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EDITORIALE
La scossa araba che cambia l’agenda europea
Giancarlo Bosetti
Il potere nell’antennina
Il potere che ha liquidato i rais in Tunisia e in Egitto e che ha aperto le pagine finali, e sanguinose, della dittatura di Gheddafi «sta nelle antenne » della tecnologia che portano alle orecchie e agli occhi di tutti quel che una volta non si vedeva e non si sentiva. La «società della rete» e della «auto-comunicazione di massa», che ci è diventata familiare nella vita quotidiana e che Manuel Castells ha battezzato e analizzato non consente più al potere di raccontare impunemente quello che gli pare: una costellazione di attrezzi digitali comunissimi sta sgretolando il racconto che il potere fa di se stesso. E questa è una buona notizia anche per noi.
La rivoluzione dell’11 febbraio
Nei paesi arabi il desiderio di libertà e di futuro covava certo da tempo, ma non era ancora riuscito a rappresentarsi compiutamente e a socializzare in maniera esplosiva. Questo ’89 arabo segna una data destinata a cambiare il volto del Mediterraneo e anche l’agenda europea, facendo fiorire speranze e problemi nuovi. Ci riflettono sopra Silvio Fagiolo e Seyla Benhabib, e si confrontano in un forum a «Reset» Emma Bonino, Sergio Romano e Karim Mezran. Avevamo dunque ragione nell’aprire una discussione sul perché non c’è (stata finora) democrazia araba, due numeri fa, novembre 2010, quando la cronaca ancora non dava segni in quel senso. E l’abbiamo fatto non perché dotati di visione profetica, ma semplicemente perché, avendo aperto dialoghi con quei mondi negli anni scorsi, ci siamo accorti da tempo che sotto il coperchio delle dittature non c’era solo islamismo, terrorismo o odio per l’Occidente, come nella vulgata corrente di tanta stampa italiana, ma molta voglia di svoltare verso la democrazia sia in forme semplicemente laiche sia in forme ispirate alla cultura e alla religione musulmana. Il contagio di un certo «desiderio di Turchia» – l’esempio politico islamo-democratico dell’Akp di Erdogan – viene ormai analizzato come fenomeno politico e culturale che spiega molto di quel che accade e che sta già cambiando la percezione che l’Occidente e l’Europa hanno di questi paesi (il punto è approfondito da Hugh Pope intervistato da Guido Rampoldi).
L’agenda italiana resta sequestrata
Mentre l’agenda internazionale si apre, per forza di cose, su una scena sorprendentemente nuova e carica di responsabilità (l’Europa non potrà consentire che Gheddafi, di massacro in massacro, tenti di riconquistare un potere e un credito che non ha più), l’agenda italiana continua a essere sequestrata dalle vicende giudiziarie del suo Primo ministro e da un abisso di discredito che ha toccato il punto di maggior profondità. Nel numero scorso Alessandro Ferrara ha rivolto una domanda ai cattolici italiani, chiedendo loro se il collasso dell’ethos pubblico non sia anche un loro problema. Avere sul proscenio per tanto tempo un leader e un ceto politico irresponsabili, che da una parte regolano conti con ricatti e dossier, comprano deputati e ragazze all’ingrosso per radunare maggioranze e intrattenere il leader, e dall’altra consegnano il primato politico al partito xenofobo e anti-europeista delle camicie verdi, ha come conseguenza sghignazzi globali e perdita di influenza. Ma ha anche qualche conseguenza sullo spirito pubblico nazionale, sul quale bisognerà tentare un bilancio.
Una nazione prigioniera del presente
Per questo abbiamo chiesto a Mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, e a Giuliano Amato, ex primo ministro, di riprendere il loro dialogo «postsecolare ». Le domande sul collasso morale di una classe dirigente sono una sfida sia per i laici che per i religiosi. Ne vien fuori «un paese prigioniero del suo presente», un paese che fino a quando è stato culturalmente forte ha avuto troppi futuri su cui litigare e che ora sembra essere capace di dividersi solo sul presente (Amato), e una società bisognosa di ritrovare «un’autonomia dei gruppi dirigenti e di quelle che converrebbe ricominciare a chiamare élite». Compiti nuovi e ardui da affrontare per ritrovare un desiderio di futuro e la capacità di formulare un disegno comune, capace di produrre coesione.





