De Magistris rischia, Marino resiste

La Repubblica: “Renzi, dietrofront sulle case di lusso: pagheranno l’Imu”, “’I tremila euro in contanti non aiutano l’evasione’”, “Pensioni, il presidente dell’Inps Boeri attacca: ‘Misure parziali e costose, serviva una vera riforma’”.

In prima la foto del pensionato di Vaprio D’Adda, mentre saluta dal balcone il corteo di solidarietà in suo nome: “Milano, spara al ladro e lo uccide. Corteo della destra: siamo con te”, “Accusato di omicidio volontario”.

Sulla crisi al Comune di Roma: “Marino va in trincea: rifletto sulle dimissioni. Ma il Pd: deve lasciare”.

A centro pagina: “Legge Severino, sì della Consulta”, “Respinto il ricorso del sindaco De Magistris, ora rischia il posto”.

Due inchieste richiamate in prima. “Spoleto, Visco indagato per la vendita della Popolare”. E “Le carte dei Ros: ‘L’Unicredit è stata truffata da Palenzona’”.

A fondo pagina, il caso Saguto: “Giudice antimafia insulta Borsellino, ‘Una figlia cretina, l’altro squilibrato’”.

Sul fronte internazionale, le elezioni in Canada e la vittoria dei liberal: “Trudeau, il bello del Canada che apre le porte agli immigrati”. Di Vittorio Zucconi.

E sulla colonna a destra, le elezioni che si terranno domenica prossima in Polonia: “Il fantasma nero che fa paura alla Polonia”, “Sul voto il ‘virus Orban’. Walesa: sono pronto a tornare in campo”. Di Andrea Tarquini.

La Stampa: “Resta la tassa sulle case di lusso”, “Renzi cambia idea e annuncia: sì all’Imu per ville e castelli. E difende il limite del contante a 300 euro: non aiuta l’evasione”, “Roma, Marino valuta se ritirare le dimissioni da sindaco. Il Pd: non ci sono le condizioni. La Consulta: legittima la legge Severino. Ma De Magistris e De Luca per ora non decadono”.

Di spalla a destra: “Visco indagato”, “A Spoleto un’inchiesta alla rovescia”. Di Francesco Manacorda.

In prima in grande evidenza anche qui la foto al balcone del pensionato nel milanese: “Uccide il ladro in casa. I pm: omicidio”, “Milano, corteo di solidarietà per il pensionato che esce sul balcone e ringrazia”.

A centro pagina anche le notizie diffuse dal Quotidiano Nazionale su un tumore -curabile, a quanto pare- che avrebbe colpito Papa Bergoglio: “Giallo nella notte sulla salute di Papa Francesco”, “Dura smentita del Vaticano”.

Il Corriere della sera: “Sì alla Severino, rischi per De Magistris e De Luca. La Consulta rigetta il ricorso del sindaco di Napoli”.

La grande foto di prima è per il pensionato lombardo che ha sparato ad un ladro: “La paura, la pistola: uccide un ladro. L’accusa: omicidio volontario”. Giangicomo Schiavi firma un commento dal titolo “L’età della insicurezza”.

A centro pagina: “Il premier difende la manovra: tassa su case di lusso e castelli”. “Precisazione su Facebook: pagheranno come nel 2008”.

E poi: “Gutgeld: ‘I tagli bastano’”.

L’editoriale è firmato da Ernesto Galli della Loggia: “Il partito che Renzi non ha”. “Il Pd e il governo”.

Su Il Fatto, la notizia cui viene dedicato il titolo di maggiore evidenza è relativa alla sentenza della Consulta, con le foto di Luigi De Magistris, Ignazio Marino, Vincenzo De Luca (“I viceré”): “Giggino si salva, De Luca a casa. Invece Marino forse ci ripensa”, “La Consulta dà torto a De Magistris, che però oggi sarà prescritto o assolto”.

Ma il primo titolo sotto la testata riprende lo scoop lanciato dal quotidiano ieri sull’indagine della Procura di Spoleto che vede indagato il Governatore di Bankitalia: “Spoleto, una relazione top secret rivela le manovre di Bankitalia”.

A centro pagina: “Disunioni civili: litigata tra Renzi e la Boschi”, “Lui mette il freno, lei s’infuria”.

In prima anche il richiamo alle parole pronunciate ieri dal pm Nino Di Matteo: “’Più contanti, meno lotta al riciclaggio’”.

Il Giornale: “Italiani indifesi. Lo Stato sta con i ladri”. “Un 65enne spara e uccide un criminale che si è intrufolato in casa sua la notte. E la Procura lo accusa di omicidio volontario, alla faccia della legittima difesa”.

A centro pagina: “Severino, ora saltano De Magistris e De Luca”. “I giudici blindano la legge”. E poi: “Marino inguaia la sinistra: non vuole più lasciare la poltrona da sindaco”.

A fondo pagina: “Pirelli con gli occhi a mandorla. Il presidente è cinese”. “Storico cambio al timone del gruppo”.

Il Sole 24 ore: “Tasse, i conti della manovra. Ecco chi guadagna e chi no”. “Svolta di Renzi: ‘Case di lusso e castelli pagheranno l’Imu’”.

Di spalla: “Banca di Spoleto, Visco indagato su un esposto. Dal Pm un atto dovuto”.

A centro pagina. “Ipo Ferrari, prezzo a 52 dollari”. “Valutazione al massimo della forchetta grazie alla domanda record”. “Oggi il debutto in Borsa”.

In prima anche: “La Consulta promuove la legge Severino”. Un commento di Lina Palmerini è titolato “Gli effetti collaterali per il Pd”.

Papa

Oggi il Quotidiano Nazionale dà in prima pagina la notizia “sulla base di fonti certe, che papa Francesco ha un tumore al cervello”. A parlare è una infermiera che – “quando ha letto il nome del paziente quasi non ci voleva credere. Si tratterebbe di una “macchia, un piccolo tumore al cervello, si può curare senza portare il paziente in sala operatoria”. Andrea Cangini firma l’editoriale dal titolo “Il dovere di scriverlo” perché “Abbiamo ritenuto che in questo caso il diritto alla riservatezza contasse un po’ meno del diritto dell’opinione pubblica ad essere informata”. Si citano le malattie di cui si è parlato negli anni scorsi: il “tumore alla prostata” di Berlusconi, la malattia di Papa Wojtyla e quelle che affliggevano Ratzinger, Mitterand, Reagan. Ieri sera ha smentito il portavoce della Santa Sede Lombardi. Cangini ha replicato che si aspettava la smentita ma “abbiamo a lungo tenuta ferma la notizia per fare tutte le verifiche del caso, non abbiamo il minimo dubbio sulla sua fondatezza”

Severino, Pd, Marino

La Repubblica: “De Magistris in bilico, la Consulta respinge il ricorso sulla Severino”, “’Infondate le tesi del Tar della Campania, la legge è legittima’. Corretta la sospensione del sindaco”. E il quotidiano, in un altro articolo, scrive che De Magistris è sicuro che sarà assolto e punta sulla prescrizione. Di fianco, un “retroscena” di Liana Milella: “De Luca e Berlusconi tremano: ‘Questa sentenza li inguaia’”.

La Stampa: “Severino, la Consulta rigetta il ricorso ma per ora De Magistris non rischia”, “Dichiarata legittima la norma, la parola ora torna al tribunale civile. Per De Luca strada più lunga”.

E il quotidiano sottolinea come si tratti di una sentenza “destinata a pesare in campagna elettorale”. Secondo un “retroscena” di Fabio Martini “Renzi medita di posticipare a metà giugno il voto nelle città”, “Troppi guai locali nel partito, serve più tempo. Pollice verso a Marino”.

Il Fatto: “Sì della Consulta alla Severino. Ora De Luca è appeso a un filo”, “’Infondato’ il ricorso di de Magistris, il presidente della Campania verso una nuova sospensione”.

Sul Corriere Giovanni Bianconi scrive che la Corte Costituzionale “ha sciolto un nodo giuridico”, ovvero il fatto che la legge Severino, “nella parte contestata, rientra pienamente nei confini stabiliti dalla Costituzione”. Ma restano i nodi politici. La politica – ricorda Bianconi – decise tre anni fa “pressoché all’unanimità” che sospendere un amministratore locale dalla propria carica per via di una condanna anche non definitiva si può fare. “Poi qualcuno ci ha ripensato ma è un problema suo”. De Magistris tra l’altro “può confidare in una prossima prescrizione del processo ancora in corso” e comunque il suo mandato scadrà in primavera, mentre De Luca “è stato appena eletto”. Scrive Bianconi che dopo la decisione della Consulta “si torna alle scelte della politica, fatte sull’onda di ‘questioni morali’ ed ‘emergenze corruzione’ che periodicamente tornano alla ribalta”, sulla base delle quali i partiti decidono “salvo poi manifestare dubbi e ripensamenti di fronte alle contestazioni delle persone coinvolte”.

Alla pagina successiva si legge che De Luca non si sente coinvolto dalla sentenza. “’Penoso confrontarmi con lui’”, ovvero con De Magistris. “Ma il governatore è preoccupato. De Luca punta sul suo ricorso: molte differenze. Rischio caos in Campania”. Il ricorso dei difensori di De Luca non è basato solo sulla retroattività della norma ma anche sulla “disparità di trattamento tra i sindaci e i governatori” (per questi ultimi non scatta alcuna sospensione in virtù di una condanna non definitiva) e quello dell’eccesso di delega, perché nella applicazione della norma è stato inserito anche il reato di abuso di ufficio, “in origine non previsto” dalla legge delega.

Sotto, una intervista al costituzionalista Augusto Barbera: “Troppa disparità tra parlamentari e amministratori. La legge va corretta”. Barbera spiega che la sentenza della Consulta non è una sorpresa, “c’era una opinione diffusa” che riteneva che le sanzioni della legge Severino non sono “di natura penale”, e la Consulta ha ribadito questo principio, sancendo dunqueche non si pone un problema di retroattivià. Barbera dice anche che una sua risposta su De Luca non sarebbe serena perché gli fa velo “la grande stima che ho di lui”, “ha cambiato il volto di Salerno”. Dice anche che la responsabilità di questa situazione è anche “del legislatore”, che “ha creato le premesse di questa incertezza” prevedendo la disparità di trattamento tra parlamentare ed amministratore locale. “Il governo deve promuovere una riforma della Severino”, ma “prima occorre attendere le motivazioni della Corte su De Magistris e la sentenza su De Luca”.

Su Il Giornale: “Marino pensa di restare e manda il Pd nel panico. Il dietrofront: verifica in Aula. Orfini lo gela: sfiducia. Altre grane da New York: spunta la cena con Pallotta”.

Sul Corriere: “Marino tenta il dietrofront sull’addio. Ma il Pd: non ci sono più le condizioni”. “Il sindaco: verificherò se c’è una maggioranza in consiglio. Il gelo di Renzi e Alfano”.

Alla stessa pagina il quotidiano offre un articolo dedicato agli “uffici tirati in ballo” dal sindaco per le firme sui rimborsi. “Fedelissimi ed esautorati, l’eterno ricambio dello staff (che ora si sente tradito)”.

La Repubblica: “Marino avverte: ‘Forse non mi dimetto’. Ma dal Pd parte l’altolà”, “’Lasciare? Farò le verifiche, non sono indagato’. Vendola: difficile sostenerlo. Riuniti i consiglieri dem”.

E “il retroscena” di Giovanna Vitale: “E i Democratici preparano la contromossa: ‘Se non molla, tutti i consiglieri se ne vanno’”. Il quotidiano intervista poi Michele Anzaldi, “renzianissimo” deputato Pd: “Roma non merita questi balletti, sta facendo il male della città”.

La Stampa: “La grande tentazione di Marino”, “Orfini lo attacca ancora: ‘La linea non cmabia, non ci sono condizioni per andare avanti’. Ma il sindaco parla col pm e poi si arrocca: ‘Non sono indagato, e sulle dimissioni rifletto’”. Cosa accadrà ora: lo spiega Francesco Maesano: “Dimissioni o sfiducia inevitabile. In Campidoglio arriverà un commissario”.

Il Fatto: “Il colpo di coda del Marziano. Sfida Renzi: ‘Pd, mi cacci?”, “La sorpresa. Dopo l’incontro con i pm di Roma, Marino cambia idea. Non ci sta più a farsi mandare via per gli scontrini. ‘Non sono indagato, rifletto sulle dimissioni’”. E alla pagina seguente: “Orfini finisce male: sfiducia in bianco, consiglieri in rivolta”, “Fallisce la richiesta di firme contro il primo cittadino. Lotti ferma il commissario, il partito è nel caos”. Racconta Paola Zanca: “Quando Matteo Orfini, con cinque ore di ritardo, affida alle agenzie la risposta del Pd all’ultimo affronto di Marino, la disfatta totale si è già consumata. Davanti a lui, in una sala del Nazareno, ha i 19 consiglieri democratici del Comune di Roma. Li ha chiamati a raccolta”, chiede loro una firma in bianco (“Se Marino decide di presentarsi in consiglio comunale, mi dovete assicurare che voterete la mozione di sfiducia”). E nella platea “cala il gelo”: ci sono almeno quattro consiglieri che, già dalla prima ora erano rimasti fedeli al sindaco, e “ora che la vicenda degli scontrini sembra sgonfiarsi”, “la fronda dei consiglieri dubbiosi si è andata ingrossando”. Il capogruppo Fabrizio Panecaldo dice: “Non possiamo mettere Marino sullo stesso livello di Alemanno”.

Sul Sole Lina Palmerini scrive che la sentenza “ripropone a Renzi il nodo delle difficoltà di gestione del Pd sui territori” e che il Pd non può non affrontare il nodo della “selezione della classe politica locale”. Le vicende De Luca e De Magistris “infatti sono l’emblema delle difficoltà del Pd nella gestione dei territori”. Il sindaco di Napoli “non fu il candidato della ditta (all’epoca della sua elezione il segretario era Bersani) mentre De Luca si candidò alle primarie a dispetto non solo della sua vicenda giudiziaria ma anche dei tentativi del partito di dissuaderlo”. A questi casi di “ribellismo” si somma la vicenda di Roma, con Marino “che è tornato all’attacco, ha ripreso coraggio e ha minacciato un ripensamento sulle sue dimissioni. Anche lui va per conto suo, senza considerare il partito che lo ha candidato e lo ha fatto eleggere”.

Stabilità, Tasi, pensioni

La Repubblica, pagina 2: “Tasi, ora Renzi cambia, ‘Ville e palazzi pagano’. Pensioni, lite Inps-governo”, “Pronta la correzione: case di lusso non più esenti”. Il quotidiano riferisce del post di Renzi su Facebook: “Anche i castelli pagheranno le tasse”. A pagare resteranno quindi le categorie catastali A1 (appartamenti signorili), A8 (ville), A9 (castelli e palazzi). “Come è sempre avvenuto anche con i governi Monti e Letta”, scrive Roberto Petrini. La Tasi sarà dunque abolita -spiega- ma non, come era stato annunciato dal governo e come contenuto nelle bozze circolate, per i 45 mila proprietari di abitazioni di lusso che avrebbero risparmiato a testa, in media, secondo calcoli di Uil servizi territoriali, 2.778 euro: un gettito di circa 90 milioni che tornerà quindi nelle casse dello Stato. E sulla stessa pagina il “retroscena” di Goffredo de Marchis: “Il premier deciso a difendere l’impianto della manovra: ‘Non negozio, se lo scordino’”, “Ma la minoranza Pd va in pressing e alza il prezzo: ‘Ci vuole una tassa progressiva sulle abitazioni’”, “Bersani contro l’aumento del contante. ‘Non metto il governo in condizioni di cadere’”; “per me -dice Alfredo D’Attorre, altro esponente della minoranza Pd- il problema è l’impianto della legge. Sulla Tasi Renzi si è reso conto che aveva tirato troppo la corda, ma tutto il capitolo welfare non va e la manovra vira a destra”.

La Stampa, pagina 10: “Prima casa, Renzi ci ripensa. Resta l’Imu per ville e castelli”, “Il premier: il taglio delle tasse sarà per sempre. Padoan: cambiato idea sul contante. Continueremo a pagare la tassa degli inquilini non residenti. L’ira della Confedilizia”. Scrive Alessandro Barbera che sul cambio di linea di Renzi circolano nel Pd due ricostruzioni dei fatti. La prima è quella della minoranza: il premier aveva già deciso di dare una piccola vittoria politica alla sua sinistra, ma ha solo anticipato i tempi nel timore di un Vietnam parlamentare fin dall’arrivo in Commissione Bilancio. L’altra è quella dei renziani: una decisione puramente tecnica e non un passo indietro.

Il Giornale: “Renzi si rimangia la parola: Imu su case e castelli di lusso. Altro che taglio delle tasse: il premier reintroduce il balzello sugli immobili di prestigio. Dal voto nei Comuni alla minoranza, per il segretario le grane non finiscono più”.

Sul Sole: “La mossa del premier per disarmare la sinistra prima della battaglia in aula”. Si legge che “le novità dell’ultima ora”, oltre la tassa per le case di categoria A1, A8 e A9 anche la “super Tasi dello 0,8 per mille applicabile agli altri immobili che non sono abitazioni principali”, non piacciono a Confedilizia: “Se la manovra cambia faccia l’effetto fiducia ce lo possiamo scordare”.

Sul Corriere Federico Fubini intervista Yoram Gutgeld: “’Via tasse per 34 miliardi. Flessibilità anche in futuro’. Il commissario alla spending review: manovra equa, aiuta le fasce disagiate”.

Gutgeld dice che “non regge” l’accusa di aver fatto una manovra iniqua. Fubini gli ricorda che lui stesso contestò Letta quando tolse l’Imu. “Beh, nel 2013 si fece una riduzione di tasse sulla prima casa, e niente altro, in un momento in cui bisognava stimolare gli investimenti e occuparsi delle fasce deboli”, mentre “per noi è diverso”. Sul contante: “I dati dicono chequela soglia non ha portato a una riduzione del nero e dell’evasione mentre noi su questo fronte facciamo cose importanti”, ovvero lo split payment e il reverse charge. Sulla riduzione della spesa che doveva essere di 10 miliardi “prevedevamo un intervento su sgravi e agevolazioni fiscali che poi abbiamo deciso di non fare”.

Sul Sole intervista al ministro della Salute Beatrice Lorenzin: “’La mia road map contro gli sprechi’. Ospedali in rosso e acquisti, chi sgarra paga. I risparmi restano nel Ssn: è scritto per legge”.

Sul Giornale spazio per la delusione di Tito Boeri: “Bomba pensioni sul governo. Inps: serve una vera riforma. Boeri boccia le ‘misure parziali e selettive’ della legge di Stabilità e non sembra credere alle promesse di Renzi. ‘Speriamo che nel 2016 arrivi un intervento definitivo sulla previdenza’”. “Al momento non si parla di dimissioni dall’Imps (anche se l’idea di tornare all’insegnamento lo avrebbe assalito nel fine settimana). Di certo la legge di Stabilità sembra destinata a segnare un vulnus nei rapporti tra i presidente dell’istituto previdenziale e il governo”, scrive Fabrizio Ravoni.

Anche La Repubblica parla dell’altra “doccia gelata” per il governo, piovuta ieri sul terreno già scivoloso delle pensioni. Ieri -scrive il quotidiano- il presidente dell’Inps Tito Boeri è entrato a gamba tesa sulla legge di stabilità per esprimere critiche piuttosto pesanti all’impianto delle norme previdenziali contenute nella manovra.

La Stampa: “Boeri: ‘Troppi interventi parziali, sulle pensioni serve una riforma”, “L’Inps: trattamenti di vecchiaia giù del 12,6%, sale l’età media. Quattro assegni su 10 sotto i mille euro, alle donne redditi bassi”.

La Repubblica intervista il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta: “Niente rivoluzioni, flessibilità solo rinviata”, “La Legge Fornero non cambia. Sarà consentito uscire anticipatamente a certe condizioni”.

Inchieste, processi

Il Fatto torna oggi sullo scoop pubblicato ieri e relativo all’inchiesta della Procura di Spoleto che vede indagato il Governatore di Bankitalia insieme ad altri sei, tra commissari e vigilanti nominati da Palazzo Koch per corruzione, truffa, atto contrario ai doveri d’ufficio, infedeltà a seguito di dazione, abuso d’ufficio, in relazione al commissariamento e al passaggio di proprietà della Banca popolare di Spoleto a Banca Desio. “Già nel 2011 -scrive il quotidiano- un documento riservato dichiarava la volontà di Palazzo Koch di cambiare la proprietà della Popolare umbra. L’enigma dell’offerta più vantaggiosa di una finanziaria di Hong Kong che però fu ignorata. Il ruolo della Pop di Vicenza di Zonin bel passaggio di Bps a desio”. A pagina 2: “Bps, rapporto riservato svela le manovre degli ispettori”. Quel che più rileva, secondo Marco Palombi, “paradossalmente” non sono le responsabilità penali, ma “una sorta di modus operandi che viene fuori dalle carte: la convinzione dell’Autorità vigilante di fare politica industriale nel mondo del credito”. E si citano le parole di Francesco Boccia, Pd, presidente della Commissione Bilancio della Camera: “Il nodo politico è questo: se un’autorità indipendente di trasforma in advisor. Bankitalia deve vigilare, non consigliare acquisti di questa o quell’altra banca’”. La prima ispezione di Palazzo Koch alla Banca popolare di Spoleto risale al giugno-dicembre 2011: si conclude con una relazione firmata dall’allora direttore generale Fabrizio Saccomanni, che contiene l’invito a cacciare l’allora presidente Giovanni Antonini e nella denuncia di una sostanziale carenza nei controlli sulla concessione di crediti (nonostante gli stessi ispettori riportino numeri nient’affatto negativi). Come nei desiderata di Bankitalia, il cda collassò all’inizio del 2011, ma l’indesiderato Antonini fu eletto plebiscitarmente dai 21 mila soci della Spoleto Credito e Servizi (Scs), la cooperativa che controllava il 51% di Banca popolare di Spoleto. Ma Il Fatto ha letto anche la “parte riservata” della relazione: lì gli ispettori delineano quello che secondo loro deve essere il futuro di Popolare Spoleto: in ottica di lungo periodo-scrivono- serve una rivisitazione della catena di controllo proprietario per consentire l’ingresso di un nuovo partner. Quale? Scartato Monte dei Paschi di Siena, secondo azionista con il 26%, Bankitalia si dirige verso un’altra soluzione: “appare ineludibile il ricorso a ulteriori mezzi patrimoniali (…) Da qui l’ingresso nel capitale di Coop Centro Italia (con il 2%) e l’ipotesi di costituzione di una holding”. Commenta Palombi: curioso che questo progetto anticipato da Bankitalia nel 2011 trovi forma compiuta bel dicembre 2012, quando l’avvocato romano Francesco Carbonetti -già consulente di Bankitalia e Consob- annuncia a Bps l’offerta d’acquisto di una cordata di imprese, la Clitumnus, dentro cui si trova anche Coop Centro Italia. In basso sulla stessa pagina, un’intervista a Carlo Ugolini, presidente della A.Spo Credit, associazione che riunisce i soci della Spoleto Crediti e Servizi, che controllava al 51% Bps: è uno dei firmatari dei ricorsi contro le decisioni sul passaggio a banca Desio. Cosa volete? “In primo luogo rivogliamo la banca”. Perché dovete soldi a Mps? “Il debito è parte dell’accordo quadro firmato dai commissari coi nuovi proprietari di Banco Desio: un accordo che è pieno di omissis”. E denuncia “opacità”.

Se ne occupa in prima su La Stampa Francesco Manacorda (“A Spoleto un’inchiesta alla rovescia”): “Se un rilievo si può muovere alla Banca d’Italia non è certo quello che ipotizza la procura di Spoleto nella stupefacente inchiesta” che vede indagato Visco e altre 7 persone. “Adesso si rischia che i soci che hanno sostenuto il regno di Antoninini per oltre un decennio, nel classico intreccio tra credito, politica e potentati locali, abbiano la meglio -per via giudiziaria- su chi è intervenuto per rompere questo circolo vizioso”; “Negli ultimi anni la Banca d’Italia non pare essersi mossa troppo e troppo presto, ma poco e troppo tardi su una quantità di scandali bancari che sono venuti alla luce solo grazie all’azione della magistratura”.

Sul Sole Donato Masciandaro indica nel nostro “analfabestismo finanziario” e nel conseguente “abbaglio da inchiesta” il problema sollevati dalla inchiesta e dallo “scoop” del Fatto. Si indaga su una banca e subito, “a prescindere da qualsiasi valutazione sulla consistenza dell’indagine” arriva un “immediato giudizio negativo sulla integrità del sistema bancario; il terzo, anche esso immediato, è una condanna senza appello sull’efficacia dell’organo di controllo, cioè la Banca d’Italia. I tre anelli formano la catena delle abbagli, che però è una tossina micidiale e ingiustificata. Soprattutto in un caso come quello di Spoleto, in cui l’azione di vigilanza appare efficace e tempestiva. L’antidoto più efficace contro gli abbagli è una magistratura indipendente ed efficiente, che facendo subito chiarezza, minimizzi i danni dell’analfabetismo finanziario e della carenza di cultura delle istituzioni”. Masciandaro ricorda, a proposito di “attacchi ingiustificati ai servitori dello Stato – dalla magistratura agli organismi di controllo settoriali, come appunto la Banca d’Italia” il caso della “infamia compiuta nei confronti di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli”.

La Repubblica: “Popolare Spoleto, Visco indagato. I soci: un esproprio la vendita a Desio”. E una lunga analisi di Luca Iezzi: “Ancona, Teramo e il Nordest, quel filo unico che lega i ‘furbetti’ delle Popolari”, “Stesso schema per tutti gli istituti in difficoltà: manager che finanziano imprenditori e faccendieri amici e miliardi buttati in prestiti o false ricapitalizzazioni”, “Dalle inchieste emergono anche le incertezze e i ritardi degli interventi delle autorità di vigilanza”.

Il Corriere scriveche l’apertura del procedimento della procura di Spoleto porta la data del 28 gennaio 2015, nove mesi fa, per atto dovuto a seguito dell’esposto dei vecchi soci della banca. Visco è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in corruzione, abuso d’ufficio, truffa e ‘infedeltà a seguito di dazione o di promessa di utilità. Da allora il Pm non ha fatto nulla, non ha neanche assegnato la delega alla polizia giudiziaria. La notizia però è uscita soltanto ora sul Fatto quotidiano”.

Oggi la pagina delle carte delle inchieste del Corriere è dedicata a Fabrizio Palenzona e alla indagine della Procura della Repubblica di Firenze sul vicepresidente di Unciredit.Gli viene contestato di aver aiutato l’imprenditore Andrea Bulgarella, ritenuto vicino al boss mafioso Matteo Messina Denaro. Fu Unicredit nel dicembre 2014 a rendere noti i risultati di una indagine interna in cui si evidenziavano “carenze di gestione” considerata “non conforme al dettato normativo interno” sui conti delle società dellimprenditore. “Nonostante questo il vicepresidente Fabrizio Palenzona si sarebbe adoperato per far ‘accogliere il piano di rientro della sua notevole esposizione debitoria che prevedeva un abbattimento degli interessi di mora per un ammontare di 5 milioni di euro e il finanziamento pari a 17 milioni e mezzo di euro per due cantieri aperti a Pisa’”. Palenzona è accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e ad altri reati, con l’aggravante di aver favorito il clan del ricercato di Cosa Nostra. Il difensore Massimo Dinoia replica: “’È soltanto aria fritta, niente di nuovo. Davanti al tribunale del Riesame ribadiremo l’assoluta infondatezza dell’ipotesi accusatoria’”.

Sul Sole: “Falsa partenza del processo Ilva”. “In aula 47 imputati, un migliaio di parti civili, tra cui due ministeri e la Regione Puglia”. “Aperto e subito aggiornato all’inizio di dicembre per difetti di notifica il dibattimeto per disastro ambientale”. Il difetto di notifica riguardava Nicola Fratoianni, oggi deputato di Sel, ex assessore della giunta Vendola che risponde di presunto favoreggiamento verso lo stesso Vendola.

Alla “agonia di Taranto” è dedicato un reportage del Corriere, firmato da Goffredo Buccini. “A produzione piena l’acciaieria inquina troppo, a produzione ridotta non campa più: il rebus che porta a esuberi e chiusre dell’indotto sta tutto qui”.

Sul Giornale, che dedica il titolo di apertura al pensionato 65enne che ha ucciso un “criminale che si è intrufolato in casa sua durante la notte”, Alessandro Sallusti scrive che “i nostri legislatori dovrebbero mettere mano velocemente al codice penale” che oggi “se applicato senza buon senso da magistrati burocrati, manda in galera chi difende se stesso e i suoi cari dall’assalto di ladri e rapinatori”. Sallusti racconta la vicenda così: l’uomo in casa sente dei rumori, “impugna la pistola regolarmente detenuta. Fa per uscire e nel buio del corridoio si trova davanti un uomo. Spara e colpisce l’intruso, un romeno di poco più di venti anni. Due complici fuggono dopo che lui spara in aria altri due colpi. Un solerte pm lo incrimina prima per eccesso di legittima difesa, poi di omicidio volontario”.

Il Corriere nella ricostruzione della vicenda scrive che i carabiniri hanno trovato il cadavere del ragazzo sulla scala tra il primo e il secondo piano del palazzo, “dunque fuori dalla casa”. L’uomo e i suoi familiari hanno spiegato che “’dopo lo sparo i suoi complici hanno provato a portarlo fuori per scappare’” ma poi lo avrebbero abbandonato. “Tra le due ricostruzioni (che il ladro sia stato colpito in casa o al contrario sulle scale all’esterno) passa una differenza radicale per definire il reato e per le reazioni dell’opinione pubblica”.

La Stampa, alle pagine 2 e 3: “Uccide un ladro sorpreso in casa. Indagato per omicidio volontario”, “Milano, il racconto dell’uomo non convince gli inquirenti. Ancora da identificare la vittima. Salvini: ‘Non mi dispiace più di tanto’. Corteo di solidarietà, il pensionato saluta dal terrazzo”. Il pensionato ha sparato un colpo solo, dritto al cuore, ha una pistola calibro 38 special regolarmente denunciata, ottenuta dopo aver subito una serie di furti in casa, al terzo piano di una villetta in provincia di Milano. L’ipotesi di reato avanzata inizialmente dagli investigatori -eccesso colposo di legittima difesa- si è tramutato po in omicidio volontario per le discrepanze nel racconto, in particolare sul luogo della sparatoria (in camera da letto, secondo l’accusato, ma il corpo del giovane romeno ucciso viene trovato sulle scale dell’appartamento).

E il colloquio del quotidiano con il pensionato autore dell’omicidio, che dice: “Dovevo difendere la mia famiglia ma non volevo ammazzarlo”, “Ho visto un’ombra con qualcosa in mano”.

A pagina 3: “Paura, insicurezza, giustizialismo. Quando l’Italia è minacciata prende le armi”. E in un’intervista, il viceministro della Giustizia Enrico Costa dice: “La criminalità cambia. Il governo rivedrà la legittima difesa”, “Il viceministro: a volte sparare è legittimo”.

Dallo stesso quotidiano, segnaliamo a pagina 33 il commento del giurista Carlo Federico Grosso: “Il ladro era disarmato, ecco perché è scattata l’imputazione di omicidio”.

Due pagine (14 e 15) su La Repubblica: “Pensionato uccide il ladro in casa. La destra: eroe. Lui saluta dal balcone”.

Con le interviste a Matteo Salvini, leader della Lega Nord (“Se l’è cercata, non mi dispiace che sia finita così”, “Giù la mani da chi si difende. E non lo dico perché c’è di mezzo un immigrato, vale per chiunque”) e a Umberto Ambrosoli, leader del centrosinistra in Regione Lombardia (“Basta demagogia, chi cavalca la rabbia incoraggia il Far West”).

Internazionale

Su La Repubblica, la vittoria di Justin Trudeau alle elezioni in Canada: “Bello e invincibile. Il sexy premier che vuole riaprire le porte del Canada”, “Figlio di uno storico primo ministro, ha battuto i conservatori con il sì all’immigrazione”. Di Vittorio Zucconi. Il quotidiano intervista Adam Gopnik, saggista del New Yorker: “Ma non è Kennedy, la gente lo ha votato perché vuole la svolta”.

La Stampa: “Tutti pazzi per Trudeau, il Canada torna a sinistra”, “L’outsider eletto premier dopo 9 anni di governo conservatore. Ex insegnante e attore, 43 anni, ha puntato su diritti e lavoro”. Ne scrive Stefano Gulmanelli.

La Repubblica dedica la “copertina” dell’inserto R2 alle elezioni che si terranno domenica in Polonia: “I nazionalpopulisti euroscettici -scrive Andrea Tarquini- volano nei sondaggi per le politiche di domenica. Grazie a slogan violenti contro migranti e Ue: ‘I profughi ci portano epidemie’, ‘Facciamo come Orban’. Il tramonto dei liberal, eredi degli intellettuali e dei leader operai della rivoluzione di Solidarnosc, sembra inarrestabile. E il paese profondo cede alle tentazioni reazionarie e xenofobe”.

Di fianco, un’intervista all’ex presidente e Premio Nobel Lech Walesa: “Sono pronto a tornare per la democrazia”.

La Stampa intervista Adam Michnik, fondatore di Gazeta Wyborcsa, uno dei padri storici della rivoluzione: “Nessun Paese è al sicuro con il virus nazionalista di Putin”, Per l’intellettuale liberale polacco lo zar vuole restaurare l’impero sovietico. Sull’Europa: ‘Se vincessero le destre xenofobe sarebbe la fine della libertà’”, “Le attuali forze di opposizione sono la negazione di tutti i valori e la storia di Solidarnosc”.

Sul Corriere Lorenzo Cremonesi scrive che “termina nella confusuione e nel pericolo di una nuova ondata di violenze il mandato del mediatore delle Nazioni Unite in Libia, il diplomatico spagnolo Bernardino Leon”. “Nelle ultime ore una ridda di informazioni contraddittorie ha caratterizzato il dato più significativo: tutto lascia credere che la sua proposta di un governo di ‘Accordo nazionale’ sia stata bocciata o in ogni caso incontri difficoltà tali da essere considerata congelata”. Cremonesi ricorda che l’obiettivo era trovare un accordo tra i dirigenti dell’amministrazione di Tobruk, “considerati ‘relativamente laici’ e riconosciuti da gran parte della comunità internazionale” e quelli del Congresso Nazionale di Tripoli, “legati al fronte dei Fratelli Musulmani” perché creassero un governo unitario che portasseil Paese verso nuove elezioni.

Sul Giornale: “Cisgiordania, gli israeliani arrestano il capo di Hama. Hasan Yusef ‘istigava alla violenza terroristica’. Ancora vittime. Ucciso in Siria un comandante delle milizie islamiche iraniane”. Inoltre “tre ‘volontari’ russi sarebbero morti in Siria” anche se Mosca ha smentito la notizia diffusa da fonti lealiste riservate e confermata dall’Osservatori siriano per i diritti umani, l’organizzazione di opposizione ad Assad basata a Londra.

Sulla situazione israelo-palestinese il quotidiano dà la notizia dell’arrivo in Israele di Ban Ki-Moon ma “come Kerry probabilmente otterrà poco o nulla” perché “la violenza cieca che ha innescato questa cosiddetta intidada dei coltelli ha infatti radici religiose islamiche molto profonde e sarà complicato fermarla”.

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