Cina, addio al figlio unico

Il Corriere della sera: “Marino non lascia, il Pd lo sfiducia”. “Il sindaco: rivendico ogni scelta ma ammetto gli errori. Si ritirano 7 assessori su 12. Renzi irritato: si vada fino in fondo”. “E’ indagato per truffa nel caso onlus. La conta dei 25 consiglieri dimissionari per farlo cadere”.

“Un marziano in trincea” e “Le ferite di un partito” sono i titoli dei richiami ad articoli nelle pagine interne.

L’editoriale, firmato da Sabino Cassese, è titolato “Le nostre regole perdute”.

A centro pagina, con foto, la Cina: “Il figlio unico non è più un obbligo. Cambiata la legge. Due bambini per coppia”.

E poi : “’Treni, tangenti sui sensori’. Il capo della rete agli arresti. Palermo, trovato libro mastro della corruzione”. Con commento di Dario Di Vico: “Ma è un Paese marcio?”.

A fondo pagina: “Sollecito riparte con i fondi della Regione”. “Il sito internet per ricordare i defunti e le chat con Amanda. La vita dopo l’assoluzione”.

La Repubblica: “Marino sfida Renzi: resto sindaco. Indagato per gli scontrini a Roma”, “Il Pd ai consiglierei: dimettetevi tutti. L’ira del premier. L’ipotesi della Procura è il peculato”.

A questo tema sono dedicate l’analisi di Claudio Tito (“La città affondata”) e il ritratto del personaggio tracciato da Filippo Ceccarelli (“L’astuzia del marziano”).

A centro pagina: “Sicilia, il libro delle tangenti. Arrestato il signore dei treni”, “Lo Bosco è presidente Rfi. La pista dei politici”.

In prima in grande evidenza le notizie dalla Cina: “Pechino, addio figlio unico. La rivoluzione dei bambini”, “Ogni coppia potrà averne due”.

Sulla colonna a destra: “Che cosa rimane dell’Expo dopo l’Expo”, “La missione di Milano sarà salvare un’eredità da 21 milioni di spettatori”. Ne scrivono Natalia Aspesi e Carlo Petrini.

Sull’economia: “Telecom, entra Niel, sono più forti i padroni francesi”.

La Stampa: “Marino resta, sfida aperta al Pd”, “Orfini ai suoi: via dal Campidoglio. Per sciogliere il consiglio, grillini e aiuti da destra. Idea-Renzi: Election day a giugno per votare comunali e referendum costituzionale”, “Il sindaco di Roma ritira le dimissioni a tre giorni dalla decadenza. La sua giunta si sfalda: via sette assessori”.

“Come leggere le parole di Cantone” è il titolo di un commento di Massimo Russo.

Sul tema “corruzione”: “Tangenti in Sicilia: spunta il libro mastro”, “Fermato il presidente di rete ferroviaria”. E di fianco, attenzione per Sylvia Kranz, che guida l’ufficio associato interprovinciale per la prevenzione e la risoluzione delle patologie del rapporto di lavoro, che ha sede a Lugo: “La donna che ha fatto cacciare 20 ‘furbetti’”, “Aiuta i Comuni a licenziare i truffatori”.

A centro pagina, con foto di mamme cinesi: “La svolta di Pechino: sì al secondo figlio”, “Stop cinese al contenimento delle nascite per contrastare l’invecchiamento della popolazione”.

“Ma sono le famiglie a volerne uno solo”, scrive Bill Emmott in un’analisi.

Sulla colonna a destra: “Su Telecom due bandiere francesi”, “Nuovo socio all’1%”.

Il Manifesto: “Mostro Marino”, “Marino ritira le dimissioni, torna sindaco e chiede il dibattito in aula. Il Pd lo teme come la peste e riunisce i suoi consiglieri per imporgli le dimissioni. Ma è scontro con i dissidenti. Poi parte la caccia per rastrellare altre firme tra le opposizioni (di centro e di destra). Rivolta dei dirigenti romani contro Orfini”.

Di questo si occupa l’editoriale del direttore Norma Rangeri: “A carte scoperte”.

Più in basso, a proposito di “dissesto idrogeologico”: “Messina rimane senz’acqua e non ci sono soluzioni”.

Poi le notizie dal Parlamento europeo, che ha attribuito il Premio Skharov al blogger saudita Badawi: “Ue, ‘Sakharov’ a Badawi, il blogger inviso ai Saud”.

A fondo pagina: “I falsi anticorpi di Cantone”, di Paolo Berdini.

E un intervento di Luigi Manconi: “Dal carcere al Cie, fermate l’espulsione”.

E sulla Cina: “Il Plenum: ‘Due figli a famiglia, pensioni d’anzianità per tutti’”, “Il Partito comunista cinese abolisce la legge sul figlio unico in vigore dal 1979. Raddoppio del Pil in 10 anni”.

Il Giornale: “Un kamikaze a Roma. Il sindaco ritira le dimissioni: vuole farsi esplodere con tutto il Pd”. E poi: “Berlusconi, rilancio liberale: salva la fondazione Einaudi”.

A centro pagina, con foto: “Domani ultimo giorno dell’Expo. E la Moratti si toglie qualche sassolino”. “Lady Letizia ricorda: ‘Eravamo i soli a volere l’esposizione. La città è cresciuta. Ma Pisapia non ha portato a termine nessuno dei nostri progetti”.

A centro pagina: “Renzi fa perdere gli italiani in Borsa. Prima Fincantieri, poi Poste: privatizzazioni flop. E uno studio rivela: coi Bot si va in rosso”.

Il Sole 24 ore: “Raid francese su Telecom. Niel (Iliad): abbiamo l’11,2 per cento”. “Il miliardario di Internet ‘prenota’ una partecipazione a rate a partire da metà 2016. Vivendi: nessun concerto. Faro della Consob”.

Di spalla: “Lo schiaffo di Marino: dimissioni ritirate. Il Pd: via i consiglieri”. “Ma è in bilico ‘quota 25’ per far cadere la giunta. Renzi: così si danneggia soprattutto la capitale”.

Ancora in prima: “Tangenti per appalti in Sicilia: arrestato Lo Bosco, presidente di Rfi”.

A centro pagina: “Mps e Spoleto, indagati manager Nit”. “Perquisite le abitazioni. Nel mirino della Procura le offerte per quote di Siena e della Popolare”.

Marino

La Repubblica, pagina 2: “Dimissioni ritirate, Marino sfida il Pd, ‘Non accetterò mai la porta di servizio’”, “La richiesta del dibattito in aula: ‘Io sto cambiando Roma’. Eletti dem verso l’addio di massa per far sciogliere il Consiglio”, “La svolta ieri dopo il pranzo, per il timore di un’accelerazione sulla sua decadenza”. Insomma, secondo Sebastiano Messina, che ne scrive, quando Marino ha letto le notizie che arrivavano dal Nazareno, dove erano riuniti i consiglieri Pd con il commissario del Partito a Roma Matteo Orfini e quindi “i numeri e i nomi dei consiglieri pronti a dimettersi”, si è convinto che il Pd volesse giocare d’anticipo, facendo decadere il Consiglio prima ancora che lui potesse chiederne la convocazione. A pagina 3, l’articolo di Carlo Bonini: “Ma per il sindaco si riapre il fronte delle note spese, adesso è indagato”. Che inizia così: “Nel giorno in cui ritira le proprie dimissioni, Ignazio Marino gioca un’ultima mano da baro. Mente, facendo annunciare dal suo legale come in via di archiviazione una vicenda giudiziaria che tale non è (l’inchiesta per truffa sulla Onlus no profit ‘Imagine’ di cui è fondatore) e tace un dettaglio cruciale dell’affaire che ha segnato la sua catastrofe personale e politica. Una notizia di cui è al corrente almeno da mercoledì, quando gli è stato notificato un avviso di garanzia, e che ha continuato a tacere alla sua Giunta ancora fino a ieri sera. E’ stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma per peculato e concorso in falso in atto pubblico nell’inchiesta sui giustificativi delle note spese saldate con la carta di credito del Comune”, ovvero la vicenda scontrini. Bonini ricorda che Marino si era presentato con i suoi avvocati in Procura e si era “autoassolto” con argomenti “suicidi” che sono diventati “autoincriminanti”, poiché aveva sostenuto che le firme in calce ad almeno 7 giustificativi erano false: si trattava, aveva detto, di una prassi amministrativa delle sue segretarie non solo a lui nota ma da lui avallata. Dunque, “per liberarsi dall’accusa di peculato”, Marino aveva spiegato che le segretarie lavoravano a mano libera nel compilare i giustificativi.

La Stampa, pagina 2: “Marino torna sindaco e sfida il Pd. Asse con l’opposizione per cacciarlo”, “Dimissioni ritirate: ‘Voglio un dibattito in Consiglio comunale, anche sul futuro’. Orfini raduna 25 eletti pronti a farlo cadere. Tensione nel partito, Renzi irritato”.

E a pagina 3: “orgoglio e narcisismo. Il marziano vuole la battaglia finale”, “Rifiutate tutte le proposte per un’uscita concordata. ‘Le polemiche sugli scontrini? Una bufala, è chiaro’”.

Norma Rangeri, su Il Manifesto, scrive che ad essere colpita “è anche la gestione democratica di questa vicenda che doveva essere trattata alla luce del sole, in Campidoglio, non nelle stanze del Nazareno, non nel modo fazioso di larga parte dei quotidiani nazionali (quelli locali hanno fatto una opposizione ‘edilizia’ dall’inizio della sindacatura), non attraverso informazioni pilotate e interessate. Marino non è il migliore dei sindaci, il mestiere politico non è il suo, si è mosso fidandosi soprattutto dei ‘suoi’, del suo cerchio magico. Ma sicuramente non è peggiore di quelli che vogliono fargli le scarpe”.
Su La Repubblica, pagina 6: “Ore da incubo per il Pd, ira di Renzi contro Orfini, ‘Poteva fermarlo prima’”, “Riunione con i 19 consiglieri a caccia di altre 6 firme. Il commissario: basta, Roma non è proprietà di Marino”. Ne scrivono Tommaso Ciriaco e Giovanna Vitale che, dando conto della riunione di ieri, sottolineano come dopo 7 interminabili ore, la compagnia ha abbandonato il Nazareno “senza lo scalpo del sindaco”: “i dimissionari, questo è l’accordo firmato sulla sabbia, dovrebbero presentarsi stamane al Comune per sancire l’addio. Dovrebbero, perché a sera il commissario chiama Matteo Renzi e ammette: ‘Ci siamo, ma solo se stanotte qualcuno non ci ripensa’”. L’ago della bilancia diventa Alfio Marchini, assieme al consigliere Alessandro Onorato. Il costruttore romano, in volo per Milano, prende tempo. Per tagliare il traguardo dei 25 eletti che servono a far decadere la giunta, servono comunque altri due “volenterosi” e si valutano i due fittiani, che mai hanno governato con Alemanno.

Sul Sole: “L’ira del premier: basta, così danneggia soprattutto la Capitale”. Dove si legge che “più che l’ira” in Renzi prevale “lo scoramento”, perché – appena tornato dal suo viaggio in America Latina – avrebbe voluto trovare “il faldone” Roma “già chiuso”. Su Orfini “anche se Renzi continua a ripetere di avere ‘piena fiducia’ nel commissario di Roma (e ieri lo ha ripetuto anche Lotti) nella maggioranza renziana del partito sono in molti a pensare” che “magari non subito” ma presto Renzi “presenterà il conto ad Orfini”.

Sul Corriere: “La linea di Renzi: andare fino in fondo. Quei dubbi sulla gestione di Orfini. Il leader dem e la strategia di allargamento al centro per le Comunali. A Roma Lorenzin in pole”. Su Orfini il quotidiano scrive che “prima aveva assicurato” a Renzi che Marino non avrebbe ritirato le dimissioni, poi che comunque ci sarebbero stati comunque “i numeri per farlo andare via”. Da qui il nervosismo del premier.

Il Sole scrive che la strada scelta dal Pd, quella delle dimissioni di massa dei consiglieri comunali – ha un vantaggio politico, quello di “evitare un’imbarazzante discussione in seno al Pd capitolino sui motivi per i quali il partito si ritrova a sfiduciare il suo sindaco vincitore di primarie e legittimamente eletto dai cittadini” e un “non meno importante” vantaggio in termini di tempi, perché “la mozione di sfiducia, che deve essere sottoscritta da almeno due quinti dei consiglieri, viene messa in discussione non prima di dieci giorni e non oltre trenta giorni dalla sua presentazione”. Sarebbe dunque un “prolungamento dell’agonia” che Pd e Renzi vogliono evitare. Con le dimissioni “la decadenza del sindaco è immediata e il prefetto di Roma Franco Gabrielli, che è anche coordinatore per il Giubileo, potrebbe subito nominare il commissario che traghetterà la Capitale verso le elezioni”. Si ricorda che il commissario che sarà scelto da Gabrielli guiderà Roma per 90 giorni “sovrintendendo a eventi come la prima udienza del maxiprocesso su Mafia Capitale il 5 novembre e l’avvio dell’Anno Santo l’8 dicembrein attesa del decreto di scioglimento”. Entro 90 giorni il governo dovrà nominare – con ministro dell’Interno e presidente della Repubblica – il commissario straordinario in vista delle elezioni. A Palazzo Chigi rimane l’idea di conferire a Gabrielli i pieni poteri per il Giubileo, afffiancandolo ad una “squadra”, il “dream team” di cui si è parlato, che potrebbe comprendere Carlo Fuortes, Giovanni Malagò e Marco Rettighieri.

Il Giornale: “Il Marziano è tornato e ha tutta l’intenzione di restare, o almeno di provarci”. Il quotidiano scrive che “la decisione era nell’aria almeno da domenica, da quando i suoi sostenitori avevano invaso la piazza michelangiolesca. Mercoledì sera, dopo il fallimento del vertice con Orfini, quando aveva rifiuto un’uscita morbida con l’onore della armi, la retromarcia era diventata poi quasi una certezza”. Si legge che “l’obiettivo minimo è di presentarsi il 5 novembre nell’aula dove si aprirà il processo Mafia Capitale con la fascia tricolore addosso per rappresentare il Campidoglio come parte civile. Quello a medio termine, sembra, dare il più fastidio possibile a Matteo Renzi, che l’ha da tempo abbandonato. E c’è chi pensa che stia costruendo una base di consenso per candidarsi alle prossime comunali con una sua lista, o addirittura al congresso del Pd”.

Il Corriere: “Il sindaco indagato per truffa allo Stato. L’inchiesta della Procura sulla onlus che ha fondato nel 2005 per portare aiuti sanitari in Honduras e Congo. I sospetti su due consulenze ‘fantasma’. Sul caso scontrini è invece stato sentito solo come testimone”. La notizia, scrive il quotidiano, nasce da un “autogol” del difensore di Marino, Enzo Musco, che ieri ha detto di aver appreso della richiesta di archiviazione da parte della Procura della posizione di Marino nella inchiesta sulla Image Onlus, fondata da Marino nel 2005, e suoi suoi programmi per portare aiuti sanitari in Honduras e Congo. La procura poco dopo le dichiarazioni di Musco ha smentito di aver chiesto l’archiviazione. Sotto accusa due contratti di consulenza, uno dei quali falso, che avrebbe garantito alla Onlus sgravi fiscali.

Lega, Forza Italia

Il Corriere: “Berlusconi (con i militanti) andrà nella piazza della Lega. Il leader ha deciso, il leader pensa a dei pullman. Costi eccessivi, chiude la sede di San Lorenzo in Lucina”.

Su Il Giornale: “Berlusconi, rilancio liberale. Salva la fondazione Einaudi”. Berlusconi, con una offerta personale di 45 mila euro, guida una “cordata di imprenditori” con De Albertis, Recchi, Scaroni e Bombassei. Il quotidiano scrive che l’assemblea dei soci della Fondazione approva l’operazione “con la sola eccezione del presidente onorario Roberto Einaudi” che “minaccia di portare la decisione in tribunale”. Il quotidiano informa poi che “non è stata ancora presa ufficialmente dal Cavaliere” la decisione di partecipare la decisione di partecipare alla manifestazione di Bologna. I timori sono che Bologna si trasformi in un “VaffaDay che colpisce il Ppe, l’Europa e la moneta unica”, e poi c’è il candidato alle comunali di Bologna: la manifestazione dell’8 non può essere quella dell’investitura del candidato della Lega perché FI ha un suo candidato.

Il Corriere intervista Matteo Salvini: “Un programma comune? Parliamone anche subito?”. “Salvini: Silvio è il benvenuto. Sul palco pure insegnanti e artigiani”. Si parla della manifestazione a Bologna del prossimo 8 novembre. Salvini dice di aver capito che Berlusconi vuole esserci, dice che sarebbe il benvenuto e che a non volere che partecipi alla manifestazione sono “i nostalgici degli inciuci con Renzi e Monti”. Salvini parla anche di unioni civili e dice che “Orlando pensa anche alle adozioni gay, in quella piazza non penso ci saranno persone favorevoli”. La Lega sta preparando un progetto di legge sulle coppie tradizionali e Salvini dice di pensare alla manifestazione come “una nuova marcia dei quarantamila”.
Expo

Il Giornale intervista Letizia Moratti, che dice di essere soddisfatta di Expo. “In Italia allora mi dicevano che Expo era un evento ‘del passato’. Pensi che giusto qualche giorno fa a Parigi mi spiegavano invece quanto si stanno già impegnando sulla candidatura del 2025, perché hanno ben presenti le potenzialità su turismo, occupazione, interscambi tra i Paesi. L’Italia in sei mesi ha potuto ampliare i rapporti economici con gli Stati presenti, ci sono stati centinaia di incontri business to business . Per dare un’idea: l’export del food italiano verso gli Usa è cresciuto del 28%. Anche i rapporti diplomatici con ministri e capi di Stato stretti in un breve periodo daranno frutti nel tempo. Expo non è affatto legata al passato, l’importante è scegliere e realizzare bene il tema giusto”.

Telecom

Il Giornale: “Mani francesi su Telecom Italia. Dopo la scalata di Bollorè all’ex monopolista. Blitz di Niel (Iliead) che si porta all’11,2 per cento. Il titolo vola in Borsa ma Vivendi (20 per cento) nega il ‘concerto’”. Niel è il “re delle tlc francesi a basso prezzo”, con Bollorè controlla il 30 per cento. Fari puntati dalla Consob, mentre l’Ad Patuano dice che questo interesse dimostra che la strategia dell’azienda è giusta. “Mi rendo conto che è troppo facile dire che tutti gli azionisti sono benvenuti ma in questo caso si tratta di azionisti esperti del settore che così confermano che stiamo facendo bene”.

Sul Corriere Daniele Manca scrive che Bollorè e Nial “potrebbero navigare di conserva. Per questo la Consob, che vigila sulla Borsa italiana, ha immediatamente acceso un faro sull’operazione. Se fosse così, in base alle regole italiane, dovrebbero lanciare una offerta pubblica d’acquisto su Telecom. Dove sia la verità, contesa o concerto (ieri a ‘Les Echos’ una fonte vicina a Vivendi ha detto che pur non sapendo nulla di Niel la sua presenza non era un problema), il punto per il nostro Paese è un altro. Se due imprenditori esteri decidono di investire in Telecom è evidente che pensano di individuare nel gruppo un valore. Cosa che in Italia nessuno ha avuto la pazienza o la capacità dii focalizzare”. Insomma, il tema non è “la nazionalità dei soci” ma “la lungimiranza di un sistema Paese che dovrà riflettere molto sui passati vent’anni, trascorsi tra falsi e veri complotti, dietrologie e campagne, utili solo a dividersi in fazioni dimentiche dell’interesse comune”.

Sul Sole Alessandro Plateroti (“Restituire stabilità al futuro di Telecom”) parte dal “blitz del finanziere francese Zavier Niel” per ricordare che “per quanto importanti sul piano della concorrenza, i nuovi operatori della telefonia italiana non hanno le risorse, le dimensioni e le infrastrutture per assumere un ruolo-guida nell’ammodernamento della rete nazionale di telecomunicazioni”. Dunque “il caso-Telecom potrebbe diventare il primo vero test di mercato” anche per il ruolo di Cdp, che aveva tentato di lavorare al futuro di Telecom con il progetto di fusione con Metroweb. “Anche senza scomodare la golden share o invocare il ritorno dello Stato-azionista, il caos societario e borsistico intorno a Telecom Italia hanno raggiunto un livello di guardia che richiede l’attenzione del Governo”, scrive il quotidiano di Confindustria.

Vienna, Iran e Siria

Inizia oggi a Vienna un summit sulla Siria cui prenderà parte per la prima volta l’Iran. Presenti i ministri degli Esteri di Usa, Russia, Arabia saudita, Turchia, Giordania, Iraq, Egitto, Libano, Italia, Francia e Germania. La Stampa, pagina 10: “Riad: ‘L’Iran deve accettare l’uscita di scena di Assad’”, “Alla vigilia del summit di Vienna sale la tensione tra i sauditi e Teheran, ‘Non credono nella transizione, vogliono soltanto salvare il dittatore’”. Se ne occupa Maurizio Molinari.

Sulla stessa pagina, un’intervista al segretario generale della Nato Jens Stoltenberg: “La Nato vuole una soluzione politica, ma è pronta a difendere la Turchia’”, “Stoltenberg: abbiamo raddoppiato la forza di intervento rapido’”, “I turchi sono allarmati dalla pressione russa. Hanno violato lo spazio aereo, ma la Nato ha risposto prontamente”, “L’incremento delle loro attività ai nostri confini fa crescere il rischio di incidenti e situazioni fuori controllo”.

Cina

Il Corriere: “Due bambini per coppia, ora si può. Il plenum del Pcc modifica la legge sul figlio unico per arrestare la denatalità e spingere l’economia. Per anni chi violava la norma doveva affrontare pesanti sanzioni se non addirittura gli aborti forzati”. Si sottolinea come anche precedenti norme – due anni fa era stato permesso di avere un secondo figlio alle coppie in cui uno dei due fosse figlio unico – non sono bastate perchè la nuova classe media cinese concentra tutte le risorse nella educazione del figlio unico e “ora sentono di non potersi permettere di dargli un fratello o una sorella”.

Su La Repubblica, alle pagine 16 e 17, la corrispondenza da Pechino di Giampaolo Visetti: “La rivoluzione dei due bambini, addio alla politica del figlio unico”, “Dopo 36 anni, il quinto Plenum del Partito abbandona il contenimento delle nascite. Al Paese servono più giovani. Il traguardo è fissato: 10 milioni di neonati in più entro il 2020”.

Su La Stampa Bill Emmott sottolinea che in Cina, come in altri Paesi, le donne sembrano non volere più figli e li hanno più tardi, quali che siano le leggi. Il vero obiettivo di questa legge potrebbe essere il grande squilibrio che esiste in Cina tra il numero dei maschi e quello delle femmine: la politica del figlio unico non ha influito molto sul totale della popolazione cinese, ma ha avuto un ruolo significativo nell’aumento dell’infanticidio e dell’aborto selettivo. Il divario è particolarmente ampio nelle province rurali: significa che c’è un numero crescente di uomini che difficilmente riusciranno a sposarsi perché non ci sono donne a sufficienza.

Il Corriere intervista Ian Bremmer: “Poco e i ritardo. La Cina rischia di essere un nuovo Giappone”. “Con una crescita reale dell’economia vicina al 5 per cento, una struttura demografica della popolazione sempre più vicina a quella giapponese anziana e stagnanta, Pechino non aveva grandi spazi di manovra. Ma la decisione di portare a due i figli per le coppie sposate è troppo poco, troppo tardi”. Il problema è che “senza politiche di aiuto alla famiglia” simili a quelle francesi “difficilmente assisteremo a un boom delle nascite”. Bremmer osserva che oggi “una completa liberalizzazione” delle politiche demografiche “potrebbe far perdere a Pechino il controllo sui trend demografici, pensiamo soltanto al movimento tra campagna e città”. “Questo il regime non può permetterselo, non sarebbe saggio”.

E poi

Da segnalare sul Corriere Sabino Cassese che commenta il “brutto spettacolo” di questi giorni, tra “un sindaco rivelatosi inadatto a svolgere la sua funzione”, “funzionari della Agenzia delle Entrate ce si rivoltano contro la Costituzione e la Corte Costituzionale”, “giudici amministrativi che esprimono opinioni su materie sottoposte al loro giudizio e critici che pretendono decisioni che i giudici non possono prendere, perché richiedono una legge”, “una Procura che inizia una indagine sul vertice della Banca d’Italia, per poi dichiarare che la questione è tutta da verificare e da valutare. Il presidente dell’Autorità anticorruzione, chiamato a svolgere compiti onerosi e importanti, che dà pagelle alle città”.

Sul Sole: “Perché non è stato un Sinodo platonico”, di Gianfranco Brunelli. “Il difficile equilibrio di Francesco, non privo di contraddizioni, nella sfida spirituale per la riforma della Chiesa”.

Sul Corriere un intervento dello scrittore israeliano Etgar Keret su Rabin: “Chi l’ha ucciso venti anni fa aveva un obiettivo: fermare il processo di pace. Missione compiuta”. Dove si cita una frase di una “leader dei coloni, Daniela Weiss”, alla quale è stato chiesto delle minacce di morte rivolte all’attuale presidente israeliano, Rivlin: “’Nessuno ucciderà Rivlin – ha risposto lei sprezzante – non è abbastanza importante’”.

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