Il Bundestag riconosce il genocidio armeno. Ankara richiama l’ambasciatore.

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Il Corriere della Sera: “‘Fu genocidio’. crisi sugli armeni Berlino-Ankara”, “Erdogan ritira l’ambasciatore. Merkel: noi amici”.

“La convivenza spezzata” è il titolo di un ‘analisi di Andrea Riccardi.

La grande foto in prima pagina è per una Parigi allagata: “Louvre, opere al riparo dalla piena”, “Emergenza maltempo a Parigi. Capolavori a rischio”.

A centro pagina, intervista alla presidente della Camera: “Boldrini: sul referendum no agli scontri si parte”, “La presidente della Camera: non è sul governo”.

L’editoriale di Sergio Rizzo, in apertura a sinistra, è dedicato alle elezioni amministrative di domenica e in particolare all’assenza dal dibattito del tema municipalizzate (è un ‘”tabù”): “Sul voto l’intreccio rimosso”.

In prima anche un’analisi di Dario Di Vico sul tema delle disuguaglianze: “L’ascensore sociale si è fermato” (“non sale più” perché “nelle imprese ora mancano i piani alti”; secondo il sociologo Antonio Schizzerotto negli ultimi dieci anni la dimensione delle classi superiori, ovvero imprenditori e liberi professionisti, si è contratta).

Poi le parole del presidente della Bce, ieri a Vienna: “‘Ripresa ancora lenta, terremo i tassi bassi'”.

A fondo pagina: “Il giallo della stilista impiccata nel parco”, “Milano, i piedi toccavano terra. Aveva denunciato il fidanzato, che non è indagato”.

Infine, Monica Ricci Sargentini si occupa del direttore della “Extraordinary Conceptions”, che è arrivato a Roma da San Diego, California: “Nell’agenzia che affitta uteri”.

La Repubblica: “La sfida di Berlino: ‘Genocidio armeno. Turchia colpevole'”, “Il Parlamento vota, ira di Erdogan: rapporti compromessi. Ankara ritira l’ambasciatore. Merkel: i paesi restano amici”.

Il quotidiano intervista Antonia Arslan: “‘E’ finita l’era delle bugie. L’autocritica un secolo dopo'”.

Di fianco, l’analisi di Bernardo Valli: “Nel Bundestag i demoni della storia”.

Di spalla, la foto di Parigi allagata: “La Senna minaccia Parigi, il Louivre sposta le opere”.

A centro pagina: “Costituzione, polemiche su Benigni, ma lui insiste: ‘Cambiarla si può'”, “Critiche dai social e Dario Fo. Delrio alla minoranza Pd: siate responsabili”.

Sul voto amministrativo la rubrica “Il punto” di Stefano Folli: “L’offensiva contro Grillo”.

Sulla questione migranti, intervista al cardinale Scola, che dice: “‘Onu e Ue hanno fallito, ora sui migranti deve guidare l’Italia'”.

A fondo pagina: “Avvelena la fidanzata incinta”, “Bologna, è in gravi condizioni. L’uomo forse voleva farla abortire”.

Al tema del femminicidio è dedicato il commento di Chiara Saraceno: “La protesta in rosso e le donne da proteggere”.

Sulla colonna a destra il quotidiano ricorda che oggi si apre la festa di Repubblica Idee. E Ilvo Diamanti illustra le parole del futuro, secondo i dati del sondaggio Demos-Coop: “Le parole del futuro. La politica è passato”, “Vincono ambiente e Internet, giù la politica”.

La Stampa: “Ue, prime luci di ripresa. Ma è crisi diplomatica tra Merkel e Erdogan”, “Il parlamento tedesco condanna il genocidio armeno. Ankara ritira l’ambasciatore. A rischio il piano migranti”, “La Bce: Pil su dell’1,6%. Intervista a Dijsselbloem: da Bruxelles troppa flessibilità”.

“Se il Bundestag fa lo sgambetto alla realpolitik” è il titolo dell’analisi di Gian Enrico Rusconi.

A centro pagina sulle elezioni amministrative: “Grillo e Salvini di giocano tutto”, “Per Renzi corsa in due tempi” (con riferimento al referendum sulle riforme costituzionali di ottobre).

“Battere l’indifferenza” è il titolo del commento di Marcello Sorgi su questo tema.

E ancora agli italiani che si sentono “ignorati dalla politica” è dedicato quello di Massimo Gramellini: “Il ceto medio dimenticato e il populismo”.

Anche su La Stampa la foto della Tour Eiffel con la Senna in piena: “la Senna assedia il Louvre. In fuga i capolavori d’arte”, “E in Lapponia ora l’estate sembra l’autunno”, “Mezza Eurioa sott’acqua: morti e inondazioni”.

La colonna a destra è dedicata al tema femminicidio, con i numerosi episodi di questi giorni: “Il fidanzato la picchiava, lei si impicca” (a Milano); “Avvelenata, il compagno confessa” (a Bologna); “Sara, il ragazzo: ‘Non dovevo lasciarla sola'” (a Roma).

Infine, il “racconto” di Enrico Vanzina: “la recita che decise la mia carriera”.

Libero apre oggi con un’intervista a Silvio Berlusconi: “Berlusconi: occhio che risorgo”, “Silvio annuncia il suo risveglio elettorale”.

Più in basso la foto scattata ieri ai Fori durante la parata del 2 giugno per la festa della Repubblica. Ritrae il presidente Mattarella, Matteo Renzi e i presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso: “La Repubblica festeggia però non sa che cosa”, “Tutte le foto che non avremmo voluto vedere”.

“Poveri ma forti. Vi dico io com’era l’Italia 70 anni fa” è il titolo dell’editoriale di Vittorio Feltri.

A fondo pagina: “Istruzioni agli immigrati per fregarci”, “C’è una guida per fare il profugo a spese degli italiani”. Di Francesco Borgonovo.

Di fianco: “La Turchia ora progetta il genocidio della Merkel”, “Lite sugli armeni”. Di Filippo Facci.

Sulle amministrative l’articolo di Alessandro Milano dedicato a Renzo Rabellino: “Il re delle liste civetta che ha soffiato Grillo a Cinquestelle”.

Infine: “Il nuovo 730 è una boiata pazzesca”, “Nel precompilato i rimborsi calcolati come entrate”, scrive Sandro Iacometti.

Turchia, genocidio armeno

Su La Repubblica, a pagina 2, la corrispondenza di Tonia Mastrobuoni da Berlino: “Il Parlamento tedesco ha condannato ieri il genocidio armeno. In sostanza, Angela Merkel ha delegato al Bundestag la riconquista di una fetta di dignità sacrificata nei mesi scorsi sull’altare della realpolitik dell’accordo Ue-Turchia” sui migranti. Mastrobuoni racconta che nei giorni scorsi molte associazioni di turchi nazionalisti avevano raccolto firme e manifestato in piazza contro la risoluzione. La cancelliera ieri si è rivolta anche a loro con queste parole: “Voglio dire ai nostri concittadini di origine turca che non solo sono benvenuti, ma che sono parte del nostro Paese”. E la corrispondente descrive come “agghiacciante” il clima in cui si è svolto in questi giorni il dibattito in Germania: “mezzo governo ha goffamente risposto dileguandosi nelle ore drammatiche del voto o sottraendosi ad esso pur stando in aula e cercando di minimizzare le conseguenze. Tre pesi massimi come Merkel, il suo vicecancelliere Sigmar Gabriel (Spd) e il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (Spd) non si sono neanche presentati al Bundestag per presunti impegni presi da molto tempo”. Il voto ha registrato un solo contrario.

Il germanista Angelo Bolaffi, intervistato da Il Mattino, dice: “Messaggio chiaro: l’Unione europea non si fa ricattare”, “la cancelliera ha risposto così a chi l’accusava di accordi al ribasso sui migranti”. La Germania, dice ancora Bolaffi, “ha voluto affermare una verità storica che chiama in causa le responsabilità di Ankara ma anche quelle degli stessi tedeschi, che, allora alleati dell’Impero ottomano, furono complici di un eccidio che ebbe sinistre risonanze con quello messo in atto poco dopo dai nazisti con l’Olocausto. Ma la presa di posizione ha anche un’inevitabile valenza simbolica: attraverso la condanna della Turchia di ieri, si censura duramente anche la Turchia di oggi”.

Tanto La Repubblica che il Corriere intervistano la scrittrice di origine armena Antonia Arslan, autrice de “La masseria delle allodole”. Sul Corriere : “Segnale importante. Lo dimostra la reazione dei turchi”. Su La Repubblica: “Si rompe il muro di silenzio, ora esistiamo un po’ di più”, “E’ un importante riconoscimento di fatti storici. C’è un parallelismo con la Shoah: in entrambi i casi, complicità tedesche'”. Come mai -chiede Giampaolo Caladanu- la cultura turca rifiuta persino di prendere in considerazione un ripensamento, a un secolo dai massacri? Arslan risponde che “l’intero apparato della repubblica turca è basato su questa bugia. La gigantesca operazione di pulizia etnica ai danni delle minoranze viene completamente negata. Anche l’immagine del Paese costruita da Mustafà Kemal è segnata da travisamenti storici”.

Di fianco, un’analisi dello storico Marcello Flores (che al genocidio armeno ha dedicato un libro, ndr.) ricostruisce “quelle stragi nei deserti in Siria e in Iraq” tra il marzo 1915 e il novembre 1916: “quasi un milione e mezzo di armeni morirono per opera del governo dell’impero ottomano, guidato dai tre ‘pasha’ dei Giovani Turchi (Talat, Enver e Cemal), che avevano preso il potere con un colpo di mano. La Prima guerra mondiale è l’occasione per realizzare il progetto di espellere gli armeni dall’Anatolia e farne la patria solamente dei turchi”. Più avanti Flores scrive che “tutti gli armeni, donne, bambini, vecchi, vengono condotti a forza verso il deserto della Siria e dell’Iraq”. E “la Germania, alleata in guerra con la Turchia, era a conoscenza delle violenze commesse, ma il governo aveva dato ordine di disinteressarsene perché la priorità era il comune sforzo bellico”.

Su La Stampa Alessandro Alviani da Berlino spiega che nella risoluzione, avanzata dalla maggioranza (Cdu/Csu e Spd) e dai Verdi, la parola genocidio compare quattro volte, a partire dal titolo: “Ricordo e commemorazione del genocidio degli armeni e di altre minoranze cristiane negli anni 1915 e 1916. Il destino degli armeni “è esemplare della storia degli stermini di massa, delle pulizie etniche, delle deportazioni e dei genocidi che hanno segnato in modo così terribile il Ventesimo secolo”, si legge nel documento, che condanna anche la complicità e il “ruolo inglorioso” del Reich tedesco, allora principale alleato militare dell’Impero ottomano: pur avendo ricevuto precise informazioni sullo sterminio “non provò a fermare questi crimini contro l’umanità”.

Sulla stessa pagina il “retroscena” da Bruxelles: “A Bruxelles i timori sul piano migranti. ‘Ci saranno conseguenze sull’intesa'”, “Dalla Commissione si parla di una nuova missione turca. ‘L’accordo non va rotto: abbiamo bisogno di loro e viceversa'”.

Sulla colonna a destra un articolo di Marta Ottaviani: “I curdi in festa ma furono loro gli esecutori”. Agirono -spiega Ottaviani- per conto dei Giovani Turchi e del triumvirato formato da Mehmet Talaat, Islamil Enver e Ahmed Djemal. L’accordo era che, una volta finita la guerra di liberazione dalle potenze europee, avrebbero ottenuto un territorio autonomo individuabile nell’odierno ‘Kurdistan turco’. Le tribù curde quindi si resero responsabili dei crimini peggiori: erano loro ad assalire le carovane di armeni che prendevano parte alla cosiddetta ‘relocation’ voluta dai Giovani turchi e che li portava verso la zona di Aleppo. Uccisero gli uomini e i bambini, violentarono le donne per trucidarle subito dopo. Le città di Van, Malatya, Mardin e persino la capitale morale dei curdi in Turchia, Dyarbakir, un tempo ospitavano importanti comunità armene: videro la loro popolazione decimata. Si calcola che nella sola Van siano state sterminate almeno 80mila persone. I curdi, oltre ad eseguire gli ordini sperando nella ricompensa, si impossessavano anche delle ricchezze degli armeni, che rappresentavano la borghesia più benestante della società turca.

Sul Corriere ne scrive Andrea Riccardi: “Lo sterminio dei Pascià e le colpe (ora ammesse) della Germania”, “La collaborazione con l’Impero ottomano e il primo processo a Berlino nel 1921”. Era imputato un giovane armeno, Soghomon Tehlirian, che aveva assassinato a colpi di pistola proprio Talaat Pascià, fuggito a Berlino dopo la disfatta ottomana. Il processo -scrive Riccardi- fu un atto d’accusa verso i turchi con l’audizione di testimoni tedeschi e armeni. Si concluse con l’assoluzione dell’imputato, che aveva perso la famiglia nelle stragi. Emersero pure complicità e indifferenze da parte dei militari tedeschi di fronte alla deportazione e all’assassinio degli armeni.

Migranti

La Repubblica intervista l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, che dice: “Sui migranti Onu e Ue hanno fallito, serve un piano Marshall a guida italiana”, “Troppe le vittime dei naufragi, un apolitica di chiusura è inaccettabile. Il nostro Paese assuma la leadership nel Mediterraneo”, “Serve un nuovo ordine mondiale, un’Unione europea che sia veramente tale”, “Le chiese hanno aperto le porte, ma bisogna pensare a soluzioni strutturali”.

Sul Corriere: “Tre nuovi hotspot mobili e 1.500 posti per chi va espulso. Così l’Italia risponde alla Ue”, “il piano del Viminale che chiede in cambio 500 milioni per progetti nei Paesi africani”.

Brexit

Su La Stampa Alessandra Rizzo da Londra: “I millennial temono la Brexit ma uno su tre non voterà”, “Cresce la disaffezione: Questa politica non ci rappresenta più’. Cameron tenta di avvicinarli con campagne via Facebook e Uber”.

Sul Corriere un’analisi di Antonio Armellini: “Il referendum e le sue conseguenze sul futuro di Cameron”, “In due anni il premier ha messo due volte a repentaglio il suo governo con voti che si potevano, se non evitare, gestire meglio” (prima sulla Scozia e ora sull’Europa)

Usa

Su La Stampa la corrispondenza di Paolo Mastrolilli: “Hillary: ‘Non possiamo affidare le nostre atomiche a Trump”, “La candidata democratica: è pericoloso, votarlo sarebbe un errore storico”.

In basso il reportage dello stesso Mastrolilli dalla California: “Nella San Francisco dell’high-tech che ha voltato le spalle alla Clinton”, “Vista come espressione dell’establishment, rischia di perdere la California”. Si vota martedì e qui la Clinton ha un vantaggio su Bernie Sanders di soli due pinti percentuali.

Politica italiana. Amministrative. Referendum.

Intervistato da Libero, Berlusconi dice: “Occhio che risorgo”. Il quotidiano sintetizza così nei titoli il suo pensiero: “Forza Italia è crollata per due motivi ma so come tirarla su”, “Renzi: è il mio opposto”, “Meloni e Salvini: in una coalizione bisogna stare ai patti e da soli non vincono”, “Immigrati: la retorica dell’accoglienza fa danni gravissimi”, “Pensioni: porto le minime a 100 euro e abolisco il monopolio Inps”, “Europa: è costruita contro i suoi popoli”, “Milan: vendere mi dispiace ma devo”. Forza Italia -spiega a Pietro Senaldi che lo intervista- “è crollata per due motivi ma so come tirarla su” ( i due motivi sono “la delusione degli elettori che hanno visto ancora una volta ribaltato il risultato elettorale -è stato il quarto ‘colpo di Stato’ indolore dal 1994 ad oggi- e il fatto che un’ignobile persecuzione giudiziaria ha tolto a Forza Italia il suo leader da parecchio tempo”). Ma solo una parte degli elettori di Fi “si è rifugiata un voto di protesta legittima, ma sterile”. Tuttavia “domenica prossima il centrodestra sarà la prima coalizione in molte città italiane”. Sulla Lega che rischia di essere il perno del centrodestra: “le posizioni della Lega sono legittime, danno voce a ragioni molto serie e comprensibili, ma se quelle fossero le uniche posizioni del centro-destra, Renzi avrebbe assicurata la poltrona di Palazzo Chigi per i prossimi vent’anni”, dice Berlusconi dopo aver citato esempi nel mondo che dimostrano che non esiste in nessun Paese “una destra che con le sue sole forze riesca a governare un grande Paese”, “anche in Austria ci sono andati vicini ma hanno perso”.

Su La Repubblica: “Berlusconi: ‘Se perde il sì governo di unità nazionale'”, “Ma Salvini non ci sta: niente inciuci. La Boschi ricorda la Iotti: ‘Lottò per le riforme, ora basta col mito di Sisifo’. Il premier: referendum il 2 ottobre”.

Il tema torna alla pagina di fianco con un’intervista a Roberto Fico, del direttorio M5S: “M5S mai in altri esecutivi anche se Renzi cade”, “Prenderemo Roma, perché ci abbiamo lavorato tantissimo, comandano i cittadini”, “Ai ballottaggi non ci saranno né accordi né compravendite di alcun tipo”.

La Repubblica intervista il ministro della Infrastrutture Graziano Delrio. Nei titoli il colloquio con Goffredo De Marchis viene riassunto così: “La minoranza Pd lo deve sapere, non ci sono spazi per sostenere il no”. Spiega Delrio nel corpo dell’intervista: “tutti dovremmo intestarci questa battaglia con orgoglio, dallo stesso Cuperlo a Bersani, a Speranza. Questa riforma l’abbiamo scritta insieme”; “ma se qualcuno pensa che ci sia spazio per sostenere che il Sì non è la linea ufficiale del Pd, be’ si sbaglia”.

E poi

Su La Repubblica viene riprodotto l’intervento che Wole Soyinka, drammaturgo nigeriano oltre che attivista, ha pronunciato a Oslo in occasione dell'”Oslo Freedom Forum”: “Non chiamatelo Stato islamico, sono solo terroristi”, “Nel mio Paese la gente ha reagito a Boko Haram, ma questo non è stato raccontato abbastanza”.

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