Reset Magazine > Numero 128 > EDITORIALE
EDITORIALE
Il nostro presidente su Einaudi:
libertà e riformismo
Giancarlo Bosetti
Alla terza grande sfida cui sono chiamate – la ricostruzione nel 1945, il crollo del muro di Berlino nel 1989, la crisi dell’euro oggi – le élite europee sono arrivate fino sull’orlo di un fallimento. La tesi che Giorgio Napolitano, il Presidente della Repubblica, consegna in una lettera a «Reset» è che le leadership politiche arrivano «in affanno» a un appuntamento che avrebbe dovuto essere quello di un deciso passo avanti nell’integrazione dell’Unione Europea. Non sembrano essere all’altezza della prova perché condizionate e impaurite dalla necessità di un riscontro elettorale a breve termine, al seguito di un elettorato altrettanto impaurito. E nello stesso tempo non riescono a ristabilire un legame forte di condivisione con quegli stessi elettori che i leader politici blandiscono e temono.
Il nostro Presidente, che cerca nei limiti costituzionali delle sue possibilità di portare in salvo il paese (e l’euro), è stato qualche volta rozzamente accusato per la «parte» politica da cui proviene. La verità è che mentre i giudizi interessati di politici al di sotto di ogni sospetto tentavano di colpirlo chiedendo «da che parte» stesse, lui si trovava in verità «più avanti» di tutti gli altri. (vedi Pasquino, «Reset» n. 127). Una condizione che ha lungamente sperimentato nella sua carriera e che, fortunatamente, si manifesta con tutta chiarezza in questi anni.
L’ispirazione socialista liberale, che questa rivista ha cercato di rinnovare in questi diciotto anni di vita, si conferma vitale, anche se sempre bisognosa di creative interpretazioni e reinterpretazioni. Tutto il miglior pensiero economico e sociale (Keynes in primo luogo) che ispirò le leadership politiche e i governi del dopoguerra fu mosso dal desiderio di evitare che si ripetesse la tragedia della Prima guerra mondiale con quel che ne seguì. Il Tony Judt, che Napolitano cita nella sua lettera è lo stesso che ha denunciato il pericolo di dimenticare tutto questo, come sta accadendo negli ultimi tre decenni, all’inseguimento di formule economiche basate sul puro interesse individuale. Il liberalismo di Einaudi era parte di quella cultura che ha consentito di costruire le floride e coese società occidentali della seconda metà del XX secolo. Il riformismo italiano non ne seppe cogliere e valorizzare la portata perché fu inghiottito dagli antagonismi della Guerra fredda. Ora è il momento di rimettere in luce l’efficacia e anche il significato morale di una ispirazione liberale che valorizza la responsabilità sociale della politica: bisogna ritrovare insieme più coesione e spirito di iniziativa, una minore ingerenza della politica, una economia più produttiva e una ripartizione più equa delle risorse, tra gli individui e le generazioni. Al contrario, noi soffriamo oggi di una presenza soffocante dei partiti e di una estrema ineguaglianza economica. Con i rischi di una deflagrazione delle relazioni sociali.
La sfida che sta di fronte alle democrazie contemporanee è quella di «continuare a esistere» – come sostiene qui in un’intervista Charles Taylor – nonostante il cambio di Gestalt, di conformazione del conflitto sociale fondamentale che animava la politica e le dava una forte funzione coesiva. Invece di contrapposizioni chiare di idee e di programmi la politica tende oggi a offrire lo spettacolo della sua dissoluzione, l’informazione che dovrebbe funzionare come base della sovranità popolare è soggetta da una parte a trasformarsi in infotainment e dall’altra a frammentarsi nella comunicazione di massa individuale di cui parlano qui Castells e Plattner. Eppure se le democrazie riusciranno a vincere questa sfida, lo faranno solo attraverso la ricostruzione di una più solida sfera pubblica, di una discussione pubblica più forte e chiara, e accessibile a tutti. Imedia digitali avranno parte enorme in questo processo, ma non esistono automatismi tecnologici che ricostruiscano una democrazia deliberativa soddisfacente, inclusiva e pluralista, come conferma l’indagine dell’Open Society Institute sull’Italia (in questo numero Buonocore e il forum con Lanni e Amenduni, Boccia Artieri, Sarubbi, Sensi, Vago).




