La Turchia risponde al terrore

Il Corriere della sera: “Il Vaticano chiede una scossa su Roma. Renzi: siamo pronti”. “Il caso Marino. La rosa per il commissario, che avrà otto vice”.
Sull’attentato in Turchia: “Ricostruita l’identità di uno dei kamikaze”. “La Turchia risponde e va in piazza”.
A centro pagina: “’Il Califfo ucciso in un raid’. È mistero sul leader dell’Isis. In Rete foto del presunto cadavere di Al Baghdadi”.
A fondo pagina: “Risorse, regole. Patto per il dopo Expo”.

La Repubblica: “La Turchia contro Erdogan. Ankara: la strage è dell’Is”. Con foto di manifestanti in marcia con le immagini delle persone uccise nella strage di Ankara.
Con un’intervista allo scrittore Orhan Pamuk: “La profezia di Pamuk: ‘Il Sultano ama il potere, noi ostaggi della paura, temo la guerra civile’”.
E “il racconto” di Adriano Sofri: “Quei sorrisi vero la morte”.
In apertura a sinistra, le parole del presidente del Consiglio, ieri ospite della trasmissione “Che tempo che fa”: “’Le pensioni slittano al 2016. Roma avrà le primarie’”, “Renzi frena: niente bombe in Iraq. ‘Marino? Sfiduciato dai cittadini’. Il vaticano: ‘La Capitale va scossa’”.
E il “retroscena” di Paolo Rodari: “’La Chiesa neutrale se Ignazio se ne va’”.
A fondo pagina: “Il Nobel e il riscatto dei libri-verità”, “Svetlana Aleksievic e la vittoria della letteratura non-fiction”, di Roberto Saviano.
In prima anche l’intervista del quotidiano al sindaco di Milano Pisapia: “’No a uomini imposti dall’alto, decida la gente’”.
E un intervento di Stefano Rodotà: “Internet e privacy, c’è un giudice in Europa che frena gli Usa”.

La Stampa, con foto del corteo ad Ankara per chiedere giustizia per le vittime della strage: “La Turchia piange i suoi morti. La strage non ancora rivendicata”, “Israele, attacco su Gaza: uccise madre e bimba. Hamas: vendetta”.
“La miccia palestinese pronta ad accendersi” è il titolo di un commento firmato da Stefano Stefanini.
Ancora in prima il “Blitz dell’Iraq”: “Il giallo del raid contro il Califfo”, “Colpito il convoglio di Al Baghdadi, ma il suo corpo non c’è”.
In apertura a sinistra: “Renzi: primarie per il sindaco a Roma e Milano”, “Il Vaticano: alla Capitale serve una scossa”, “Pensioni, rinviata la flessibilità, uscite anticipate solo dal 2016”.
Più in basso, “la simulazione”: “Il nuovo Senato? Quasi tutto Pd. Grillini a secco”, “Ecco come sarebbe composto se la riforma entrasse in vigore oggi”.

L’Unità: “Passaggio a Nord Est”, “Renzi riapre la questione settentrionale e prova a sfondare nel cuore della Lega”, “Sostegno alle Pmi e giù le tasse, l’Italia positiva che manda in crisi Salvini e Zaia”.
A centro pagina, anche qui le foto delle manifestazioni ad Ankara e in tutta la Turchia “all’indomani del massacro dei pacifisti”.
“Quelle bombe sui pacifisti” è il titolo dell’editoriale sulla prima colonna a sinistra, firmato da Umberto Ranieri.
In taglio basso: “Senato, è la volta buona, dopo 30 anni di riforme fallite”, “Domani la votazione finale per il disegno di legge costituzionale”.
E un commento del costituzionalista Stefano Ceccanti: “La fine della storia”.
Anche oggi, accanto alla testata, compare l’appello per la liberazione di Ali al-Nimr, il 21enne condannato alla decapitazione e alla crocifissione in Arabia saudita.

Il Giornale: “Pd nel caos”. “Marino lascia e raddoppia”. “Oggi si dimette però pensa di ricandidarsi contro Renzi. Ma il Vaticano non lo vuole più vedere”. “Berlusconi: uniti ci riprendiamo la Capitale e l’Italia”.
A centro pagina: “Califfo colpito ma non affondato”. “Al Baghdadi scampa per la terza volta”. “La Turchia accusa l’Isis per la strage”.

Turchia

La Repubblica dedica le prime sette pagine alla Turchia. Alle pagine 2 e 3 il reportage di Marco Ansaldo: “La Turchia in piazza contro Erdogan. Il governo accusa l’Is e bombarda i curdi”, “Gas lacrimogeni contro i manifestanti. Le madri dei ragazzi uccisi da due kamikaze respinte mentre vengono a deporre fiori sulle mattonelle sporche di sangue. Le lacrime alla morgue. ‘Le vittime sono 128’. Raid sui guerriglieri in Kurdistan”, “Uno degli attentatori, sarebbe fratello del kamikaze che fece strage a Suruc nel luglio scorso”. Ansaldo dà conto della manifestazione ad Ankara e riferisce le parole del leader del partito curdo Hdp, Selahttin Demirtas: “Oggi siamo in lutto, tuttavia la nostra presenza è testimonianza dell’umanità che non si arrende di fronte a una minaccia occulta”. Demirtas ha fatto appello alla calma, ma ha anche accusato il governo di inefficienza. Scrive Ansaldo: “oggi la Turchia piange i suoi morti. Ma quanti sono esattamente? Il governo è fermo a 95, la cifra dell’altro ieri. Il partito curdo ne lamenta invece 128. Ai quali tocca aggiungere altri 49 uccisi ieri, tutti guerriglieri, sulle montagne del Kurdistan turco, abbattuti dai caccia dell’aviazione. Il Pkk ha proclamato inutilmente il cessate il fuoco. Entrambi i lati del vonfine, quello turco e quello iracheno, nascondono le basi dei ribelli. E la guerra riprende così anche sul fronte militare. I curdi appaiono sotto tiro ovunque: nelle piazze, come l’altro ieri ad Ankara, o a giugno nella strage di Dyarbakir, o a luglio nel massacro dei 33 ragazzi morti a Suruc, al confine con la Siria”. Poca chiarezza sugli attentatori: sarebbero stati due kamikaze e uno dei due sarebbe stato identificato (20-25 anni, secondo il giornale Haberturc si tratterebbe del fratello maggiore dell’attentatore di Suruc).

Sul Corriere: “La Turchia risponde e va in piazza. Il governo segue la pista dell’Isis. Ma la folla accusa: strage di Stato”. Il quotidiano scrive che l’attentato è stato fatto con “tritolo potenziato con biglie d’acciaio” che ieri sono state mostrate dalla tv. Questo “è un indizio che porta alle bandiere nere dell’Isis” o almeno alla “branca turca” che aveva già colpito a Suruc. Il Corriere definisce Haberturk un quotidiano “ben connesso con il governo” è dà conto del nome di un presunto attentatore, Yunus Emre Alagoz, fratello maggiore del ventenne che si fece esplodere a Suruc. E poi: “L’ufficio pubbliche relazioni del governo ha fatto un casting certosino per trovare qualche ferito disposto a sorridere al premier” Davutoglu che ieri ha visitato le vittime all’ospedale. Tra i feriti dell’attentato “è davvero difficile trovare chi non sia convinto che dietro le esplosioni ci sia il governo”, scrive il quotidiano.

Il Giornale: “Strage, la Turchia accusa l’Isis. Ma è rivolta contro il governo. La polizia carica i manifestanti che protestano contro il premier al grido di ‘Erdogan assassino’. Tra i kamikaze forse una donna. Ancora nessuna rivendicazione per il massacro. Si segue la pista islamica senza trascurare quella curda. Ma il Paese si frantuma”.

Su La Repubblica a pagina 4, in un’intervista, lo scrittore turco Orhan Pamuk, dice di temere “una nuova guerra civile”: “Noi ostaggi della paura, ora temo una nuova guerra civile”, “vedo il timore nei volti e nei cuori della gente, questo è il sentimento che oggi governa il Paese. Dopo la sconfitta alle elezioni Erdogan per calcolo ci ha riportati indietro. Vuole gestire il potere a tutti i costi da solo”, “Fino a solo tre mesi fa questo Paese ha vissuto un periodo di relativa pace. E il presidente Tayyp Erdogan era riuscito a intavolare un negoziato con il Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) dopo i lunghi decenni di guerra fra esercito e guerriglieri. E, in un primo momento, questo tentativo è andato bene” . Ansaldo chiede: “poi cosa ha fatto deragliare questo progetto?”. Pamuk: “La sconfitta di Erdogan alle elezioni di giugno (il suo partito è passato dal 49,9% al 40,9%, ndr). Non era riuscito a convincere i curdi, i quali non si sono fidati di dargli i voti per arrivare al suo progetto di Repubblica presidenziale. Così, per ironia, ha perso proprio i voti dei curdi, che nelle urne gli sono mancati in maniera decisiva”, “La sconfitta elettorale ha fatto arrabbiare Erdogan. Lui puntava a rifare un esecutivo monocolore, composto dal suo solo partito (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, conservatore e di ispirazione islamica, ndr.), non voleva una coalizione di governo. Così è stato deciso di di tornare nuovamente il 1 novembre prossimo. Però, non soddisfatti di come vanno le cose, governo ed esercito hanno stabilito di ricominciare la guerra contro il movimento curdo”.
Alle pagine 6 e 7, un lungo commento di Adriano Sofri: “Quel sorriso sul pullman in viaggio verso la morte”, “Virale in rete il selfie di Dijle Deli nel bus che la portava con i suoi compagni al corteo e alla strage. Le foto degli ultimi istanti, una sfida alla censura imposta sul massacro”.

La Stampa a pagina 2, il racconto degli inviati ad Ankara Monica Perosino e Carlo Paletti. “Ankara in piazza piange i suoi eroi. Il governo: i colpevoli sono Isis e Pkk”, “Celebrati i primi funerali delle vittime dell’attacco. Identificato uno degli attentatori. Forse è il fratello del kamikaze di Suruc. Ma non c’è ancora nessuna rivendicazione”. A pagina 3 Marta Ottaviani racconta la storia di Izzetin Cevik, il padre che nelle foto diffuse dopo la strage consolava la figlia stingendola in un abbraccio: è morto a seguito delle ferite riportate (“La morte del padre dopo quell’abbraccio diventato un simbolo”). A pagina 3 Mimmo Candito spiega: “La ‘questione curda’ con Erdogan è diventata ‘questione democratica’”, “ I milioni di voti all’Hdp hanno bloccato il progetto neo ottomano del Sultano” (“La commistione tra il nazionalismo della storia turca e l’islamismo del potere di Erdogan -scrive Candito- ha assegnato ora al partito Hdp un ruolo politico trasversale, unificando in esso l’identità curda con quella, simbolica, della opposizione, contro un potere che si è fatto sempre più autoritario”).

Su L’Unità Umberto Ranieri scrive che “la verità è che la Turchia sta subendo una involuzione autoritaria. Nel 2011, il successo elettorale dell’Akp, il partito di Erdogan, sembrava aprire una fase di graduale integrazione di masse conservatrici rurali e religiose nel processo politico. Il suo trionfo fu accolto come una svolta per il futuro della Turchia e fu considerato un passo importante per irrobustire la democrazia in quel grande Paese. Poi vennero anni di scelte ispirate ad integrismo religioso e intolleranza. Recep Tayyp Erdogan appare oggi a capo di un sistema corrotto che ha messo il bavaglio ai media e all’opposizione allo scopo di cementare il potere della sua cricca”; non avendo ottenuto la maggioranza assoluta alle elezioni, Erdogan ha deciso di “forzare la mano” con una serie di scelte in politica interna ed estera che lo hanno messo in rotta di collisione con gli Usa e l’Occidente ed ha “giocato senza alcuno scrupolo la carta anti curda, ha definito l’Hdp, il cui successo nelle elezioni di giugno è costato la perdita dopo 12 anni della maggioranza assoluta all’Akp, un partito di traditori della Turchia, ha proclamato di voler combattere lo Stato islamico ma le bombe di Ankara non risparmiano le milizie curde, che di Daesh sono l’avversario più determinato”.

Sul Corriere una intervista ad Ali Kenanoglu, del Hpd, Partito democratico del popolo. Non è curdo ma alawita (come il presidente siriano Assad). Spiega che l’Hdp “ha una piattaforma di democrazia radicale”, con femministe, omosessuali, yazidi armeni e cristiani, laici e religiosi ortodossi. Dice che il suo partito sostiene la tesi della “strage di stato” perché “Erdogan ha bisogno di un nemico, ha bisogno di polarizzare la società per ergersi a difensore dell’ordine”. Ma Erdogan “ha sbagliato i calcoli”, perché l’Hdp non lascerà la corsa elettorale e la società civile “ha capito di chi è la responsabilità dei morti”.

Il Mattino intervista Buharn Sonmez, scrittore turco, Ricorda che Erdogan ha perso la maggioranza alle elezioni del giugno scorso e che per questo motivo “hanno voluo le elezioni anticipate” del primo novembre in cui “sperano di avere maggiore supporto dai nazionalisti. E questo è anche il motivo per cui incoraggiano questo tipo di azioni violente al fine di creare un’atmosfera di instabilità”. Dice che l’attentato è stato organizzato “probabilmente dall’Isis con il sostegno dell’apparato dello ‘stato profondo’ turco”.

Sul Resto del Carlino ha intervistato Baykal Sivazliyan, armeno nato in Turchia, vive in Italia dove insegna lingua armena alla Statale e presiede l’unione degli armeni in Italia. Dice che “a sentire” i manifestanti in Turchia “non c’è dubbio sui mandanti”, “comunque è in corso una inchiesta governativa”, “l’importante è che “come succede nei regimi libertici il controllato e il controllore non siano la stessa persona”.

Sul Messaggero una analisi di Ennio Di Nolfo (“Il ruolo strategico di Ankara”) scrive che la reazione di parte dell’opinione pubblica turca di “accusare il presidente Erdogan” di essere l’ispiratore della strage “appare dettata più dalle impressioni del momento e dalla volontà di trovar esubito un capro espiatorio” che “dall’intenzione di cogliere le vere responsabilità”. Di Nolfo, usando l’argomento del “chi giova” evocato ieri dal ministro Gentiloni, spiega che la violenza terroristica danneggia tanto il governo quanto l’opposizione di Hdp. Di Nolfo insiste invece sulla coalizione pur “etorogenea” anti Isis, ricorda che la Turchia aveva deciso di “associarsi alla coalizione anti-Isis” dopo l’attentato di Suruc, ricorda il ruolo della Russia “a difesa di Assad ma anche di fatto a fianco della Turchia” e il fatto che la Turchia rimane il “baluardo principale dell’Occidente rispetto alla penetrazione islamica”. Dunque la ricerca della responsabilità dovrebbe tendenzialmente escludere la Turchia e anzi – chiede Di Nolfo – è bene che da parte dei Paesi Nato “non si colga l’occasione per emarginare ulteriormente il pur criticabile regime di Erdogan”.

Iraq

Sul Corriere Guido Olimpio si occupa del “mistero sul leader dell’Isis”, dopo l’annuncio che il convoglio di auto con il capo dell’Isis Al Baghdadi sarebbe stato colpito da un raid iracheno. “Nonostante su Twitter sia stata postata una foto del leader senza vita, non c’è certezza sul suo destino. I jihadisti lo hanno portato via, non si sa dove sia”. A fine serata la precisazione che non era tra le vittime. Si ricorda che altre volte l’Iraq ha dato per morto Abu Bakr Al Baghdadi anche se “c’è da dire che rispetto a Bin Laden” l’uomo offre ben poche prove della sua esistenza, visto che ci sono pochissime immagini pubbliche.
Sullo stesso quotidiano: “Parlano le schiave yazide di Al Baghdadi. ‘Lui e le mogli ci picchiavano con i tubi’. ‘Non alzava mai la voce. Prima di stuprare la prigioniera americana leggeva il Corano’”. Il racconto è da Dohuk, nel Kurdistan iracheno, dove l’inviata Viviana Mazza ha incontrato due giovanissime donne rapite sul monte Sinjar nell’agosto 2014 e scappate nell’ottobre dello stesso anno. Stanno per partire per la Germania, sono state interrogate da funzionari e giornalisti americani “perché la loro testimonianza è unica”.

Marino

Il Giornale: “Marino conferma l’addio ma è pronto a ricandidarsi. In piazza i sostenitori del sindaco che per ora non cambia idea. Renzi: ‘Sabella commissario? Ottimo nome, sceglierà il prefetto’”.
Il quotidiano scrive: “Mobilitato da ignote interconnessioni siderali, ivi comprese alcune a carattere sotterraneo promosse da Bettini, il popolo Marziano si materializza intorno al mezzodì ai piedi della copia della statua di Marc’Aurelio. ‘Movemose’ la parla d’ordine circolata in rete. Appare chiaro come le oche del Campidoglio stavolta non abbiano funzionato”. Il quotidiano segnala che alla manifestazione era presente il Pd romano Miccoli, che dice: “La stragrande maggioranza dei manifestanti erano elettori, militanti, segretari di circolo Pd”. Il quotidiano dà anche conto della intervista di ieri di Renzi da Fazio e sottolinea che il premier ha dato il “via libera alle primarie” quando ha detto che “saranno i romani” a scegliere (Renzi parlava del sindaco, però, non del candidato ndr).

La Repubblica, pagina 10: “Renzi: ‘Dopo Marino faremo le primarie. Roma ha rotto con lui’”, “Vallini, il vicario del Papa: ‘Nella Capitale servono nuovi dirigenti’. Il premier: no alle bombe in Iraq”.

La Stampa, pagina 7: “Renzi salva le primarie e apre all’ipotesi Sabella”, “’Il sindaco lo sceglieranno i romani’. Doppia opzione per il magistrato”. Dunque, secondo Fabio Martini, che ne scrive, sulla decisione che spetta al governo di nominare un commissario per gestire l’emergenza e preparare le elezioni, l’assessore alla Legalità, il magistrato Claudio Sabella, avrebbe delle chances sia di diventare commissario prefettizio (Renzi ha detto ieri, a “Che tempo che fa” che “Sabella è un ottimo nome, è un magistrato e ha fatto un grosso lavoro sulla legalità. Il nome del commissario lo deciderà il prefetto di Roma”) che di ottenere da Palazzo Chigi “un investimento a tutto tondo” che lo porterebbe in seguito ad una investitura come candidato sindaco Pd.

L’Unità: “Marino lascia. I suoi: ripensaci. Il Vaticano: ‘Serve una scossa’”. Un migliaio di persone, racconta il quotidiano, ieri è andata in Campidoglio a sostenere Marino.

La Stampa: “Il popolo di Marino: ‘Ignazio resisti, con mafia capitale ne vedremo delle belle’”, “Duemila persone acclamano il sindaco uscente: gli onesti sono con te”.
E a pagina 7 Francesco Maesano scrive che, secondo i sondaggisti, se Marino presentasse una lista civica nel suo nome potrebbe ottenere tra il 5 e l’8%.
“La città non tollera comprimari” è il titolo dell’analisi di Ilvo Diamanti su La Repubblica: secondo Diamanti la scelta del candidato (non solo a Roma) verrà assunta e risolta “da un partito poco radicato sul territorio e sempre più personalizzato. Cioè, da Renzi”. Con il rischio che il voto di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste o Cagliari assuma non solo un significato nazionale, “ma coinvolga -e investa- direttamente il Sindaco d’Italia e il suo partito. Matteo Renzi e il Pdr. Si tradurrebbe, cioè, in un voto ‘di fiducia’. Oppure -se il consenso del M5S si allargasse ancora, come ipotizzano i sondaggi – di ‘sfiducia’”.

Il Corriere: “La piazza di Marino. L’ultima domenica di pieni poteri tra un matrimonio celebrato e i sostenitori che cantano ‘Bella ciao’. ‘Sono commosso ma non ci ripenso’. Oggi formalizzerà il passo indietro’”. Il quotidiano spiega che la manifestazione è nata da un gruppo Facebook (Io sto con Marino) nato un anno fa per iniziativa di Bruno Gramiccia, ex dirigente d’azienda. Il gruppo ha tra gli animatori anche la sorella del sindaco Marina Marino, “produttrice esecutiva dei programmi di Piero Angela”. Ieri ha sposato Franco Marino, consigliere comunale della sua Lista Civica, “ribattezzato l’Apicella di centrosinistra” perché ha scritto alcune canzoni di omaggio a Renzi, Marino e persino Sabella.
Sul Corriere, Fiorenza Sarzanini spiega “come sarà gestita la città” con il commissario. Si citano le cose dette da Renzi che non esclude un prefetto. Sulla figura di un prefetto starebbe puntando il ministro dell’Interno (mentre Sabella è magistrato). I nomi sono quelli di Morcone, Vulpiani, Carpino, Varratta, Tranfaglia, Paola Basilone. Si sottolinea che Renzi comunque vuole un governo “vero”, una “squadra di esperti”, con nomina di sub commissari, “mantenendo nella squadra i tre assessori nominati per supportare l’attività di Marino”, ovvero Sabella, Causi ed Esposito.

Sul Messaggero si legge che nel “toto commissario” “spunta l’ex generale dei Carabinieri” ovvero Leonardo Gallitelli, di recente nominato responsabile dell’ufficio antidoping del Coni.

Il Giornale si occupa con evidenza degli “scontrini di Renzi”. Dove si legge che il sindaco Marino ha un “predecessore illustre” nel segretario del Pd, che nei suoi cinque anni alla guida della Provincia di Firenze, prima di diventare sindaco del capoluogo toscano, ha usato una “carta di credito con plafond mensile di 10 mila euro” ed ha avuto “rimborsi spese con giustificativi non troppo dettagliati”. Si tratta di una “montagna di carte” portate dai magistrati da un dipendente della Provincia, Alessandro Maiorano (che lo ha denunciato, ed è stato controdenunciato da Renzi per diffamazione, prossima udienza il 13 novembre starring l’avvocato Carlo Taormina)”. Segue elenco di spese per viaggi e cene.

Roma e il Vaticano

Su La Stampa, a pagina 6: “Il vicario del Papa: per Roma una scossa e politici nuovi”, “Lettera a ‘istituzioni e cittadini’: ‘La città deve ripartire e il Giubileo la aiuterà’. E il segretario di Stato: non credo che le dimissioni mettano a rischio i lavori”.

Su La Repubblica, il “retroscena” di Paolo Rodari: “Il Vaticano avverte: via Ignazio e poi saremo neutrali”, “Pesa ancora l’irritazione di Francesco nei confronti del chirurgo dopo il viaggio in Usa”, “I vertici della Chiesa non vogliono essere tirati per la tonaca in vista della campagna elettorale”.

Sul Corriere a pagina 15: “Il Vaticano chiede una scossa per Roma. Renzi: siamo pronti”. Il quotidiano spiega che l’anticipazione diffusa ieri dal settimanale diocesano Roma Sette di una lettera del cardinal vicario Vallini ha inevitabilmente fatto rumore. La lettera “verrà pubblicata il 5 novembre” ed è “in preparazione da un anno e mezzo” ma – anche dopo la presa di posizione dell’Osservatore Romano che ha scritto che a Roma sono rimaste solo macerie – ha fatto inevitabilmente rumore. Si tratta di una “lettera alla città” pensata per l’anno santo ed è “scandita da una serie di temi”, dall’accoglienza e l’integrazione alle nuove povertà fino alla necessità della “formazione di una nuova classe dirigente”.

Sul Messaggero la vaticanista Franca Giansoldati cita una risposta di Bergoglio qualche mese fa a una domanda di uno studente che chiedeva se fa bene un cattolico ad “immischiarsi in politica. La risposta fu immediata e piena di passione: ‘Deve! La politica è una delle forme più alte della carità. Per certi versi fare politica è un po’ martiriale, è un martirio quotidiano visto che non è facile cercare il bene comune senza lasciarsi corrompere. Bisogna cominiciare dalle piccole cose’”. Si legge anche che in Vaticano “nessuno fiata” sull’identikit del prossimo sindaco ma sia Vallini che Bergoglio “coltivano lo stesso sogno: un cattolico vero con l’aspirazione alla santità”.

Per tornare al Corriere, da segnalare una intervista all’arcivescovo Rino Fisichella, scelto dal Papa per organizzare il Giubileo. “Ho fiducia, la città sarà pronta. Il primo interlocutore per noi è il governo”.

Pisapia, Berlusconi, Roma e Milano

Su La Repubblica a pagina 12 un’intervista al sindaco di Milano Giuliano Pisapia: “Basta candidati calati dall’alto, e io non uso la carta di credito”. Scrive il quotidiano che “per la successione il sindaco chiede le primarie e fa i nomi della sua vice Balzani e e di Sala. ‘Non ci saranno irregolarità’”. Milano, dice Pisapia, “non è la Capitale, ma è di sicuro la locomotiva del Paese”, “Ho fatto presente a Renzi che le primarie a Milano sono una necessità”, “Non ho prospettive politiche sul mio futuro su cui discutere. Con Matteo c’è rispetto”.

Su Il Giornale: “Berlusconi suona la carica: ‘Prendiamo Roma e l’Italia”. Ieri Berlusconi era ad una manifestazione elettorale in provincia di Roma. Tra i nomi di possibili candidati di centrodestra per il Campidoglio “la rosa appare ristretta” a Meloni e Marchini, il cui nome “sarebbe gradito” anche a Ncd. Berlusconi avrebbe parlato con Marchini al telefono per mezz’ora sabato. Alla manifestazione, che si teneva ad Anzio, ci sarebbe stato anche un “equivoco sonoro”: un “forza Anzio” sarebbe stato percepito come “forza Arfio”, una investitura per Marchini.

Sul Messaggero: “Berlusconi: ‘Renzi a casa se vinciamo nei Comuni’. Ma non c’è intesa FI Lega”. “Per la Capitale e Milano vuole due ‘city manager’. L’altolà di Salvini”.

Il Corriere intervista Gabriele Albertini, che di Milano è stato sindaco ed era, quando fu eletto, “capo dei duri di Federmeccanica”, la federazione delle industrie metalmeccanihe “Sì al manager per Milano. Ma con la crisi è dura trovarlo”. Dice tuttavia che un manager c’è: è Corrado Passera, “lui sarebbe un sindaco straodinario”.

Napoli

Intanto a Napoli potrebbe ricandidarsi Antonio Bassolino. Dice che “chi pensa che io sia mosso dalla fregola di fare il sindaco non sta bene con la testa”, “il sindaco l’ho già fatto” ma ammette di vivere “un conflitto reale tra la voglia di impegnarmi” e “il desiderio di stare a fianco della mia famiglia che ho sacrificato per troppo tempo”. Risponde al telefono da Londra ma risponde alla domanda-gioco su come farebbe una campagna elettorale: “Aprirei a forze nuove” e “decido io in piena autonomia”, “se mi candidassi non lascerei a De Magistris e ai 5 Stelle la carta della critica verso il governo” sulle sue politiche sul sud.
Il caso De Magistris – o meglio la legge Severino – sarà all’esame della Corte Costituzionale il 20 ottobre. Il Corriere oggi scrive che il governo sarà schierato a difesa della legge, contro le ragioni di De Magistris e di De Luca. Il quotidiano scrive che “sono sorprendenti e destinate a fare rumore” le due memorie depositate dalla Avvocatura dello Stato in cui sostengono che la sospensione non è incostituzionale, ricordando anche che la norma esiste da alcuni decenni e la legge Severino ha solo esteso le fattispecie.

E poi

Michele Ainis firma l’editoriale del Corriere della sera (“La Nazione sul piano inclinato”) e si sofferma sulla “nostra inclinazione nazionale”, quella di prendere decisioni che “corrono sempre sul piano inclinato”. Si citano le azioni militari come quella eventuale in Iraq, la legge sul divorzio, la rifoma costituzionale. In Italia “la legge è opaca, ingannevole, insincera” fino alle unioni omosessuali, perché nel ddl Cirinnà in discussione in Parlameto “non figura nemmeno una volta l’aggettivo, mentre il sostantivo si traduce in un’’unione civile’, anzi in una ‘specifica formazione sociale’”.

Sul Messaggero: “Unioni civili, Pd diviso. L’Ncd punta sul rinvio”. Si cita quel che ha detto ieri Renzi da Fazio: rimane aperto il punto della cosiddetta stepchild adotion, la possibilità di adozione da parte di una coppia omosessuale di eventuali figli di uno dei due. “A noi interessa portare a casa il risultato”, ha detto Renzi.

Su La Stampa, pagina 9: “Il nuovo Senato? Stravince il Pd”, “Simulazione sulla base degli attuali consigli regionali. Centrodestra a trazione leghista, M5S quasi a secco. Sulla composizione peseranno le trattative tra i partiti: ma non dovevano decidere gli elettori?”. A scriverne è Marco Bresolin, che correda l’articolo con i grafici elaborati secondo la simulazione dei rapporti di forza in Parlamento e della distribuzione dei seggi nei Consigli regionali.

Sul Corriere spazio per la legge di Stabilità che il governo dovrebbe varare in settimana. “Rinvio sulle pensioni. Per il sud 10 miliardi”. Si legge che slittano al prossimo anno le misure di eventuale uscita flessibile rispetto a quanto previto dalla legge Fornero perché il governo non ha ancora le idee chiare. Si legge anche che il governo ha intenzione di procedere nella trasformazione del bonus di 80 euro in una vera detrazione fiscale, per poterla così conteggiare non più come spesa ma come risparmio fiscale.
Ancora sul Corriere, alla pagina dei commenti, l’intervento di Mauro Marè e Fabio Pammolli: “Per salvare le pensioni bisogna defiscalizzare il futuro dei giovani” ovvero garantire contributi più leggeri per i giovani sotto i 25 anni.

Su L’Unità due intere pagine dedicate al tour del presidente del Consiglio nel Nord Est inquesto fine settimana: “Parte dal Veneto la sfida al cuore della Lega”, “Dalla ‘secessione’ a ‘Roma ladrona’ agli allarmi per i migranti, allo scontro Salvini-Maroni e allo stupore di Zaia per gli applausi a Renzi” (di Rudy Francesco Calvo). In basso, intervista all’imprenditrice del vino Marilisa Allegrini: “Con le misure per le imprese cresce l’occupazione”. E al sindaco di Treviso Giovanni Manildo (Pd): “Detrazioni, il governo parla la lingua di chi produce”. Sulla stessa pagina, con foto di Giovanni Rana davanti al teatro Ristori, dove ha partecipato all’incontro con Renzi: “Quel feeling speciale con le aziende del Nord Est”, “Giovanni Rana: ‘il premier ‘è un ragazzo in gamba’. E i suoi colleghi applaudono ‘perché ragiona da imprenditore’. L’attesa della Stabilità” (la legge di Stabilità, ndr.)

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