Adr: ‘Investite sullo scalo o ce ne andiamo’”, “L’ad Cassano chiede 80 milioni per il rogo di maggio. La società di gestione: c’è un piano da 11 miliardi”. E, più in basso, un articolo di Beniamino Pagliaro: “Dietro la polemica della compagnia l’insofferenza per lo sbarco dei low cost”, “L’anno scorso Ryanair è diventata prima in Italia per passeggeri”.
Su La Repubblica: “’Rogo doloso in pineta. Fiumicino va in tilt. Renzi: caos intollerabile”, “Piste invase dal fumo e voli in ritardo. Indagano i pm. E Alitalia minaccia: senza investimenti andiamo via”.
E l’inchiesta, con un articolo di Federica Angeli: “La Forestale: tre focolai appiccati da più mani. Il giallo del movente”, “Parte dell’area bruciata è protetta: va quindi escluso l’obiettivo della speculazione edilizia”. Tra le ipotesi, c’è quella del sabotaggio. Ma di fianco, in un’intervista, il presidente dell’Enac Vito Riggio, dice: “Non credo all’ipotesi di un sabotaggio ma serve più vigilanza”, “per colpire lo scalo bisognava essere così bravi da riuscire a prevedere la direzione del vento”. A pagina 9, un lungo articolo di Corrado Zunino: “Scioperi, incendi e ritardi nei voli, l’estate nera dell’aeroporto”. E’ infatti il quarto blocco in tre mesi per lo scalo romano, che ha vissuto “una catena di eventi infausti che rischia di dirottare altrove compagnie e ricchezza e risvegliare la rivalità con Malpensa”. “Tutti i veleni dell’aeroporto” è invece il titolo di un commento di Carlo Bonini, dove si accenna al fatto che ieri, tra i possibili moventi di un incendio doloso, alcune ipotesi si connettevano all’intreccio criminale che ha governato Ostia e Fiumicino, tanto più che ieri è stato arrestato Mauro Balini, “signore e padrone non solo del porto turistico di Ostia, ma perno dei suoi equilibri politico-affaristico-criminali. Una coincidenza, probabilmente. E tuttavia di forte suggestione”.
Sul Messaggero si legge della inchiesta aperta con il reato di incendio. “‘E’ stata un’operazione mirata’. C’è anche la pista dei forestali”. “Il fatto che l’incendio si presentava con tre diversi focolai farebbe pensare all’orgine dolose”. Ci si chiede “se ci siano collegamenti possibili con le proteste che sono seguite alla distruzione del Terminal 3 dell’aeroporto”.
Sotto si parla della insoddisfazione di Alitalia per Fiumicino, “infrastruttura non ancora adeguata a fungere da hub di Alitalia” secondo quando avrebbe detto l’amministratore delegato Cassano, che “fa capire che la compagnia chiederà 80 milioni di danni all’Adr (Aeroporti di Roma ndr) proprio in conseguenza dell’incendio al Molo 3”. Una cifra molto alta, di molto superiore alla stima della compagnia Generali per la quale il danno raggiunge la cifra di 20 milioni. “Da Adr trapela molta sorpresa per l’attacco sferrato da Cassano”, si legge sul Messaggero. Il nervosismo sarebbe “legato ai conti della compagnia che non sarebbero in linea con il piano messo a punto insieme agli arabi. Rumor che però Alitalia smentisce con decisione”.

Italcementi

Sul Sole una lunga intervista a Carlo Pesenti, amministratore delegato di Italmobiliare che spiega la cessione di Italcementi e la fusione con Heidelberg. “Non dimentichiamo che se Italcementi è italiana, italiana è anche Italmobiliare, che nella transazione diventa primo socio industriale cementiere del secodno gruppo al mondo e incassa molta liquidità”. Spiega che la radice della operazione è “puramente industriale”, che qualche mese fa “non avevamo alcuna intenzione di vendere” ma “in primavera abbiamo iniziato a parlare con il gruppo tedesco che fattura 13 miliardi di euro e ha una capitalizzazione di 14 miliardi di euro”, e le due realtà si sono dimostrate “compatibili e complementari”. Dice che non c’è stato bisogno di avere rassicurazioni sulla occupazione in Italia, “l’Italia ha già un preciso equilibrio e una sua definita efficienza”. Ricorda che l’Italia vale il 15 per cento del mercato sui ricavi di Italcementi. “Noi non ci dimettiamo da imprenditori. Tutt’altro. Continueremo ad esserlo. Con le attività che abbiamo. E con quelle in cui decideremo in futuro di investire. Con la passione e l’energia che duano da 150 anni”.

Rai
Sul Corriere: “Nomine Rai con la Gasparri. Sulla riforma è lite”. “Il Tesoro avvia il rinnovo del Cda con le vecchie regole, l’ira di M5S. Romani (FI): ammettano il fallimento e rinviino”. Il quotidiano spiega che ieri il ministro dell’Economia ha scritto al presidente della Commissione di Vigilanza, il M5S Fico, invitandolo a predisporre la designazione dei nuovi consiglieri del board Rai con le regole in vigore, quelle previste dalla legge Gasparri, senza attendere l’approvazione del disegno di legge di riforma della governance Rai in discussione in Parlamento. Un emendamento del governo prevede che il direttore generale in carica potrà contare su poteri e margini nuovi, quelli previsti dalla norma ancora non approvata. Il quotidiano ricorda che l’attuale Cda Rai è scaduto il 27 maggio.
Il Messaggero: “Rai, il blitz del governo: subito il nuovo Cda”. “Le comunicazioni di Padona per lettera alla Vigilanza: proedere al rinnovo delle nomine con la leggeGasparri”. “Fico dà l’ok, la commissione dovrebbe votare entro dieci giorni. Ma Fi minaccia: così sulla riforma del Senato sarà ostruzionismo”. Si legge sul quotidiano che sarebbe “vicina” l’intesa tra Pd e Forza Italia. L’ostruzionismo annunciato sarebbe “solo una scenata” secondo i parlamentari Dem, perché “con la Gasparri tutti i partiti passeranno all’incasso, compresi i pentastellati che potranno avere un proprio membro”. Quattro posti dovrebbero toccare al Pd, due nomine spettano al ministero dell’Economia, “le altre forze si divideranno il resto”. Nel totonomine: Antonio Campo dall’Orto potrebbe prendere il posto di Luigi Gubitosi, ma circola anche il nome di Marinella Soldi. Per il Cda si parla di Marcello Sorgi, Ferruccio de Bortoli, Bianca Berlinguer, Domenico de Masi, Irene Tinagli.
Sul Manifesto un commento di Vincenzo Vita: “La rivoluzione Rai di Matteo Gasparri”. “Padoan chiede i nomi per il Cda con la legge del Cav”.

Calais

Sul Corriere un “reportage” di Sara Gandolfi dalla “giungla”, come chiamano in Francia l’accampamento di tende alla periferia di Calais. Era un’area giochi per bambini, ci vivono tra le 3 e le 5 mila persone, quasi tutti i migranti sono già passati per l’Italia, tappa di un viaggio con una meta diversa. Spesso l’Inghilterra, come dice il pachistano Sohail, partito tre anni fa da Peshawar: “Non voglio sprecare il mio tempo qui. A Birmingham o a Londra ho amici e parenti che mi aspettano, ci sono comunità che parlano la mia lingua e posso cucinare in qualsiasi ristorante”. I modi per entrare nel Regno Unito sono diversi: “nelle scorse settimane, approfittando dello sciopero dei traghettatori che ha aggiunto caos al caos, l’obiettivo erano i camion fermi al porto prima dell’imbarco. Nelle ultime notti però i migranti si sono spostati in massa verso il terminal degli shuttle Eurotunnel, a Coquelles. Scavalcano la barriera o si infilano nei buchi della rete, lungo un perimetro di 23 chilometri, e poi tentano di issarsi sulle navette che trasportano gli automezzi a Dover in Inghilterra in appena 35 minuti. Spesso sono già in movimento, a 30-50 chilometri l’ora, e ogni nottequalcuno si fa male. Ieri mattina all’alba le autorità hanno calcolato 2200 tentativi di incursione”.
Anche sul Sole un reportage dalla “‘no man’s land’ di Calais”, “migliaia di clandestini dormono a cielo aperto pronti a raggiungere Dover”.
Ieri un sudanese ha perso la vita schiacciato da un camion, come scrive anche Il Manifesto, che ricorda come anche a giugno scorso “una decina di migranti è morta in vario modo, sempre nel tentativo di lasciare Calais”. Il presidente e Ad di Eurotunnell dice: “Non siamo di fronte ad un passeggero che non paga il biglietto. Ma ad invasioni sistematiche, massicce, forse organizzate, a vocazione mediatica visto che, in fin dei conti, nessuno resce a passare attraverso il tunnel sotto la Manica”.
Per tornare al Sole si legge che “si parla di un centinaio dall’inizio dell’anno” che sarebbero riusciti a raggiungere l’altra sponda della Manica. “Controllare efficacemente gli ingressi al terminal è impresa quasi impossibile, visto che si tratta di un’area immensa: 650 ettari e un perimetro di 28 chilometri”, con il governo e la società Eurotunnel che “si accusano reciprocamente”.
Ancora sul Sole: “L’Europa deve creare l’Agenzia unica di asilo”. Si tratta di un intervento di George Soros che elenca come “davanti all’attuale crisi di profughi l’Ue non sia riuscita a muove una azione comune, così i singoli Paesi hanno dovuo prendere in mano la situazione”. “L’Europa deve fare il possibile affinché i profughi possano chiedere asilo in sicurezza. Ciò non significa offrire protezione a chiunque ne abbia bisogno, ma chi è assmesso in Europa non dovrebbe essere costretto a rischiare la vita. Tradotto in pratica, questo vorrebbe dire dare la possibilità di chiedere l’asilo all’ester. Migliaia di profughi siriani con qualifiche ricercate in Euopa – dottori, infermieri, operai edili – languono senza una occupazione nei campi libanesi o giordani; l’Ue potrebbe dare loro la possibilità di chiedere un permesso di lavoro”. Bisognerebbe anche che l’Europa evitasse “lo spreco e la ridondanza di 28 sistemi paralleli, istituendo, per esempio, un’unica agenzia di asilo e migrazione che vagli le richieste per tutta l’Unione”.

Grecia
Dal Sole 24 ore: “‘Dopo la Grecia serve un’Unione fiscale’. Padoan alla Camera: nessun pericolo di contagio ma ora condividere i rischi e mutualizzare le risorse'”. Si parla della informativa del ministro dell’Economia ieri alla Camera, in cui Padoan ha invocato “soluzioni in tempi rapidi per rafforzare la resilienza dell’area euro”. Padoan ha fatto riferimento al “Rapporto dei cinque presidenti” appena consegnato alla Commissione che “offre spunti per il processo di rafforzamento istituzionale e strutturale che vanno sviluppati”. “L’Unione monetaria deve essere affiancata da una Unione bancaria, in buiona parte completata, e da una autentica Unione economica e fiscale, dove al rispetto edelle regole si accompagni una altrettanto necessaria condivisione del rischio, necessaria e sostenuta da una adeguata mutualizzazione delle risorse”. La “parola chiave” che oggi il quotidiano di Confindustria offre è “eurotassa”, dopo il rapporto della Commissione sul funzionamento delle risorse proprie dell’Unione che ha avanzato varie proposte di “eurotassa”, che diventeranno qualcosa di concreto nel 2016.
Sul Corriere si cita una intervista radiofonica di Alexis Tsipras che ieri ha detto che è l’ultima persona a volere le elezioni “se avessi la garanzia di una maggioranza parlamentare per riuscire ad arrivare alla fine dei quattro anni di mandato”, ma “se non avrò la maggioranza sarò costretto ad andare ad elezioni”. Oggi si riunirà il comitato centrale di Syriza per “cercare di trovare una soluzione alla divisione”. Tsipras ha da tempo proposto un congresso straordinario da fare a settembre. Se le cose non si risolveranno in autunno la Grecia potrebbe tornare al voto. La Bce ha deciso intanto di mantenere invariata la liquidità di emergenza (Ela) per le banche greche a 90,4 miliardi.
Sul Manifesto si cita un altro passaggio della intervista a Tsipras: “Il modello Syriza non è fatto per governare”, avrebbe detto, nel senso che “quel modello pluralista e polifonico è finito”, “Syriza non si è mai trasformata in un partito unitario e la responsabilità è solo mia”. Dimitri Deliolanes, autore dell’articolo, scrive che non si può dare torto a Tsipras: “Dai comodi scranni dell’opposizione è facile distruggere l’oligarchia, sgominare il liberismo in Europa e far trionfare la giustizia sociale. Quando sei al governo devi invece negoziare, raggiungere compromessi pur di ottenere quel che ritieni più importante: la salvezza del Paese e della popolazione a ogni costo. No, Syriza non è fatto per governare. E’ rimasto in gran parte il partito del 4 per cento, generoso nel promuovere mobilitazioni ma imbarazzato nell’affrontare le complesse questioni che inevitabilmente pone la gestione del potere”.

Internazionale

Su La Repubblica, alle pagine 14 e 15: “’Il Mullah Omar è morto’. Giallo sul leader dei Taliban. Gli Usa: ‘Notizia credibile’”, “Il governo di Kabul: ‘E’ deceduto nel 2013 in Pakistan per una tubercolosi’. Ma i vertici dei guerriglieri non confermano”. Il quotidiano intervista Mohsin Hamid, scrittore anglo-pakistano autore de “Il fondamentalista riluttante”, che descrive così il Mullah Omar: “Un eroe per la propaganda, un feroce killer nella realtà, ma la malattia ne sfata il mito”. Si legge che è stato vittima di se stesso, perché lo ha ucciso una delle patologie che sono tornate a essere virulente perché la sua organizzazione impedisce le vaccinazioni. E il suo gruppo, dice Hamid, è diviso: “una parte vuole la pace col governo e probabilmente ha usato il nome del capo per convincere altri a sostenere gli sforzi”.
Sulla stessa pagina, un’analisi di Renzo Guolo: “Ora i mujaheddin guardano all’Is”, “Non è casuale che le voci della scomparsa circolino alla vigilia delle trattative con l’esecutivo”, “Si rafforza chi nel movimento chiede un leader ostile a ogni compromesso”.
La Stampa: “Il governo di Kabul conferma: ‘Il mullah Omar è morto nel 2013’”, “Il capo taleban era in un ospedale di Karachi. Da anni c’erano voci sulla sua scomparsa. Nel 2001 era scappato in Pakistan per sfuggire ai raid Usa. L’ultimo messaggio nel 2006”. Il “ritratto” è tracciato da Mimmo Candito: “La Primula verde che fermò i russi e si fece beffe della Cia di Bush”, “Trasformò il Paese in un Emirato islamico e si alleò con Bin Laden”.
Alla pagina seguente un’intervista con Ahmed Rashid, grande esperto dei Taliban, analista pakistano: “Ha tenuto insieme i vari clan. Ora ci sarà un altro caos”, “A suo modo è stato un elemento di stabilità”.
Sulla stessa pagina un “retroscena” di Maurizio Molinari: “Così l’Isis si è infiltrato in Afghanistan per diventare il leader globale del terrore”, “I jihadisti puntano al dominio della regione e mettono l’India nel mirino”.
Anche Franco Venturini sul Corriere ricorda che tra oggi e domani in Pakistan è previsto un incontro nell’ambio delle trattative di pace con i talebani. Un incontro che “non è il primo del suo genere, ma dovrebbe segnare – se si terrà – l’apertura di una trattativa vera e propria con richieste reciproche e dichiarazioni d’intenti. Agli uomini di Ghani viene addirittura prestata l’intenzione di proporre una tregua d’armi. Nessuno prima era riuscito a spingersi tanto avanti, né gli americani che pure hanno avuto ripetuti contatti con i talebani né tantomeno l’ex presidente Karzai considerato una semplice marionetta di Washington (anche se i suoi rapporti con gli Usa erano in realtà assai peggiori di quelli del suo successore)”. Usa, insieme a Cina e Qatar, sono favorevoli al negoziato. “Ma la morte a scoppio ritardato del mullah Omar, vale a dire della bandiera unitaria dei talebani, può significare una cosa soltanto: che le divisioni interne al movimento rappresentano un ostacolo sempre più arduo da superare, che l’azione di reclutamento svolta dall’Isis sta progredendo, in definitiva che i tempi sono poco maturi per il conseguimento di reali progressi. Il tutto nel mezzo delle consuete cortine fumogene che in Afghanistan come in Pakistan nascondono sempre complicità incrociate e inconfessabili”. Venturini scrive anche che il Mullah Omar era annoverato tra i “pragmatici”, taleban consapevoli di “non poter tornare all’egemonia di cui disponevano fino al 2001”, impegnati nel trattare il ritiro dei militari stranieri (gli americani in Afghanistan sono ancora 10 mila). “Far presente in un momento chiave che egli non è più tra noi comporta la scelta di una nuova leadership talebana, e può giocare sia contro che a favore dei trattativisti”.
Sul Giornale: “Morto il mullah Omar, killer di italiani. La sua guerra all’Occidente è costata la vita a 54 connazionali in Afghanistan. Per Kabul la fine sarebbe avvenuta in un ospedale di Karachi, in Pakistan. Ma è il terzo annuncio in cinque anni”. Fausto Biloslavo dà conto anche delle dichiarazioni del governo afghano, che ieri ha detto di ritenere “che ora ci sia più spazio di prima per i colloqui di pace e quindi chiedea tutti i gruppi dell’opposizione armata di cogliere l’occasione di unirsi al processo di pace”. A smentire la morte di Omar un portavoce dei taleban, intervistato da Voice of America. Biloslavo ricorda che la riapertura delle trattative, rilanciata dai talebani, risale al 15 luglio con un “comunicato attribuito ad Omar il fantasma”, in cui si scagliava anche contro i talebani passati nelle fila dell’Isis.
Sul Sole Alberto Negri descrive il mullah come “il comandante di ventura medievale oscurato dall’Isis”, “affratellato a Osama Bin Laden da legami matrimoniali aveva abolito ogni modernità nella gestione del potere”.
Sul Manifesto Emanuele Giordana e Giuliano Battiston: “Perché questo annuncio è contro il processo di pace”. “In gioco le ‘anime’ dei barbuti ma anche il ruolo del governo Ghani e di Islamabad”.
Sul Sole 24 ore Gianandrea Gaiani si sofferma sulla guerra all’Isis vista dall’Iraq e sul ruolo “crescente” dell’Italia, che schiera 500 militari tra Baghdad, Erbil e il Kuwait. “Poco più di 200 costituiscono il contingente dell’aeronautica basato in tre aeroporti kuwaitiani, con 4 bombardieri Tornado privi di armamento e impiegati solo come ricognitori, due droni Predator e un’aerocisterna KC767A”. A Baghdad ci sono una cinquantina di conglieri militari, ad Erbil circa 200 istruttori. La missione in Iraq costa 135 milioni per i primi nove mesi dell’anno, contro i 126 di quella in Afghanistan e i 120 di quella in Libano
Sul Giornale una intervista all’ambasciatore turco in Italia Aydin Adnan Sezgin: “‘Noi turchi non siamo ambigui. Combattiamo l’Isis da sempre'”. “‘Basta con la disinformazione. Il Califfato è un mostro, vogliamo cacciarlo dai nostri confini'”. L’ambasciatore ricorda che il suo Paese ha 1300 chilometri di confine con Iraq e Siria, 910 solo con quest’ultima: “è evidente la difficoltà di controllarli tutti. Mi sembra una critica ingiusta”. Alla domanda se tema di più il Califfato o il Grande Kurdistan risponde che “il Pkk alle elezioni del 7 giugno ha compiuto 300 attacchi terrroristici””, “non potevano non reagire per difedere la nostra sicurezza”. Ma anche “Daesh è un mostro”, “siamo contro tutti i terroristi, nessuna gerarchia”. Ricorda anche che Ankara condivide l’accordo con l’Iran, “dal 2010 noi, con il Brasile di Lula, abbiamo iniziato a lavorare perchè si realizzasse”, “nessuno è più felice di noi che l’Iran torni sullo scenario internazionale”.

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