Marino ritira le dimissioni?

Il Corriere della sera: “Duello nel governo sul Fisco. Il direttore della Agenzia delle Entrate al centro della lite sugli ottocento dirigenti degradati”. “Padoan difende Orlandi, Zanetti chiede chiarimenti. Renzi: bene sull’evasione”.

A centro pagina, con foto, un ritratto di Mauricio Macri, “il leader liberale che potrebbe diventare il nuovo presidente dell’Argentina”, firmato da Paolo Macry: “Vi racconto mio cugino”.

L’editoriale è firmato da Sergio Romano ed è dedicato alle elezioni in Polonia: “La Polonia e il peso della storia”.

Accanti: “L’allarme sulla carne che divide gli oncologi”. “L’Oms: rischio tumore da quella lavorata”.

A fondo pagina: “Le nozze gay all’estero? Nulle in Italia. Il Consiglio di Stato ribalta la decisione del Tar e boccia il registro del Comune di Roma”.

La Repubblica: “Evasione, è scontro nel governo”, “Padoan difende l’Agenzia delle Entrate ma Scelta civica insiste: serve una svolta. Franceschini: sul contante ha vinto Alfano”.

A questa vicenda sono dedicate le analisi di Stefano Folli (“Il braccio di ferro nel cuore dello Stato”) e il retroscena di Francesco Bei (“Ma Renzi pensa a un ricambio ‘soft’”, in relazione alla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi).

A centro pagina: “Ricorsi e referendum contro l’Italicum: ‘Legge incostituzionale, va abrogata’”, “Presentati in quindici Corti d’Appello”.

In prima ancora il caso del sindaco dimissionario di Roma: “Marino: ‘Ritiro le dimissioni, voglio chiarire’”.

In grande evidenza, con foto di bistecche: “carni rosse, salami e prosciutti. L’Oms lancia l’allarme cancro”, “Ma gli oncologi: basta non esagerare”. E, a confronto, le opinioni di Umberto Veronesi (“Il nemico nel piatto”) e di Carlo Petrini (“Una questione di quantità”).

Sulla colonna a destra, un commento di Timothy Garton Ash sul trionfo della destra populista in Polonia: “Non chiudere le porte ai demagoghi di Varsavia”, “Come deve rispondere l’Europa alla vittoria dei populisti in Polonia”.

La Stampa: “Il caso Agenzia delle Entrate. Lite nel governo sulla direttrice”, “Padoan la difende. Zanetti (Scelta civica): serve un chiarimento col premier”, “Dopo le difficoltà lamentate dalla Orlandi. Dichiarazioni ‘dimenticate’, il Fisco scrive a 500 mila contribuenti”.

Più in basso: “Renzi a Cuba. Forse incontro con Fidel”. E sulla legge di stabilità: “Pensioni, stop agli aumenti fino al 2018”.

A centro pagina, anche qui foto di bistecche: “carne rossa e insaccati, l’allarme dell’Oms”, “Nuovo studio: possono essere cancerogeni. Cautela fra i medici. Veronesi: dosi minime per essere longevi”.

E Eugenia Tognotti spiega: “Cosa vuol dire ‘rischio’ per la scienza”.

In apertura a sinistra, il voto in Polonia: “Ricostruiamo la fiducia nell’Europa”, di Stefano Stefanini.

Sulla colonna a destra, “La svolta di Francesco”: “Preti di strada i nuovi vescovi di Palermo e Bologna”.

Sulle elezioni in Argentina: “Così Macrì vuole archiviare l’era Kirchner”, “Ha preso il 34% e sfiderà al ballottaggio Scioli. Promette una rottura netta con la presidente”.

Il Fatto ha in prima un fotomontaggio che ritrae il presidente del Consiglio accanto alla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi e parla di “Agenzia delle uscite”: “Il governo bombarda il fisco”, “Avviso di sfratto alla Orlandi, altro regalo agli evasori”, “Il sottosegretario Zanetti chiede la testa della responsabile delle Entrate, scelta nel 2014 dal premier: non è allineata. Dopo ore di silenzio, tiepida difesa del Tesoro. La guerra è cominciata”.

In prima anche le dichiarazioni dell’ex premier laburista Tony Blair sulla guerra in Iraq del 2003: “Blair si è pentito per l’Iraq: troppo tardi, troppo solo”, “’Io e Bush favorimmo l’Isis’”. Ne scrive Furio Colombo. E al tema è dedicato l’editoriale del direttore Marco Travaglio: “Meglio Tony che mai”.

A centro pagina: “Renzi perde i pezzi a casa sua e non riesce a cacciare Marino”, “Il sindaco resiste e chiama Bersani per avere una sponda. I consiglieri dem non staccano la spina e spingono perché sia il leader a sporcarsi le mani”, “Crepe a Palazzo. Da Chiamparino a Delrio: cresce il fronte dei non-allineati”.

Sull’allarme carni lanciato dall’Oms: “La salsiccia provoca il cancro, ma molto meno delle sigarette”.

Il Giornale: “Furto sulle pensioni. Finanziaria con scasso”. “Bloccata la rivalutazione oltre i 2 mila euro. E i sindaci potranno stangarci”. “Il governo si spacca sulla Agenzia delle Entrate”.

Di spalla: “’Carne e salami cangerogeni’. Così la bufala è servita”.

A centro pagina: “Paura in una villa a Como. Pistola alla tempia a un ragazzino. E ancora difendono i ladri in casa”.

E poi un articolo di Renato Farina: “Il Papa ‘bacchetta’ i rom. Razzista anche lui?”. “’Voltate pagina’”.

Il Sole 24 ore: “Padoan difende l’Agenzia: fiducia nel direttore Orlandi”. “Il ministro: competenze da salvaguardare”. “Renzi: lotta all’evasione più efficace”. “Il sottosegretario Zanetti: subito una verifica politica”.

In alto: “Manifattura e tecnologia, il futuro della grande Milano”. “La partita del dopo Expo”. “Squinzi: c’è un mondo che cerca Italia, sta a noi rispondere”. “Rocca: l’area dell’Esposizione diventi un grande hub dell’innovazione”.

L’editoriale, di Salvatore Padula: “Le Entrate e la partita della vera Autonomia”.

Marino

La Repubblica, pagina 13: “Marino ha deciso: ‘Ritiro le dimissioni, solo così è possibile una vera discussione’”, “Il primo cittadino di Roma è convinto che in questo modo si può affrontare il chiarimento dentro il consiglio comunale. ‘Del resto ho provato a parlare con Renzi, ma non è stato possibile’”. Scrive Sebastiano Messina che tuttavia “il premier è disposto a incontrare il primo cittadino solo dopo la conferma dell’addio”. Il Pd romano, scrive Messina, considera ormai Marino un nemico da abbattere e il commissario del partito a Roma Matteo Orfini è riuscito ad ottenere dai 19 consiglieri un comunicato che il cronista definisce “sibillino”: il documento precisa che “il gruppo consiliare w il Partito democratico sono tutt’uno nel giudicare l’amministrazione Marino”, ma volutamente non si precisa quale sia questo giudizio, tanto che uno degli stessi firmatari l’ha definito “un comunicato supercazzola”.

La Stampa, pagina 13: “Caso Marino: il Pd fa muro ed è pronto alla ‘sfiducia’”, “19 consiglieri firmano un documento anti-sindaco: ‘Siamo compatti’. Ma il governo teme i contraccolpi politici di uno show-down in aula”. Scrive Carlo Bertini che nel governo lat ensione è alta, perché la exit strategy nel caso Marino dovesse ritirare le dimissioni, non è ancora chiara e un eventuale suo arrocco “non sarebbe certo una vittoria per Orfini, che finora ha avuto carta bianca dal premier e rischierebbe di intaccare equilibri delicati: visto che il commissario del Pd romano è anche presidente del partito e capo della corrente lealista dei ‘turchi’ che conta decine di parlamentari”. Tuttavia il partito ieri ha fatto “quadrato”, con la firma di tutti e 19 i consiglieri di un documento anti-sindaco: prendono le distanze dal sindaco, per far passare il messaggio che loro sarebbero compatti anche se servissero dimissioni di massa. Ma sia questa prospettiva, sia quella di un voto di sfiducia al sindaco in aula “non entusiasma, avrebbe contraccolpi evidenti: perché per superare 25 voti servirebbe il soccorso decisivo di altre forze di opposizione (i 5 Stelle sono pronti a una mozione congiunta). E Sel fa sapere che non voterebbe nulla ‘insieme a fascisti e leghisti’”.

La Repubblica: “M5S, ipotesi voto di sfiducia con i Dem”: scrive Giovanna Vitale che potrebbero essere i quattro grillini eletti in Campidoglio “l’arma segreta” per sfrattare il sindaco resistente. E si citano le parole del capogruppo M5S Marcello de Vito: “Se Marino dovesse rimangiarsi la parola data e presentarsi in aula, voteremmo la sfiducia. E siamo pronti anche a fare una mozione congiunta con il Pd”.

La Stampa intervista lo stesso De Vito, che dice, a proposito di una sua eventuale candidatura alla carica di sindaco, che “è molto probabile”: “Conquistare Roma? Ci contiamo al cento per cento”.

Il Fatto, pagina 5: “Marino chiama Bersani. Lui: ‘Fai quello che senti’”, “telefonata tra il sindaco e l’ex segretario: ‘Non dare al tuo caso un peso nazionale’”.

Sul Sole 24 ore si parla del “gioco di nervi” a Roma, dove Marino ha convocato una riunione di Giunta e non scioglie la riserva sulle sue decisioni quando manca una settimana al 2 novembre. Per Il Pd “l’esperienza di Marino al Campidoglio è considerata conclusa e se il sindaco deciderà di ritirare le dimissioni per recarsi in Aula Giulio Cesare e cercare lo scontro, il Pd è pronto alla mozione di sfiducia o alle dimissioni in blocco pur di far decadere il sindaco. Per stoppare l’immagine di un gruppo Pd capitolino diviso (in cui il sindaco potrebbe fare breccia per tentare l’impresa titanica di mantenere in piedi una maggioranza) ieri tutti e 19 i consiglieri Pd, in ordine alfabetico, hanno firmato un documento in cui si ribadisce la loro compattezza dietro la linea del Nazareno”. In un confronto in Aula però qualche rischio c’è perché “nel gruppo Pd l’ipotesi mozione di sfiducia fa storcere il naso a più di qualche consigliere: per ottenere la maggioranza di 25 voti necessari, ai 19 consiglieri del Pd dovrebbero accodarsi almeno altri 6 consiglieri dell’opposizione. ‘Io sono per non votare nessun atto contro il sindaco insieme alle destre, con chi ha sfasciato Roma e fatto Parentopoli’, ha detto il capogruppo Pd in consiglio comunale, il renziano Fabrizio Panecaldo. Sel ieri si è chiamata fuori: non voterà la sfiducia a Marino”.

Sul Corriere: “Renzi non interviene: è compito di Orfini. Il commissario sicuro che alla fine lascerà”. Si citano parole del segretario Pd che dice “’io non mi infilo in certe beghe e tanto meno mi metto a mercanteggiare’”. Quanto ad Orfini è sicuro che Marino “’non ritirerà le dimissioni, sa che senza il Pd non può andare avanti’”. Il quotidiano ricorda che sul documento firmato ieri dai 19 consiglieri comunali “la parola dimissioni non c’è” proprio perché “il fronte dei consiglieri comunali non è granitico”. Si legge anche che per Renzi “Marino non ha nulla da chiedere e io non ho nulla da dare” ma che se Marino lasciasse lo scranno di sindaco “senza ulteriori esternazioni e adunate al Campidoglio” allora, forse, nei suoi confronti potrebbe arrivare l’agognato riconoscimento dell’onore delle armi.

Agenzia delle Entrate

Il Fatto, pagina 2: “Fisco, il governo comincia a licenziare la Orlandi”, “Il sottosegretario all’Economia Zanetti chiede la cacciata del capo dell’Agenzia delle Entrate voluta un anno fa da Renzi. Dopo ore di silenzio, difesa obbligata del Tesoro. E’ solo l’inizio”. Spiega Carlo Di Foggia che la Corte costituzionale ha fatto decadere 767 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate a marzo (su 1.100 totali) perché nominati senza concorso e “da allora c’è in corso una guerra”. Giovedì scorso la direttrice dell’Agenzia Rossella Orlandi ha lanciato l’allarme a un convegno della Cgil: “Se va avanti così, l’Agenzia muore”. La soluzione ipotizzata dall’Agenzia, ovvero le “reggenze temporanee”, è stata rispedita al mittente. E in diverse occasioni, secondo Il Fatto, il testo proposto dalla Orlandi, con il beneplacito del ministro dell’Economia Padoan. È arrivato al Consiglio dei ministri e ogni volta -sotto la pressione del sottosegretario all’Economia di Scelta civica Enrico Zanetti- è stato respinto, grazie anche all’opposizione di una parte del Tesoro, in testa il capo di gabinetto del ministero Roberto Garofoli. La soluzione è quindi arrivata dal decreto Enti Locali: concorso da bandire e concludere entro il 2016, nel frattempo il buco viene riempito da “posizioni organizzative a tempo” (Pot), con il 60% del vecchio stipendio. Il 4 settembre scorso, però, l’ufficio legislativo del Tesoro ha spedito una lettera all’Agenzia delle Entrate in cui si leggerebbe: avete chiesto il parere del Consiglio di Stato, affinché si esprima sulle Pot, ma “non possono non tacersi perplessità, visto che la norma è stata da noi predisposta in collaborazione con codesta Agenzia”.

La Stampa, pagina 4: “Agenzia delle Entrate, duro scontro nel governo”, “Il ministro (Padoan, ndr.) difende la Orlandi e Zanetti (Scelta civica) chiede la verifica”. E si dà conto delle parole pronunciate ieri dallo stesso Padoan: “Il contrasto all’evasione fiscale è una priorità del governo, importante per recuperare risorse. In questo contesto l’Agenzia delle Entrate svolge un ruolo davvero cruciale”.

A pagina 5 il retroscena di Ilario Lombardo: “La direttrice si fa scudo con Padoan, ‘Resto, ha già parlato lui per me’”. E si scrive che il sottosegretario all’Economia Zanetti è “certo dell’appoggio di Renzi”. Oggi “il chiarimento”. Poi le parole del presidente della commissione Bilancio della Camera, il Pd Francesco Boccia: “’Vicenda indecorosa, il Mef doveva spiegare subito’”.

La Repubblica, pagina 6: “Scontro sul fisco, governo con la Orlandi. Scelta civica: ‘Verifica’”, “Il caso scuote l’esecutivo. Minoranza Pd in rivolta. Padoan fa quadrato. Franceschini: contrario sul cash”. Roberto Speranza, della minoranza Pd, scrive Roberto Petrini, accusa il governo di essere “debole” sull’evasione fiscale. E il ministro della Cultura Franceschini prende le distanze dalla misura che liberalizza l’uso del contante fino a 3.000 euro e dice: “E’ una vittoria di Alfano”.

Sulla stessa pagina, Francesco Bei, che sta seguendo Renzi nel suo viaggio in America Latina: “Ma Renzi pensa ad un addio soft della direttrice”, “Il premier da Lima sente Padoan: ‘Zanetti cerca solo visibilità’. Però l’uscita del sottosegretario frena i piani sull’Agenzia delle Entrate”. Secondo Bei il premier rimprovera alla Orlandi in privato di “essersi messa troppo sotto i riflettori”, dando il pretesto agli avversari del governo “di accusarci di essere amici degli evasori fiscali”.

Anche sul Corriere parla di Renzi da Lima scrivendo che il premier “non cita mai esplicitamente il direttore dell’Agenzia delle Entrate, ma quando fa un accenno al Fisco, ai modi per renderlo più efficiente, ignora anche le critiche che in queste ore gli arrivano dal fronte della sinistra Pd: la tesi dei bersaniani collima in qualche modo con quella che sembra appartenere alla signora Rossella Orlandi”. Renzi ha detto che “con un sol clic, incrociando i dati, abbiamo scoperto 220 mila nuovi evasori”. E dunque che “con la tecnologia, e l’incrocio dei dati, si può fare molto di più che con i metodi tradizionali e l’impiego di singole persone”. “Insomma la Orlandi dovrebbe andarci piano quando dice che la sua Agenzia, privata delle risorse, ‘sta morendo’, il premier non la pensa così”. Secondo Galluzzo “quello che avrebbe fatto traboccare il vaso dell’insofferenza del premier sarebbero state le parole della dirigente, di fronte alla platea di un convegno della Cgil, in cui c’era l’amico Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze. Un po’ troppo per il premier, che non avrebbe gradito nemmeno le critiche, a dicembre scorso, su quel decreto con la famosa questione del 3%, letta come un favore a Berlusconi”.

Per tornare a La Repubblica, a pagina 7 il quotidiano intervista lo stesso sottosegretario Zanetti che, a proposito delle parole di Padoan, dice: “Nessuna smentita, dare stima in una nota non è una difesa”, “Se la Orlandi si continua a lamentare, non è più compatibile”.

Alla pagina seguente una “inchiesta” del quotidiano: “Dai dirigenti in rivolta al flop di Big Data, rivoluzione a metà nella lotta agli evasori”, “Viaggio nell’Agenzia delle Entrate. Il legale Galeano: Così vinceremo il ricorso’”, “L’incrocio delle informazioni sui contribuenti non va come dovrebbe”.

Su Il Giornale: “Entrate, governo lacerato. Padoan blinda Orlandi. Sconfessato Zanetti che ne aveva chiesto la testa. ‘Verifica politica’. Intanto è giallo: sono sparite 500 mila dichiarazioni”. Il quotidiano sottolinea che la “empolitana Orlandi” è stata “fortissimamente voluta da Renzi” a capo della Agenzia delle Entrate nel giugno del 2014. Oggi però – scrive il quotidiano – “la Orlandi si sente sempre meno sorretta, forse persino ‘scaricata’. Comincia a lagnarsi in pubblico del funzionamento di ciò che da lei dovrebbe dipendere”. Dopo l’attacco di Zanetti, scrive Il Giornale, Orlandi avrebbe cercato “invano” Renzi, poi si sarebbe appellata a Padoan che ieri ha diramato il suo comunicato ribadendo la fiducia. Ora Zanetti chiede un “incontro dirimente e chiarificatore” con Padoan e il premier.

Salvatore Padula firma l’editoriale sul Sole 24 ore. Si ricorda che gli effetti della sentenza della Corte Costituzione sugli incarichi affidati senza procedure di concorso si stannno facendo sentire “in modo pesante” e che il direttore Orlandi “ha ereditato questa situazione e non sembra corretto accusarla di non aver fatto tutto il possibile” per risolverla. “Il governo e il ministero dell’Economia hanno gestito con troppa cautela una situazione oggettivamente intricata, con una sentenza che non poteva essere aggirata a cuor leggero e, per contro, con un pezzo fondamentale di amministrazione dello Stato che rischiava (e rischia) di non poter assolvere in modo ottimale a tutti i propri compiti”. Ma “la sensazione è che però ci sia qualcos’altro”, ovvero “una partita più ampia sull’assetto dell’amministrazione finanziaria” dop la riforma che ha unificato Tesoro e Finanze. A partire dalla “autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria” dell’Agenzia perché “in fondo, l’impossibilità di selezionare personale competente se non attraverso concorsi pubblici ne è una prova evidente, mentre sarebbe stata necessaria una gestione di stampo privatistico del personale”. Insomma: “sull’Agenzia bisogna fare una scelta: se deve avere autonomia che sia autonomia vera. Altrimenti si dica chiaramente che si vuole far rinascere il grande ministero delle Finanze”.

Italicum

La Repubblica: “Battaglia sull’Italicum, parte la valanga di ricorsi, ‘E’ incostituzionale’”, “La mossa di una rete di giuristi, sinistra dem e 5Stelle. E c’è anche il referendum. Renzi: ‘Assicura stabilità’”.

E il quotidiano intervista Felice Besostri, il giurista che sta preparando i ricorsi: “Testo pericoloso, lo fermeremo come facemmo col Porcellum” (alla Corte costituzionale, ndr.). Di fianco, di parere opposto, il costituzionalista Stefano Ceccanti: “Elezioni lontane, le Corti d’Appello non possono intervenire ora”, “I ricorsi sono sbagliati nel metodo e nel merito”.

Sulle stesse pagine il retroscena di Goffredo De Marchis: “Il piano B del premier: ‘La legge può cambiare ma dopo le comunali”.

Il Corriere della sera: “Raffica di ricorsi contro la riforma elettorale”. “Referendum e ricorsi: offensiva anti Italicum”. “Tra i sostenitori del ‘comitato dei giuristi’ anche esponenti della sinistra Pd. M5S attacca: idea nostra. Nel mirino il premio di maggioranza e il ballottaggio. Renzi: serve per dare stabilità e certezza”.

Sul Corriere viene intervistato il giurista Gianluigi Pellegrino, che ha aderito alle contestazioni del comitato che chiedono di modificare la legge elettorale cosiddetta Italicum. “Pellegrino: creano un votificio. Ma la Corte non può stravolgerlo”. Dice che quello che servirebbe alla legge elettorale per non essere impugnabile davanti alla Corte Costituzionale è una soglia per l’accesso al secondo turno e la validità del premio di maggioranza”, cose che garantirebbero “la stessa stabilità” ma un parlamento “più autorevole”. A Renzi rimprovera “di non voler fare le cose per bene”. Spiega che comunque la Corte Costituzionale non potrà “stravolgere l’impianto” della legge e potrà “limitarsi a modifiche chirurgiche”.

Milano

Sul Corriere Dario Di Vico scrive che “c’è un nesso inscindibile tra la riforma delle relazioni industriali e le politiche per l’innovazione”. Parla della assemblea di Assolombarda e dell’intervento di ieri del presidente Gianfelice Rocca, dedicata al “mutamento di Milano e i rapporti tra l’area forte lombarda e le politiche pubbliche” e ricorda che nel nostro Paese “il costo del lavoro per unità di prodotto dal 2000 al 2014 è salito del 38 per cento mentre in Germania è rimasto al livello del 2000. Abbiamo perso, dunque, competitività rispetto ai tedeschi e solo sindacati irrealisti — per dirla con il presidente — possono pensare che ciò non conti, che il recupero di questo gap non debba far parte dell’agenda del rilancio italiano”. Di Vico si sofferma poi sulla città di Milano: “Siamo negli ultimi giorni dell’Expo ed è ovviamente tempo di bilanci, il mutamento di Milano e le sue rinnovate ambizioni diventano un grande tema per economisti, sociologi e progettisti”. “L’Assolombarda ha proposto una grande alleanza tra pubblico e privato, un piano strategico che abbia al centro l’innovazione e ha lanciato un acronimo (Steam) per indicare la necessità di tenere assieme scienza, tecnologia, arte e manifattura”.

Sul Sole diverse pagine sono dedicate a Milano: ne scrive Miuccia Prada, ne scrive anche monsignor Ravasi (“La ‘risurrezione’ di Milano”). C’è anche una classifica sulla base della quale la Lombardia è al decimo posto in Europa per Pil (l’Italia è quarta, la Germania è prima). Paolo Bricco invece si sofferma sull’acronimo Steam di cui ha parlato Rocca.

Il Papa e i rom

Su Il Giornale Renato Farina scrive che il Papa “davvero può dire ciò che vuole. Con gli zingari si è permesso inviti all”onestà’, ai ‘doveri’ sociali e a non provocare l’opinione pubblica, a smetterla con ‘falsità, truffe, imbrogli, liti’. Roba che in bocca ad altri sarebbe bollata come razzismo. Non si è fermato lì. Ha intimato, due volte, con due punti esclamativi, che i padri si decidano a mandare i figli a scuola. E se i padri non vogliono o sono distratti, se ne occupino i nonni dei piccoli nomadi”. Farina ricorda che “il Pontefice romano è davvero il capo spirituale dei nomadi. Pochi lo sanno, ma su circa 110mila tra Rom e Sinti presenti in Italia, 80mila sono cattolici, più del 75 per cento”. Le sue parole testuali, dopo l’abbraccio: “Cari amici, non date ai mezzi di comunicazione e all’opinione pubblica occasioni per parlare male di voi. Come tutti i cittadini, potete contribuire al benessere e al progresso della società rispettandone le leggi, adempiendo ai vostri doveri'”. E ancora: “I vostri figli hanno il diritto di andare a scuola, non impediteglielo! I vostri figli hanno il diritto di andare a scuola! (due volte) È importante che la spinta verso una maggiore istruzione parta dalla famiglia, parta dai genitori, parta dai nonni”. “Di più: ‘(Dovete) impegnarvi a costruire periferie più umane… È anche compito vostro. E potete farlo se siete anzitutto buoni cristiani, evitando tutto ciò che non è degno di questo nome: falsità, truffe, imbrogli, liti'”.

Sul Corriere ne parla Luigi Accattoli: “L’incontro del Papa con rom e sinti: ‘Basta pregiudizi, ma voi cambiate’”. Il Papa ieri “ha ricevuto un pellegrinaggio di zingari e li ha difesi ma anche strigliati. E questo pelo e contropelo non si era mai visto in zona papale”.

Unioni civili

Sul Corriere la notizia che il Consiglio di Stato “richiama alla realtà sindaci e politici ma soprattutto invita il legislatore a decidere chiudendo la porta a improvvisazioni festose o iniziative illuminate” a proposito di unioni civili omosessuali. “Se l’Italia vuole davvero riconoscere l’unione fra coppie dello stesso sesso allora deve introdurne il principio. Due persone dello stesso sesso possono essere coppia insomma. Anche in Italia. È questo del riconoscimento un passaggio che, per i giudici del Consiglio di Stato, è essenziale. Si tratta di introdurre un linguaggio che manca”. Si legge nella seentenza: “’Il dibattito politico in corso in Italia sulle forme e sulle modalità del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali sconsiglia all’interprete qualunque forzatura, sempre indebita ma in questo contesto ancora meno opportuna’”.

Polonia

La Stampa dedica le pagine 8 e 9 alle elezioni in Polonia: “L’onda di Varsavia spaventa Bruxelles, ‘Sta vincendo la paura dei migranti’”, “Dopo il voto in Polonia che ha premiato la destra si teme la deriva populista nell’Unione. Ancora divisioni sui rifugiati mentre rischia di aprirsi il dossier sulle politiche energetiche”. La premier designata Beata Szydlo, scrive Marco Zatterin da Bruxelles, sarà necessariamente più dura sui migranti perché, come riassume il capo dei Popolari europei Manfred Weber, “hanno vinto con promesse populiste”. Il leader del Pis, il partito che ha vinto le elezioni, Jaroslaw Kaczynski, lo sa e vorrebbe consolidare il Club di Visegrad (Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia), il che apre inevitabilmente a uno scontro sulla politica migratoria che si studia a Bruxelles. Il quartetto non vuole la redistribuzione organizzata di chi va protetto: sono tentati più dai muri alla Orban che dalla solidarietà. Kaczynski non ama Donald Tusk, l’ex presidente del consiglio di Piattaforma civica, liberale, che ora guida il Consiglio europeo e che accusa si avere responsabilità nell’incidente di Smolensk (2010) in cui morì il fratello gemello, allora presidente della Polonia, Lech kaczynski. Potrebbe sfoderare mire anti-ambientali per difendere le miniere di carbone.

A pagina 9, in una intervista, Witold Waszczykowski, ex viceministro degli Esteri di Kaczynski, dice: “Noi polacchi non siamo contro l’Ue. Ma qui non c’è lavoro per i profughi”, “Il muro ungherese? Anche gli Usa ne hanno fatto uno con il Messico”.

Su La Repubblica, due pagine su questo tema. Su Jaroslaw Kaczynski: “La rinascita di Jarek, il ‘gemello superstite’ conquista la Polonia”, “Kaczynski ja guidato il Pis alla vittoria. Con l amorte del fratello presidente nel 2010 sembrava al tramonto” (a scriverlo è Andrea Tarquini).

Sulla stessa pagina un lungo intervento di Timothy Garton Ash: “E’ la destra populista. Ma l’Europa sbaglia a isolare Varsavia”, “La Polonia è la prima potenza regionale tra la Germania e una Russia dilagante. Eppure parte del Paese è rimasta estranea ai benefici della democrazia di mercato”, “La Ue deve reagire per evitare che il modello illiberale dell’Ungheria si allarghi ma senza cedere alla tentazione di fare ostracismo nei confronti dei nuovi arrivati”.

Il quotidiano intervista poi Ryszard Czarnecki, vicepresidente del Parlamento europeo: “Sbagliati i pregiudizi, resteremo affidabili”, “La società polacca è tra le più europeiste d’Europa e in questa società siamo diventati il primo partito. Ovvio che non siamo euroscettici. Vogliamo un ruolo più importante in Europa, ma non abbiamo nulla a che vedere con Marine Le Pen o Nigel Farage. Vogliamo essere più attivi in un’Europa dei valori, che dopo decenni di comunismo ci ha riaperto la porta al mondo”.

Sul Corriere Maria Serena Natale intervista Jan Zielonka, che insegna politiche europee ad Oxford, polacco della Slesia emigrato nel Regno Unito con passaporto olandese. “Le destre euroscettiche non devono sforzarsi, il lavoro sporco lo fa già l’Europa”, dice. L’Europa si illude di esser diventata “un super Stato con moneta, politica estera e difesa comune” e “finge di ignorare un processo storico in atto” di frammentazione. “Non è accentrando i poteri a Bruxelles che si rafforza l’Europa unita ma facendo esattamente il contrario, assecondando il movimento alla disintegrazione”, “riconoscere il ruolo dei vari centri di potere” favorendo “un approccio dal basso”.

Il Fatto: “La santa anti immigrati votata dai nuovi poveri”, “Szydlo, figlia di un ex minatore, sarà premier. Il partito (Pis) ha intercettato il malcontento di periferie e campagne”, “Molti elettori vogliono un ritorno al passato: confini blindati e niente Unione europea”. Ne scrive Roberta Zunini.
Sul Sole: “Per Kaczynski maggioranza assoluta, Polonia a destra”. “Il vecchio leader vince con un programma simile a quello dell’Ungherese Orban”. Si cita il parere di Slawomir Majman, presidente della Agenzia polacca per gli investimenti esteri, secondo cui “in economia non cambierà molto. Il partito PiS ha tuttavia già annunciato emendamenti alla legge Finanziaria “per introdurre nuove tasse per le grandi catene della distribuzione e per le banche straniere”, per abbassare l’età pensionabile, introdurre un bonus bebè e abbassare dal 19 al 15 per cento la flat tax per le piccole imprese.

Sul Corriere Francesco Battistini: “Beata e Jaroslav, la strana coppia che preoccupa Mosca e Berlino”. “Kaczynski e la premier in pectore preparano la svolta. La Germania: ‘Restiamo alleati’”. Dove si legge che “molti scommento che non sarà Beata Szydlo” a gestire “dossier delicati come la riforma presidenziale, le forniture militari, il sostegno all’ungherese Orban e ai Paesi dell’Est che rifiutano i profughi, le richieste della Nato di una maggiore presenza per sostenere l’Ucraina e fronteggiare Putin”. “Scegliendo l’ignota Beata”, dicono i critici, Kaczynski, avrebbe copiato proprio Putin con Medvedev. Dice Adam Michnik che ora “sarà lui a fare i giochi”.

Argentina

Sul Sole: “Ballottaggio in Argentina, vacilla il peronismo”. “Scioli, erede designato dalla Kirchner, vince solo con il 36,8, il 34,3 al candidato di centrodestra Macri”. “La vittoria si giocherà sulle tre sfide economiche da affrontare dopo il 22 novembre: recessione e inflazione, caos valutario, riduzione del welfare”.

Sul Giornale: “Il ‘Berlusconi argentino’ guida la riscossa della destra sudamericana”. “Mauricio Macri favorito nel ballottaggio a Buenos Aires. Ma tutto un continente è ormai stanco della sinistra corrotta”.

Yeoshua

Su La Stampa, alle pagine 10 e 11, un forum nella redazione del quotidiano con l’intellettuale israeliano Abraham B. Yeoshua sulla situazione in Israele e Medio Oriente: “Alla pace non crede più nessuno: è l’ora che l’Europa reagisca”, “La nuova Intifada ci ha sconvolti. Questi giovani scelgono il suicidio da soli, non sono spinti”, “Gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per spingere Israele e i palestinesi verso la pace. Non parlo di Bush, anche di Clinton, anche di Obama.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *