Juncker, sì alla flessibilità-migranti

La Repubblica: “Ue, Juncker apre alla flessibilità. Sì alla manovra”, “Migranti, via libera allo sforamento del deficit. Ma il presidente attacca: non tutti fanno abbastanza. Braccio di ferro sulle cifre tra Italia e Paesi del Nord”.
In prima anche la sentenza del Consiglio di Stato: “Nozze gay, battaglia sul no, ‘Quel giudice è prevenuto’”.
Più in basso: “Svolta del Papa. Due vescovi preti di strada”.
Sull’allarme lanciato dall’Oms sulle carni rosse e gli insaccati: “Carne, consumi giù del 20%. ‘A rischio 180mila posti’”.
Sul caso Roma: “Marino resiste: Renzi mi veda”.
La “copertina” dell’inserto R2 è dedicata ai quarant’anni dalla morte di Pasolini: “Le ceneri di Pasolini, che cosa resta di un maestro corsaro”. Con un inedito dello scrittore.

La Stampa: “L’Ue apre all’Italia, ‘Emergenza sbarchi, conti più flessibili’”, “In arrivo bonus da 3,3 miliardi da usare nella legge di stabilità”, “Lo Svimez: il Sud cresce, ma aumenta il gap con il Nord”.
In prima anche qui la sentenza del Consiglio di Stato: ‘Nulle le nozze gay all’estero’. Polemica sul giudice cattolico”.
E un commento di Vladimiro Zagrebelsy: “Adesso il Parlamento è obbligato a muoversi”.
A fondo pagina: “Omicidio stradale, giro di vite. La pena minima sale a 5 anni”, Oggi atteso l’ok della Camera alla legge”.
E una storia da Torino: “’Musica, l’Islam dice no’. Cambiano scuola ai figli”, “Torino, la scelta di due famiglie musulmane”.
Sull’allarme Oms: “Gli allevatori: ‘L’allarme sulla carne ci distruggerà’”.
E un commento di Alberto Mingardi: “Non insaccate la libertà di salsiccia”.

Il Corriere della sera: “Profughi, la beffa delle quote. Dall’Italia all’estero solo 90 migranti in un mese. Dovevano essere 80 al giorno”. E poi: “Juncker: flessibilità sui conti dei Paesi che dimostrino di aver speso in accoglienza”.

In alto: “Il giorno della sfida di Marino al Pd. ‘Ritiro le dimissioni, no all’ignominia’. Il caso della Capitale. In Aula per riottenere la fiducia”. “Orfini: così fa una brutta figura”. E poi un “retroscena”: “Renzi va avanti: il sindaco? Ormai non ha i numeri”.
A fondo pagina: “Lo strano collegio del no alle nozze gay”. “Il relatore sotto accusa per i tweet schierati. E il presidente è dell’Opus Dei”. “Esibizionismo giudiziario” è il titolo di un commento di Pierluigi Battista.
L’editoriale, firmato da Antonio Polito, è titolato: “L’Occidente si pente troppo”, a partire dalle dichiarazioni di Tony Blair sull’Iraq.

Il Fatto: “La manovra di Confindustria”, “Dietro gli slogan. Gli sgravi fiscali, tolte le nuove entrate, sono solo 1,3 miliardi”, “Renzi annuncia 25 miliardi di tasse in meno. Ma i tecnici parlamentari lo smentiscono: 17 sono virtuali e il resto finisce nelle tasche di imprese e redditi più alti”.
A centro pagina, ancora sulla direttrice dell’Agenzia delle Entrate: “Ecco perché cacciano la Orlandi: troppi no su condono e contanti”.
Sulla situazione di Roma, con caricatura di Ignazio Marino: “I 5Stelle come Podemos: aperti alle liste civiche”, “Marino: ‘Vado in aula e lì decido’”.

Il Giornale: “Renzi ci fa invadere per denaro. Per elemosinare l’ok europeo sulla manovra dovremo prenderci sempre più immigrati”. E poi: “Marino ci ripensa, oggi ritira le dimissioni”.
A centro pagina: “Poste, il governo ha sbagliato i conti. La mega privatizzazione voluta dal premier parte con un calo sul mercato”.
In prima anche: “Vieta le nozze gay. Fango sul giudice”.
E poi, sulla “Chiesa che cambia”: “Francesco colpisce ancora, fa vescovi due ‘pretacci’”.

Il Sole 24 ore: “Ctz, asta ‘sottozero’: tassi biennali negativi”. “Debutto senza strappi di Poste a piazza Affari: -0,7 per cento”.
A centro pagina: “Migranti, l’Ue apre a flessibilità sui conti. Juncker: valutazione Paese per Paese, vanno dimostrati sforzi straordinari”. “La manovra: ipotesi mini-ritocchi per pensioni e contanti”.
Di spalla: “Confindustria: alleanza università imprese nel nome della ricerca”. “All’Expo la giornata dell’innovazione”.

Migranti, Juncker

La Stampa, pagina 2: “Manovra a 31,8 miliardi con flessibilità. Sì alle spese per l’emergenza migranti”, “L’Europa: più margini ai Paesi che hanno fatto sforzi, ma valuteremo caso per caso. Per Roma in arrivo un bonus da 3,3 miliardi. Così lo sconto totale sale a 16 miliardi”. E’ la corrispondenza da Bruxelles di Marco Zatterin a dar conto delle parole pronunciate ieri davanti al Parlamento europeo dal presidente della Commissione Ue Juncker: “Il 15 ottobre (giorno del vertice Ue, ndr.) abbiamo comunicato agli Stati che nel qualificare le spese destinate alla crisi dei rifugiati, e il loro effetto sui bilanci, abbiamo deciso di applicare una certa flessibilità”, “Faremo un’analisi Paese per Paese e vedremo in che misura si deve tener conto di costi che comporta la politica dei rifugiati”, anche perché ci sono “Stati, anche tra i grandi, che non fanno sforzi sufficienti”, e per usufruire degli sconti un Paese “deve dar prova di disporre del necessario senso di responsabilità”, “Sono tempi eccezionali e il patto di Stabilità non è più quello di una volta”. Zatterin sottolinea il valore “politico” dell’annuncio di Juncker, che ha “buttato il cuore oltre l’ostacolo”, tanto che voci raccolte a Bruxelles fanno notare che “si è spinto più avanti di quanto pensassimo e ha voluto dare un segnale preciso”. Insomma, non ha fatto la parte dell’ “eurocrate”, secondo Zatterin, e ora toccherà ai tecnici trovare “una quadra” fra questo auspicio e le regole di monitoraggio delle politiche dei Ventotto.

Su La Repubblica, pagina 2: “Migranti, sì della Ue alla flessibilità sul deficit. Via libera alla manovra”. E a pagina 3: “Aiuti solo per ‘sforzi straordinari’. Juncker mette i paletti e attacca: ‘Non tutti fanno abbastanza’”. Alberto D’Argenio, nel suo “retroscena” parla di un “segnale in codice” da parte di Juncker che tutti aspettavano: lo aveva promesso a Renzi e al cancelliere austriaco Faymann come prova del suo impegno politico sui rifugiati. “Risultato ottenuto?”, si chiede d’Argenio. “Sì, ma non ancora del tutto”, perché “mentre a Roma si brindava al successo”, in effetti una clausola ci sarà e da Bruxelles hanno mandato un messaggio criptato a Palazzo Chigi: per definire l’impatto della flessibilità sui migranti si calcoleranno le spese sostenute dall’aprile 2015, non dal 2014. In pratica, se il governo calcolava per il 2016 un incremento di 3,3 miliardi nei costi per gestire la crisi dei flussi migratori rispetto agli anni scorsi, ora il delta per il calcolo si restringe e parte da un periodo già di emergenza. Con il risultato che per l’Italia, ma non per i Paesi del Nord investiti dai flussi solo da pochi mesi, il bonus potrebbe ridursi a poche centinaia di milioni di euro. I negoziati dunque proseguono e inizia ad affacciarsi una soluzione più vantaggiosa: Bruxelles potrebbe riconoscere a Roma tutta la flessibilità sui rifugiati, ma limare dello 0,1% quella sugli investimenti. Il deficit potrebbe così salire dal 2,2 al 2,3%, ovvero 1,6 miliardi con cui Renzi potrebbe anticipare parte del taglio Ires o il piano di edilizia scolastica.

Sul Giornale si parla di “grande baratto” tra Roma e Bruxelles , ovvero dello “scambio tra accoglienza e flessibilità che suona come una sorta di salvacondotto finanziario-umanitario, offerto pubblicamente agli Stati interessati da Jean Claude Juncker di fronte alla plenaria dell’Europarlamento”. Si citano le parole del presidente Juncker che ieri ha detto: “’Se ci sono alte spese per affrontare l’emergenza saremo flessibili. Se un Paese fa uno sforzo straordinario, avrà una interpretazione del Patto di Stabilità conforme a questo sforzo straordinario. Purché questi sforzi siano dimostrati. Le regole contengono un margine di flessibilità. Ma fra i grandi Paesi ce ne sono anche che non fanno abbastanza: solo chi dimostrerà di compiere sforzi avrà diritto alla flessibilità’”. Il quotidiano rileva che intanto “il piano di redistribuzione salutato da Matteo Renzi e Angelino Alfano con toni trionfalistici si sta rivelando un clamoroso fallimento. E ora l’Italia – che già sta sopportando un peso enorme – viene anche invitata a ‘rilanciare’. Situazione paradossale visto che le partenze di migranti avvenute finora dall’Italia verso altri Paesi Ue sono state soltanto 150 (secondo altre fonti il dato scenderebbe a 87). Con questo ritmo per redistribuire i 40mila profughi pattuiti ci vorranno non 2, ma 20 anni”.

Anche sul Corriere Fiorenza Sarzanini si occupa dei numeri sui migranti e del piano per trasferire in du anni 40 mila migranti eritrei e siriani arrivati in Italia, perché “un mese dopo” l’accordo “siglato per ‘alleggerire’ la situazione anche in Grecia e Ungheria dopo le migliaia di arrivi dei mesi scorsi, il progetto si rivela quello che in molti temevano: un flop. Per raggiungere il risultato bisognava infatti far partire 80 stranieri al giorno. E invece in un mese soltanto 90 hanno lasciato il nostro Paese: 40 sono andati in Svezia, 50 in Finlandia”. Tutti gli altri restano in attesa e “rischiano di dover aspettare mesi”, perché sono solo 525 le richieste accolte ma “nessuna con effetto immediato”. Sarzanini scrive che sono arrivati quest’anno in Italia oltre 137 mila migranti, meno dell’anno scorso quando furono 170 mila. Per accoglierli “l’Italia finora ha speso un miliardo e 100 milioni di euro, dall’Europa è previsto che arrivino appena 310 milioni di euro. Una cifra irrisoria, soprattutto tenendo conto che altri soldi dovranno essere stanziati per l’apertura degli altri ‘hotspot’ a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani”.

Svimez

La Stampa, pagina 3: “Il Mezzogiorno torna a crescere. Ma il divario con il Nord aumenta”, “Rapporto Svimez: Paese sempre più diviso, gli investimenti restano al palo. Renzi: finalmente il segno più. Confindustria incalza: ora serve un piano”.

Sul Mattino: “Il divario resta, il Nord continua a crescere più della media nazionale e con un distacco sul Mezzogiorno di un punto netto di percentuale. Eppure un pizzico di ripresa, finalmente, bagna anche il Sud. Timido, appena uno 0,1 per cento a fine 2015, annuncia il direttore della Svimez Riccardo Padovani nella gremita Sala della Regina al primo piano di Montecitorio” dove ieri è stato presentato il rapporto Svimez. Il quotidiano ricorda che il tasso di disoccupazione rimane attorno al 20 per cento, ma sottolinea il “segnale” che “appena tre mesi fa, quando furono rese note le anticipazioni del Rapporto riferite al 2014, sembrava impossibile persino evocare”. Quelle anticipazioni avevano prodotto polemiche per giorni e – scrive il quotidiano napoletano – è “impossibile non notare ad esempio l’assenza di uomini di governo e di presidenti di Regioni meridionali (salvo alcuni ‘delegati’) alla presentazione di ieri”.

Orlandi

Il Fatto a pagina due torna ad occuparsi del caso di Rossella Orlandi, direttrice dell’Agenzia delle Entrate: “Dal salva-B al contante: così il Giglio magico ha condannato la Orlandi”, “L’attacco a lady Fisco viene da lontano: dalla ‘manina’ di Natale ai temi d’accertamento. Il premier non ha gradito i malumori sui pasticci finiti sui giornali”. Secondo Carlo Di Foggia, che firma l’articolo, il pasticcio dell’Agenzia delle Entrate non è “orfano” e non nasce dalle uscite del sottosegretario Zanetti: il punto di frattura risalirebbe al gennaio scorso, alla norma “salva Berlusconi”, che avrebbe salvato chi evadeva e frodava le imposte sotto il 3% del reddito dichiarato, comparsa in un decreto fiscale poi ritirato. Il testo originario era stato elaborato da Tesoro e Agenzia delle Entrate, poi, una volta arrivato a Palazzo Chigi, “accade di tutto” in quella sede: e viene inserita la norma di cui i tecnici delle Entrate non erano informati. Il quotidiano elenca poi una serie di “strappi” che si sarebbero susseguiti sul fronte delle norme per gli accertamenti da parte del Fisco che avrebbero causato, secondo l’Agenzia, una perdita di gettito erariale notevole, per arrivare a questi giorni, alla grana dei 767 dirigenti dell’Agenzia decaduti per effetto delle sentenze della Consulta e del Consiglio di Stato, riguardo al quale la Orlandi – che viene dalla vecchia scuola dell’ex ministro Vincenzo Visco e che ora viene difesa dalla minoranza Pd- aveva fatto presente i “rischi” di depauperamento dell’organismo.
Sulla stessa pagina, un’intervista a Fabio Di Vizio, pm di Pesaro e membro del Comiato degli esperti dell’Unità di informazione presso la Banca d’Italia: “Rientro dei capitali: grazie a lei una svolta anche per Bankitalia”, “Con l’arrivo della dottoressa Orlandi i due organismo hanno cominciato a collaborare proficuamente in termini sistematici e innovativi”.
A pagina 3: “Lotta all’evasione, Renzi si affida allo Spirito Santo”, “il governo annuncia una propria ‘strategia’ di contrasto. Che però non esiste”. A scrivere questo lungo commento è Bruno Tinti, ex magistrato e collaboratore del quotidiano.

Su La Repubblica, pagina 4, “parlano i dirigenti ‘declassati’ dell’Agenzia delle Entrate”: “Noi abbiamo rivoluzionato il Fisco”, “Fa male sentirsi dare degli usurpatori. Siamo vittime”.

La Stampa: “Il Pd blinda l’Agenzia delle Entrate, ‘Orlandi deve restare al suo posto’”, “Il sottosegretario Zanetti insiste per un chiarimento politico con il governo. Forza Italia chiede a Boldrini e Grasso di convocare Padoan in Parlamento”. E si citano le parole di Filippo Taddei, responsabile economico Pd: “Orlandi ha fatto un lavoro serio. Subisce le ricadute del passato”.
Sulla stessa pagina il “retroscena” di Alessandro Barbera: “Concorsi mai svolti e dirigenti a tempo, le cause dello scontro con Palazzo Chigi”, “Dal 2001 sono state bandite tre selezioni pubbliche ma tutte sono state bloccate dal ricorso dei sindacati” (si tratta di una piccola sigla sindacale, la “Dirpubblica”).

Sul Corriere Lorenzo Salvia cita un “dossier del FMI”, che dovrebbe arrivare proprio oggi sul tavolo del ministero dell’Economia. Un documento che “secondo alcune indiscrezioni dovrebbe rilevare alcune criticità nel funzionamento della struttura” dell’Agenzia e “indicare in una maggiore autonomia” la soluzione. Autonomia “non tanto politica quanto organizzativa”.

Marino

Il Corriere della sera dà conto del post pubblicato ieri mattina in uno dei social network che sostengono il sindaco Marino: “Dimissioni ritirate”. Ieri sera poi una agenzia scriveva che “al massimo domani” il sindaco avrebbe ritirato le sue dimissioni. “E’ una guerra di nervi quella che il sindaco dimissionario e il Pd stanno combattendo da giorni”. Marino avrebbe detto ai suoi collaboratori che non vuole “essere cacciato con ignominia” e cerca contatti con il premier. Stamane, nella giunta convocata per le 11, potrebbe annunciare, con la pedonalizzazione integrale dei Fori Imperiali, il ritiro delle dimissioni. Il quotidiano ricorda che la via della sfiducia è difficile per il Pd perché si troverebbe a votare contro il sindaco insieme alle opposizioni di centrodestra. Altra ipotesi: le dimissioni in blocco dei 19 consiglieri comunali Pd. Che comunque non bastano per far cadere il sindaco.
Sul Corriere Maria Teresa Meli: “Il sindaco si appella a Delrio. Renzi stoppa le mediazioni: ma dove pensa di andare?”. “Il premier ai suoi: esca dal Campidoglio e poi si vedrà”.
Si legge nell’articolo che gli uomini del premier “non parlano più” con il sindaco Marino e che anche Delrio si “tira indietro”. “’Marino non ha più i numeri, dove pensa di andare’”, si sarebbe chiesto il presidente del Consiglio. E a chi gli chiede un atto di distensione risponde “’Nessun atto distensivo verso il Campidoglio’”. Meli scrive anche del prossimo candidato Pd al Comune: “Sarà il prefetto Franco Gabrielli? Non è ancora detto…”.
Ancora dal Corriere, “L’amarezza di Orfini. Così Ignazio sta facendo una figuraccia, mi dispiace per lui”. “E’ un balletto ridicolo”.

La Stampa: “Marino: ‘La giunta lavora e va avanti’”, “Il sindaco tira dritto. E le dimissioni dei consiglieri Pd non basterebbero a farlo cadere”. Scrive Carlo Bertini che Forza Italia chiede un passaggio in aula e la votazione della sfiducia, mentre varie opposizioni sono pronte a dimettersi: ma i grillini “vogliono stanare il Pd” dicono che “per cacciare Marino” c’è la loro mozione, presentata nei tempi stabiliti, “basta che le altre forze politiche la sottoscrivano”. E intanto Bersani tenta di mediare, suggerisce di evitare il muro contro muro.

La Repubblica: “La conta di Marino per strappare il bis: ‘Renzi mi incontri’”, “Consultati gli assessori prima di ritirare le dimissioni. Idea di un blitz in aeroporto per parlare con il premier”.

Il Fatto: “Marino, dimissioni in bilico: ‘Vado in aula, poi deciderò’”, “Il sindaco, la scadenza del 2 novembre e la prossima retromarcia: ‘Voglio discutere con i consiglieri’. E ora anche i nemici riflettono: ‘Votare non conviene’”.
Sulla stessa pagina, intervista a Fabrizio Barca, già ministro con Monti, poi braccio destro di Matteo Orfini nella rifondazione del Pd a Roma (parlò, nella sua indagine sui circoli, di un partito ‘cattivo’, ndr.): “Ignazio ci ha tradito, ora il Pd ‘cattivo’ lo usa per riprendere potere”, “Persone che si appoggiano proditoriamente a Marino, e magari nemmeno lo sostenevano prima. Gli stessi che attaccano Orfini. Sono quelli che sperano che il rinnovamento si fermi”.
A pagina 7 de Il Fatto, attenzione per l’incontro di Casaleggio, ieri a Roma a sorpresa, con il movimento 5 Stelle: “Casaleggio svolta: sì alla società civile nelle liste M5S”, “Il fondatore del Movimento scende a Roma e annuncia il cambio: ‘Dobbiamo vincere, cerchiamo voti”.

Su La Stampa: “Per prendere Roma i grillini aprono alla società civile”, “Casaleggio ai suoi: non sprechiamo l’occasione”.

La Repubblica: “M5S, blitz di Casaleggio, ‘Cambiare l’Italicum, ormai lo dicono tutti’”, “Il guru del Movimento apre alla candidatura di un esterno per Roma. Bersani: Pd isolato e inconsistente”. E il quotidiano riferisce le parole che avrebbe pronunciato in privato Casaleggio: “Ho visto in tv i consiglieri comunali di Roma: non penso che siano adeguati per questa sfida. Dobbiamo trovare un altro candidato per la Capitale”. Si penserebbe dunque ad un meccanismo di selezione simile a quello delle Quirinarie.

Milano

Sul Sole: “Comunali di Milano. Sala ‘tentato’ dalla candidatura. Pressing sul commissario Expo. La questione centrale si chiama primarie. A Milano si faranno, ripetono i vertici locali del Pd. Ma per Sala potrebbero essere rischiose”. E’ già fissata la data (7 febbraio) e la “macchina organizzativa” sarebbe già partita ma il timore – visto che alle primarie vota solo l’8 o 9 per cento degli aventi diritto – è che Sala sia battuto da un candidato “chiaramente identificabile e riconoscibile” dalla base, anche se rispetto a Sala destinato a perdere alle elezioni “vere”.

Unioni civili

La Stampa: “’Le nozze gay all’estero sono nulle’. Ma scoppia la polemica sul giudice”, “Dopo la sentenza del Consiglio di Stato, nel mirino il relatore per le sue posizioni”. Il riferimento è ad giudice estensore della sentenza collegiale sulle nozze gay, da ieri “nell’occhio del ciclone”, come scrive Francesco Grignetti raccontando “il personaggio”: “Deodato: ‘Io, cattolico libero, ho solo applicato la legge’”, “Chiamato a Palazzo Chigi da Letta, è poi stato rimosso da Renzi. In rete i messaggi contro i gay, sul Foglio un articolo anti-premier”.

La Repubblica: “Nozze gay annullate, bufera sul giudice: tweet prima della sentenza”, “Il mondo Lgbt: consigliere di Stato schierato. Provvedimento a rischio. Alfano: avevamo ragione noi”.

E il quotidiano intervista lo stesso Carlo Deodato: “Mi accusano perché sono cattolico, se vogliono i matrimoni, cambino la legge”, “Eravamo cinque nel collegio e abbiamo applicato la legge”.

Sul Corriere Pierluigi Battista, in un commento dedicato a quello che chiama “esibizionismo di Stato sui social network del giudice” del Consiglio di Stato, scrive che “tra l’altro, nella motivazione della sentenza il giudice motiva la sua personale contrarietà alle nozze gay non solo con argomenti giuridici ma inerpicandosi sui sentieri impervi della discussione filosofica e disquisendo sullo scandalo ‘ontologico che i matrimoni tra omosessuali alimenterebbero. L’ontologia dovrebbe essere lasciata ai maestri della morale. Il diritto è un’altra cosa”.

Il Fatto: “Matrimoni gay, il no del fan delle Sentinelle in piedi”, “Carlo Deodato è l’estensore del verdetto del Consiglio di Stato che ha bocciato i ricorsi contro gli annullamenti delle nozze all’estero registrate da alcuni comuni d’Italia”, “Su Twitter molto attivo sui social contro le battaglie degli omosessuali”.

Su La Repubblica, Gianluigi Pellegrino stigmatizza “l’ignavia politica” e scrive che “non c’è davvero più spazio per meline e rinvii, tanto più se strumentalmente motivati addirittura sulla negazione di diritti che devono riguardare tutte le unioni, anche quelle tra uomo e donna, come l’adottare il figlio del proprio compagno o della propria compagna di vita”.

Su La Stampa è Vladimiro Zagrebelsky a sottolineare che “Adesso il Parlamento è obbligato a muoversi” (“non si può negare la ragionevolezza delle conclusioni cui è giunto il Consiglio di Stato, che è un giudice che applica le leggi vigenti e si preoccupa del sistema che esse definiscono”).

La Stampa intervista anche Sergio Lo Giudice, senatore Pd che nel 2011 ha sposato il proprio compagno a Oslo: “Ancora una volta -dice- è la dimostrazione che serve una legge”.

Sul Corriere: “Lo strano collegio del no alle nozze gay”. “Polemica per i messaggi in rete dell’estensore della sentenza. E il presidente della sezione è dell’Opus Dei. Gioiscono i centristi, il Pd ribatte: avanti con il ddl Cirinnà. I dem però sono divisi sulle adozioni”.

Su Avvenire: “E sul web parte la caccia al giudice: ‘E’ cattolico’”. E’ stato attaccato, scrive il quotidiano, perché sul suo profilo Twitter ha citato dichiarazioni “anti-gender e pro famiglia”.

Sul Sole, Lina Palmerini (“L’inutile polemica contro le toghe e la ‘colpa’ di una politica che non decide”) scrive che la bufera scoppiata ieri è “responsabilità di un Parlamento ancora latitante sul tema dei diritti civili. E questo è tanto più stridente ora che si è appena concluso un Sinodo in cui il Papa ha avuto posizioni coraggiose sulla società e sulla famiglia”. Al di là delle opinioni espresse via twitter dal giudice relatore il “nodo”, scrive Palmerin, è che “una legge ancora non c’è”, “ancora in discussione, bloccata dalla resistenza di Ncd, il partito del ministro Alfano che si è appellato al Consiglio di Stato. Il nostro ritardo legislativo è stato già condannato dall’Europa, sui diritti civili l’Italia è tra i Paesi più arretrati e così tocca muoversi tra sentenze e ricorsi nella piena latitanza della politica e del Parlamento”.

Sul Corriere una intervista al sindaco di Bologna Virginio Merola: “Decisione ideologica, i sindaci danno risposte a gente vera”. Dice che “in assenza della politica ci si affida alla magistratura”, “la politica rimane sempre indietro rispetto alla società, non dà un buon esempio”.

Cina, Isis, Siria, Iraq

Sul Corriere un articolo da Washington di Guido Olimpio: “Il piano di Obama: soldati in Siria e in Iraq. La Casa Bianca cambia strategia, più raid e incursioni. Obiettivi: Raqqa e Ramadi, le roccaforti dell’Isis”. Si cita l’intervento del segretario alla Difesa Carter ieri al Congresso Usa, che ha illustrato la “strategia delle tre R: Raqqa in Siria, Ramadi in Iraq, raid aerei”. La mossa verrà “deliberata ufficialmente entro qualche giorno”. Inoltre gli Usa manderebbero delle “special forces”, “piccole unità” che saranno inviate sul terreno in Siria per combattere accanto ai curdi dell’Ypg e ai circa 5 mila insorti siriani anti-Assad. In Iraq invece gli Usa intenderebbero inserire i loro uomini accanto alla milizia locale.

Sul Sole: “Truppe in Siria, il dilemma di Obama. I consulenti militari suggeriscono al presidente di alzare il livello dell’impegno contro l’Is”. “L’ombra di Putin. Baghad starebbe per chiedere a Mosca di intervenire anche in Iraq. Per la Russia primo soldato morto in terra siriana”. Si legge che il piano cui starebbe pensando Obama “non rappresenta una completa inversione di rotta” rispetto al passato ma è comunque una “significativa correzione”.

Su La Repubblica, alle pagine 14 e 15, la tensione tra Usa e Cina: “Nave militare tra le isole contese, la sfida dell’America alla Cina”, “La Us Navy nell’arcipelago delle Spratly, Pechino minaccia: ‘Si rischia un conflitto’. La replica: sono acque internazionali, torneremo”.
E alle stesse pagine “lo scenario” tracciato da Vittorio Zucconi: “’Is, truppe in prima linea’, l’ultima battaglia di Obama, il guerriero riluttante”, “Il Pentagono lo vuole convincere a inviare unità speciali al fronte in Siria e in Iraq”.

La Stampa: “’Truppe speciali contro Isis in Siria’”, “I piani del Pentagono sul tavolo di Obama: ‘Possono aiutare gli alleati anche in Iraq’”, “La Casa Bianca deciderà entro una settimana. I curdi pronti ad attaccare la capitale jihadista Raqqa”.

Usa

Su Il Giornale: “L’outsider Carson supera nei sondaggi il miliardario Trump”. Secondo l’ultima proiezione del New York Times con la Cbs avrebbe il 26 per cento contro il 22 di Trump. Solo l’8 per cento per Rubio, il 7 per Bush e Fiorina. Stasera c’è il terzo dibattito tra i candidati Repubblicani.

Egitto

Sul Corriere una intervista allo scrittore-dentista egiziano Al Al Aswani. Parla delle elezioni in corso, dice che non ha votato “perchè è inutile. Sisi vuole un Parlamento di servi”. Dice che il generale Al Sisi all’inizio “è stato popolare per il suo impegno contro l’oscurantismo dei Fratelli Musulmani”, poi “ha rapidamente perso il senso delle proporzioni, si è illuso di poter governare da dittatore senza tener conto delle critiche delle opposizioni”. Allo scrittore è stato vietato di apparire in tv (nel senso che non lo chiamano più) e di scrivere sui giornali egiziano. Dice anche che- pur non essendo un sostenitore di Morsi – “è stato eletto democraticamente dalla maggioranza del Paese. Al Sisi ha condotto un colpo di Stato contro di lui”. “Anche se detesto i Fratelli Musulmani non posso negare le loro vittorie elettorali”.

Vescovi

Sul Corriere una intera pagina: “Due preti di strada diventano arcivescovi. La scelta a sorpresa del Papa: Matteo Maria Zuppi a Bologna e Corrado Lorefice a Palermo. Francesco e la volontà di uscire dai crteri tradizionali e preferire chi è più vicino alla gente”. Luigi Accattoli intervista don Matteo Zuppi. “Amo confessare i fedeli e andare in giro in bicicletta”. Un altro articolo di Mario Imarisio si sofferma sulla “pagina nuova” a Bologna, città finora governata da Carlo Caffarra, “difensore della tradizione, uno dei prelati più critici sul nuovo corso”, dove arriva un “religioso progressista, un prete cosiddetto di strada”.
Alla pagina dei commenti Andrea Riccardi: “La nomina dei vescovi di strada figlia delle aperture del Sinodo”.

Su La Repubblica: “I vescovi conservatori sostituiti da Francesco con due preti di strada”, “A Bologna nominato Matteo Zuppi al posto di Caffarra. A Palermo don Corrado Lorefice succede a Romeo”.

La Stampa intervista lo storico della Chiesa Alberto Melloni: “A Bologna Chiesa da consolare. E’ la missione del nuovo vescovo”, “Per lo storico della Chiesa Melloni la nomina di monsignor Zuppi servirà a una curia in affanno per riguadagnare autorevolezza”.

Il Fatto: “Bologna e Palermo, Bergoglio sceglie vescovi ‘preti di strada’”, “Zuppi, ex Sant’Egidio, spezza la continuità conservatrice nella città che fu ‘rossa’. In Sicilia un prete antimafia:’Son qui per don Puglisi’”.
E Alberto Melloni, intervistato, dice: “Questa è davvero una svolta, una sferzata alla Chiesa italiana”.

Su La Repubblica, un sondaggio illustrato da Ilvo Diamanti: “Ma il Papa più amato non porta consensi a una Chiesa sotto assedio”, “La spinta innovativa di Bergoglio ha creato un divario con le istituzioni religiose che non è mai stato così ampio in nessun pontificato”. Il sondaggio è stato realizzato da Demos&Pi tra l’8 e il 10 settembre scorso.

E poi

Sul Foglio Giuliano Ferrara si sofferma sulle “scuse pelose di Blair”. “La storia che democrazia e libertà non si esportano con le baionette e che dunque la guerra a Saddam fu una coglionata sanguinaria è un insulto indecente all’intelligenza occidentale. Caro Blair, ti meriti Corbyn”.

Sul Corriere, Antonio Polito: “L’Occidente si pente troppo”. Dove si spiega tra l’altro che è una “vulgata che non diventa più vera solo perché viene ripetuta ogni sera in tv” l’idea che sia stato l’intervento militare dell’Europa ad aprire la strada all’islamismo in Libia”, e dove si ricorda l’esito della situazione in Siria, dove l’Occidente ha scelto invece di non intervenire.

Su La Repubblica, alle pagine delle “Idee” un lungo intervento di Angelo Bolaffi: “La maledizione del Muro che perseguita l’Europa”.
E una corrispondenza di Enrico Franceschini da Londra: “Tutti pazzi per Marx, a Londra vanno a ruba i titoli ‘di sinistra’”, “L’exploit dopo la recente elezione del laburista Jeremy Corbin. Ma è polemica sul biglietto da pagare al cimitero dove il filosofo è sepolto”.

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