Obama a Cuba: è il primo presidente Usa dopo 88 anni.

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Il Corriere della Sera apre con l’incidente in Spagna: “La morte delle studentesse Ersamus”, “Incidente in pullman: 13 vittime tra le ragazze in gita. La Farnesina: almeno 7 sono italiane”, “A bordo c’erano giovani di 22 nazionalità. Forse un colpo di sonno dell’autista. Renzi: ‘Ho il cuore spezzato’”.

Più in basso, foto dell’arrivo di Obama e Michelle a Cuba: “Obama, un atterraggio storico”.

Di fianco: “Migranti, fermato il piano, ‘Più tempo per i rimpatri’”, “Atene: non siamo pronti. Il Papa: responsabilità”.

L’editoriale è firmato dall’ex direttore Ferruccio De Bortoli: “Aspiranti sindaci”, “Un patto civico nei comuni”.

In prima anche un articolo di Sergio Rizzo su “le case del Campidoglio”: “Affitti a Roma, l’85% non paga”.

A fondo pagina: “Nuovo Csm: più donne e senza correnti”, “La proposta di riforma. Escluso per un mandato chi ha avuto incarichi politici”, di Giovanni Bianconi.

Infine, un intervento di Mika: “Lettera d’amore sull’adolescenza”, “Un film contro il bullismo”.

La Repubblica, con foto dell’arrivo a Cuba del presidente Usa: “Obama, abbraccio a Cuba, ‘Qui con voi per la storia’”, “Primo presidente Usa sull’isola dopo 88 anni”.

Con un reportage dell’ex direttore Ezio Mauro: “Il sogno di libertà delle dame bianche”.

E la corrispondenza di Federico Rampini: “Il disgelo nel nome del business”.

Di spalla a destra: “Spagna, strage dell’Erasmus, ‘Sette italiane’”, “Bus fuori strada dopo una festa. Tredici le studentesse morte”.

A centro pagina: “Mediaset, il piano Bolloreé-Berlusconi”, “La francese Vivendi pronta a uno scambio di azioni”.

Le “mappe” di Ilvo Diamanti: “Il referendum antipolitico” (sul referendum confermativo della riforma costituzionale).

A fondo pagina, il caso “Ferrovie Sud Est” con un intervento di Nicola Lagioia: “le consulenze d’oro sul mio treno del Sud”, “Bari, in 10 anni spesi 272 milioni”.

La Stampa: “La strage delle studentesse”, “Spagna, tragedia sul pullman dei ragazzi Ersamus: forse 7 italiane fra le 13 vittime”, “Finisce fuori strada uno dei bus che riportava gli universitari a Barcellona dopo una festa a Valencia: a bordo giovani di 14 Paesi”.

A questo tema è dedicato un commento di Federico Taddia: “I rischi dei cittadini del mondo”.

A centro pagina: “Boschi, mozione di sfiducia”, “Banca Etruria, indagato il padre del ministro. 5 Stelle e Lega all’attacco”.

Di spalla a destra: “Obama a Cuba. ‘Come va qui?’. Castro arresta gli oppositori”.

Con un commento di Stefano Stefanini sulle scelte di politica estera di Obama: “Il rush finale della Casa Bianca”.

Il Fatto: “La rete occulta di ‘007’ di Carrai: fondi esteri, spioni e faccendieri”, “Dal Lussemburgo con furore. Inchiesta esclusiva sul fedelissimo di Renzi”.

La storia di copertina: “Operazione Fisco Pulito: così si vendono i giudici”, “Auto, soldi, favori: una serie di inchieste, da Nord a Sud, da Milano alla Sicilia, svela il malaffare di alcuni magistrati tributari pronti ad addomesticare sentenze per gli inquisiti. La rete della corruzione”.

A centro pagina, con foto di Pierluigi Boschi: “Da banca a bancarotta: papà Boschi è indagato”, “Crac Etruria. Adesso la notizia è ufficiale”.

Sotto la testata: “Si schianta l’autobus degli studenti: ‘Morte sette ragazze italiane’”. E di fianco, l’intervista ad Alessandro Di Battista, M5S: “’Prendiamo Roma e Torino: poi nel 2017 faremo i conti col Pd’”.

In basso anche la visita di Obama a Cuba: “Cuba urla ‘Que viva Obama’. Ma col dubbio”. Ne scrive Diego Lopez da L’Avana.

In prima anche il richiamo all’analisi di Furio Colombo sulle elezioni Usa sulle parole e gli slogan delle campagne elettorali: “La parola giusta per vincere a Washington”.

Sul settantesimo anniversario del voto alle donne, le polemiche sulla gravidanza della Meloni e le accuse della Bedori, intervista a Luciana Castellina: “’Madri e politica, quante idiozie berlusconiane’”.

Il Giornale apre con l’incidente in Spagna: “La strage delle ragazze italiane”, “Erano studentesse Erasmus in gita, tornavano a Barcellona in pullman. La Farnesina: fino a 7 vittime connazionali. Lo schianto colpa dell’autista”.

Più in basso, sotto il titolo “Le paure dell’Europa”: “Immigrazione, Bruxelles non fa i conti con la Grecia. L’accordo con la Turchia è partito già fallito” (di Francesco De Palo) e “Terrorismo, un arsenale nel covo di Salah: pianificava attentati con una nuova cellula” (di Luigi Guelpa).

In apertura a sinistra il crac di Banca Etruria: “Terremoto al governo. Il padre della Boschi indagato per bancarotta. Un verbale lo inchioda”, di Paolo Bracalini.

E al tema è dedicato anche il commento di Francesco Forte: “La prova delle truffa”, “Risparmiatori truffati”.

A fondo pagina: “Come difendersi dalle trappole della bolletta”, “Rincari nascosti nei contratti telefonici e nuove tariffe in arrivo per il gas”, di Angelo Allegri.

Obama a Cuba

Su La Repubblica alla visita di Obama sono dedicate le pagine 2, 3 e 4. A pagina 2 il reportage dell’ex direttore Ezio Mauro: “nel lungo negoziato preparatorio della visita”, Obama “ha preteso di poter parlare in pubblico, di andare da solo nella cattedrale, di incontrare oltre a Raùl anche un gruppo di esponenti della società civile, tra cui i primi cuentapropistas, i piccolissimi imprenditori che si sono messi in proprio, speranza più che embrione di mercato nell’isola dove resistono testardi i piani quinquennali. ‘Il mio viaggio, un’occasione storica per entrare in contatto con la gente di Cuba’, ha detto appena sbarcato”. L’ultimo presidente americano a visitare l’isola, Calvin Coolodge, sbarcò in nave all’Avana da Key West nel 1928, quando gli Usa esercitavano un pesante protettorato sugli affari cubani, economia compresa, e si impadronirono per sempre della base di Guanatanamo. “Si dice all’Avana -scrive ancora Mauro- che ci sia il divieto per i cubani di sventolare bandiere americane al passaggio del presidente Usa ma si capirà soltanto oggi, alla prova dei fatti, visto che persino gli esuli cubani a Miami, contrari alla visita perché rischia di allungare la vita alla dittatura, ammettono che Obama oggi è la figura più popolare a Cuba, più del Papa e certo più di Lenin”.

A pagina 4 Federico Rampini, inviato a L’Avana, suggerisce attenzione per tre imprenditori che saranno mescolati alla folla: Andres Fanjul, Carlos Gutierrez e Carlos Saladrigas. Sono arrivati apposta da Miami e sono esponenti di tre famiglie importanti della diaspora cubana in Florida: fortune capitalistiche legate al business dello zucchero, all’agroindustria, alla finanza e all’immobiliare. Tre esponenti protagonisti di una “clamorosa conversione”: da anti-castristi a lobby pro-Cuba, hanno offerto una sponda preziosa a Obama e senza di loro il disgelo non sarebbe stato così rapido. Quattro giorni prima di partire Obama ha radunato alla Casa Bianca un folto gruppo di questi imprenditori, molti dei quali ritroverà oggi alla conferenza dell’Avana.

Su La Stampa: “Obama a L’Avana, arrestati i dissidenti”, “Il presidente: ‘E’ un’opportunità storica. Sono ansioso di ascoltare il popolo cubano’. Accolto dal ministro degli Esteri Rodriguez. Oggi vedrà il cardinale Ortega”. Ne scrive Paolo Mastrolilli. Mentre Francesco Semprini, da New York, racconta “lo sbarco di Starwood”, che gestisce almeno tre strutture alberghiere a L’Avana. E c’è già un via libera ad Airbnb.

A pagina 7, intervista al filosofo dissidente Sàanchez di Paolo Mastrollilli. “Il regime ci ha ordinato di non uscire di casa”, dice, spiegando di essere stato trattenuto per tre ore dalla polizia: “non vogliono farci incontrare Barack”, “Pattuglie della polizia stazionano davanti casa dei dissidenti, vogliono essere sicuri che nessuno si muova”, “Sono favorevole al ristabilimento delle relazioni Cuba-Usa, però Obama deve insistere sul tema del rispetto dei diritti umani”.

Sul Corriere Giuseppe Sarcina, inviato a L’Avana scrive che il governo cubano ha deciso di trasmettere tutto in diretta tv, scelta che non era affatto scontata. Le Damas de blanco sono state aggredite da tre-quattrocento dimostranti di tutte le età, che tra uno slogan inneggiante alla “Revoluciòn” e uno a Raùl Castro, le hanno riempite di botte. E’ intervenuta la polizia che ha caricato le Damas e anche qualche “rivoluzionario2 su tre pullman. Obama ha promesso che solleverà la questione diritti umani nel faccia a faccia con Raùl.

A pagina 5, intervista di Massimo Gaggi al politologo Ian Bremmer, che considera la decisione di Obama di recarsi a Cuba “la scelta migliore” perché “cambia tutto il continente”: “non è solo una visita di riappacificazione: è il superamento di una frattura storica e l’inizio di una modernizzazione di Cuba che, credo, sarà molto rapida”. Dice ancora Bremmer: “mentre gli accordi con Iran e Cina e quelli commerciali hanno incontrato forti opposizioni in America, sull’apertura a Cuba il consenso è molto ampio: l’America è andata avanti. Salvo Marco Rubio e pochi altri, è convinzione diffusa che fosse ora di chiudere le dispute col regime castrista. L’embargo è ormai anacronistico”.

Usa, campagna presidenziale

Su La Repubblica un articolo di Vittorio Zucconi sui contestatori di Donald Trump: “Latini, gay, neri e reduci di Occupy, il popolo della rabbia anti-Trump”, “ventidue sigle, nessun leader, na si ritrovano a ogni comizio di The Donald. Una cosa che non si vedeva dagli anni ’60. Che finora però ha fatto gioco al miliardario”, “Da Manhattan all’Arizona tentano di fare quello che non è riuscito ai repubblicani”, ovvero opporsi all’avanzata di Trump.

Su Il Fatto un lungo articolo di Furio Colombo analizza il “grido di guerra” utilizzato per vincere le presidenziali statunitensi: “Da Roosvelt in poi sono fondamentali le parole, lo slogan per dettare la linea della campagna elettorale. Dove il candidato chiama a raccolta i suoi”. “Tipico del grido di guerra presidenziale è di essere bello, corto e libero. Esalta ma non vincola” (Roosvelt: “Forgeremo insieme un nuovo patto perché finora vi hanno ingannato”; John Kennedy “una nuova frontiera”; Nixon, “Nixon is the one”; per arrivare a “Yes we can” di Obama; a “Make America great again” di Trump e a “Fighting for us” di Hillary Clinton).

Migranti, Ue

La Repubblica: “L’allarme della Grecia ‘Gli sbarchi continuano, rimpatri impossibili’”, “Lesbo, oltre 1.200 arrivi in 24 ore: ‘Ci serve più tempo per rendere operativo il piano europeo’”. Ne scrive Ettore Livini da Atene. Il portavoce del centro per l’emergenza dei migranti Kiritsis dice: “per rendere operativo il piano servono più di 24 ore”. La Grecia, messa in ginocchio da sei anni di crisi, scrive Livini, ha davanti a sé un compito titanico. Un poliziotto che veglia sull’ordine al porto del Pireo, dove sono accampate oltre 4 mila persone, dice: “mancano i traduttori. Non ci sono gli operatori e gli ispettori per registrare le richieste di asilo. E nemmeno un piano su come e con che imbarcazioni si debbano rispedire i profughi verso le coste dell’Asia”.

Su La Stampa: “Atene frena sui rimpatri: ‘Ci serve più tempo’”, “A Lesbo mancano interpreti, pc, impiegati. E gli sbarchi continuano”, scrive nel suo reportage dall’isola Niccolò Zancan.

Su La Repubblica, intervista a John Dalhuisen, direttore di Amnesty international per l’Europa, che dice: “Un errore quell’accordo, la Turchia non rispetta le leggi sui diritti umani” (non ha un sistema davvero funzionale per ottenere lo status di rifugiato; i bambini siriani non possono andare a scuola; centinaia di siriani sono stati respinti al confine e rimandati verso le zone di provenienza).

Su La Stampa Giordano Stabile, dal Libano: “Profughi ovunque e cami illegali. Il Libano sull’orlo del collasso”, “Nel Paese 1,3 milioni di rifugiati a fronte di 4,5 milioni di abitanti. Si rischia una nuova Turchia. Oggi la visita di Mogherini”.

Terrorismo internazionale

Su La Stampa la corrispondenza di Marco Zatterin da Bruxelles si occupa dell’inchiesta su Salah Abdelslam e la cellula belga di Daesh: stavano preparando altri attentati, secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri belga Reynders: “abbiamo trovato molte armi pesanti e riscontrato l’esistenza di una nuova rete di persone attorno a lui”, ha detto. E gli inquirenti hanno scoperto che “erano più di trenta le persone coinvolte negli attacchi parigini”, “siamo sicuri che ce ne siano altre”.

Sulla stessa pagina l’intervista di Francesco Grignetti a Giovanni Salvi, procuratore generale di Roma, che si è occupato a lungo di terrorismo. Dice che “per far parlare gli islamisti non bastano i benefici ai pentiti”, “molto importante è sapere penetrare nella corazza delle convinzioni estreme”, “per ciò che concerne Salah è un po’ presto per valutare se vi sarà una collaborazione effettiva utile e non solo strumentale” (Salvi risponde anche a domande sul tipo di sfida posto dall’Is: “eravamo abituati a un terrorismo islamico legato ai singoli territori. Con la nascita dello Stato islamico si è modificato il rapporto con lo spazio. Questo è un terrorismo a sfondo religioso che mira all’affermazione di una particolare ortodossia per l’intera comunità dei credenti islamici. E quindi possiamo sconfiggerlo in Iraq o in Siria, ma ce lo ritroveremmo da un’altra parte a causa della sua pretesa di universalità”).

Su La Repubblica: “’Complici e armi, così Salah era pronto a colpire ancora’”, “Tutti i segreti del ‘martire riluttante’ e lo scontro tra la procura belga e quella francese sulla sua estradizione: ‘Potrebbe essere il primo pentito dell’Is’”. Ne scrive Carlo Bonini da Bruxelles. Dei 90 martiri di Daesh arrivati in Europa tra l’estate e l’autunno del 2015, Salah sa molto, se non tutto, secondo Bonini. Non fosse altro che per il ruolo di incessante raccordo che ha avuto in questi mesi per mettere in contatto parte almeno di quegli uomini approdati nei diversi Paesi dell’Ue. E’ infatti transitato in Italia, in Grecia (agosto-ottobre 2015), poi in Austria e in Ungheria, in Germania (ottobre) in compagnia dell’uomo arrestato con lui a Molenbeek, poi nel nord del Belgio, al confine con l’Olanda.

Sulla stessa pagina Enrico Franceschini, da Londra: “L’allarme inglese: ‘Temiamo attacchi multipli’”, “pericolo di dieci attentati contemporanei a Londra”.

Etruria, Boschi

Su La Stampa: “Etruria, arriva la richiesta del sequestro dei beni”, “Nuova svolta dopo l’iscrizione di Boschi e altri consiglieri nel registro degli indagati. La Procura chiede di confiscare al direttore generale Bronchi la somma di 1,2 milioni”. Gianluca Paolucci, da Arezzo, scrive che il procuratore Roberto Rossi ha chiesto il sequestro della somma percepita dall’ex Dg di Banca Etruria Luca Bronchi, al momento della sua uscita dall’istituto nel 2014: è quella decisa dal consiglio di amministrazione presieduta da Lorenzo Rosi, del quale faceva parte anche il padre del ministro Boschi.

Su Il Fatto: “Il papà della Boschi è indagato anche per il crac di Etruria”, scrive da Arezzo Davide Vecchi. Indagato per bancarotta fraudolenta nel fascicolo aperto un mese fa dal procuratore di Arezzo Roberto Rossi. Con il padre del ministro è iscritto l’intero consiglio di amministrazione della vecchia Popolare dell’Etruria, guidata da Lorenzo Rosi (allora il papà della Boschi era vicedirettore). Le prime attività critiche messe in rilievo dalla Guardia di Finanza sono relative alle politiche di remunerazione deliberate dai vertici: a partire dalla buonuscita da un milione 200 mila euro riconosciuta il 30 giugno 2014 all’ex direttore Luca Bronchi. Nele medesimo filone è da accertate anche il compenso da 125 mila euro assegnato come risoluzione del rapporto a Fabio Piccinini, responsabile del marketing nel settembre 2014. C’è poi il capitolo delle consulenze distribuite per ben 17 milioni di euro. E quello delle aperture di credito: prestiti e fidi concessi ad amici e parenti su diretto interessamento dei membri del consiglio di amministrazione e poi inseriti nelle voci di bilancio come incagli o crediti deteriorati: 185 milioni di euro complessivi per appena 198 posizioni.

Su La Stampa: “Cinque Stelle con la Lega per la mozione di sfiducia contro il ministro Boschi”, “Affondo al Senato, timori della maggioranza per la fronda Pd”, scrive Francesco Maesano.

Su Il Fatto: “Tra l’inchiesta e Verdini: si riapre la guerra nel Pd”, “I guai del padre di Maria Elena spingono Renzi al contrattacco contro la minoranza e i Cinque Stelle”.

Su La Stampa l’analisi di Francesco Bei: “Quell’assioma garantista del premier provare a fare scudo a Maria Elena”, “Palazzo Chigi ora si aspetta ‘lealtà’ dalla sinistra dem”.

Carrai

Su Il Fatto una inchiesta esclusiva su Marco Carrai: “L’amico premier lo vuole imporre come super consulente per la sicurezza informatica. Oggi incontro decisivo al Quirinale. Ma in questi anni Marco Carrai ha costruito una rete di società nelle quali è arrivato un fiume di denaro da uomini legati al renzismo. E alcuni hanno ottenuto incarichi importanti”. L’inchiesta di Antonio Massari e Davide Vacchi occupa per intero le pagine 2 e 3: “Renzi va al Colle per difendere l’incarico di ‘Marchino’ alla cyber security. Dietro di lui banchieri e costruttori. Denaro in Lussemburgo e da Israele”. Nel Granducato gli uomini della cassaforte estera controllano il 33% dell’azienda di intelligence dell’imprenditore. L’articolo torna al giugno del 2012, quando Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie contro Bersani, Due mesi dopo Carrai vola in Lussemburgo, dove fonda la Wade di Ventures management capital sarl. Tra i soci, la Jonathan Pacifici & Partner Ltd, “società israeliane del lobbista Jonathan Pacifici, magnate della ‘Silicon Valley’ di Tel Aviv; a Carrai a Paicifi si uniscono la società Sdb Srl di Vittorio Giaroli e i manager Attanasio Sica e Giampaolo Moscati. I cinque della Wadi sarl sono gli stessi che oggi controllano il 33% della Cys4, la società di intelligence di Carrai. Altro socio della Wadi è Reuven Ulmansky, già uomo del Mossad.

Mediaset, Bolloré

Su La Repubblica, le pagine 14 e 15 sono interamente dedicate al “piano Bolloré-Berlusconi” per “portare Mediaste sotto le insegne francesi”. Secondo quanto scrivono Giovanni Pons e Claudio Tito Vivendi sarebbe pronta ad uno scambio di azioni, “primo passo per l’acquisizione. E’ la grande battaglia delle nuova tv. Il governo sceglie la linea neutrale”. Ci sarebbe quindi il progetto di una tv Internet alternativa a netflix. Sulle torri sono in gioco Rai e Telecom. Vivendi controlla infatti il 24,9% di Telecom Italia. E Telecom un anno fa ja scorporato le proprie antenne di trasmissione in una società chiamata Inwit, l’ha quotata in Borsa e poi ha messo in vendita il 45% del suo 60%. La decisione finale sulla vendita doveva essere presa giovedì scorso, ma il cda ha deciso di prendere tempo per valutare meglio le due offerte arrivate: quella di Cellnex-F2i e quella di Ei Towers (Mediaset). Di fianco, intervista al senatore Pd Massimo Mucchetti: “La rete Telecom sotto il controllo pubblico”, “Renzi è ondivago sulle Tlc”.

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